Pagare di tasca propria per lavorare gratis è un privilegio che solo pochi “eletti” possono permettersi
/in Attualità/da Padre ArielPAGARE DI TASCA PROPRIA PER LAVORARE GRATIS È UN PRIVILEGIO CHE SOLO POCHI “ELETTI” POSSONO PERMETTERSI
Nella sua opera De rerum natura Tito Lucrezio Caro rivolge una critica alla religione indicandola come fonte che genera paura, superstizione e sofferenza, impedendo all’uomo di giungere alla vera felicità, od a quella conoscenza della verità — come afferma il Beato Apostolo Giovanni — che ci renderà liberi. Concetto al quale si rifarà Karl Marx con il celebre aforisma «la religione è l’oppio dei popoli». Avevano ragione tutti e due, Tito Lucrezio Caro e Karl Marx …
— Attualità —
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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Duole lasciarsi andare alle geremiadi, specie quando si è consapevoli che non servono a niente, solo a manifestare comprensibile disagio fine a se stesso.

Nell’ottobre del 2024 questa nostra rivista ha compiuto 10 anni di attività, nel corso dei quali ha offerto servizi che possono essere più o meno condivisibili per contenuti e impostazioni, ma di indubbia qualità, cosa riconosciuta persino dai nostri avversari e da coloro che non la pensano come noi.
In un mondo cattolico sempre più devastato dal fideismo, da forme di millenarismo dal sapore esoterico, inquinato al presente da tutte le vecchie eresie di ritorno, i Padri de L’Isola di Patmos hanno sempre offerto un servizio improntato sul più aderente ossequio al deposito della fede, alla dottrina e al magistero della Chiesa, combattendo all’occorrenza pericolose derive e recuperando nel corso degli anni non poche persone che si erano smarrite al seguito di vari ciarlatani che oggi abbondano a dismisura, specie grazie ai social media.
Pochi mesi fa si è concluso un complesso pontificato reso complicato da un contesto geopolitico mondiale delicatissimo, il giudizio sul quale spetterà alla storia, che potrà darlo solo in futuro, forse anche tra molti anni. Un pontificato nel corso del quale diverse persone, già di per sé immature e fragili nella fede, sono andate totalmente fuori strada mettendosi in marcia dietro preti usciti fuori equilibrio, finiti sospesi a divinis, scomunicati o persino dimessi dallo stato clericale, seguiti, a loro volta, da laici senza arte né parte che si sono improvvisati ecclesiologi, canonisti e teologi in stuzzicante salsa complottistica alla Dan Brown de noartri. La nostra ultradecennale missione pastorale su L’Isola di Patmos si è incentrate principalmente sul richiamo all’unità con Pietro e sotto Pietro, a prescindere dagli evidenti difetti dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, senza dimenticare che sotto vari aspetti, quel rozzo pescatore galileo scelto da Cristo in persona, non eletto da un conclave di cardinali, a suo tempo si rivelò molto peggiore di tanti pontefici problematici della storia, sia sul piano pastorale che su quello dottrinale, basti pensare a quando giurando e imprecando rinnegò Cristo (cfr. Mt 26, 69-75) o quando ad Antiochia fu redarguito da Paolo su questioni legate alla dottrina della fede (cfr. Gal 2, 11-21)
Premesso che nella vita nulla è dovuto, che tutto va meritato e che tutto è una grazia, va detto però che la mancanza di generosità da parte delle persone — a partire dalle non poche alle quali abbiamo fatto del bene —, induce a prendere atto che l’opera pastorale portata avanti dal 2014 da un gruppo di sacerdoti e teologi forse non merita di essere sostenuta. Per questo suscitano in noi particolare amarezza — ed è difficile negare il nostro sacerdotale disagio in tal senso — le numerose persone che i Padri de L’Isola di Patmos hanno aiutato e sostenuto nel corso degli anni, sanando le loro ferite doloranti dopo che erano state ingannate da “santoni”, “santuzze” e “veggenti”, dinanzi ai quali non esitarono ad aprire i loro portafogli come fossero fisarmoniche, gli stessi che sono rimasti invece chiusi ermeticamente dinanzi alla nostra opera alla quale non hanno mai versato un euro.
C’è poco da stupirsi, sappiamo com’è solito agire quello che una volta si chiamava popolino, già lo sapeva Giovanni Boccaccio quando nel lontano XIV secolo immortalò nel Decameron la paradigmatica Novella 10 dedicata a Frate Cipolla. Basta inebriarlo, il popolino, con la garanzia del vero “segreto” di Fatima finalmente svelato dopo essere stato tenuto nascosto dalla Chiesa bugiarda e mentitrice; oppure ubriacarlo con i “dieci segreti” che una Gospa logorroica e ripetitiva, ormai affetta da evidente demenza senile, avrebbe dato a un gruppo di scaltri zingari bosniaci che grazie a questa grande truffa del Novecento si sono fatti le budella d’oro; oppure drogarlo con qualche madonna che batte i piedi come una narcisista isterica mandando a dire da qualche altro visionario fulminato che vuole essere proclamata a tutti i costi corredentrice e che smercia anch’essa “segreti” in giro per la orbe terracquea, in attesa del magico e definitivo trionfo del suo cuore immacolato. Ebbene sì, diamo questi generi di oppiacei al popolino ed ecco aprirsi come per magico incanto i portafogli. Così avveniva nella Certaldo boccaccesca del XIV secolo così avviene oggi nel Terzo Millennio.
Nella sua opera De rerum natura Tito Lucrezio Caro rivolge una critica alla religione indicandola come fonte che genera paura, superstizione e sofferenza, impedendo all’uomo di giungere alla vera felicità, od a quella conoscenza della verità — come afferma il Beato Apostolo Giovanni — che ci renderà liberi (cfr. Gv 8, 32). Concetto al quale si rifarà Karl Marx con il celebre aforisma «la religione è l’oppio dei popoli». Avevano ragione tutti e due, Tito Lucrezio Caro e Karl Marx, sbagliavano però sia il concetto che il termine confondendo la fede con il fideismo dei beoti al seguito di Frate Cipolla, che nulla hanno da spartire con la purezza della fede, da loro vilipesa e trasformata in parodia grottesca tra madonne parlanti, madonne piangenti, segreti rivelati, profezie catastrofiche e via dicendo a seguire.
Siamo arrivati alla conclusione, triste ma realistica, che in fondo questa gente si merita i vari Frate Cipolla capaci a suscitare in loro pruriti morbosi, facendogli uscire fuori soldi come gli incantatori fanno uscire il serpente dalla cesta al suono dell’ipnotico pungi.
Il paradosso è che L’Isola di Patmos non è un fallimento, tutt’altro: è un successo straordinario e a tratti incredibile. La mole di visite è pari a una media di oltre tre milioni al mese, l’anno 2024 si è chiuso con quasi quaranta milioni di visite totalizzate. Presto detto: se solo lo 0,1% di questi visitatori ci avesse donato un euro, le spese di gestione sarebbero totalmente coperte e ne avremo persino d’avanzo per qualche opera di carità.
Chiunque s’intenda solo un po’ di certi aspetti tecnici, con pochi colpi d’occhio coglie immediatamente la qualità del sito che ospita la nostra rivista, a partire dalla grafica. Offrire la versione stampabile degli articoli, la audio-lettura, spesso anche la traduzione degli stessi in tre lingue, comporta un lavoro redazionale notevole, tutto svolto dai Padri a titolo puramente gratuito. Certo, fa specie che nel corso di un anno solare non si riesca a raccogliere neppure la metà del necessario per il pagamento delle spese vive di gestione e che puntualmente si debba provvedere di tasca nostra al sopraggiungere delle scadenze di pagamento. Perché impiegare le proprie personali risorse per avere il raro privilegio di lavorare gratis per le persone che prendono e non danno, o che dopo avere dato agli scaltri incantatori di serpenti, una volta finito il suono del piffero e con esso l’effetto ipnotico vengono a piangere da noi per essere aiutate e sostenute, è davvero una gran soddisfazione, anzi: è proprio un privilegio, lavorare gratis et amor Dei per queste persone! Ma siamo preti e per quanto tanta sarebbe la voglia, mettere queste persone alla porta, come meriterebbero, è contro la nostra natura ontologica sacerdotale.
L’Isola di Patmos sta concludendo il proprio undicesimo anno di attività senza mai avere conosciuto flessioni ma solo un continuo incremento, lo prova l’alto numero di visite che a partire dal 2016 ci ha obbligati a spostare il sito su un server-dedicato, che costituisce la maggior voce di spesa annuale seguita dalle altre spese per i vari abbonamenti quali l’acquisto dei programmi grafici, audio, video, sistemi di sicurezza… Insomma, stiamo parlando di qualche cosa che funziona e che funziona anche molto bene, ma che non dispone dei mezzi di sussistenza. Per questo abbiamo deciso di darci un altro anno di tempo: se a settembre del 2026 non avremo raccolto tutto il necessario per sostenere le spese del successivo anno 2027, o se non troveremo un ente pubblico o privato disposto a finanziarci, concluderemo la nostra felice e proficua esperienza di apostolato chiudendo la rivista L’Isola di Patmos, conservando sempre il ricordo indelebile di questa esperienza bellissima vissuta nell’unione cattolica d’intenti in piena comunione tra un gruppo di sacerdoti che hanno cercato di testimoniare il Cristo vivo e vero. Come però insegna il Beato Apostolo Paolo nella sua epistola al discepolo Timoteo:
«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del Vangelo, adempi il tuo ministero» (II Tm 4, 1-4).
E quel giorno oggi è venuto, purtroppo, riteniamo di averne fatto triste spesa anche noi. Però, anche in questo caso, il Santo Vangelo ci insegna:
«Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi».
Dall’Isola di Patmos 31 agosto 2025
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I Padri dell’Isola di Patmos
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Riscoprire la filosofia della cura: dall’accudimento alla persona al prendersi cura delle possibilità
/in Attualità/da Padre IvanoCarlo Acutis, l’Eucarestia. A volte avere grilli per la testa è sterile e pericoloso
/in Attualità/da Padre GabrieleCARLO ACUTIS, L’EUCARESTIA. A VOLTE AVERE GRILLI PER LA TESTA È STERILE E PERICOLOSO
Abbiamo ascoltato parole profetiche, che non sono solo indirizzate ai professionisti dell’informazione, ma a ciascuno di noi. Perché tutti, oggi, comunichiamo. Lo facciamo in famiglia, al lavoro, sui social, nelle comunità. E ogni parola, ogni immagine, ogni silenzio… è un frammento di cultura, è una scelta di pace o di conflitto. Il Papa ci ha detto che «la pace comincia da come guardiamo, ascoltiamo, parliamo degli altri».

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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La canonizzazione di nuovi santi è sempre un momento di dono per la Chiesa. Per nuove figure che sono modello ed intercessione per noi che rimaniamo. Anche per soffermarci su alcuni temi che quegli stessi santi hanno approfondito e vissuto nella loro vita.

Papa Leone, confermando il cammino svolto finora da Papa Francesco, ha confermato la canonizzazione di due santi: Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati per il prossimo 7 settembre. Se dunque innanzi alle nuove canonizzazioni, un minimo di dibattito e di riflessione sono sempre comprensibili, ed anzi auspicabili anche in una linea più teologico speculativa, alcune esasperazioni sui presupposti teologici e dottrinali degli stessi santi può risultare pericoloso e sterile se non addirittura stucchevole.
L’impressione che, mi sembra, ci sia dietro alcuni scritti recenti non sia quella di valorizzare un’opera di un santo, che se come noto, per fede, in sé stesso non ci è ovviamente chiesto di accogliere come quarta persona della Trinità, però non ci è neanche chiesto di usarlo come grimaldello per smontare una visione classica della teologia eucaristica. È il caso di un recente articolo del Prof. Andrea Grillo sulla teologia Eucaristica di Carlo Acutis. Articolo che non ci sembra cogliere a pieno le potenzialità del santo. Vediamo ora di comprenderlo un passo alla volta. Innanzitutto, focalizziamoci su Carlo Acutis.
CARLO ACUTIS: UN SANTO DELL’INTERNET OF THINGS[1]
Carlo Acutis, nato a Londra nel 1991 e trasferitosi a Milano poco dopo, è una figura venerata dalla Chiesa Cattolica, noto per la sua precoce e profonda fede. La sua biografia rivela una vita breve ma intensa, caratterizzata da una straordinaria devozione e un talento eccezionale per l’informatica, che mise al servizio della sua spiritualità. Fin da bambino, Acutis manifestò una notevole inclinazione verso la fede. Questa sua devozione innata lo portava a desiderare ardentemente di ricevere la Prima Comunione, che gli fu concessa in anticipo, all’età di sette anni. Da quel momento, la Messa quotidiana, l’adorazione eucaristica e il rosario divennero pilastri della sua giornata. Frequentò le scuole dalle Suore Marcelline e successivamente l’Istituto Leone XIII, distinguendosi come uno studente brillante e socievole. Parallelamente ai suoi studi, Acutis sviluppò una notevole passione per l’informatica, diventando autodidatta e guadagnandosi l’appellativo di “genio dell’informatica”. Questa abilità non fu per lui un mero hobby, ma uno strumento di evangelizzazione. A soli quattordici anni, creò un sito web dedicato alla catalogazione dei miracoli eucaristici riconosciuti dalla Chiesa, un’opera che divenne uno strumento di evangelizzazione a livello mondiale, attirando l’attenzione di numerosi fedeli. Il suo obiettivo era far conoscere la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, diffondendo la fede attraverso le nuove tecnologie.
Nonostante la sua profonda spiritualità, Acutis era un adolescente come tanti, che amava giocare a calcio, dedicarsi ai videogiochi e stare con gli amici. La sua carità era un tratto distintivo: utilizzava i suoi risparmi per aiutare i senzatetto e dedicava il suo tempo come volontario nelle mense per i poveri. Era anche un punto di riferimento per i suoi compagni di scuola, aiutandoli nello studio e offrendo supporto a chi affrontava bullismo o difficoltà familiari.
Nell’ottobre del 2006, la vita di Acutis fu bruscamente interrotta da una diagnosi di leucemia fulminante. Affrontò la malattia con una serenità sorprendente, offrendo le sue sofferenze per il Papa e per la Chiesa. Morì il 12 ottobre 2006, all’età di 15 anni. La sua fama di santità si diffuse rapidamente, portando all’apertura del suo processo di beatificazione nel 2013. Papa Francesco lo dichiarò Venerabile nel 2018 e nel 2020 riconobbe un miracolo a lui attribuito, aprendo la strada alla sua beatificazione, avvenuta il 10 ottobre 2020 ad Assisi. Il suo corpo è conservato ed esposto alla venerazione ad Assisi.
Carlo Acutis è oggi considerato un modello di santità per i giovani nell’era digitale, spesso chiamato «l’influencer di Dio» o «il cyber-apostolo dell’Eucaristia», per la sua capacità di unire fede e tecnologia.
Essendo personalmente legato all’apostolato di predicazione digitale, ritengo che per questa propensione alla divulgazione della fede in internet sia uno dei punti di luce, in cui tutti i giovani possano prendere modello ed ispirazione, per diventare dei «cyber predicatori digitali», senza per questo diventare bigotti o estremisti.
UNA SCHERMAGLIA ECCESSIVA
Il Professor Andrea Grillo, nel suo articolo Il giovane Carlo Acutis e la maleducazione eucaristica [2], offre una disamina critica dell’interpretazione teologica dell’Eucaristia veicolata dalla figura del Beato Carlo Acutis, con particolare attenzione all’insistenza sui cosiddetti «miracoli eucaristici». Grillo si interroga su come Acutis, un «super-comunicatore», possa essere stato orientato verso una comprensione così «distorta» e «unilaterale» dell’Eucaristia, focalizzata sui «miracoli» anziché sul genuino valore ecclesiale del sacramento.
Il Professore esamina attentamente il sito ufficiale dell’Associazione Carlo Acutis, in particolare la sezione dedicata ai miracoli eucaristici, e analizza criticamente i testi introduttivi redatti dal Cardinale Angelo Comastri, da Monsignor Raffaello Martinelli e dal padre domenicano Roberto Coggi, che fu anche mio docente di filosofia della natura negli anni bolognesi della mia formazione. Grillo definisce questi testi «vecchi … pesanti … ossessivi», suggerendo che essi incarnino una «cattiva teologia» imposta ad Acutis da «cattivi maestri». Egli evidenzia incongruenze e visioni teologiche superate nelle loro scritture, come la prefazione difensiva del Cardinale Angelo Comastri, la giustificazione dei miracoli come “occasioni” per affrontare altri temi da parte di Monsignor Paolo Martinelli, e la comprensione antiquata delle parole della consacrazione di Padre Roberto Coggi. Il Professore sostiene che questa enfasi sui miracoli fisici distoglie l’attenzione dal «vero» e «”unico» miracolo eucaristico, che risiede nella comunione ecclesiale e nell’unità tra il corpo sacramentale e il corpo ecclesiale. La «maleducazione eucaristica», conclude Grillo, non è imputabile al giovane Carlo Acutis, quanto piuttosto agli adulti che hanno promosso queste interpretazioni sbilanciate, proponendo infine una “fissazione distorta sui miracoli eucaristici” come modello per i giovani.
AVERE GRILLI PER LA TESTA
Se da un lato concedo che l’eccessiva attenzione ai miracoli eucaristici «veicolato dagli adulti» in modo devozionalistico e quasi «eucaristolatrico» rischia di non far comprendere il vero senso dell’Adorazione in Gesù Cristo presente in corpo, sangue, anima e divinità e anche nell’Eucarestia quale comunione del nuovo popolo di Dio [3], ci sembra che il focus del professore non sia quello di smontare una falsa devozione eucaristica, ma, quanto al contrario, di minimizzare fino a quasi descrivere come obsoleta la concezione della presenza sostanziale di Cristo nelle specie eucaristiche. Sebbene questo non viene detto esplicitamente, il modus in rebus risulta eccessivo. Se davvero si voleva colpire solo una tendenza «eucaristolatrica», ritengo personalmente più giusto esaltare anche i passaggi di bontà dello stesso Acutis e del suo desiderio di far comunione in Cristo anche tramite internet. Saltando a più pari il riferimento al prossimo santo, ogni riferimento sembra proprio pensato per attaccare la dottrina della presenza reale, senza motivi dottrinalmente validi.
Per cui scherzosamente, rispetto alle posizioni del professore, scrivevo tempo fa che questa propensione ad usare Carlo Acutis come grimaldello per scardinare «i chiusi rimasti a concilio tridentino» o come un trampolino per saltare a piè pari tutta la bellezza della riflessione sulla contemplazione eucaristica, questa propensione è come avere grilli per la testa. Tre salti — in lungo, esagerati e fuori focus — di un grillo che penso vadano un po’ risistemati. Puntualmente adesso cercheremo di rispondere, documenti alla mano, alle posizioni del Professore.
Eucaristia «vecchia» e «fuori moda»? La verità sull’Eucaristia come presenza reale non ha età e non può essere “fuori moda” come probabilmente diventerà una coca cola zero fra quindici anni. La dottrina della Presenza Reale di Gesù nel Santissimo Sacramento è il cuore della nostra fede e un pilastro immutabile, non una «moda» passeggera. Il Concilio di Trento ha solennemente affermato che Cristo è «veramente, realmente e sostanzialmente» presente nell’Eucaristia [4]. Il Concilio Vaticano II, lungi dal negare questa verità, l’ha approfondita, esortandoci a una partecipazione più piena e consapevole al Sacrificio eucaristico [5] .Carlo Acutis, con la sua vita, ci ha semplicemente tentato di ricordarci la bellezza e la potenza di questa verità eterna, dimostrando che essa può infiammare il cuore di ogni generazione. Ha cercato di fare comunione digitale e virtuale a partire dalla comunione reale con Cristo Eucaristico. Se l’Eucaristia è davvero «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» [6] allora non è affatto inessenziale, ma il centro di tutto.
Miracoli Eucaristici vs. il «Vero Miracolo»? I miracoli eucaristici riconosciuti dalla Chiesa, pur non essendo «oggetto di fede» come i dogmi, possono essere un grande aiuto per la nostra fede. Monsignor Raffaello Martinelli, in uno dei testi che presenta la mostra di Carlo, spiega che possono «costituire un utile e fruttuoso aiuto alla nostra fede». Essi sono segni straordinari che Dio, nella Sua infinita sapienza, ci offre per rafforzare la nostra adesione al Mistero. San Tommaso d’Aquino stesso ha spiegato come nelle specie eucaristiche si esprimono sostanzialmente le proprietà della carne e del sangue, anche se tale proprietà ineriscono a Dio per un miracolo [7]. Questo richiamo è davvero necessario per noi che quelle proprietà non potemmo adorarle nel corpo glorioso di Cristo, perché nati secoli e millenni dopo la presenza del Verbo Incarnato sulla terra. Questi fenomeni non eliminano il vero miracolo della Transustanziazione, ma possono aiutare a sottolinearlo in modo visibile, guidando molti a una fede più profonda nella Presenza Reale. Carlo Acutis non ha «trascurato» il vero miracolo, ma ha usato questi segni per condurre altri al cuore di quel Mistero che per lui era «la mia autostrada per il Cielo».
“Maleducazione eucaristica” e «cattivi maestri»? Queste proposizioni del Professore ci sembrano poco prudente. Nessun articolo teologico autorizza a processare le intenzioni di altri teologi. Padre Roberto Coggi, Monsignor Paolo Martinelli e il Cardinale Angelo Comastri sembrano quasi descritti come dei cattivi maestri portatori di una teologia obsoleta e stantia, che, per come descritta, sembra quasi lontana dalla dottrina cattolica. Questo non ci sembra. Leggiamo insieme cosa ci dice la Chiesa. Le parole della consacrazione, come ci insegna il Catechismo (n. 1353), hanno il loro fulcro nelle parole di Cristo: «Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue…». Il Messale riformato nel 1970 ha ripreso questa formula traducendola dal latino: e infatti ha così provato le parole essenziali che operano il Sacramento rimangono quelle istituite dal Signore. Come tutto questo possa entrare nel novero della «maleducazione» o della «fantasia», o della cattiva maestria, mi sfugge completamente. Nessuno degli autori succitati, inoltre, ha mai negato l’importanza dell’Eucarestia come Comunione del Nuovo Popolo di Dio, e in particolare il padre Coggi, nel suo bel libro La Chiesa, frutto delle sue meditazioni a Radio Maria, scrive;
«La Chiesa non è presentata dal Concilio solo come il Corpo mistico di Cristo, ma anche come il nuovo Popolo di Dio. Anzi, si può dire che il Concilio ha sottolineato in modo particolare questo aspetto della Chiesa, che cioè la Chiesa è il Popolo di Dio. Lo dimostra il fatto che il Concilio dedica a questo argomento un intero capitolo fra gli otto di cui è costituita la Lumen Gentium. Infatti il secondo capitolo della costituzione dogmatica Lumen Gentium sulla Chiesa è intitolato: Il Popolo di Dio. Vedere la Chiesa come Popolo di Dio apre molte prospettive. Innanzitutto sottolinea la continuità del Nuovo Testamento con l’Antico Testamento: come Israele era il Popolo di Dio dell’Antica Alleanza, così la Chiesa è il Popolo di Dio della Nuova Alleanza. Inoltre sottolinea l’aspetto storico della Chiesa. Le denominazioni che abbiamo esaminato nelle passate trasmissioni, quando abbiamo detto che la Chiesa è il Regno di Dio, il Tempio di Dio, il Corpo mistico di Cristo, concentrano la nostra attenzione sul legame della Chiesa con Dio, con la Santissima Trinità, con Gesù risorto e glorioso, cioè sottolineano la dimensione eterna della Chiesa. Ma la Chiesa non ha soltanto questo aspetto, che in un certo senso la sottrae al mondo e alla storia. La Chiesa è anche inserita nella storia umana, la Chiesa cammina nel tempo. Dire che la Chiesa è il Popolo di Dio, il Popolo di Dio pellegrinante nella storia verso il traguardo dell’eternità – come l’antico Popolo di Israele peregrinava nel deserto verso la terra promessa -, dire questo è cogliere un aspetto essenziale della Chiesa» [8].
È davvero un passaggio splendido per comprendere anche la Chiesa come popolo di Dio. Insomma l’attenzione alla Presenza Reale non è disattenzione verso i fedeli: ma di un’attenzione al nucleo del Mistero che arriva ai fedeli. Accusare di «cattiva teologia» chi cerca di comunicare la centralità della Presenza Reale, anche attraverso la devozione popolare e i miracoli, significa non comprendere la pluralità e la ricchezza delle vie attraverso cui la fede viene trasmessa e vissuta.
CONCLUSIONI
Il futuro santo Carlo Acutis è un modello di santità proprio per la sua ardente fede eucaristica, un esempio luminoso per tutti noi e per i giovani. Una fede non devozionistica e ancorata a retaggi semipagani o protestanti. Quella di Acutis è una fede eucaristica che ci aiuta a ripetere l’azione del piccolo apostolo Giovanni nell’ultima cena. Egli cioè di fronte a Gesù appoggiò il suo capo sul petto di Gesù sul suo Sacro Cuore. E in quel «accoccolarsi» abbandonò tutto sé stesso a Dio. Così anche noi durante l’adorazione al Santissimo, possiamo appoggiare il nostro capo sul Suo Sacro Cuore. Abbandonare tutte le nostre ansie, tutte le nostre paure, e anche offrendo tutto quello che abbiamo a Lui. Un bel momento di preghiera che, di cuore, auguro anche al Professor Andrea Grillo.
Santa Maria Novella in Firenze, 23 luglio 2025
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Per approfondire
– Concilio di Trento, Sessione XIII, Decreto sull’Eucaristia, Canone 1. Cfr. Denzinger-Hünermann, Enchiridion Symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, n. 1651.
– Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, n. 14.
– Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium, n. 11.
– San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, III, q. 77, a. 1.
– Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1353.
– R.Coggi, La Chiesa, ESD, Bologna, 2002, 81.
NOTE
[1] Sintetizzo da qui https://biografieonline.it/biografia-carlo-acutis
[2] Si veda
https://www.cittadellaeditrice.com/munera/il-giovane-carlo-acutis-e-la-maleducazione-eucaristica/
[3] Non esiste la comunione dei fedeli in Cristo senza la presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, sebbene anche questo, en passant, sembra essere assunto dal professore.
[4] Denzinger-Hünermann, n. 1651
[5] Sacrosanctum Concilium, n. 14.
[6] Lumen Gentium, n. 11
[7] Summa Theologiae, III, q. 77, a. 1, Somma Teologica III, q.76,a.8.
[8] R.Coggi, La Chiesa, ESD, Bologna, 2002, 81.
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Carlo Acutis. La fabbrica dei Santi passata al vaglio delle critiche dal teologo Andrea Grillo
/in Attualità/da Monaco EremitaCARLO ACUTIS. LA FABBRICA DEI SANTI PASSATA AL VAGLIO DELLE CRITICHE DAL TEOLOGO ANDREA GRILLO
Di recente è stato sollevato un dibattito per certi versi interessante, perfino con qualche punta polemica, scaturito dagli interventi del Professor Andrea Grillo. Le sue puntuali critiche e perplessità erano rivolte a come il Beato Carlo Acutis viene ufficialmente presentato e sulla pubblicità ecclesiastica che si è sviluppata attorno a lui, la quale, a suo dire, risentirebbe di una sensibilità religiosa arretrata, che terrebbe di nessun conto tutto il cammino fatto dalla Chiesa negli anni del post Concilio in tema di Eucarestia.

Autore
Monaco Eremita
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Il popolare detto, «scherza coi fanti, lascia stare i Santi», negli ultimi tempi pare abbia perso di valore nei riguardi di colui che è considerato il beato moderno per eccellenza: Carlo Acutis; prossimamente innalzato agli onori degli altari insieme all’altro giovane beato Piergiorgio Frassati.

Poco tempo fa sono iniziati a circolare commenti circa l’opportunità della canonizzazione di Carlo Acutis; essi provenivano perlopiù ― e lo dico esemplificando molto ―, dagli ambienti cosiddetti conservatori. Gli appunti si addensavano intorno alla velocità del processo di canonizzazione, che appariva a costoro più una promozione della politica ecclesiastica che un invito alla santità. Di seguito sono emerse domande sulla figura del prossimo Santo che poco avrebbe da proporre ai giovani di oggi, i quali viaggiano sulla rete molto più velocemente del Beato ritenuto «genio dell’informatica», solo per aver creato un semplice sito internet sui miracoli eucaristici. E ancora, critiche sono state mosse alla presenza costante della famiglia Acutis; anche questa una novità tollerata dalla Chiesa che invece, in passato, proibiva ogni intervento pubblico dei familiari, come nel caso della madre e dei fratelli della giovane Santa Maria Goretti. Diversa invece la situazione odierna dove le mamme promuovono il figlio santo, oppure i figli e i nipoti che girano a tenere conferenze sul padre, la madre, il nonno o la nonna elevati agli onori degli altari.
Più di recente, da un fronte diverso, è stato sollevato un dibattito per certi versi interessante, perfino con qualche punta polemica, scaturito dagli interventi del Professor Andrea Grillo, docente di Liturgia presso l’Ateneo romano di Sant’Anselmo, riportati sulla sua pagina facebook e sul suo blog. Le sue puntuali critiche e perplessità erano rivolte invece a come il Beato Acutis viene ufficialmente presentato e sulla pubblicità ecclesiastica che si è sviluppata attorno a lui, la quale, a suo dire, risentirebbe di una sensibilità religiosa arretrata, che terrebbe di nessun conto tutto il cammino fatto dalla Chiesa negli anni del post Concilio in tema di Eucarestia. In particolare, egli ha usato l’espressione «mala educazione» riferendosi alla debordante attrazione verso il miracoloso, sottolineata nella presentazione del Beato Carlo. Afferma Grillo:
«Come è possibile che tutto il cammino che la Chiesa ha fatto negli ultimi 70 anni, sul piano della comprensione del valore ecclesiale dell’Eucaristia e della sua celebrazione, sia stato comunicato in modo così distorto al giovane ardente comunicatore, tanto da suggerirgli una comprensione tanto lacunosa, tanto difettosa, tanto unilaterale?».
Egli muove perciò una critica, più che al Beato, mai messo in discussione, piuttosto alla presentazione che di lui viene fatta e, riguardo all’Acutis, se la sua fu una passione verso i miracoli eucaristici, secondo il professore questa non fu ben indirizzata. Da queste affermazioni che ho molto sintetizzato, ne è nato un dibattito che, come sempre accade, prevede favorevoli e contrari. Forse alcune affermazioni del docente sono potute apparire a tratti pungenti, mi riferisco a quelle rivolte ai celebri motti del Beato, che ne hanno decretato la fortuna: «Non io ma Dio» e «Tutti nascono originali ma molti muoiono fotocopie». Ciononostante, alcune domande sollevate sono difficilmente aggirabili, rivolte soprattutto ai promotori della causa di canonizzazione e non al Santo, i quali si sono «fermati» troppo unilateralmente sull’aspetto miracolistico della presentazione dell’Eucarestia.
È probabile che alcune problematiche prima o poi sarebbero emerse, indipendentemente dalla canonizzazione del giovane Beato Acutis, a seguito delle nuove norme emanate da Giovanni Paolo II, anch’egli precoce Santo, le quali hanno permesso di accelerare i tempi per far si che si potessero presentare figure contemporanee, a scapito però della perdita di una prospettiva storica e dell’impossibilità di valutare la permanenza di una memoria e di un’ispirazione. Il discorso in questa circostanza si fa ancor più delicato perché parliamo, fra l’altro, di un ragazzo morto in giovanissima età che, secondo le concordi testimonianze, ha umanamente mostrato grande entusiasmo, generosità e coraggio e che la Chiesa Cattolica ha deciso, con procedure semplificate rispetto al passato, ma non per questo superficiali, di proporre come possibile modello per tutti, soprattutto per i giovani.
Il processo che porta alla canonizzazione di un Santo è complesso e delicato insieme. Alla fine, è come una consegna o un dono che la Chiesa fa a tutti i fedeli, quando riconosce le virtù di uno dei suoi figli. Ma i fedeli ― e questo spesso non accade ―, dovrebbero avere quella necessaria maturità che viene dalla formazione teologica e non solo, quel sensus fidei che porta a un sano discernimento e spirito critico. Pensiamo, per fare un esempio, alla tendenza attuale di considerare tutti i canonizzati come dottori della Chiesa, dando ai loro scritti un valore esorbitante. Mentre invece bisognerebbe sapere che la canonizzazione di un Santo non vuol dire, ipso facto, che tutto quello che egli ha scritto o detto sia da considerarsi oro colato. A maggior ragione quando siamo di fronte alla canonizzazione di un adolescente, che certamente avrà avuto una formazione non completa o esaustiva. Un tempo, per dire, venivano presi in considerazione come santi solo i bambini o gli adolescenti martiri, come nel famoso caso limite degli inconsapevoli, eppure veneratissimi, Santi Innocenti.
Anche se non si vogliono esasperare i problemi dottrinali messi in luce dal prof. Andrea Grillo, di comprensione dell’Eucaristia soprattutto, ma anche riguardo al destino eterno ― mi riferisco alle affermazioni del nostro Beato circa il desiderare di saltare il purgatorio grazie alle sofferenze ospedaliere ― è indubbio che si addice ai pastori e a seguire ai fedeli la capacità di saper discernere sapientemente ogni cosa, sapendo tirar fuori, secondo il detto evangelico: «cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
A mio avviso, il dono che il Beato Carlo Acutis sta facendo alla Chiesa è proprio questo. Egli purtroppo, come sappiamo, non ha avuto il tempo per sviluppare una conoscenza strutturata della teologia eucaristica o di altri aspetti del mistero cristiano e si è fermato a una intuizione che è divenuta in lui passione e devozione. Certo, è facile per noi citare San Tommaso d’Aquino, insigne teologo, lì dove discute dei miracoli eucaristici e ne limita il significato (cfr. Summa Theologiae, III, 76, 8) e metter ciò a confronto di quella che può apparire una fissazione adolescenziale del nostro Beato. Ma il fatto è appunto questo: che così confronteremmo un discorso teologico con qualcosa che non è discorso teologico e non vuole esserlo. È appunto passione e devozione. Non tutto può essere perfetto come lo vorremmo o ci aspetteremmo. Lo abbiamo visto nel caso emblematico di Medjugorje, dove la Santa Sede ha preferito alla fine promuovere l’esperienza religiosa che in quel luogo si vive, mentre ha declassato la saldezza dei messaggi mariani che da lì sono partiti, ritenendoli solamente presunti, di fatto non riconoscendoli autentici.
Casomai possiamo chiederci — e in questo ci aiuti il Beato Carlo Acutis — come mai dopo il Concilio di Trento sono nate tante devozioni che hanno arricchito l’esperienza cristiana, che mettevano al centro la semplicità di vita, l’interiorità, la vita comune? Era un movimento molto più laicale che clericale, che non aveva di per sé una sua teologia elaborata e strutturata, eppure traduceva la fede cristiana in una sensibilità, in pratiche, in modi di vivere. E invece questo non è avvenuto a seguito dell’ultimo Concilio. Non siamo stati capaci di rinnovare quelle devozioni, né farne nascere di altre, nonostante tutto lo sforzo teologico ed ecclesiologico del movimento liturgico che, se da un lato aveva ridimensionato molte devozioni, dall’altro offrì contenuti, approfondimenti e nuove occasioni per cammini rinnovati. Come è possibile che una comprensione così ricca e vitale non sia diventata anche devozione, sensibilità e forma di linguaggio? Così oggi ci troviamo di fronte a un adolescente Beato moderno che si è gettato con passione tutta giovanile su aspetti dell’Eucarestia considerati devozionali, come i miracoli eucaristici, al quale non sono pervenute tutte le acquisizioni più recenti su quell’importante Mistero. E, stando alla presentazione che viene fatta di quel Beato, sembra che tutta quella ricchezza non sia passata neanche ai promotori della causa di Carlo Acutis, finanche a coloro che promuovono forme che lasciano, per così dire, perplessi, come quella di una trasmissione youtube 24h su 24h del sepolcro del Beato Carlo.
La domanda sul perché non abbiamo oggi devozioni che tengano conto della ricchezza delle ultime acquisizioni, che sappiano legare vita liturgica e testimonianza di fede improntata al Vangelo, con al suo centro l’Eucarestia che insieme è approdo e sorgente della vita del credente e delle comunità, non è così peregrina. Alla luce di altri due fatti, il secondo dei quali alquanto doloroso. Il primo è che tutto il corso del processo che ha portato alla beatificazione e ora alla canonizzazione del Beato Acutis, come pure alla diffusione del suo culto, si sono svolti durante il pontificato di Papa Francesco. In Carlo troviamo l’esempio, infatti, di quella «santità della porta accanto» a cui accenna l’esortazione papale Gaudete et exultate del 2018. Addirittura, l’esortazione post sinodale del 2019, Christus vivit, nomina esplicitamente il Beato, pur essendo all’epoca ancora venerabile e gli dedica persino più di un rimando (nr. 104-107). Qualcuno ha chiesto: Come è possibile, anche da questo punto di vista, che nulla di «conciliare» sia stato trasmesso; visto che Papa Francesco è stato salutato come primo Pontefice figlio del Concilio?
Il secondo fatto è che oggi, stando alle inchieste sulla religiosità in Italia e in particolare quella dei giovani, si deve ammettere che se abbiamo da un lato un ragazzo prossimo Santo con una passione e devozione verso l’Eucarestia, forse poco formate; dall’altro c’è una grande maggioranza di ragazzi e giovani che non hanno alcuna devozione verso l’Eucarestia, tantomeno al «valore ecclesiale dell’Eucaristia e della sua celebrazione». E questo, per quasi tutti di loro, dopo anni e anni di catechismo e formazione in gruppi specifici. Anche qui qualcuno ha detto, probabilmente esagerando, ma senza andare troppo lontano dal vero, che è rimasta loro solo un «qualche valore umanitario ed ecologico».
Perché tutte queste domande e i dibattiti scaturiti dalla canonizzazione del Beato Carlo Acutis non rimangono uno sterile esercizio o, come spesso accade ultimamente anche dentro la comunità ecclesiale, un segnare il proprio campo, prendendo ancora le distanze dagli altri che pensano diversamente, sarebbe utile farne tesoro. E quindi sarebbe importante una riflessione a tutti i livelli, cominciando dai più alti nella Chiesa, su come riprendere un cammino di formazione alla vita cristiana dei giovani che sia serio, che tenga conto dei vissuti molteplici, ma anche di ricominciare a offrire un cibo solido ai ragazzi, senza tediarli certo, ma neanche prendendoli semplicemente per il pelo, perché altrimenti scappano o si annoiano. Certo qualcosa si sta facendo, ma credo sia giunto il momento di non perdere altro tempo. I tesori della Parola di Dio, della vita liturgica, la comprensione della Chiesa rispetto a questi e alla sua Tradizione, le mille e più esperienze e testimonianze della vita cristiana hanno bisogno di essere di nuovo posti al centro per farli diventare cultura e perché no, anche devozione, passione per la vita cristiana vissuta in tempi moderni. Per l’impegnativo compito immagino che la Chiesa si aspetti la consistente intercessione dei due prossimi Santi.
Dall’Eremo, 23 luglio 2023
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Social media e ignoranza. Se la storia è scritta dai vincitori, dei vili terroristi assassini diventano martiri della libertà
/2 Commenti/in Attualità/da Padre ArielSOCIAL MEDIA E IGNORANZA. SE LA STORIA È SCRITTA DAI VINCITORI, DEI VILI TERRORISTI ASSASSINI DIVENTANO MARTIRI DELLA LIBERTÀ
I terroristi possono essere tali se l’ideologia da loro seguita perde e finisce sconfitta, come nel caso delle Brigate Rosse, ma possono diventare eroi e martiri della libertà se l’ideologia da loro seguita vince e si impone come potere di governo. Se infatti l’islamismo radicale avesse vinto e soggiogato gli Stati Uniti d’America, oggi a New York l’abbattimento delle due Torri Gemelle verrebbe celebrato allo stesso modo in cui si celebra in Francia la presa della Bastiglia e il rovesciamento del governo di Luigi XVII.
— Storia e attualità —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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Più si abbassa nella società il quoziente intellettivo medio, più è necessario spiegare anche le cose ovvie. L’errore che spesso noi studiosi facciamo in ambito teologico come nelle sfere di tutte le più disparate scienze, dalla medicina all’astrofisica, è dare per scontate cose che riteniamo ovvie e che di fatto lo sono pure, trattandosi degli elementi più rudimentali delle varie scienze o del semplice e basilare umano buonsenso. Purtroppo, è necessario tenere conto che oggi si è più propensi a seguire gli influencer analfabeti e i tiktoker, inclusi certi preti che si sono lanciati in questi giochi demenziali (cfr. QUI).

Come sempre spieghiamoci con un esempio: numerosi influencer convinti che «un nano ha il cuore troppo vicino al buco del culo» perché non hanno capito la iperbole ironica della canzone Un Giudice di Fabrizio de André (testo QUI), usano in senso dispregiativo la parola medioevo, ignorando che il bagaglio d’arte, scienza e tecnologia di cui oggi noi disponiamo lo dobbiamo tutto al medioevo. Non solo, perché se oggi conosciamo gli autori classici; se la cultura, la letteratura e la filosofia greca e romana è stata tramandata sino a noi è solo grazie al medioevo, incluse le poesie più lussuriose di Valerio Gaio Catullo, che non solo la Chiesa si è ben guardata dal censurare o distruggere, perché se oggi le conosciamo è grazie a essa e ai monaci amanuensi che le hanno trascritte e tramandate nei secoli.
Se in quelle zone dell’Etruria che fu territorio dello Stato Pontificio fino al settembre del 1870, la Chiesa non avesse salvato e conservato affreschi murali e vasellami che raffigurano scene falliche, orge e rapporti omosessuali tra uomini, quei patrimoni etruschi e romani sarebbero andati perduti. Proprio come avvenne altrove, dove a governare non era la Chiesa, ma i governi liberali “illuminati” che giudicarono scandalose e immorali certe rappresentazioni e per questo le distrussero.
L’impianto del moderno diritto lo dobbiamo ai grandi glossatori bolognesi vissuti tra l’XI e il XII secolo e l’elemento fondamentale di civiltà giuridica della tutela e della legittima difesa dell’imputato lo dobbiamo proprio a quel processo inquisitorio sul quale sparano a raffica persone ignare e ignoranti circa il fatto che essere condannati dai Tribunali della Santa Inquisizione era difficilissimo. E furono proprio i tribunali dell’inquisizione a sancire un altro elemento che oggi fa parte delle giurisprudenze penali di tutti i paesi cosiddetti civili del mondo: la pena mirata al recupero, non alla punizione dettata da istinti di vendetta, perché attraverso la pena il condannato non va punito ma recuperato. Pronta la replica dell’ignorante: «Erano date condanne a morte!». E qui bisogna ribadire che le condanne a morte non erano rare ma rarissime, precisando che vanno collocate e lette in contesti storici ai quali non sono applicabili i criteri di giudizio di oggi, basterebbe spiegare che persino la condanna a morte era un atto estremo teso al recupero del condannato. Per questo i condannati erano vestiti di bianco, segno della purezza, perché con la morte pagavano il proprio debito ed estinguevano la loro colpa riacquistando quella che in linguaggio cristiano si chiama “purezza battesimale”. E i loro corpi, dopo la morte, dovevano essere trattati con rispetto e seppelliti con riguardo.
Alle spiegazioni storiche ribatte tosto l’ignorante: Giordano Bruno è stato bruciato al rogo, altro che ucciso e sepolto con rispetto!». Certo. E secondo quella che era la logica sociale, politica, giuridica e religiosa dell’epoca fecero bene a bruciarlo al rogo. Fu lui che sbagliò con rara ostinazione. Fu sottoposto a due processi, uno a Venezia e uno a Roma. Col secondo processo romano fu dato nuovamente avvio ex novo all’intero iter processuale che durò in totale otto anni, nel corso dei quali intervennero due annullamenti per risibili difetti di forma, allo scopo di dare al Bruno quanto più tempo possibile per potersi ravvedere. Per anni fu tentato di indurlo al ravvedimento, che ostinatamente rifiutò. Inutile dire e spiegare a certa gente che si nutre e abbevera di leggende nere che non si può valutare e giudicare il caso Bruno con i criteri di giudizio del nostro presente sociale, politico, giuridico e anche religioso. Sarebbe come condannare con grida di scandalo, mediante l’applicazione del pensiero contemporaneo, certe pratiche degli uomini della preistoria ritenute a nostro parere disumane e criminali.
Molti sono i fatti storici manipolati dal XVI secolo per opera di autori protestanti e dalla fine del XVIII inizi XIX da liberali-anticlericali nel periodo successivo la Rivoluzione Francese. Tutt’oggi rimane cosa ardua, se non pressoché impossibile smentire certe leggende nere ormai assurte a verità impresse persino su testi scolastici di storia. Come nel caso della vicenda che vide protagonisti nella Roma pontificia del 1867 Gaetano Tognetti, 23 anni, Giuseppe Monti, 33 anni, oggi celebrati come indiscussi eroi e patrioti del Risorgimento. I due sedicenti eroi, nella sera del 22 ottobre 1867 piazzarono e fecero esplodere una potente carica di esplosivo che distrusse quasi completamente la caserma di Serristori, ubicata in una traversa della attuale Via della Conciliazione, a poche decine di metri dalla Papale arcibasilica di San Pietro. In questa caserma alloggiava una compagnia di zuavi pontifici. L’esplosione causò la morte di venticinque militari e di due civili. Se poco prima una numerosa compagnia non fosse uscita dallo stabile, il numero di morti sarebbe stato assai maggiore. L’ispiratore di questo attentato fu principalmente Francesco Cucchi, deputato al Parlamento di Firenze, che con altri sodali si servirono dell’opera dei due attentatori, finiti poi scoperti, arrestati, processati e condannati a morte.
Due anni dopo la loro esecuzione, a unità d’Italia avvenuta e con Roma diventata sua capitale, i due attentatori furono celebrati come eroi e fatti passare alla storia come “martiri della libertà”. Nel 1977 il regista italiano Luigi Magni scrisse e diresse un film di becera matrice anticlericale esaltando queste due figure e falsando totalmente il quadro storico dell’ultimo squarcio di vita dello Stato Pontificio, ormai ridotto al solo territorio di Roma e di parte della attuale Regione Lazio.
Gaetano Tognetti e Giuseppe Monti non furono degli eroici patrioti ma dei vili terroristi che uccisero in un attentato dei giovani in fascia d’età compresa tra i 18 e i 25 anni, tutti perlopiù componenti la banda musicale. Molte più di ventisette in totale avrebbero potuto essere le vittime, se un’intera compagnia non fosse uscita d’improvviso da quello stabile.
Nessuno dei regnanti europei, a partire dai Savoia, offrì diplomatico aiuto a Pio IX, chiedendo la grazia dei condannati e la commutazione della condanna alla pena capitale in carcerazione, pur sapendo che in quel momento il Romano Pontefice doveva fare i conti con i genitori delle giovani vittime e la popolazione romana ferita e arrabbiata per la loro morte, inclusa quella di una bimba di cinque anni, Rosa, morta sul colpo assieme al padre Francesco Ferri, mentre la madre, Giuseppa Cecchi, si salvò cadendo a terra stordita. Una volta ripresi i sensi impazzì completamente, tanto che fu necessario internarla nel manicomio di Santa Maria della Pietà, dove in seguito morì.
Questa reale narrativa dei fatti non è mai passata nei leggendari racconti del glorioso Risorgimento Italiano, come provano libri pseudo-storici, romanzi e persino produzioni cinematografiche di registi anticlericali.
In virtù di quella che fu la reale vicenda storica, ci saremmo dovuti guardare dal mutare a posteriori questi due terroristi in leggendari eroi per opera della propaganda liberale-anticlericale, con tanto di strade, quartieri e monumenti a loro dedicati. Ciò equivarrebbe a erigere oggi a Roma, in Via Fani, dove fu rapito nel 1978 il primo ministro Aldo Moro e uccisi i suoi agenti di scorta, un monumento celebrativo in onore delle eroiche e patriottiche Brigate Rosse. Imprimendo a seguire sui libri di storia che le Brigate Rosse non costituirono un pericoloso movimento terroristico che si macchiò di omicidi e attentati nel corso degli anni Settanta del Novecento, ma un eroico gruppo di liberatori, intitolando al nome di ciascun terrorista strade e piazze.
I terroristi e gli attentatori possono divenire eroi ed essere celebrati come tali a seconda di chi vince la guerra e a seguire scrive le cronache, mutando ideologie e leggende in falsi storici presentati ai posteri come storia-patria, con tanto di film di grande diffusione, scopo dei quali è instillare nelle masse sempre più incolte disprezzo e odio verso la Chiesa Cattolica e il Papato, nello spregio totale delle verità storiche. I terroristi possono essere tali se l’ideologia da loro seguita perde e finisce sconfitta, come nel caso delle Brigate Rosse, ma possono diventare eroi e martiri della libertà se l’ideologia da loro seguita vince e si impone come potere di governo. Se infatti l’islamismo radicale avesse vinto e, sempre per esempio, soggiogato gli Stati Uniti d’America, oggi a New York l’abbattimento delle due Torri Gemelle verrebbe celebrato allo stesso modo in cui si celebra in Francia la presa della Bastiglia e il rovesciamento del governo di Luigi XVII, senza cenno alcuno alle esecuzioni sommarie o ai processi farseschi interamente basati su false delazioni che dettero poi vita a un immane bagno di sangue sulle ghigliottine.
Lo storico olandese Pieter Geyl (1887-1966) affermò che «La storia è sempre scritta dai vincitori». Molti secoli prima, il filosofo greco Aristotele scrisse nella sua opera politica: «Le bugie dei vincitori diventano storia mentre quelle dei vinti vengono scoperte».
Frase tutt’altro che facile da interpretare, quella di Aristotele, che il filosofo e politico italiano Rocco Buttiglione chiarì in modo lapidario interloquendo proprio sulle pagine dei social media:
«Esiste la scienza storica che ha le sue regole: il controllo delle fonti, la verifica della coerenza logica delle affermazioni, l’obbligo della completezza dell’informazione. La scienza storica vuole appurare “was eigentlich geschehen” (ciò che veramente è accaduto). Ciò non elimina ma pone un limite alla partigianeria. C’è la propaganda di guerra dei vincitori che cerca di affermarsi come verità ufficiale. C’è anche la propaganda di guerra dei vinti, che periodicamente viene riscoperta e opposta alle versioni ufficiali degli avvenimenti. C’è però anche la ricerca storica seria che valuta tutti i dati disponibili. Spesso la frase “la storia è scritta dai vincitori” è usata dai vinti per riabilitare la propria propaganda di guerra. È bene tenerlo a mente per distinguere fra il revisionismo storico serio e quello che serio non è» (cfr. QUI).
Oggi, dalla Russia all’Ucraina sino al Medio Oriente, la storia si sta ripetendo, con i peggiori prepotenti già all’opera per fabbricare i prossimi falsi eroi della patria da celebrare.
Dall’Isola di Patmos 12 luglio 2025
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Povertà è riconoscere e custodire quanto ricevuto: i piccoli passi di Leone XIV per un pensiero cristiano sulla povertà
/in Attualità/da Padre IvanoLeone XIV. Un inizio ruggente tra mass media, comunicazione e pace
/1 Commento/in Attualità/da Padre GabrieleLEONE XIV. UN INIZIO RUGGENTE TRA MASS MEDIA, COMUNICAZIONE E PACE
Abbiamo ascoltato parole profetiche, che non sono solo indirizzate ai professionisti dell’informazione, ma a ciascuno di noi. Perché tutti, oggi, comunichiamo. Lo facciamo in famiglia, al lavoro, sui social, nelle comunità. E ogni parola, ogni immagine, ogni silenzio… è un frammento di cultura, è una scelta di pace o di conflitto. Il Papa ci ha detto che «la pace comincia da come guardiamo, ascoltiamo, parliamo degli altri».

Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.
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Sembra che, almeno inizialmente, il mondo cattolico abbia accolto con attenzione e speranza le parole del nuovo Romano Pontefice, Leone XIV, specialmente nei suoi primi discorsi.

foto di Domenico Cippitelli European Affairs, edizione del 12.05.2025
Ad esempio, rivolgendosi ai giornalisti convenuti a Roma per il Conclave, il Santo Padre ha lanciato un messaggio di profonda semplicità e straordinaria rilevanza: un invito pressante ad abbracciare una «comunicazione disarmata», autentica e costruttiva, capace di edificare ponti di pace in un’epoca segnata da divisioni e conflitti. Questo appello non è rivolto solamente ai professionisti dell’informazione, ma a ogni uomo e donna, chiamati a riflettere sul potere trasformativo delle parole e sul loro impatto nella creazione di un futuro più sereno per l’intera umanità. Vorrei un po’ parlare di alcuni spunti che il Santo Padre ha avviato nella mia personale riflessione teologica e condividerli con tutti voi.
«Beati gli Operatori di Pace»: Il Fondamento Teologico. L’appello di Papa Leone XIV alla comunicazione di pace affonda le sue radici nel cuore del Vangelo. Il suo discorso si è aperto con una potente citazione della beatitudine: «Beati gli operatori di pace» (Mt 5,9). Questa non è una semplice esortazione, ma una promessa di felicità e una definizione di coloro che sono veramente figli di Dio. Il Successore di Pietro ha chiarito che la pace di Cristo non è un’assenza di conflitto o il risultato della sopraffazione, ma un «dono che guarda alle persone e ne riattiva la vita». È una pace fatta di riconciliazione, perdono e del coraggio di ricominciare.
In questa luce, la comunicazione disarmata si rivela uno strumento essenziale per costruire attivamente questa pace dinamica e trasformativa. Le nostre parole hanno il potere di sanare ferite, di ricostruire relazioni spezzate e di infondere speranza in coloro che l’hanno perduta. Essere “operatori di pace” nel nostro comunicare quotidiano significa quindi rispondere a una chiamata divina, contribuendo attivamente alla realizzazione del Regno di Dio sulla terra.
Un Appello Speciale ai Giornalisti: Custodi della Verità e Seminatori di Pace. Il Sommo Pontefice Leone XIV ha rivolto un’attenzione particolare ai giornalisti, agli operatori di Mass Media, riconoscendo il loro ruolo cruciale nel plasmare l’opinione pubblica e nel raccontare la complessità del nostro tempo. Li ha ringraziati per il loro servizio alla verità, specialmente in momenti delicati come il Conclave. Tuttavia, a questo riconoscimento si accompagna una chiara esortazione alla responsabilità. Egli ha chiesto ai giornalisti di abbracciare una «comunicazione di pace», rifuggendo da un linguaggio aggressivo e dalla logica della «guerra delle parole e delle immagini». Un momento particolarmente toccante del discorso è stato il ricordo dei giornalisti incarcerati per aver cercato e riportato la verità. Papa Leone XIV ha espresso la solidarietà della Chiesa e ha chiesto la loro liberazione, sottolineando come solo un popolo informato possa compiere scelte libere e consapevoli. In questo modo, il Pontefice non solo riconosce il ruolo fondamentale dei media, ma li investe di una missione etica di primaria importanza nella costruzione di una società più giusta e pacifica.
L’Intelligenza Artificiale: potenziale immenso che richiede discernimento. Nel suo sguardo attento alle sfide del mondo contemporaneo, Papa Leone XIV ha posto una particolare ed iniziale attenzione il tema dell’intelligenza artificiale. Ha riconosciuto il suo «potenziale immenso», capace di trasformare la comunicazione e di offrire benefici all’umanità. Tuttavia, ha anche sottolineato la necessità di un «discernimento» e di una «responsabilità» condivisa nel suo utilizzo, affinché questo strumento rimanga al servizio del bene comune e non diventi «disumano».
Questo richiamo evidenzia la consapevolezza della Chiesa di fronte alle rapide evoluzioni tecnologiche e la sua volontà di guidare queste trasformazioni con saggezza e attenzione ai valori fondamentali della dignità umana. La tecnologia, quindi, non è vista come una minaccia, ma come un nuovo «spazio da evangelizzare con intelligenza e amore».
La tecnologia finalizzata alla carità sfugge alla algocrazia: al potere degli algoritmi di elaborare dati per controllare le menti e gli uomini. Una IA è macchina lavoratrice per l’uomo che in Dio cerca l’amore. Non c’è logica di controllo e di dominio, ma servizio.
«Noi Siamo i Tempi»: L’Esortazione di Sant’Agostino alla Responsabilità Personale. A conclusione del suo discorso, Papa Leone XIV ha citato una frase di Sant’Agostino di grande profondità: «Viviamo bene, e i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi». Questa affermazione ci ricorda che non siamo semplici spettatori del nostro tempo, ma protagonisti attivi nella sua costruzione. La qualità del tempo che viviamo è direttamente connessa al modo in cui viviamo, alle nostre scelte, alle nostre parole.
Questo richiamo alla responsabilità individuale è particolarmente significativo nel contesto dell’appello alla comunicazione di pace. Ogni volta che scegliamo di comunicare con verità, amore e rispetto, contribuiamo a rendere i tempi «buoni». Non dobbiamo attendere passivamente un futuro migliore, ma impegnarci nel presente per costruirlo attraverso le nostre azioni e il nostro modo di relazionarci con gli altri.
La Comunicazione come Creazione di Cultura e Atto di Carità. La visione di Papa Leone XIV sulla comunicazione va oltre la semplice trasmissione di informazioni. Egli la considera uno strumento potente per la creazione di una cultura di dialogo, di incontro e di pace.1 Il Pontefice ha affermato che «la comunicazione, infatti, non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura, di ambienti umani e digitali che diventino spazi di dialogo e di confronto». In questa prospettiva, l’atto di comunicare diventa quasi una «missione», una «forma di carità».
Questo eco del pensiero del suo predecessore, Papa Francesco, che ha più volte sottolineato l’importanza di «disarmare la comunicazione» e di costruire una «cultura dell’incontro», ci invita a considerare la comunicazione non come un’attività neutrale, ma come un impegno morale e spirituale che ha il potere di edificare ponti di fraternità e di diffondere i valori del Vangelo nel mondo.
Un Cammino Insieme Verso la Pace. Un cammino verso la pace di Cristo ci insegna che anche parlare è una missione, è una forma di carità. E allora, come dice il Papa: disarmiamo la comunicazione… e costruiamo pace. Questo è solo l’inizio di un cammino che Papa Leone XIV ci invita a percorrere insieme: quello della comunicazione disarmata, evangelica, vera.
Abbiamo ascoltato parole profetiche, che non sono solo indirizzate ai professionisti dell’informazione, ma a ciascuno di noi. Perché tutti, oggi, comunichiamo. Lo facciamo in famiglia, al lavoro, sui social, nelle comunità. E ogni parola, ogni immagine, ogni silenzio… è un frammento di cultura, è una scelta di pace o di conflitto. Il Papa ci ha detto che «la pace comincia da come guardiamo, ascoltiamo, parliamo degli altri». Questa è una rivoluzione spirituale. Un cambio di sguardo che può trasformare le nostre relazioni, le nostre parrocchie, i nostri ambienti di lavoro. Non si tratta di essere «buonisti», ma di essere «buoni secondo il Vangelo», capaci di uno stile che non urla, non aggredisce, ma semina fiducia.
E allora, quale comunicazione vogliamo costruire? Una comunicazione che difende la verità con amore, che non è ideologica né superficiale, ma profonda e libera. Una comunicazione «che non separa mai la verità dalla carità», come dice san Paolo. Una comunicazione che sa farsi voce di chi non ha voce, che non si lascia sedurre dal potere, ma sceglie la debolezza della Croce come linguaggio di salvezza.
Il Santo Padre Leone XIV ci parla anche della «tecnologia», e in particolare dell’intelligenza artificiale, che definisce uno «strumento immenso». Anche qui, non si tratta di avere paura, ma di esercitare «discernimento». L’evangelizzazione passa anche da questi nuovi spazi: ma deve farlo con sapienza, custodendo la dignità della persona. E poi … quel passaggio finale, così agostiniano: «Noi siamo i tempi». Non dobbiamo aspettare tempi migliori. «Siamo noi a renderli tali», ogni volta che scegliamo la verità, il perdono, la speranza.
Allora domandiamoci, davvero, con sincerità: «quali tempi vogliamo costruire oggi nel mondo?» Un tempo di paura o di fiducia? Un tempo sterile o generativo? Il Papa ci chiede di essere «testimoni di una cultura nuova», di una Chiesa che non si chiude ma dialoga, che non combatte ma accompagna, che non impone ma illumina. Una Chiesa che comunica pace perché vive di pace. E anche noi, vogliamo camminare in questa direzione: offrire contenuti che nutrano la fede, che costruiscano una comunità pensante e orante, capace di abitare il mondo con lo stile del Vangelo.
Ricordiamolo sempre: «per andare in Paradiso, dobbiamo cominciare a costruirlo insieme, qui e ora». Facciamolo insieme a Papa Leone.
Santa Maria Novella in Firenze, 22 maggio 2025
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L’inizio del ministero petrino di Leone XIV e il disincanto di un vecchio prete che spera ma non s’illude — The beginning of the petrine ministry of Leo XIV and the disenchantment of an old priest who hopes but is not deluded
/2 Commenti/in Attualità/da Padre Ariel
(English text after the Italian)
L’INIZIO DEL MINISTERO PETRINO DI LEONE XIV E IL DISINCANTO DI UN VECCHIO PRETE CHE SPERA MA NON S’ILLUDE
Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento, perché il futuro e la lenta e dolorosa rinascita della Chiesa si giocherà tutta sulla ricerca dell’unità. Dunque: buon fallimento, Beatissimo Padre Leone XIV.
— Attualità ecclesiale —

Autore
Ariel S. Levi di Gualdo
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PDF articolo formato stampa – PDF article print format
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Davanti a un Romano Pontefice che si presenta dignitoso, a una liturgia pontificale decorosa come non se ne vedevano da un decennio, a una piazza San Pietro gremita, dopo anni di trionfi di piazze e chiese sempre più vuote, tra i tripudi di giubilo dei laicisti delle sinistre internazionali che inneggiavano al “papa rivoluzionario”, all’udire un Romano Pontefice che parla misurando con cura le parole attraverso discorsi elaborati su contenuti dottrinali e teologici, quantomeno, dovrebbe indurmi a gioire con entusiasmo. Sì, posso anche rallegrarmi, ma non riesco a gioire, né ad essere entusiasta.
Il Santo Padre Leone XIV eredita la situazione incancrenita di una Chiesa che ristagna in una condizione di decadenza irreversibile e che da tempo ha superato la soglia del non ritorno, lo vado dicendo e scrivendo da 15 anni (cfr. QUI e QUI). Beninteso, più che poco, le parole mie contano niente. Figurarsi, abbiamo perduto l’abitudine di ascoltare la parola di Dio, dopo averne fatto ciò che volevamo, tra manipolazioni e surreali esegesi di comodo, cosa potrà contar mai il pensiero di un Signor Niente e di un Signor Nessuno come me? A maggior ragione mi sento di dire: se il Santo Padre riuscirà a fare solo qualche cosa, ciò non sarà molto, ma moltissimo.
Un uomo solo non può cambiare le cose, neppure Francesco d’Assisi ci riuscì, anche per questo sul finir della vita andava nascondendosi alla Verna. E poco dopo, Bonaventura da Bagnoregio, eliminate le precedenti cronache e biografie redatte da Tommaso da Celano, provvide a inventare una leggenda aurea a uso ecclesiale, politico e sociale, tanto complicata era la figura del vero Francesco, quello reale (cfr. rimando a questo articolo QUI). Questo a riprova del fatto che non vogliamo i Santi, che sono figure quasi sempre complesse, non facili da leggere, spesso provocanti e persino irritanti; vogliamo i santini da candela a uso del fitto esercito dei fedeli beoti, quelli tutti cuoricini che noi preti ci siamo sempre guardati dall’educare come si converrebbe in virtù della missione a noi affidata da Cristo. Se infatti avessimo educato e formato i fedeli, questi avrebbero finito col vedere anzitutto i nostri difetti, le nostre gravi contraddizioni, comprendendo che noi preti siamo la versione aggiornata e peggiorata degli antichi farisei dinanzi ai quali Cristo esortava i devoti credenti a fare quel che insegnavano, non quel che facevano nel loro vissuto quotidiano (cfr. Mt 23, 1-10), rimproverandoli di caricare sulla spalle delle persone dei pesi insopportabili che non avrebbero mai toccato neppure con un dito (cfr. Lc 11,46).
La macchina della Chiesa non funziona più da decenni, il motore è usurato. Le vipere rimarranno al loro posto, già si sono riciclate saltando nel giro di pochi giorni sul carro del nuovo vincitore. Toccare o rimuovere in tempi brevi eserciti di prelati che hanno mutato la curia romana in una associazione clericale a delinquere di stampo mafioso, sarebbe imprudente e pericoloso. Qualsiasi cambiamento richiede attenta riflessione, prudenza e tempo, soprattutto oggi che il Santo Padre non può fare affidamento su elementi di valore coi quali lavorare. Il suo Predecessore ha piazzato in tutti i posti chiave della curia romana ruffiani e delatori, nell’ipotesi migliore soggetti mediocri, gravati quasi sempre da problematicità morali, tanto da essere per questo ricattabili e controllabili in un sistema ormai perverso e pervertitore, quindi gestibili e all’occorrenza utilizzabili per fare del male al prossimo e diffondere le metastasi del male in tutto il corpo ecclesiale.
Il livello della formazione dei sacerdoti si è abbassato negli ultimi anni a livelli orribili, nei seminari abbiamo cresciuto generazioni di preti svezzati col latte in polvere delle emotività dei cuoricini, nutrendoli poi con gli omogenizzati dei sociologismi. Infimi, i livelli dottrinali, teologici e pastorali. Orami è pressoché prassi udire preti che durante le omelie riescono a mettere in croce tre micidiali eresie nell’arco dei primi minuti, senza neppure rendersene conto.
Cerco di esercitare la virtù teologale della speranza (I Cor 13.13), guardandomi però dal confonderla con l’illusione. Alle soglie dei 62 anni d’età sono un vecchio prete disilluso, sempre più ritirato e distante da tutti i giri e i circoli ecclesiali ed ecclesiastici che nel corso degli anni mi hanno recato il peggior male con diabolica malizia. Più volte ho dovuto difendermi da false accuse legate a fatti mai avvenuti, a gesta mai compiute, a cose mai dette e neppure mai pensate. Seguiterò a difendermi finché ne avrò voglia e forza, soprattutto finché ne varrà la pena, perché a volte non merita neppure difendersi dal falso.
Sono disilluso totalmente, pur seguitando a sperare, perché ho fede. È infatti con la fede e la speranza che si può esercitare la virtù della carità. Non so se sono realista in modo oggettivo o se i miei dolori e le tante umiliazioni patite nel corso dell’intera vita sacerdotale rendono viziata la mia analisi su ciò che pure è reale e incontrovertibile, questo lo dirà il tempo. La disillusione è la malattia più grave che si incontra nella stagione della vecchiaia, è un morbo così grave da essere definito cronico come disturbo, quindi incurabile. Dobbiamo accettare serenamente il tutto prendendo dalla vecchiaia, tra i vari elementi belli che ci può dare, l’accettazione di quei nostri limiti personali che talvolta la vita ci mette dinanzi assieme ai nostri fallimenti.
Verrebbe da invidiare i cuoricini emotivi palpitanti con la loro “fede” fatta di stelline, di efebici Cristi androgini photoshoppati e di madonnine languide che vagano logorroiche per il mondo a distribuire messaggi e segreti tremebondi ai vari sedicenti veggenti. Invece, io che ho vissuto 38 anni nel mondo secolare prima di iniziare la formazione al sacerdozio e diventare prete a 46 anni, pur avendo viaggiato e incontrato uomini e donne delle più diverse culture e società, non ho memoria d’aver conosciuto in alcun dove dei soggetti cattivi, crudeli e malvagi come quelli che ho conosciuto nella Chiesa all’interno del clero cattolico. Mai, nella mia vita secolare, ho conosciuto esseri umani che fossero cattivi, vigliacchi, bugiardi e traditori come certi preti, che non sono affatto pochi, come qualche scandalizzata anima pia si affretterebbe a ribattere accusandomi di indugiare in tremende generalizzazioni. E più si sale nella scala gerarchica più la cattiveria, la vigliaccheria, la menzogna e il tradimento aumentano di livello quando si giunge a vescovi e cardinali.
Leone XIV non è Mago Merlino, in mano tiene all’occorrenza la ferula, o bastone pastorale, non la bacchetta magica. Cercherà di fare e, sicuramente, farà, ma non potrà fare più di tanto in questa Chiesa non più ridotta neppure a puttana, per usare l’espressione del Santo vescovo e dottore della Chiesa Ambrogio che la definì «casta meretrix», ossia «santa e puttana». Oggi la Chiesa è ridotta a un circolo grottesco di checche acide, cattive e incattivite alla massima potenza, drogate di potere e piazzate in tutte le stanze di comando, a partire dalla curia romana ubicata nella nazione con la più alta percentuale di gay di tutto il mondo: lo Stato della Città del Vaticano.
Dinanzi al mistero di Cristo e della sofferenza umana bisogna interrogarsi a fondo in che cosa consisterebbe la vita eterna, se non nel recupero di tutto ciò che abbiamo dimenticato, considerato inutile o perduto nella nostra vita terrena secondo il principio della ricapitolazione:
«[…] il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1, 1-10).
In poche pagine ho scritto il manifesto del mio fallimento consumato come uomo e come prete, sentendomi in ciò associato a quello di Cristo non accolto (cfr. Gv 1,11) tradito (cfr. Lc 22,48) e abbandonato (cfr. Mt 26,56). E tale sarebbe rimasto il Cristo: un clamoroso fallito, se non fosse intervenuta la sua risurrezione, alla quale tutti noi falliti cristologici siamo stati resi partecipi. È infatti la risurrezione del Cristo e la nostra risurrezione in Cristo a cambiare la prospettiva del fallimento e mutarlo in una tappa di passaggio, in un grande momento di grazia, in una porta di accesso alla vita eterna.
Dio benedica il Romano Pontefice, visto che in questa condizione di disastro potrebbe fare poco o niente. Però, dinanzi a una situazione disperata come la nostra, averci provato anche senza riuscirci, costituirà già merito di grazia e salvezza, attraverso la gloria del cristologico fallimento, perché la lenta e dolorosa rinascita della Chiesa si giocherà tutta sulla ricerca dell’unità (cfr. QUI). Dunque: buon fallimento, Beatissimo Padre Leone XIV.
Dall’Isola di Patmos, 18 maggio 2025
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THE BEGINNING OF THE PETRINE MINISTRY OF LEO XIV AND THE DISENCHANTMENT OF AN OLD PRIEST WHO HOPES BUT IS NOT DELUDED
God bless the Roman Pontiff, since in this condition of disaster he could do little or nothing. However, in the face of a desperate situation like ours, having tried even without succeeding will already constitute a merit of grace and salvation, through the glory of Christological failure, because the slow and painful rebirth of the Church will be played out entirely on the search for unity. Therefore: happy failure, Most Blessed Father Leo XIV.
— Attualità ecclesiale —

Author
Ariel S. Levi di Gualdo
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Before a Roman Pontiff who presents himself with dignity, before a decorous pontifical liturgy like we haven’t seen in a decade, before a crowded St. Peter’s Square, after years of triumphs of increasingly empty squares and churches, amid the jubilation of the secularists of the international left who praised the “revolutionary pope,” hearing a Roman Pontiff who speaks carefully measuring his words through speeches elaborated on doctrinal and theological content, at the very least, should induce me to rejoice with enthusiasm. Yes, I can also rejoice, but I cannot rejoice, nor be enthusiastic.
The Holy Father Leo XIV inherits the cancerous situation of a Church that is stagnant in a condition of irreversible decadence that has long since passed the threshold of no return, I have been saying and writing for 15 years (see HERE and HERE). Of course, more than a little, my words count for nothing. Imagine, we have lost the habit of listening to the word of God, after having done what we wanted with it, between manipulations and surreal exegeses of convenience, what could the thought of a Mr. Nothing and a Mr. Nobody like me count for? All the more reason I feel like saying: if the Holy Father manages to do just a little, it will not be much, but a lot.
One man alone cannot change things, not even Francis of Assisi succeeded, which is also why he hid at the end of his life at La Verna. And shortly after, Bonaventura da Bagnoregio, having eliminated the previous chronicles and biographies written by Tommaso da Celano, proceeded to invent a golden legend for ecclesiastical, political and social use, so complicated was the figure of the true Francis, the real one. This proves the fact that we do not want Saints, who are almost always complex figures, not easy to read, often provocative and even irritating; we want candle holy cards for the dense army of the faithful childish, that we priests have always been careful not to educate as would be appropriate by virtue of the mission entrusted to us by Christ. If in fact we had educated and trained the faithful, they would have ended up seeing first of all our defects, our serious contradictions, understanding that we priests are the updated and worsened version of the ancient Pharisees before whom Christ exhorted devout believers to do what they taught, not what they did in their daily lives (see Mt 23:1-10), reproaching them for placing unbearable burdens on people’s shoulders that they would never have touched even with a finger (see Lk 11:46).
The Church machine has not worked for decades, the engine is worn out. The vipers will remain in place, they have already recycled themselves by jumping on the bandwagon of the new winner in a matter of days. Touching or removing in a short time armies of prelates who have transformed the Roman Curia into a mafia-style clerical criminal association would be imprudent and dangerous. Any change requires careful reflection, prudence and time, especially today when the Holy Father cannot rely on valuable elements with which to work. His Predecessor has placed in all the key positions of the Roman Curia sycophants and informers, in the best case mediocre subjects, almost always burdened by moral problems, so much so that they are therefore blackmailable and controllable in a system that is now perverse and perverting, therefore manageable and, if necessary, usable to harm others and spread the metastases of evil throughout the ecclesial body.
The level of priestly training has dropped to horrible levels in recent years, in seminaries we have raised generations of priests weaned on the powdered milk of the emotions of little hearts, then nourished with the homogenized baby food of sociologisms. The doctrinal, theological and pastoral levels are very low. It is now almost common practice to hear priests who during homilies manage to enunciate three heresies in the space of the first few minutes, without even realizing it.
I try to exercise the theological virtue of hope (I Cor 13.13), but I am careful not to confuse it with illusion. On the threshold of 62 years of age I am an old disillusioned priest, increasingly withdrawn and distant from all the ecclesiastical and ecclesiastical circles and circles that over the years have brought me the worst harm with diabolical malice. I have had to defend myself several times from false accusations related to facts that never happened, to deeds never done, to things never said or even thought. I will continue to defend myself as long as I have the will and strength, especially as long as it is worth it, because sometimes it is not even worth defending oneself from falsehood.
I am totally disillusioned, even though I continue to hope, because I have faith. It is in fact with faith and hope that one can exercise the virtue of charity. I do not know if I am objectively realistic or if my pains and the many humiliations suffered throughout my entire priestly life make my analysis of what is real and incontrovertible flawed, time will tell. Disillusionment is the most serious illness encountered in old age, it is such a serious disease that it is defined as chronic disorder, therefore incurable. We must serenely accept everything, taking from old age, among the various beautiful elements that it can give us, the acceptance of our personal limits that life sometimes puts before us together with our failures.
One would envy the emotional hearts and their “faith” made of little stars, of ephebic androgynous photoshopped Christs and of languid Madonnas who wander chattering around the world distributing messages and secrets to the various self-styled seers. Instead, I who lived 38 years in the secular world before beginning my training for the priesthood and becoming a priest at 46, despite having traveled and met men and women from the most diverse cultures and societies, I have no memory of having met anywhere such bad, cruel and wicked individuals as those I have met in the Church within the Catholic clergy. Never, in my secular life, have I met human beings who were bad, cowardly, liars and traitors like certain priests, who are not at all few, as some scandalized pious soul would hasten to retort accusing me of indulging in terrible generalizations. And the higher you go up the hierarchical ladder, the more wickedness, cowardice, lies and betrayal increase when you reach bishops and cardinals.
Leo XIV is not Merlin Magician, in his hand he holds the “ferula”, or pastoral staff, not the magic wand. He will try to do and, certainly, he will do, but he will not be able to do much in this Church no longer even reduced to a whore, to use the expression of the Holy Bishop and Doctor of the Church Ambrose who defined it as “casta meretrix”, or “holy and whore”. Today the Church is reduced to a gay circle grotesque; an army of evil and vengeful gays to the maximum power, drugged with power and placed in all the rooms of command, starting from the Roman Curia located in the nation with the highest percentage of gays in the world: the Vatican City State.
Faced with the mystery of Christ and human suffering, we must ask ourselves what eternal life would consist of, if not in the recovery of everything we have forgotten, considered useless or lost in our earthly life according to the principle of recapitulation:
«to be put into effect when the times reach their fulfillment to bring unity to all things in heaven and on earth under Christ» (Eph 1, 1-10).
In a few words I have written the manifesto of my failure as a man and as a priest, feeling associated in this with that of Christ who was not welcomed (see Jh 1:11), betrayed (see Lk 22:48) and abandoned (see Mt 26:56). And Christ would have remained such: a resounding failure, if his resurrection had not intervened, in which all of us Christological failures, have been made participants. It is in fact the resurrection of Christ and our resurrection in Christ that changes the perspective of failure and transforms it into a stage of transition, into a great moment of grace, into a door of access to eternal life.
God bless the Roman Pontiff, since in this condition of disaster he could do little or nothing. However, in the face of a desperate situation like ours, having tried even without succeeding will already constitute a merit of grace and salvation, through the glory of Christological failure, because the slow and painful rebirth of the Church will be played out entirely on the search for unity. Therefore: happy failure, Most Blessed Father Leo XIV.
From the Isle of Patmos, May 18, 2025
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Il sito di questa Rivista e le Edizioni prendono nome dall’isola dell’Egeo nella quale il Beato Apostolo Giovanni scrisse il Libro dell’Apocalisse, isola anche nota come «il luogo dell’ultima rivelazione»

«ALTIUS CÆTERIS DEI PATEFECIT ARCANA»
(in modo più alto degli altri, Giovanni ha trasmesso alla Chiesa, gli arcani misteri di Dio)

La lunetta usata come copertina della nostra home-page è un affresco del Correggio del XVI sec. conservato nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma
ratrice del sito di questa rivista:
MANUELA LUZZARDI



