Alberto Ravagnani. I preti in crisi sono la conseguenza della crisi dell’autorità ecclesiastica

ALBERTO RAVAGNANI. I PRETI IN CRISI SONO LO CONSEGUENZA DELLA CRISI DELL’AUTORITA ECCLESIASTICA

Le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

— Attualità ecclesiale —

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Cap.

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Ieri sera, mentre ero di ritorno dall’ordinazione sacerdotale di un confratello cappuccino presso la cattedrale di Oristano, mi è giunta la notizia dell’abbandono del sacerdozio da parte di Alberto Ravagnani, presbitero ambrosiano (cfr. Qui).

Avevo ancora nelle orecchie quelle parole tremende del rito di ordinazione che il vescovo pronuncia davanti all’eletto: «Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore», quando nella stessa Chiesa di Dio un confratello sacerdote aveva preso la decisione di voltare pagina.

Come sempre, in situazioni come queste, non serve a nulla stracciarsi le vesti, non servono tanto meno i giudizi sulla persona che deve restare sacra e inviolabile. Mi sia però permesso un giudizio sulla situazione generale ecclesiale, sulla vita di noi sacerdoti e sulla Chiesa che sembra quasi che nel proseguo del tempo abbia dimenticato il suo ruolo di madre per rivestire quello di matrigna.

C’è una particolarità che è necessario tenere da conto. Il caso di don Alberto è del tutto diverso da quello degli ultimi sacerdoti influencer o social che, in ordine di tempo, hanno abbandonato il sacerdozio (non serve fare nomi). In questi era chiaramente evidente l’ideologia mascherata da Vangelo, molto più vicina al tesseramento del Partito Democratico o all’attivismo LGBT+ che a Gesù Cristo e al suo messaggio. Don Alberto in questo era diverso, lui credeva in quello che stava facendo, era un entusiasta e forse pensava realmente che tutto questo potesse bastare per fare bene il prete. Figlio di quella Milano da bere in cui la Chiesa ha sempre guardato avanti con scelte coraggiose, con quella determinazione e parresia tutta lombarda che è decisamente una qualità da apprezzare.

Don Alberto era, ed è sostanzialmente un bravo ragazzo, forse un po’ ingenuo e sprovveduto, data la relativa giovane età, per essere stato mandato allo sbaraglio nel grande oceano della pastorale giovanile in solitaria, senza la presenza di una persona più matura e di provata esperienza che potesse sostenerlo e accompagnarlo.

Da personaggio pubblico e influencer del mondo giovanile, don Alberto ha detto molto di sé nei suoi video, probabilmente anche più di quello che avrebbe voluto, senza accorgersene. Da diverso tempo, laici e sacerdoti si erano accorti che nel cuore di questo fratello sacerdote doveva essere accaduto qualcosa: sia il suo aspetto esteriore che le sue parole evidenziavano una ben chiara trasformazione che virava verso una emergenza che non è stata (volutamente?) riconosciuta e che doveva essere in tutti i modi sostenuta. Non faccio mistero che noi Padri de L’Isola di Patmos, nei nostri colloqui redazionali, più volte ci siamo espressi, ma questo già più di un anno fa, che il destino di questo confratello era segnato perché dalle sue immagini e discorsi si percepiva quella crisi che molti di noi conoscono bene, soprattutto Padre Ariel che si dedica da anni alla cura dei sacerdoti.

Per questo mi chiedo, dove erano coloro che avrebbero dovuto fare questo? E sia chiaro, non sto cercando colpevoli ma responsabili, persone che avrebbero dovuto saper rispondere davanti alla preziosità della vita di un uomo che stava chiedendo aiuto.

Prendo per buono il discernimento che i formatori di seminario di don Alberto avevano fatto su di lui, reputandolo idoneo al sacerdozio e presentandolo al vescovo diocesano. Viene spontaneo però domandarsi come mai di un epilogo così rapido, appena otto anni di sacerdozio. Perché a voler pensare male, si fa peccato lo so ma ci si indovina, e se al tempo del seminario è stato considerato idoneo pur non essendolo i suoi formatori dovranno rendere conto a Dio per la perdita di un figlio tanto caro. Perché i sacerdoti come don Alberto diventano la cattiva coscienza di tanti vescovi, rettori e formatori di seminario e di quella gerarchia che non è più capace di pascere il gregge di Dio che a loro è stato affidato. Su di loro cade come un macigno quell’interrogativo di Dio a Caino: «dov’è tuo fratello?» (cfr. Gn 4,9). La questione tremendamente seria che scuote le fondamenta della Chiesa gerarchica è questa, e la riassumo in una domanda: se non siamo capaci di curare i nostri sacerdoti, di proteggerli da sé stessi, di prendercene cura, di renderli robusti e veri uomini, come possiamo avere la pretesa di guidare i fedeli cristiani e la Chiesa di Cristo?

E parto proprio da quella parte del rito di ordinazione in cui si dice che noi sacerdoti dobbiamo conformare la nostra vita alla croce di Cristo. Questo è tutto il mistero del sacerdozio mettiamocelo bene in mente. Non è certamente un Club Méditerranée per scappati di casa che non sono riusciti a realizzarsi in altra maniera e che cercano una sistemazione a buon mercato. Questo è quanto i formatori dovrebbero insegnare e approfondire negli anni del seminario ma soprattutto dopo la sacra ordinazione perché è forse quello il momento più delicato dove il sacerdote si trova a camminare solo e non ha più nessuna protezione.

La croce di Cristo non è facile da accettare e da abbracciare, l’hanno scansata per primi gli Apostoli fuggendo dal Calvario, per accettare la croce abbiamo bisogno del fuoco della Pentecoste che ci rende stolti e ci dà il coraggio di predicare la conversione del mondo. Quel mondo che don Alberto ha cercato ingenuamente di piegare alle esigenze evangeliche — ricordate la collaborazione con Fedez e l’immancabile naufragio? — insieme allo sforzo di indorare la mondanità come novello alchimista per rendere il Vangelo più instagrammabile e accattivante per i giovani ma che questo epilogo rivela come la più grande vanità tra le vanità.

Un mio superiore un giorno mi ha detto, citando a suo dire Paolo VI, che noi siamo responsabili solo di coloro che rimangono e non di quelli che vanno via. Perdonatemi il francesismo ma queste cose le considero come delle enormi cazzate clericali. Anche se fosse vero che una tale espressione fosse uscita dalla bocca di un pontefice, in quali circostanze e contesti è da verificare, dobbiamo metterci in testa che ogni volta che un sacerdote lascia la Chiesa e abbandona il suo ministero è una sconfitta e un fallimento tremendo senza se e senza ma.

Davanti a una tragedia come l’abbandono sacerdotale a nulla valgono i comunicati ufficiali delle cancellerie vescovili in cui si chiede silenzio, rispetto e preghiera. Se noi preti fossimo genitori, davanti al fallimento o alla perdita di nostro figlio non reagiremmo in questo modo. Diciamola tutta: la carne che fa più male è quella che è attaccata all’osso e in tal senso don Alberto è a suo modo un sintono e una vittima. Un sintomo di una Chiesa gerarchica incapace di generare figli e di mantenerli se non come professionisti del sacro; e una vittima di coloro che dal balcone delle curie osservano e pensano che il Vangelo sia solo una questione di strategia di marketing e di emotività in attesa di intascare il successo sperato per poi dare una pacca sulla spalla al professionista del sacro di turno.     

Dalle colonne dell’Isola di Patmos più e più volte ci siamo espressi sulla necessità di curare la formazione umana e spirituale dei sacerdoti, ribadendo come le crisi non sono mai delle situazioni improvvise ma hanno un inizio, uno sviluppo e maturano nel tempo e nel tempo danno segni e sintomi che è possibile vedere, interpretare e correggere. Quando non lo si fa si è colpevoli davanti a Dio per un figlio che si perde, per un figlio che ha donato tutta la sua vita a una Chiesa che sperava madre e invece è stata matrigna.

Non so quale sarà l’avvenire di don Alberto, ma imploro il Signore che altri confratelli sacerdoti siano in grado di essere sostenuti e accompagnati per evitare una situazione come questa che non è motivo di orgoglio per la Chiesa di Dio e che ne sottolinea tutta la sua debolezza umana. Se non siamo capaci di gestire la grazia e i talenti che il Signore ci affida, e giusto che tutto ci sia tolto.  

È appena entrato in distribuzione oggi un libro di Ariel S. Levi di Gualdo, sotto il titolo La libertà negata, che fa seguito al precedente dedicato al Credo. Ve ne consiglio la lettura, perché tratta anche la drammaticità di queste problematiche.

Sanluri, 1° febbraio 2026

 

 

 

 

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