Negare l’esistenza della donna significa negare l’esistenza stessa dell’uomo

 — gli specialisti ospiti de L’Isola di Patmos —

NEGARE L’ESISTENZA DELLA DONNA SIGNIFICA NEGARE L’ESISTENZA STESSA DELL’UOMO

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I motivi, spesso deputati alla sfrenata voglia egoistica di una forma malata di possesso da parte del maschio, non possono esistere, è più facile parlare di cause, che tra le altre sono di estrema decadenza antropologica e intellettuale di una società priva di qualsiasi forma di pietas e etica cristiana. Tale società è basata sul consumismo sfrenato, non in evoluzione, ma appare immobile e congelata nella sterilità dei valori e nell’accrescimento di una banale apparenza fisica […]

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Autore
Licia Oddo *

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donna coperta dal burqa

La comunità è una aggregazione di consociati che stabiliscono delle regole di convivenza per il quieto vivere. È noto come all’interno di essa, che sia di uomini o di animali, già ampiamente sperimentato a suo tempo, e più volte, anche con famigliole di topi, i ricercatori si sono accorti che con il passare del tempo questi ultimi, pur essendo animali, sviluppavano veri e propri sistemi di gerarchia: distinzione tra sesso e ruoli da ricoprire, con assoluta prevaricazione di un vero e proprio “Capo” su un altro. Deputate al ruolo della sola prolificazione e assistenza alimentare, sono le femmine manifestando comunque nel complesso vere e proprie abitudini umane. Anche per questo motivo, i topi, sono preziosi animali usati per gli esperimenti da laboratorio. E la gratitudine verso di loro è tanta e tale che nella città siberiana di Novosibìrsk è stato eretto il monumento commemorativo al topo da laboratorio.

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Presupposto della comunità umana, da millenni ― che evidentemente non differisce poi così tanto da quella di certe specie animali ―, è stata la formazione di scale gerarchiche con un proprio ruolo, per raggiungere, a differenza della classe animale, la formazione di una vera società, con sistemi di diritto e convivenza, seppur stratificata, si aggiunga, civile, che ha dato luogo alla cultura e al progresso, nello sviluppo della civitas, quindi nel rispetto dell’identità del soggetto in generale, di qualsiasi sesso, e che a tal proposito non è una res come intendeva la società romana, ovvero l’ultimo strato infimo della popolazione, ma che gode di uguali diritti e doveri senza distinzione alcuna.

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Se di ruoli, poi, si vuole discutere, la donna come genere ritenuto anche erroneamente più fragile e debole, in generale, nella società civile, è stata protagonista di un lungo e vastissimo percorso di vera e propria emancipazione, nonché riscatto etico e sociale, raggiungendo l’equiparazione in tutto o quasi all’uomo. Dalla conduzione del “focolaio domestico”, alla crescita della prole, alle mansioni lavorative, sino ad arrivare tutt’oggi alla copertura di ruoli politici internazionali di chiara levatura e di altissimo livello. La donna si è “imposta” con spirito di abnegazione e determinazione nella società civile. E qui, basterebbe solo ricordare per inciso che il primo presidente del Parlamento Europeo fu una grande figura femminile, Madama Simone Veil.

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Purtuttavia, l’epiteto di fragile, che è indice del sesso più debole, le è rimasto incollato addosso quasi come un tatuaggio, per ricordare all’uomo ― o magari in questo senso, meglio usare il termine maschio ― che può agire spavaldamente e sovente in suo danno con la massima prevaricazione, abusando e perpetrando violenze contro di essa.

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Se la società orientale, ben strutturata nelle leggi e nella cultura fondata sul culto islamico nell’attuazione più rigida e restrittiva della Sharia, confina la donna a una posizione di inferiorità, rispetto a quella occidentale, scaturendo nella minoranza etnica talebana che la priva di qualsiasi diritto soggettivo, e che ha ultimamente assunto il controllo di un intero Stato, l’Afghanistan, non si dimentichi che l’Oriente non è da meno, vuoi a seguito del fallimento della propria cultura, vuoi all’eccessiva libertà di movimento, compie efferati delitti di vero e proprio femminicidio, senza per questo obbedire a nessuna Autorità talebana, ma solo allo sconsiderato senso egoistico criminale di alcuni uomini.

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L’arte intesa come riflesso più immediato della società, come sempre è strumento di comunicazione per eccellenza e ci invita a scoprire ciò che l’interpretazione dei tempi ha trasmesso in merito a quanto testé scritto. Dalla comparsa passiva della presenza femminile sulle tele di maestri di varie epoche, sino a quella attiva di artiste che hanno saputo trasmettere il proprio messaggio anche identitario fortunoso o sventurato, tramite le opere di loro fattura. Amata, idolatrata come una venere detentrice di bellezza, come una dea dalla prosperosa fertilità procreatrice; dall’essenza spirituale a quella sensuale e ammaliatrice, dolcezza e tentazione, virtuosità e generosità, altruismo e solidarietà, protezione e apprensione (…) spinta e motore del mondo. Ricolme ne sono le Pinacoteche del soggetto femminile immortalato sulla tela o le Gliptoteche che la rappresentano come l’esponente più saggio o sensuale del Corteo Olimpico, successivamente tramandato al repertorio cristiano come la Vergine, Madre di Cristo, e come la figura più emblematica della santità o ancora come una nobildonna distinta o come semplice popolana umile e dignitosa.

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La storia dell’arte ci ha sempre raccontato l’universo femminile quale massima ispirazione per l’artista, sin dai tempi più remoti trasmettendoci l’interpretazione e il ruolo che la donna ha assunto attraverso i secoli. La funzione sociale dell’arte, oggi più che mai, non tradisce la sua missione divulgativa di realizzare opere di qualsivoglia tecnica puntualmente deputate a modalità di reportage iconografico piuttosto che testuale cronacistico a informare e siglare ciò che il mondo vive e respira.

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Quanti aggettivi potrebbero definire la donna che già non abbia fatto il repertorio di storia dell’arte di tutte le culture dai secoli ad oggi? Non sono di parte. Ma non posso fare a meno di considerare alcuni terrificanti aspetti del grave plagio e delitto che affligge la nostra società civile occidentale e orientale ancora nel millennio della velocità telematica, in cui tutto è alla velocità della luce come un crimine all’intera umanità?! Se infatti sono proprio i media a informarci dei disastri perpetrati in oriente a donne e bambini, nella esecuzione di una fanatica e rigida intolleranza e sottomissione a una fede, creata dalla cecità stessa dell’uomo, di una squallida inenarrabile, indescrivibile “comunità” che non ha sviluppato nessun criterio o regola, che possa apparire con l’appellativo di società, per non parlare dell’attribuito di civile, quale è quella talebana; può ancora insistere una comunità sulla terra che non considera la donna come semplicemente Essere? Figurarsi riconoscerle un ruolo!

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Nasconderla totalmente da un mantello e dal cosiddetto burqa a volere mortificarne il corpo e qualsiasi fattezza materiale ed espressiva di un volto, interamente oscurato, significa negarne infatti la sua stessa esistenza. Ma è altresì palese che negare l’esistenza della donna significa negare l’esistenza stessa dell’uomo. Questi individui si rendono conto nella loro utopica schizofrenia criminale che senza una donna nessun “essere” nefando come loro sarebbe mai venuto al mondo anche per esercitare un tale crimine? D’altro canto e parallelamente a questa sorta di genocidio aberrante, si consuma in occidente, anche se con effetto stillicidio, un perpetuo e altrettanto vergognoso crimine di negazione assoluta della sua esistenza mediante il  femminicidio con cadenza quasi mensile operato da quella che invece definiamo società civile. È la stessa società civile che consuma e abusa in modo altrettanto spietato l’efferatezza di questi crimini attraverso il mezzo dei media che li diffonde, mediante dei veri format con tanto di indagini e ricostruzioni, dando in pasto al pubblico un “cinema del terrore” con tanto di ospiti opinionisti che dicono “la loro” nell’accrescimento di uno spettacolo dell’orrore. 

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I motivi, spesso deputati alla sfrenata voglia egoistica di una forma malata di possesso da parte del maschio, non possono esistere, è più facile parlare di cause, che tra le altre sono di estrema decadenza antropologica e intellettuale di una società priva di qualsiasi forma di pietas e etica cristiana. Tale società è basata sul consumismo sfrenato, non in evoluzione, ma appare immobile e congelata nella sterilità dei valori e nell’accrescimento di una banale apparenza fisica, superficiale, così come gli stessi interpreti (artisti) del nostro tempo ci comunicano attraverso le loro opere, vanno a sostituire la Grande bellezza della natura, dell’anima e del cuore, ricordandoci che la società si avvia verso un completo e assoluto declino.

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Siracusa, 14 novembre 2021

 

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* Storico e critico d’arte. Già segnalatrice critica del Catalogo dell’arte moderna (C.A.M.) Editoriale Giorgio Mondadori – Cairo

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per l’approfondimento del tema rimando all’opera di Ariel S. Levi di Gualdo L’Aspirina dell’Islam moderato

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