gratias Leonardi: Arianesimo, vetus et nunc temptationem

OPERA Leonardi:

ARIANESIMO, UNA TENTAZIONE ANTICA

E PRESENTE

[…] theologi pullos refert Leonardus Grazzi gesta in hoc opere ad Arianam, alle definizioni dogmatiche del Concilio di Nicea ed al ruolo che nella disputa teologica precedente va riconosciuto a sant’Atanasio, procedendo con la necessaria perspicacia critica e con un sicuro discernimento di fede cattolica, senza confusioni tra teologia e Magistero, tra i carismi personali e il carisma istituzionale che assicura alla Chiesa la sua indefettibilità attraverso la infallibilitas in docendo.

Author: Antonio Livi
auctor
Antonio Livi

 

cover - gratias Leonardi - Arianesimo
Il libro di Leonardo Grazzi, edito nella collana teologica Fides Quaerens Intellectum delle Edizioni Bonanno

Le cosiddette discipline ausiliarie della teologia — la logica, la metafisica, la filologia, l’ermeneutica, la psicologia, la sociologia, la storiografia, l’archeologia —, come ogni altra scienza ausiliaria della teologia, la storiografia praticata dai teologi o da essi utilizzata — mi riferisco agli studi di storia della Chiesa, storia dei concili ecumenici, storia dei dogmi, storia della liturgia eccetera — rappresenta un sapere autenticamente scientifico solo se rispetta lo statuto epistemologico della teologia, intesa in senso proprio, id quod “scienza della rivelazione” (1). Ove questa omogeneità epistemologica non venga garantita dalla competenza scientifica del ricercatore, quelle cosiddettescienze ausiliarenon sono più strumenti efficaci al servizio della teologia: sono invece strumenti — purtroppo, efficaci — al servizio di sistemi di pensiero — filosofie o ideologie — sostanzialmente anti-teologici, nel senso che minano le fondamenta stesse della vera teologia.

Siccome l’argomento di base, la materia stessa dell’ indagine, è il Verbo Incarnato e la sua Chiesa — secondo la felice espressione del cardinale svizzero Charles Journet (2), autore del monumentale trattato su L’Église du Verbe Incarné —, essa richiede, per essere presa per quello che realmente è, la fede nella divina rivelazione, la quale ci permettere di conoscere i misteri soprannaturali, incipiens cum Mysterio praecipuus, quod est Verbum caro factum, pressius, il quale è presente nella storia mediante la sua Chiesa — il Vangelo, sacramenta, il potere delle chiavi” —. ogni intelligenza deve prendere posizione mai elementi di disgregazione della coerenza materiale della stessa.

Un esempio è la ricerca storica che negli ultimi cinquant’anni ha occupato centinaia di studiosi per ricostruire lastoria del Vaticano II”. Quando questa ricerca è stata condotta con criterio estranei alla teologia — ad esempio, riconducendo tutto il significato e il valore dei documenti conciliari all’esito dei conflitti interni all’episcopato e alla Curia romana, o enfatizzando il ruolo dei teologi che parteciparono ai lavori conciliari come periti — essa ha prodotto, non un incremento delle possibilità di comprensione scientifica del dogma, ma una perdita del criterio fondamentale della fede nella divina rivelazione (3). in facto,, il criterio di base della teologia è che il dogma esprime infallibilmente la verità rivelata — è l’unica garanzia data ai fedeli per conoscere con assoluta certezza che cosa Dio ha realmente detto agli uomini per la loro salvezza —, qualunque sia il suo linguaggio tecnico o le altre forme espressive che il magistero ecclesiastico abbia voluto utilizzare, e soprattutto qualunque sia stata la genesi della sua formulazione, ossia gli interventi delle varie componenti dell’organizzazione ecclesiastica intervenute nell’elaborazione dei testi, prima e durante lo svolgimento di un concilio ecumenico, oppure prima della promulgazione di un dogma “cum ex cathedra”.

Se l’indagine storiografica ritiene essenziale — non accidentale, come in realtà va considerato — il ruolo di queste componenti ecclesiastiche — vescovi e teologi —, allora il risultato è la perdita del significato stesso del dogma, che per lavera teologiaè una formulazione infallibile della verità rivelata, non per la sua qualità umana — scientifica o retorica — ma solo e sempre per il carisma dell’infallibilità: l’unico motivo per cui il dogma èregola della fede”.

Molti studiosi che si occupano delle scienze ausiliarie della teologia, a cominciare dai biblisti, ignorano questo criterio e finiscono per proporre allascienza della rivelazione”, come materiale che dovrebbe servire all’interpretazione scientifica del dogma, un materiale che esprime solo quello che con il dogma non ha nulla a che vedere, ossia le ipotesi — umane — circa l’intervento di agenti — umani — nella redazione dei testi biblici; vedi ad esempio le tesi insensate proposte da alcun i biblisti in un fascicolo recente della rivista dei Passionisti, La sapienza della Croce, sotto il titolo “Esegesi scientifica ed esegesi teologica per una teo-logia dalla Croce” (January 2012). Le tesi che ho definitoinsensatesono facilmente intuibili nel titolo che ho riportato: si suppone che “a” nuova teologia sia quella “Vera”, usando — secondo il vezzo heideggeriano — il trattinoteo-logia”, mentre la teologia “traditum” resterebbe fuori del Mistero perché vittima della sua pretesa di essere “scientific”…

gratias Leonardi
l’autore dell’opera: gratias Leonardi

Ben altrimenti la vera teologia utilizza i dati storiografici relativi allo sviluppo omogeneo del dogma distinguendo opportunamente, negli eventi storici, il risultato delle iniziative pastorali e disciplinari della sacra Gerarchia — che hanno come suprema e definitiva espressione le “formule dogmatiche” — dalla dialettica delle opinioni teologiche che precedono, accompagnano e seguono tale risultato: cum, in facto,, nelle formule dogmatiche la vera teologia vede quell’elemento soprannaturale che è ciò che unicamente conta — il “dato” di fede, ossia ciò che viene proposto dalla Chiesa ai fedeli come de fide divina et catholica in quanto verità rivelata da Dio —, nella dialettica delle opinioni teologiche la vera teologia vede soltanto la fallibile e sempre ipotetica cooperazione della scienza umana — la fides quaerens intellectum —, sia pure massimamente dalla migliore intenzione di servizio alla verità rivelata, anzi talvolta garantita proprio dalla santità personale che la Chiesa può anche infallibilmente riconoscere successivamente — post mortem — con la canonizzazione di quel teologo. E anche questo è un dato storiografico che la vera teologia deve saper utilizzare opportunamente, interpretandolo come una conferma storica di un principio dogmatico metastorico, ossia la funzione ecclesiale del teologo, le cui opinioni, qualora siano perfettamente compatibili con ciò che già è stato definito nelle formule dogmatiche, possono servire per preparare nuove e più esplicite formulazioni del dogma.

Questo modo di utilizzare i dati storiografici risulta evidente nelle opere dei grandi teologi dell’età contemporanea, come ad esempio il classico trattato di Réginald Garrigou-Lagrange su Le Sens commun, la philosophie de l’être et les formules dogmatiques, quod 1909, recentemente riproposto all’attenzione degli studiosi italiani in una nuova traduzione attualizzata e corredata di note storico-dottrinali (4).

Di questi criteri è certamente persuaso il giovane teologo Leonardo Grazzi, fiorentino di nascita naturalizzato a Poggibonsi, autore del saggio storiografico che qui presento. La narrazione delle vicende legate all’eresia ariana, alle definizioni dogmatiche del Concilio di Nicea e al ruolo che nella disputa teologica precedente va riconosciuto a sant’Atanasio, è condotta dall’ Autore con la necessaria perspicacia critica e con un sicuro discernimento di fede cattolica, senza confusioni tra teologia e Magistero, tra i carismi personali e il carisma istituzionale che assicura alla Chiesa la sua indefettibilità attraverso la infallibilitas in docendo.

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NOTA

(1) View, per quanto riguarda questo modo di intendere la teologia, il mio trattato su Vera e falsa teologia. Quid distinguere illius germanae «scientia fidei 'quod aequivoca' religiosis philosophiae", Casa Editrice Vaticana Leonardus Vincius, Roma 2012.
(2) Ginevra 26 January 1891, Friburgo 15 January 1975. Fu docente di teologia dogmatica al seminario diocesano di Friburgo (1924); fondatore e direttore della rivista Nova et Vetera (1926). È autore di molte pubblicazioni tra le quali: L’Église du verbe incarné (3 voll., 1941) e La primauté de St. Pierre (1953). Partecipò ai lavori preparatori del Concilio Vaticano II e fu elevato da Paolo VI alla dignità cardinalizia nel 1965.
(3) Gli studi storici sullo svolgimento del Vaticano II condotti in Italia da Giuseppe Alberigo e da altri esponenti della “scuola di Bologna” hanno infatti avuto come risultato l’elaborazione e la diffusione mediatica di apparenti giustificazioni scientifiche (in hoc casu,, storiografiche) a sostegno di quella illegittima e infondata interpretazione dell’evento conciliare cui Benedetto XVI ha dato il nome di «falsa ermeneutica della rottura»; cfr Storia del concilio Vaticano II, a cura di Alberto Melloni, 5 voll., Il Mulino, Bologna 1999. Contro questa mistificazione dell’autentica ricerca teologica hanno scritto importanti saggi critici, inter alios, i teologi Brunero Gherardini, Agostino Marchetto e Serafino Lanzetta; sul versante storiografico sono invece intervenuto Roberto De Mattei (cfr Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau edition, Torino 2010) e più recentemente Stefano Fontana (Il Concilio restituito alla Chiesa. Dieci domande sul Vaticano II, La Fontana di Siloe, Torino 2013).
(4) Cfr Réginald Garrigou-Lagrange, Il senso comune, la filosofia dell’essere e le formule dogmatiche, trad. quod. e commento storico-dottrinale di Antonio Livi e Mario Padovano, Casa Editrice Vaticana Leonardus Vincius, Roma 2013.

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