O racional, entre símbolo, história e mal-entendidos estéticos – A justificativa: entre símbolo, história, e mal-entendidos estéticos – O racional: entre símbolo, história e mal-entendidos estéticos
IL RAZIONALE: ENTRE SÍMBOLO, STORIA E FRAINTENDIMENTI ESTETICI
È bene dirlo con chiarezza, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de roupas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile.
— Ministério litúrgico —
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Autor
Simone Pifizzi
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Una delle tentazioni più diffuse in certi ambiti ecclesiali è quella di fermarsi all’apparato esteriore della liturgia, trasformando paramenti, colori e forme in oggetti di contemplazione estetica, talora persino di compiacimento identitario.
Ontem, nella celebrazione dei Vespri nella Festa della Conversione di San Paolo, nella Basilica Ostiense, il Sommo Pontefice Leone XIV ha indossato per la prima volta nel suo pontificato, il razionale. Il rischio — già ampiamente verificabile su vari mídia social —, è quello di cedere a entusiasmi fervorosi per ciò che “si vede”, accompagnati però da una conoscenza spesso assai approssimativa — quando non del tutto assente — della genesi storica, del significato simbolico e della funzione teologica di quegli stessi elementi che tanto affascinano.
Il razionale rientra pienamente in questa categoria: paramento rarissimo, evocato con toni quasi mitologici, talvolta citato come emblema di una liturgia “più autentica”, ma in realtà poco conosciuto nella sua origine e nel suo senso profondo. Proprio per questo si presta bene a una riflessione che vada oltre l’estetica e recuperi la dimensione simbolica e storica della liturgia. Ma che cos’è il razionale? Con il termine razionale si indica un paramento liturgico indossato sopra la casula o il piviale, di forma generalmente rettangolare o leggermente arcuata, riccamente decorato, portato sul petto e fissato alle spalle. Non si tratta di un paramento di uso universale nella Chiesa latina, né di un elemento costitutivo della celebrazione eucaristica.
Utilizzato in alcuni contesti specifici, soprattutto in ambito episcopale, con particolare riferimento a determinate Chiese locali — notoriamente quella di Eichstätt e, in forma diversa, di Cracovia —. L’uso del razionale non è mai stato normativo per tutta la Chiesa, né tantomeno necessario alla validità o liceità del rito.
Di origine biblica, il nome stesso razionale rimanda esplicitamente al pettorale del sommo sacerdote dell’Antico Testamento, descritto nel libro dell’Esodo (É 28,15-30). Quel pettorale — chiamato חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ) “pettorale del giudizio” — portava dodici pietre preziose, simbolo delle dodici tribù di Israele, ed era segno della responsabilità sacerdotale nel portare il popolo davanti a Dio.
Il Cristianesimo nascente, come ha fatto con molti elementi del mondo antico, non ha rigettato simboli preesistenti, ma li ha assunti e trasfigurati. La liturgia cristiana non nasce in un vuoto culturale, si innesta nella storia, assume forme, linguaggi, simboli — anche provenienti dal mondo pagano o giudaico — e li riconduce a Cristo. Nesta perspectiva, il razionale non è un ornamento decorativo, ma un segno teologico: richiama il ministero della responsabilità, del discernimento e del giudizio esercitato non in nome proprio, ma davanti a Dio e per il bene del popolo.
È poi bene dirlo con chiarezza, mesmo ao custo de decepcionar algum entusiasmo ingênuo: muitas vestimentas litúrgicas cristãs derivam de roupas civis, honoríficos pré-cristãos ou religiosos. La casula deriva dalla paenula romana, la dalmatica da un indumento di origine orientale, la stola da segni di distinzione civile. Questo non ha mai rappresentato un problema per la Chiesa.
La liturgia non è mai stata una “ricostruzione archeologica” di un’epoca pura e incontaminata. È sempre stata, em vez de, un’opera di inculturazione e trasfigurazione. Ciò che cambia non è la forma esterna in sé, ma il significato che la Chiesa le attribuisce. Anche il razionale si colloca in questa linea: non un residuo di un passato idealizzato, ma un segno che ha avuto senso in determinati contesti ecclesiali e che oggi conserva soprattutto un valore storico e simbolico, non normativo.
Dal punto di vista strettamente liturgico, il razionale non è mai stato un paramento di uso ordinario, né tantomeno universale. Il suo utilizzo è sempre stato legato a concessioni particolari, tradizioni locali o privilegi specifici, mai a una prescrizione generale della Chiesa latina. Questo dato è fondamentale per evitare un errore ricorrente: confondere ciò che è simbolicamente suggestivo con ciò che è teologicamente necessario. La liturgia non cresce per accumulo di elementi esteriori, ma per chiarezza del segno e fedeltà alla sua funzione primaria: rendere visibile l’azione salvifica di Cristo.
Quando il razionale — come altri paramenti rari o desueti — viene assunto come vessillo identitario da certe forme di estetismo o come prova di una presunta superiorità liturgica, si cade in un fraintendimento profondo. La liturgia non è un museo, né un palcoscenico. È azione della Chiesa, non auto-rappresentazione di un gusto. Conoscere la storia dei paramenti, il loro sviluppo e il loro significato autentico non impoverisce la liturgia: la libera da letture ideologiche e la restituisce alla sua verità più profonda.
Dunque il razionale non è un feticcio liturgico né un simbolo di un’età dell’oro perduta. È un segno storico, teologico e simbolico che parla di responsabilità, di discernimento e di servizio. Compreso nel suo contesto, arricchisce la comprensione della liturgia; isolato e assolutizzato, la impoverisce. La vera tradizione non consiste nel moltiplicare gli ornamenti, ma nel custodire il senso. E il senso della liturgia, ontem como hoje, non è l’estetica, mas Cristo.
Florença, 26 Janeiro 2026
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THE RATIONALE: BETWEEN SYMBOL, HISTORY, AND AESTHETIC MISUNDERSTANDINGS
It must be stated clearly, even at the risk of disappointing some naïve enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction.
— Pastoral Litúrgica —
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Autor
Simone Pifizzi
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One of the most widespread temptations in certain ecclesial circles is to stop at the outward apparatus of the liturgy, transforming vestments, colours, and forms into objects of aesthetic contemplation and, às vezes, even of identity-driven self-complacency.

Ontem, during the celebration of Vespers on the Feast of the Conversion of Saint Paul, in the Basilica of Saint Paul Outside the Walls, the Supreme Pontiff Leo XIV wore the rationale for the first time in his pontificate. The risk — already clearly observable across various social media platforms — is to give way to fervent enthusiasm for what “is seen”, accompanied, no entanto, by a knowledge that is often highly approximate — when not entirely absent — of the historical genesis, symbolic meaning, and theological function of those very elements that so strongly fascinate.
The rationale fully belongs to this category: a very rare vestment, evoked in almost mythological terms, at times cited as an emblem of a “more authentic” liturgy, yet in reality scarcely known in its origin and deeper meaning. Justamente por esse motivo, it lends itself well to a reflection that goes beyond aesthetics and recovers the symbolic and historical dimension of the liturgy. Mas o que, na verdade, is the rationale? The term rationale designates a liturgical vestment worn over the chasuble or the cope, generally rectangular or slightly curved in shape, richly decorated, worn on the chest and fastened at the shoulders. It is not a vestment of universal use in the Latin Church, nor is it a constitutive element of the Eucharistic celebration.
It has been used in certain specific contexts, especially within the episcopal sphere, with particular reference to certain local Churches — most notably Eichstätt and, in a different form, Kraków. The use of the rationale has never been normative for the entire Church, nor has it ever been necessary for the validity or liceity of the rite.
Of biblical origin, the very name rationale explicitly refers to the breastplate of the high priest of the Old Testament, described in the Book of Exodus (Ex 28:15–30). That breastplate — called חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “breastplate of judgment” — bore twelve precious stones, symbolising the twelve tribes of Israel, and signified the priestly responsibility of bearing the people before God.
Early Christianity, as it did with many elements of the ancient world, did not reject pre-existing symbols but assumed and transfigured them. Christian liturgy does not arise in a cultural vacuum; it is grafted into history, assumes forms, languages, and symbols — including those drawn from the pagan or Jewish world — and reorients them toward Christ. Nesta perspectiva, the rationale is not a decorative ornament, but a theological sign: it recalls the ministry of responsibility, discernment, and judgment exercised not in one’s own name, but before God and for the good of the people.
It must also be stated clearly, even at the cost of disappointing some ingenuous enthusiasm: many Christian liturgical vestments derive from pre-Christian civil, honorific, or religious garments. The chasuble derives from the Roman paenula, the dalmatic from a garment of Eastern origin, and the stole from marks of civil distinction. This has never constituted a problem for the Church.
The liturgy has never been an “archaeological reconstruction” of a pure and uncontaminated age. Em vez de, it has always been a work of inculturation and transfiguration. What changes is not the external form as such, but the meaning that the Church attributes to it. The rationale too belongs to this line: not a remnant of an idealised past, but a sign that made sense in specific ecclesial contexts and that today retains primarily a historical and symbolic value, not a normative one.
From a strictly liturgical point of view, the rationale has never been a vestment of ordinary or universal use. Its employment has always been linked to particular concessions, local traditions, or specific privileges, never to a general prescription of the Latin Church. This datum is fundamental in order to avoid a recurrent error: confusing what is symbolically evocative with what is theologically necessary. The liturgy does not grow through the accumulation of external elements, but through clarity of sign and fidelity to its primary function: making visible the saving action of Christ.
When the rationale — like other rare or obsolete vestments — is taken up as an identity banner by certain forms of aestheticism or as proof of an alleged liturgical superiority, one falls into a profound misunderstanding. The liturgy is not a museum, nor a stage. It is the action of the Church, not the self-representation of a taste. Knowing the history of vestments, their development, and their authentic meaning does not impoverish the liturgy: it frees it from ideological readings and restores it to its deepest truth.
A justificativa, assim sendo, is neither a liturgical fetish nor a symbol of a lost golden age. It is a historical, theological, and symbolic sign that speaks of responsibility, discernment, and service. Understood within its context, it enriches the understanding of the liturgy; isolated and absolutised, it impoverishes it. True tradition does not consist in multiplying ornaments, but in safeguarding meaning. And the meaning of the liturgy, yesterday as today, is not aesthetics, but Christ.
Florença, 26 Janeiro 2026
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EL RACIONAL: ENTRE SÍMBOLO, HISTORIA Y MALENTENDIDOS ESTÉTICOS
Conviene decirlo con claridad, aun a riesgo de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil.
— Pastoral litúrgica —
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Autor
Simone Pifizzi
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Una de las tentaciones más extendidas en ciertos ambientes eclesiales es detenerse en el aparato exterior de la liturgia, transformando paramentos, colores y formas en objetos de contemplación estética y, às vezes, incluso de complacencia identitaria.

Ayer, durante la celebración de las Vísperas en la Fiesta de la Conversión de San Pablo, en la Basílica de San Pablo Extramuros, el Sumo Pontífice León XIV vistió por primera vez en su pontificado el racional. El riesgo — ya ampliamente verificable en diversas redes sociales — es ceder a entusiasmos fervorosos por aquello que “se ve”, acompañados, no entanto, de un conocimiento a menudo muy aproximado — cuando no totalmente ausente — de la génesis histórica, del significado simbólico y de la función teológica de esos mismos elementos que tanto fascinan.
O racional se inscribe plenamente en esta categoría: un paramento rarísimo, evocado con tonos casi mitológicos, a veces citado como emblema de una liturgia “más auténtica”, pero en realidad poco conocido en su origen y en su sentido profundo. Precisamente por ello, se presta a una reflexión que vaya más allá de la estética y recupere la dimensión simbólica e histórica de la liturgia. Pero ¿qué es el racional? Con el término racional se designa un paramento litúrgico que se lleva sobre la casulla o el pluvial, generalmente de forma rectangular o ligeramente curvada, ricamente decorado, colocado sobre el pecho y sujeto a los hombros. No se trata de un paramento de uso universal en la Iglesia latina, ni de un elemento constitutivo de la celebración eucarística.
Su uso se ha dado en algunos contextos específicos, sobre todo en el ámbito episcopal, con especial referencia a determinadas Iglesias locales — de modo notorio la de Eichstätt y, en forma diversa, la de Cracovia —. El uso del racional nunca ha sido normativo para toda la Iglesia, ni mucho menos necesario para la validez o licitud del rito.
De origen bíblico, el propio nombre racional remite explícitamente al pectoral del sumo sacerdote del Antiguo Testamento, descrito en el libro del Éxodo (Ex 28,15-30). Aquel pectoral — llamado חֹשֶׁן הַמִּשְׁפָּט (ḥōšen ha-mišpāṭ), “pectorál del juicio” — llevaba doce piedras preciosas, símbolo de las doce tribus de Israel, y era signo de la responsabilidad sacerdotal de llevar al pueblo delante de Dios.
El cristianismo naciente, como hizo con muchos elementos del mundo antiguo, no rechazó símbolos preexistentes, sino que los asumió y los transfiguró. La liturgia cristiana no nace en un vacío cultural: se inserta en la historia, asume formas, lenguajes y símbolos — también procedentes del mundo pagano o judío — y los reconduce a Cristo. En esta perspectiva, el racional no es un ornamento decorativo, sino un signo teológico: remite al ministerio de la responsabilidad, del discernimiento y del juicio ejercidos no en nombre propio, sino ante Dios y para el bien del pueblo.
Conviene también decirlo con claridad, aun a costa de desilusionar algún entusiasmo ingenuo: muchos paramentos litúrgicos cristianos proceden de vestimentas civiles, honoríficas o religiosas precristianas. La casulla deriva de la paenula romana, la dalmática de una prenda de origen oriental y la estola de signos de distinción civil. Esto nunca ha representado un problema para la Iglesia.
La liturgia nunca ha sido una “reconstrucción arqueológica” de una época pura e incontaminada. Ha sido siempre, em vez de, una obra de inculturación y transfiguración. Lo que cambia no es la forma exterior en sí misma, sino el significado que la Iglesia le atribuye. El racional se sitúa también en esta línea: no como residuo de un pasado idealizado, sino como un signo que tuvo sentido en determinados contextos eclesiales y que hoy conserva sobre todo un valor histórico y simbólico, no normativo.
Desde el punto de vista estrictamente litúrgico, el racional nunca ha sido un paramento de uso ordinario ni universal. Su utilización ha estado siempre vinculada a concesiones particulares, tradiciones locales o privilegios específicos, nunca a una prescripción general de la Iglesia latina. Este dato es fundamental para evitar un error recurrente: confundir lo que resulta simbólicamente sugestivo con lo que es teológicamente necesario. La liturgia no crece por acumulación de elementos exteriores, sino por claridad del signo y fidelidad a su función primaria: hacer visible la acción salvífica de Cristo.
Cuando el racional — como otros paramentos raros o en desuso — es asumido como estandarte identitario por ciertas formas de esteticismo o como prueba de una presunta superioridad litúrgica, se incurre en un malentendido profundo. La liturgia no es un museo ni un escenario. Es acción de la Iglesia, no autorrepresentación de un gusto. Conocer la historia de los paramentos, su desarrollo y su significado auténtico no empobrece la liturgia: la libera de lecturas ideológicas y la devuelve a su verdad más profunda.
O racional, portanto, no es un fetiche litúrgico ni un símbolo de una edad de oro perdida. Es un signo histórico, teológico y simbólico que habla de responsabilidad, discernimiento y servicio. Comprendido en su contexto, enriquece la comprensión de la liturgia; aislado y absolutizado, la empobrece. La verdadera tradición no consiste en multiplicar ornamentos, sino en custodiar el sentido. Y el sentido de la liturgia, ayer como hoy, no es la estética, sino Cristo.
Florença, 26 Janeiro 2026
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