Como é possível que Jesus desceu ao inferno após sua morte? – Como é possível que Jesus desceu ao inferno após sua morte? – Como é possível que Jesus tenha descido ao inferno após sua morte??

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COM’È POSSIBILE CHE GESÙ DISCESE AGLI INFERI DOPO LA SUA MORTE?

Quando professiamo che «discese agli inferi», confessiamo che non esiste luogo dell’esistenza umana — nemmeno la morte — nel quale Cristo non sia entrato per portare la luce della salvezza.

— Ministério litúrgico —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Non è raro, hoje, ascoltare fedeli — e talvolta persino qualche sacerdote — recitare il Símbolo dos Apóstolos senza coglierne il significato più profondo.

Tra le espressioni che più spesso generano confusione vi è quella che proclama: «discese agli inferi». Per alcuni si tratta di una formula oscura, per altri di un’immagine simbolica, per altri ancora di un linguaggio arcaico ormai incomprensibile. De Fato, queste parole custodiscono uno dei passaggi più solenni del mistero pasquale. Esse non descrivono un dettaglio secondario della fede cristiana, ma proclamano la verità della morte di Cristo e la sua vittoria sulla morte stessa. Comprenderle significa entrare più profondamente nel cuore della fede della Chiesa.

Questo Simbolo è legato in modo particolare alla liturgia battesimale, nella quale il catecumeno professa la fede della Chiesa prima di essere immerso nel mistero della morte e risurrezione di Cristo. Non è dunque soltanto una formula dottrinale, ma una professione di fede che nasce dalla vita sacramentale della Chiesa. Per questo motivo trova una collocazione privilegiata nel tempo quaresimale e nel tempo pasquale, periodi nei quali la liturgia invita i fedeli a riscoprire la grazia del proprio Battesimo. In modo del tutto particolare il Simbolo degli Apostoli ritorna nella Veglia Pasquale, quando l’assemblea cristiana rinnova le promesse battesimali e proclama nuovamente la fede ricevuta dagli Apostoli.

Tra le sue affermazioni più dense di significato vi è quella che spesso suscita interrogativi: «discese agli inferi». Molti fedeli pronunciano queste parole senza soffermarsi sul loro significato, mentre altri le interpretano secondo categorie moderne che finiscono per alterarne il senso autentico. De Fato, questa espressione custodisce un mistero centrale della fede cristiana. Quando il Simbolo degli Apostoli afferma che Cristo «discese agli inferi», intende anzitutto proclamare la realtà della sua morte. Il Figlio di Dio non ha attraversato una morte simbolica o apparente. Come ogni uomo, anche Gesù ha conosciuto la morte nella sua realtà più concreta: la separazione tra l’anima e il corpo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e ha raggiunto con la sua anima la dimora dei morti (cf.. CCC 632). Questa dimora dei morti è ciò che la Sacra Scrittura chiama Sheol in ebraico e Ade em grego.

Nel linguaggio moderno la parola “inferi” viene facilmente associata all’Inferno dei dannati, ma il Simbolo della fede non intende questo. Nel linguaggio biblico lo Sheol indica il regno dei morti, la condizione nella quale si trovavano coloro che avevano lasciato questa vita prima della redenzione operata da Cristo. Per questo motivo il Catechismo precisa che Gesù non discese agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che lo avevano preceduto (cf.. CCC 633). La tradizione cristiana ha spesso indicato questa dimora dei giusti con l’espressione “seno di Abramo”, richiamandosi alla parabola evangelica del ricco e del povero Lazzaro (cf.. LC 16, 22). Qui si trovavano i giusti dell’Antica Alleanza — Abramo, Moisés, i profeti e tutti coloro che avevano vissuto nella speranza delle promesse divine — in attesa della redenzione.

Cristo annuncia la salvezza ai giusti, la Sacra Scrittura accenna a questo mistero nelle parole dell’Apostolo Pietro:

«Cristo andò ad annunciare la salvezza anche agli spiriti che erano in prigione» (1 PT 3, 19) «Per questo anche ai morti è stata annunciata la buona novella» (1 PT 4, 6).

La tradizione della Chiesa ha sempre compreso questi testi come riferimento alla discesa di Cristo nella dimora dei morti, dove il Signore annuncia la salvezza ai giusti dell’Antica Alleanza. Cristo entra nel regno della morte non come prigioniero, ma come Salvatore. Questo mistero viene contemplato con particolare intensità nella liturgia del Sabato Santo, quando la Chiesa sosta in silenzio davanti al sepolcro del Signore. É o dia de grande silêncio. Cristo riposa nel sepolcro secondo la carne, mentre la sua anima scende nella dimora dei morti per annunciare la salvezza ai giusti che lo avevano preceduto.

Una celebre omelia antica sul Sabato Santo, proclamata nella Liturgia delle Ore, descrive con straordinaria forza questo evento:

«Io sono il tuo Dio che per te sono diventato tuo figlio. Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà».

Per questo la Chiesa contempla la discesa agli inferi non come un episodio marginale, ma come parte integrante del mistero pasquale. Il Figlio di Dio ha voluto condividere fino in fondo la condizione umana, entrando perfino nel regno della morte, per aprire a tutti la via della vita. Quando nella notte di Pasqua la Chiesa proclama la risurrezione del Signore, annuncia che nessuna regione della storia umana è rimasta estranea alla redenzione. Cristo ha attraversato la morte per spezzarne le catene e per condurre alla luce coloro che attendevano la promessa. Per questo la fede cristiana può proclamare con certezza che Cristo è il Signore dei vivi e dei morti. La sua Pasqua non riguarda soltanto il presente della Chiesa, ma l’intera storia dell’umanità.

Quando professiamo che «discese agli inferi», confessiamo che non esiste luogo dell’esistenza umana — nemmeno la morte — nel quale Cristo non sia entrato per portare la luce della salvezza.

Florença, 7 Março 2026

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HOW IS IT POSSIBLE THAT JESUS DESCENDED INTO HELL AFTER HIS DEATH?

When we profess that «he descended into hell», we confess that there is no place in human existence — not even death — into which Christ has not entered to bring the light of salvation.

— Pastoral Litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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Today it is not uncommon to hear the faithful — and sometimes even certain priests — recite the Apostles’ Creed without grasping its deeper meaning. Among the expressions that most often generate confusion is the one that proclaims: «he descended into hell». For some it appears to be an obscure formula, for others a symbolic image, and for still others an archaic expression that has become difficult to understand. Na realidade, these words contain one of the most solemn passages of the Paschal mystery. They do not describe a secondary detail of the Christian faith, but proclaim the truth of Christ’s death and His victory over death itself. To understand them means to enter more deeply into the heart of the Church’s faith.

This Creed is particularly linked to the baptismal liturgy, in which the catechumen professes the faith of the Church before being immersed into the mystery of Christ’s death and resurrection. It is therefore not merely a doctrinal formula, but a profession of faith that arises from the sacramental life of the Church. For this reason it finds a privileged place during the seasons of Lent and Easter, periods in which the liturgy invites the faithful to rediscover the grace of their Baptism. In a very special way the Apostles’ Creed returns during the Easter Vigil, when the Christian assembly renews its baptismal promises and once again proclaims the faith received from the Apostles.

Among its most significant affirmations is the one that often raises questions: «he descended into hell». Many faithful pronounce these words without reflecting on their meaning, while others interpret them according to modern categories that end up altering their authentic sense. Na realidade, this expression contains a central mystery of the Christian faith. When the Apostles’ Creed affirms that Christ «descended into hell», it first of all proclaims the reality of His death. The Son of God did not pass through a symbolic or apparent death. Like every human being, Jesus truly experienced death in its most concrete reality: the separation of the soul from the body.

O Catecismo da Igreja Católica teaches that Jesus experienced death like all men and that His soul reached the dwelling place of the dead (cf. CCC 632). This dwelling place of the dead is what Sacred Scripture calls Sheol in Hebrew and Hades em grego.

In modern language the word “hell” is easily associated with the Hell of the damned, but the Creed does not mean this. In biblical language Sheol indicates the realm of the dead, the condition in which those who had left this life before the redemption accomplished by Christ were found. For this reason the Catechism clarifies that Jesus did not descend into hell to free the damned nor to destroy the hell of damnation, but to liberate the righteous who had preceded Him (cf. CCC 633). Christian tradition has often referred to this dwelling place of the righteous as the “bosom of Abraham”, recalling the Gospel parable of the rich man and the poor Lazarus (cf. Página 16, 22). There were the righteous of the Old Covenant — Abraham, Moses, the prophets and all those who had lived in hope of the divine promises — awaiting redemption.

Christ proclaims salvation to the righteous, Sacred Scripture hints at this mystery in the words of the Apostle Peter:

«Christ went to proclaim salvation even to the spirits who were in prison» (1 PT 3, 19) «For this reason the Gospel was also preached to the dead» (1 PT 4, 6).

The tradition of the Church has always understood these texts as referring to Christ’s descent into the dwelling place of the dead, where the Lord proclaims salvation to the righteous of the Old Covenant. Christ enters the realm of death not as a prisoner, but as Savior. This mystery is contemplated with particular intensity in the liturgy of Holy Saturday, when the Church pauses in silence before the tomb of the Lord. It is the day of the great silence. Christ rests in the tomb according to the flesh, while His soul descends into the dwelling place of the dead to proclaim salvation to the righteous who had preceded Him.

A famous ancient homily for Holy Saturday, proclaimed in the Liturgy of the Hours, describes this event with extraordinary force:

«I am your God who for your sake have become your son. Awake, you who sleep, and rise from the dead, and Christ will give you light».

For this reason the Church contemplates the descent into hell not as a marginal episode, but as an integral part of the Paschal mystery. The Son of God wished to share fully in the human condition, even entering the realm of death, in order to open for all the way to life. When on the night of Easter the Church proclaims the resurrection of the Lord, it announces that no region of human history has remained untouched by redemption. Christ passed through death to break its chains and lead into the light those who awaited the promise. For this reason the Christian faith can proclaim with certainty that Christ is the Lord of the living and the dead. His Paschal mystery does not concern only the present life of the Church, but the entire history of humanity.

When we profess that «he descended into hell», we confess that there is no place in human existence — not even death — into which Christ has not entered to bring the light of salvation.

Florença, 7 Março 2026

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¿CÓMO ES POSIBLE QUE JESÚS DESCENDIERA A LOS INFIERNOS DESPUÉS DE SU MUERTE?

Cuando profesamos que «descendió a los infiernos», confesamos que no existe lugar alguno de la existencia humana — ni siquiera la muerte — en el que Cristo no haya entrado para llevar la luz de la salvación.

— Pastoral litúrgica —

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AutorSimone Pifizzi

Autor
Simone Pifizzi

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No es raro hoy escuchar a fieles — y a veces incluso a algunos sacerdotes — recitar el Símbolo de los Apóstoles sin captar su significado más profundo. Entre las expresiones que más a menudo generan confusión se encuentra la que proclama: «descendió a los infiernos». Para algunos se trata de una fórmula oscura, para otros de una imagen simbólica, y para otros más de un lenguaje arcaico que hoy resulta difícil de comprender. Na verdade, estas palabras contienen uno de los pasajes más solemnes del misterio pascual. No describen un detalle secundario de la fe cristiana, sino que proclaman la verdad de la muerte de Cristo y su victoria sobre la muerte misma. Comprenderlas significa entrar más profundamente en el corazón de la fe de la Iglesia.

Este Símbolo está particularmente vinculado a la liturgia bautismal, en la cual el catecúmeno profesa la fe de la Iglesia antes de ser sumergido en el misterio de la muerte y resurrección de Cristo. No es, portanto, únicamente una fórmula doctrinal, sino una profesión de fe que nace de la vida sacramental de la Iglesia. Por esta razón encuentra una colocación privilegiada en los tiempos litúrgicos de Cuaresma y Pascua, períodos en los que la liturgia invita a los fieles a redescubrir la gracia de su Bautismo. De manera especial el Símbolo de los Apóstoles vuelve en la Vigilia Pascual, cuando la asamblea cristiana renueva las promesas bautismales y proclama nuevamente la fe recibida de los Apóstoles.

Entre sus afirmaciones más densas de significado se encuentra la que a menudo suscita interrogantes: «descendió a los infiernos». Muchos fieles pronuncian estas palabras sin detenerse en su significado, mientras que otros las interpretan según categorías modernas que terminan alterando su sentido auténtico. Na verdade, esta expresión contiene un misterio central de la fe cristiana. Cuando el Símbolo de los Apóstoles afirma que Cristo «descendió a los infiernos», proclama ante todo la realidad de su muerte. El Hijo de Dios no atravesó una muerte simbólica o aparente. Como todo hombre, también Jesús conoció la muerte en su realidad más concreta: la separación entre el alma y el cuerpo.

El Catecismo de la Iglesia Católica enseña que Jesús conoció la muerte como todos los hombres y que su alma alcanzó la morada de los muertos (cf. CIC 632). Esta morada de los muertos es lo que la Sagrada Escritura llama Sheol en hebreo y Hades em grego.

En el lenguaje moderno la palabra «infiernos» se asocia fácilmente con el infierno de los condenados, pero el Símbolo de la fe no se refiere a esto. En el lenguaje bíblico el Sheol indica el reino de los muertos, la condición en la que se encontraban quienes habían dejado esta vida antes de la redención realizada por Cristo. Por esta razón el Catecismo precisa que Jesús no descendió a los infiernos para liberar a los condenados ni para destruir el infierno de la condenación, sino para liberar a los justos que lo habían precedido (cf. CIC 633). La tradición cristiana ha indicado frecuentemente esta morada de los justos con la expresión «seno de Abraham», recordando la parábola evangélica del rico y del pobre Lázaro (cf. LC 16, 22). Allí se encontraban los justos de la Antigua Alianza — Abraham, Moisés, los profetas y todos aquellos que habían vivido en la esperanza de las promesas divinas — esperando la redención.

Cristo anuncia la salvación a los justos, la Sagrada Escritura alude a este misterio en las palabras del apóstol Pedro:

«Cristo fue a anunciar la salvación a los espíritus que estaban en prisión» (1 Pe. 3, 19) «Por eso también a los muertos se les anunció la Buena Nueva» (1 Pe. 4, 6).

La tradición de la Iglesia ha comprendido siempre estos textos como referencia al descenso de Cristo a la morada de los muertos, donde el Señor anuncia la salvación a los justos de la Antigua Alianza. Cristo entra en el reino de la muerte no como prisionero, sino como el Salvador. Este misterio se contempla con particular intensidad en la liturgia del Sábado Santo, cuando la Iglesia permanece en silencio ante el sepulcro del Señor. É o dia de grande silêncio.
Cristo reposa en el sepulcro según la carne, mientras su alma desciende a la morada de los muertos para anunciar la salvación a los justos que lo habían precedido.

Una célebre homilía antigua del Sábado Santo, proclamada en la Liturgia de las Horas, describe este acontecimiento con extraordinaria fuerza:

«Yo soy tu Dios que por ti me hice tu hijo. Despierta tú que duermes, levántate de entre los muertos y Cristo te iluminará».

Por eso la Iglesia contempla el descenso a los infiernos no como un episodio marginal, sino como parte integrante del misterio pascual. El Hijo de Dios quiso compartir plenamente la condición humana, entrando incluso en el reino de la muerte, para abrir a todos el camino de la vida. Cuando en la noche de Pascua la Iglesia proclama la resurrección del Señor, anuncia que ninguna región de la historia humana ha quedado fuera de la redención. Cristo atravesó la muerte para romper sus cadenas y conducir a la luz a quienes esperaban la promesa. Por eso la fe cristiana puede proclamar con certeza que Cristo es el Señor de vivos y muertos. Su Pascua no concierne solamente al presente de la Iglesia, sino a toda la historia de la humanidad.

Cuando profesamos que «descendió a los infiernos», confesamos que no existe lugar alguno de la existencia humana — ni siquiera la muerte — en el que Cristo no haya entrado para llevar la luz de la salvación.

Florença, 7 Marchar 2026

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