«Voce di uno che grida nel deserto». La lettera del Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun sulla delicata questione cinese e le maldestre trattative della Santa Sede.

siamo al tramonto della diplomazia vaticana ? —

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«VOCE DI UNO CHE GRIDA NEL DESERTO». LA LETTERA DEL CARDINALE  JOSPEPH ZEN ZE-KIUN SULLA DELICATA QUESTIONE CINESE E LE MALDESTRE TRATTATIVE DELLA SANTA SEDE

 

«Forse io penso che il Vaticano stia svendendo la Chiesa Cattolica in Cina? Sì, decisamente, se essi vanno nella direzione che è ovvia in tutto quello che hanno fatto in questi mesi e anni recenti».

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Autore
Joseph Zen Ze-Kiun

 

 

 

abbiamo ricevuto la lettera indirizzata da Sua Eminenza il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun Agli Amici dei Media che di seguito riproduciamo. In questa lettera, tanto pacata quanto addolorata, il Vescovo emerito di Hon Kong, la cui voce dovrebbe essere ascoltata dalla Santa Sede in spirito di devota venerazione — e ciò sia per la sua età sia per la sua conoscenza della società civile e politica della Repubblica Popolare Cinese —, l’anziano, lucido e vitale Cardinale ha deciso di rendere pubblico il suo colloquio avvenuto col Sommo Pontefice Francesco I, il giorno avanti la sua partenza per l’ultimo viaggio apostolico in Cile e Perù. Al Sommo Pontefice il Cardinale ha espressa la sua grande preoccupazione per il modo pericoloso e non poco maldestro con cui diversi alti dignitari della Santa Sede hanno trattato e proseguono imperterriti a trattare il delicato problema della Chiesa Cattolica cinese. Da sempre, il principale contendere tra Governo Comunista e Santa Sede verte sulla nomina dei Vescovi. L’autorità comunista rivendica infatti il diritto inderogabile ad approvare la nomina dei Vescovi, che detta in termini più chiari equivale a dire: vuole che i Vescovi siano in tutto e per tutto di nomina governativa, controllando così per loro tramite sia il clero sia i fedeli. Questi problemi non nascono oggi, perché già anni fa, durante una sua visita presso una Casa sacerdotale all’Aventino, presenti diversi sacerdoti e religiosi, ricordo che il Cardinale, riguardo il delicato problema cinese, ebbe a definire l’allora Segretario di Stato, Cardinale Tarcisio Bertone «un dannoso incompetente». All’epoca eravamo nel marzo del 2010, ma le cose non sembra che siano cambiate, a quanto pare sono parecchio peggiorate.

Ariel S. Levi di Gualdo

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Cari Amici dei Media,

Sua Eminenza il Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun, Vescovo emerito di Hon Kong

da quando Asia News ha rivelato alcuni fatti recenti della Chiesa in Cina, di vescovi legittimi a cui la “Santa Sede” avrebbe chiesto di dare le dimissione per far posto a “vescovi” illegittimi e perfino scomunicati in modo esplicito, diverse versioni e interpretazione dei fatti stanno creando confusione fra la gente [NdR. cf QUI]. Molti, sapendo del mio recente viaggio a Roma, mi hanno chiesto alcuni chiarimenti.

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Nell’ottobre scorso, quando Mons. Pietro Zhuang ha ricevuto la sua prima comunicazione dalla Santa Sede e ha chiesto il mio aiuto [Ndr. cf. QUI], ho inviato qualcuno a portare la sua lettera al Prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, con inclusa una copia per il Santo Padre. Non so se quella copia inclusa ha mai raggiunto la scrivania del Santo Padre. Per fortuna, Mons. Savio Hon Taifai era ancora a Roma e ha potuto incontrare il Papa per una visita di congedo. In quell’occasione, egli ha portato a conoscenza del Santo Padre i due casi di Shantou e Mindong. Il Santo Padre era sorpreso e promise che avrebbe studiato il caso.

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A causa delle parole che il Santo Padre aveva dette a Mons. Savio Hon, i nuovi fatti in dicembre sono stati ancora più scioccanti e sorprendenti per me. Quando l’anziano e afflitto Mons. Zhuang mi ha chiesto di portare al Santo Padre la sua risposta al messaggio da lui ricevuto dalla “delegazione vaticana” a Pechino, non ho potuto dirgli di no. Ma cosa potevo fare per essere sicuro che la sua lettera raggiungesse il Santo Padre, quando non sono sicuro nemmeno se le mie lettere giungono a lui? Per assicurarmi che la nostra voce arrivi al Santo Padre, ho preso subito la decisione di andare a Roma. Ho lasciato Hong Kong la notte del 9 gennaio, arrivando a Roma al mattino presto del 10 gennaio, giusto in tempo — beh, veramente leggermente in ritardo — per partecipare all’udienza generale del mercoledì. Alla fine dell’udienza, noi cardinali e i vescovi sono ammessi per il baciamano e io ho avuto la possibilità di mettere nelle mani del Santo Padre la busta, dicendo che ero venuto a Roma al solo scopo di portare a lui la lettera di Mons. Zhuang, sperando che egli trovasse il tempo di leggerla [nella busta vi era la lettera originale del vescovo in cinese, una mia traduzione in italiano e una mia lettera].

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Per ovvie ragioni, ho sperato che la mia presenza all’udienza non fosse notata, ma il mio arrivo in ritardo nell’aula era stato notato. Ad ogni modo, ora tutti possono vedere l’intera sequenza dalla Televisione Vaticana [a proposito, l’udienza si è tenuta nell’aula Paolo VI, non in piazza san Pietro e io ero in ritardo per entrare nell’udienza, ma non ho “aspettato in coda, al freddo”, come qualche articolo ha riportato in modo erroneo].

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A Roma, ho incontrato Padre Bernardo Cervellera di Asia News. Ci siamo scambiati informazioni, ma io ho detto a lui di non scrivere nulla. Ed egli è stato d’accordo. Ora che qualcun altro ha diffuso la notizia, io posso dire di essere d’accordo e la confermo. Sì, per quanto mi è dato sapere, le cose sono avvenute proprio come sono raccontate in Asia News [l’articolo di Asia News “crede” che il vescovo che guidava la delegazione vaticana in Cina fosse Mons. Claudio Maria Celli. Io non so con quale ruolo ufficiale egli fosse là, ma è quasi sicuro che fosse proprio lui a Pechino].

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In questo momento cruciale e a causa della confusione che regna nei media, conoscendo in modo diretto la situazione di Shantou e in modo indiretto quella di Mindong [NdR. cf. QUI], mi sento in dovere di condividere la mia conoscenza dei fatti, affinché le persone sinceramente preoccupate per il bene della Chiesa possano conoscere la verità a cui hanno diritto. Sono perfettamente cosciente che facendo ciò, sto parlando di cose che tecnicamente sono qualificate come “confidenziali”. Ma la mia coscienza mi dice che in questo caso, il “diritto alla verità” dovrebbe superare ogni “dovere di confidenzialità”.

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Con questa convinzione, mi appresto a condividere con voi quanto segue.

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Nel pomeriggio di quel giorno, il 10 gennaio, ho ricevuto una chiamata da Santa Marta, in cui mi si diceva che il Santo Padre mi avrebbe ricevuto in udienza privata la sera di venerdì 12 gennaio [sebbene il bollettino vaticano ne dà notizia il 14 gennaio]. Quello era il mio ultimo giorno dei miei 85 anni di vita, un grande dono del Cielo! [Notate anche che era la vigilia della partenza del Santo Padre per il Cile e il Perù, e quindi il Santo Padre doveva essere molto impegnato].

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Quella sera, la conversazione è durata circa mezz’ora. Ero piuttosto disordinato nel mio parlare, ma penso di aver raggiunto lo scopo di rendere note al Santo Padre le preoccupazioni dei suoi figli fedeli in Cina. La domanda più importante che ho posto al Santo Padre [che era citata anche nella lettera] era se egli aveva avuto tempo di “studiare il caso” [come aveva promesso a Mons. Savio Hon]. Nonostante il pericolo di essere accusato di rompere la confidenzialità, ho deciso di dirvi quanto sua Santità ha detto: «Sì, ho detto loro [i suoi collaboratori nella Santa Sede] di non creare un altro caso Mindszenty!». Ero là alla presenza del Santo Padre, in rappresentanza dei miei fratelli cinesi nella sofferenza. Le sue parole dovrebbero essere ben comprese come una consolazione e un incoraggiamento più per loro che per me.

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Questo riferimento storico al Card. Josef Mindszenty, uno degli eroi della nostra fede, è molto significativo e appropriato da parte del Santo Padre. Il Card. Josef Mindszenty era arcivescovo di Budapest, cardinale primate di Ungheria sotto la persecuzione comunista. Egli ha molto sofferto per diversi anni in prigione. Durante la breve vita della rivoluzione del 1956 egli è stato liberato dagli insorti e, prima che l’Armata rossa distruggesse la rivoluzione, si rifugiò nell’ambasciata americana. Sotto la pressione del governo, la Santa Sede gli ordinò di lasciare il Paese e nominò un suo successore a piacere del governo comunista.

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Con questa rivelazione, spero di aver soddisfatto il legittimo “diritto a sapere” dei media e dei miei fratelli in Cina. La cosa importante per noi è di pregare per il Santo Padre, cantando il molto opportuno inno tradizionale Oremus: «Oremus pro Pontifice nostro Francisco, Dominus conservet eum et vivificet eum et beatum faciat eum in terra et non tradat eum in animam inimicorum eius».

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Forse è necessaria qualche ulteriore spiegazione.

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1. Prego notare che il problema non sono le dimissioni dei vescovi legittimi, ma la richiesta di fare spazio a quelli illegittimi e scomunicati. Sebbene la legge sul ritiro per raggiunti limiti di età non sia mai stata applicata in Cina, molti anziani vescovi sotterranei hanno chiesto con insistenza un successore, ma non hanno mai ricevuto alcuna risposta dalla Santa Sede. Altri, che hanno già un successore nominato, e forse perfino la bolla firmata dal Santo Padre, hanno ricevuto l’ordine di non procedere con l’ordinazione per paura di offendere il governo [NdR. cf. QUI].

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2. Ho parlato soprattutto dei due casi di Shantou e Mindong. Non ho altre informazioni, oltre alla copia di una lettera scritta da una donna cattolica eccezionale, un’accademica in pensione, molto addentro negli affari della Chiesa in Cina, in cui ella mette in guardia mons. Celli dallo spingere per legittimare il “vescovo” Lei Shiying in Sichuan.

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3. Riconosco di essere un pessimista riguardo alla presente situazione della Chiesa in Cina, ma il mio pessimismo è basato sulla mia lunga e diretta esperienza della Chiesa in Cina. Dal 1989 al 1996 ho speso sempre sei mesi all’anno insegnando in vari seminari della comunità cattolica ufficiale. E ho diretta esperienza della schiavitù e dell’umiliazione a cui i nostri fratelli vescovi sono soggetti. In base alle recenti informazioni, non vi è ragione per cambiare questa visione pessimista. Il governo comunista sta producendo nuovi e più aspri regolamenti limitando la libertà religiosa. Essi ora stanno mettendo in atto i regolamenti che fino ad ora erano solo sulla carta:  dal 1 febbraio 2018, il raduno alla messa di una comunità sotterranea non sarà più tollerato.

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4. Alcuni dicono che tutti gli sforzi per giungere ad un accordo [fra Cina e Santa Sede] sono per evitare uno scisma ecclesiale. Ciò è ridicolo! Lo scisma è già lì, nella Chiesa indipendente. I papi hanno evitato di usare la parola “scisma” perché sapevano che molti nella comunità ufficiale cattolica erano lì non di spontanea volontà, ma sotto pesanti pressioni. La proposta “unificazione” forzerà chiunque [ad entrare] in quella comunità. Il Vaticano darebbe quindi la benedizione a una nuova e più forte Chiesa scismatica, lavando la cattiva coscienza di coloro che già ora sono volonterosi rinnegati e degli altri che sono pronti ad aggiungersi a loro.

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5. Non è un bene cercare di trovare un terreno comune per colmare la pluridecennale divisione fra il Vaticano e la Cina? Ma ci può essere qualcosa di “comune” con un regime totalitario? O ti arrendi o accetti la persecuzione, ma rimanendo fedele a te stesso. Si può immaginare un accordo fra San Giuseppe e il Re Erode?

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6. Così forse io penso che il Vaticano stia svendendo la Chiesa cattolica in Cina? Sì, decisamente, se essi vanno nella direzione che è ovvia in tutto quello che hanno fatto in questi mesi e anni recenti.

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7. Qualche esperto della Chiesa cattolica in Cina dice che non è logico supporre una più aspra politica religiosa da parte di Xi Jinping. In ogni caso, qui non si sta parlando di logica, ma dell’ovvia e cruda realtà.

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8. Sono forse io il maggior ostacolo al processo di accordo fra il Vaticano e la Cina? Se questo accordo è cattivo, sono più che felice di essere un ostacolo.

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Hong Kong, 29 gennaio 2018

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+ Joseph Card. Zen Ze-Kiun

Vescovo emerito di Hon Kong

 

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Titoli al testo a cura della Redazione

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2 thoughts on “«Voce di uno che grida nel deserto». La lettera del Cardinale Joseph Zen Ze-Kiun sulla delicata questione cinese e le maldestre trattative della Santa Sede.

  1. Esternazione non gradita. Rattoppo immediato con rimprovero.
    Dichiarazione del Direttore della Sala Stampa, Greg Burke, 30.01.2018
    http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2018/01/30/0089/00168.html

    In riferimento alle notizie diffuse circa una presunta difformità di pensiero e di azione tra il Santo Padre e i suoi Collaboratori nella Curia Romana in merito alle questioni cinesi, sono in grado di dichiarare quanto segue:

    “Il Papa è in costante contatto con i Suoi collaboratori, in particolare della Segreteria di Stato, sulle questioni cinesi, e viene da loro informato in maniera fedele e particolareggiata sulla situazione della Chiesa Cattolica in Cina e sui passi del dialogo in corso tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese, che Egli accompagna con speciale sollecitudine. Desta sorpresa e rammarico, pertanto, che si affermi il contrario da parte di persone di Chiesa e si alimentino così confusione e polemiche”.

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