Una notizia storica: Alberto Melloni annuncia l’estinzione del Sacerdozio

difendere il Santo Padre dai falsi amici

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UNA NOTIZIA STORICA: ALBERTO MELLONI ANNUNCIA L’ESTINZIONE DEL SACERDOZIO

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Alle assurde e pericolose affermazioni del capo della Scuola di Bologna, è d’obbligo replicare che il prete non l’ha inventato il Concilio di Trento, come lui falsamente afferma, ma Nostro Signore Gesù Cristo, per quanto differente sia il sacerdozio dai tempi di Cristo, a quelli di Trento, al nostro.

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Autore Giovanni Cavalcoli OP
Autore
Giovanni Cavalcoli, OP

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Melloni e Francesco
il Sommo Pontefice Francesco I ed il capo della Scuola di Bologna Alberto Melloni [© L’Osservatore Romano]

Nella rubrica difendere il Santo Padre dai falsi amici, offriamo questa volta ai Lettori un commento all’articolo dello storico Alberto Melloni, che alcuni anni aveva in progetto di proporre al Papa di condividere paritariamente la guida della Chiesa col Patriarca Ortodosso di Costantinopoli, mentre di recente ha esaltato Papa Francesco per aver fatto la pace, dopo mille anni, con il Patriarcato Ortodosso di quella città, ponendo fine alla controversia dottrinale.

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Ci riferiamo all’articolo intitolato «La Messa è finita. Così dopo cinque secoli tramonta la figura del prete» [cf. QUI], apparso su La Repubblica di mercoledì 22 marzo scorso a firma di Alberto Melloni, il quale si prodiga in un breve quadro della figura del prete promossa dal Concilio di Trento, accennando a taluni aspetti psicologici, comportamentali, culturali e pastorali ― il cosiddetto “clericalismo” ―, che effettivamente hanno caratterizzato un certo stile sacerdotale diffuso fino al Concilio Vaticano II, e al quale il Concilio e il Magistero post-conciliare hanno rimediato. Sebbene egli trascuri completamente di ricordare i meriti dogmatici ed anti-eretici del Concilio tridentino, per esempio il sacerdote come guida delle anime, uomo del sacro e della fermezza dottrinale; ed al tempo stesso analizzando certi limiti pastorali della riforma del Vaticano II, per esempio la tendenza secolarizzante, buonista e pacifista, tutti elementi ulteriormente aggravati dal risorgere del modernismo, del quale Alberto Melloni, capofila della Scuola di Bologna, è uno dei più noti esponenti nel campo della storia della Chiesa.

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Il difetto più grave di questo fazioso trafiletto è il perfido equivoco col quale Alberto Melloni gioca slealmente tra il rifiuto del modello tridentino del prete ― cosa sulla quale si potrebbe anche essere d’accordo, non per nulla il Vaticano II ha proposto una riforma, anche se parzialmente discutibile ―, e il rifiuto del prete come tale, ovvero del Sacramento dell’Ordine, sulle orme di Lutero, come appare chiaramente dal titolo dell’articolo.

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Passiamo adesso in rassegna le perle di questa splendida collana melloniana. Ad ogni asserzione del Alberto Melloni farà adesso seguito la mia risposta.

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Scrive Alberto Melloni In sordina si è esaurito un grande ciclo: quello del prete. Quella formidabile invenzione cinquecentesca che ha plasmato la cultura e la politica, la psicologia e la vita interiore, l’arte e la teologia dell’Occidente e delle sue antiche colonie non si è estinta (sono circa 420.000 i preti nel mondo), ma da oltre un secolo è in crisi: in Italia siamo passati in novant’anni da 15mila a circa 2.700 seminaristi.

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Replico a tal proposito che l’Autore esordisce col rievocare la riforma tridentina. Il prete, secondo la sua interpretazione del Tridentino, non lo ha istituito Gesù Cristo, ma è un’invenzione del papato, che si tratti del IV secolo, come pensano Schillebeeckx e Rahner o del Medioevo, come crede Lutero, o col Concilio di Trento, come pensa Melloni, poco importa. Il fatto è che, secondo loro, qui Cristo non c’entra per nulla, ma solo la sete di potere del papato.

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La crescita delle vocazioni sacerdotali non è in crisi perché la Chiesa si rifà tuttora alla dogmatica del Tridentino circa il Sacramento dell’Ordine e alle direttive  del Concilio Vaticano II; la crisi delle vocazioni dipende dal fatto che i modernisti hanno messo in giro una falsa idea del sacerdozio, che è un rifiuto della dogmatica tridentina e una falsa interpretazione delle direttive del Vaticano II. Il maggiore responsabile di questa truffa colossale è Karl Rahner[1], mentre Alberto Melloni è uno dei caporali di questo esercito di modernisti.

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Scrive Alberto Melloni Conta in questa fase storica il riverbero sul clero della caduta della qualità intellettuale delle classi dirigenti alle quali appartiene sia chi sceglie il sacerdozio che chi glielo conferisce.

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Replico a tal proposito che questo è un falso storico. Qualunque seminarista che studia la storia della Chiesa ― non con Melloni, ma con uno storico normale ―, sa che la riforma tridentina degli studi e della formazione del clero, alla quale dobbiamo appunto la nascita dei Seminari, ravvivò potentemente la deperita teologia scolastica, guastata dal neo-paganesimo umanistico rinascimentale, nonché dall’occamismo che è alle origini della teologia di Lutero, e fece risorgere una nuova fecondissima stagione della teologia scolastica, e quindi della formazione sacerdotale, soprattutto ad opera dei Domenicani e dei Gesuiti, i quali, come è noto, alla fine del XVI secolo, sino agli albori del seguente, si sfidarono in una nobile disputa, che mise in campo i migliori campioni delle due parti.

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Famoso è rimasto il Domenicano Domingo Bañez contro il Gesuita Luigi Molina, iniziatore della controversia, nel tentativo di precisare il rapporto tra l’azione della grazia e quella del libero arbitrio, una gravissima, sottile e affascinante questione suscitata dalla problematica luterana.

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Il nobile torneo ebbe ben 164 sedute, nelle quali grandi teologi disputarono appassionatamente o turno alla presenza del Papa. I Domenicani sottolineavano la potenza della grazia, utilizzando la categoria metafisica della causalità, la cosiddetta “premozione fisica”; i Gesuiti, invece, sottolineavano il potere della volontà umana, utilizzando la categoria biblica della “Alleanza”. Non c’è dubbio che questa disputa, benché fra dotti, non mancò di vitalizzare potentemente la cultura intellettuale dei vescovi e dei sacerdoti, rendendoli più esperti del gioco misterioso della grazia e della libertà e quindi più capaci di guidare le anime sulla via della salvezza e della santità.

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Inoltre, tutti sanno come la Riforma Tridentina avviò una formazione del clero animato da un forte spirito missionario. La recente scoperta di nuovi continenti rese cosciente la cristianità europea di non esaurire, come credeva il medioevo, tutto il mondo abitato. Così la Chiesa cominciò ad espandersi rapidamente nelle nuove immense terre e proseguì l’evangelizzazione dell’Asia e dell’Africa.

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Scrive Alberto Melloni Ma la questione si incunea più profondamente nella storia. Questo “prete tridentino” sembra attraversare la svolta della modernità senza danni: anzi la nascita dei nuovi ordini e società di preti dell’Ottocento, e lo zelo nel fare seminari grandi come fabbriche, sembrano garantire che la sua funzione resti intatta dentro lo stesso guscio istituzionale e teologico. Ma non è vero: la chiesa che si arrocca a difesa del proprio recinto ne fa un funzionario il cui profilo interiore si usura nel controllo sociale.

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Replico a tal proposito che la nascita di numerosi istituti religiosi e clericali dell’Ottocento testimonia di una Chiesa attenta ai segni dei tempi e alle grandi necessità sociali: ai più poveri, ai sofferenti ed emarginati, all’educazione dei fanciulli e dei giovani, al loro avviamento al lavoro, al bene delle famiglie, alla dignità della donna, alla cultura cattolica, all’impegno politico del laicato, alle missioni.

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Scrive Alberto Melloni Lo scrutinio della coscienza di una umanità di cui non ha esperienza ne indebolisce la compassione.

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Replico a tal proposito che l’esperienza umana del sacerdote non necessita di applicarsi all’orizzonte proprio del laico ― economia, finanza, milizia, politica, famiglia, tecnologia, industria e commercio ―, perché essa verte sui valori umani che vanno alla radice e allo scopo dell’esistenza, più attinenti al senso della vita e della storia, al problema della  sofferenza, del peccato e della salvezza, al bisogno di verità, di giustizia, di pace, di libertà e di felicità, ai valori morali, religiosi e spirituali, al rapporto con Dio.

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Nel Sacramento della Penitenza, il confessore, che conosce bene la dignità e la fragilità della coscienza, conosce bene le risorse e le debolezze dell’uomo, e sa bene di essere anche lui un peccatore perdonato, entra sì con delicatezza e rispetto nella coscienza del penitente e giudica di essa, con competenza, prudenza e carità, come un chirurgo che opera sul cuore, ma solo perché lo stesso penitente, conoscendo nella fede l’insostituibile aiuto che può dargli il sacerdote nel campo della vita di grazia, ne ha bisogno, lo desidera e glielo chiede, e quindi gliela apre, per essere valutato, analizzato, compreso, guarito, perdonato, purificato, illuminato, guidato, liberato, confortato, consolato, incoraggiato, rappacificato.

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Il laico, uomo o donna, che cerca il sacerdote, non si attende di riscontrare o ritrovare in lui una analoga esperienza mondana, secolare o laicale, della quale può averne fin troppa, ma quello che cerca è l’uomo di Dio, l’uomo della verità e dell’amore, che ha la conoscenza analogica e sapienziale di Dio, sa parlargli di Lui, sa elevare il suo spirito ed educarlo alla santità (anagogia), sa introdurlo al suo Mistero (mistagogia), e farglielo sperimentare nella preghiera, nell’adorazione e nella liturgia, nella comunione ecclesiale e col Sommo Pontefice.

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Il fedele sa bene, come dice il profeta Malachia, che «le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si cerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti» (Ml 2,7). Il fedele sa che il sacerdote è «costituito per offrire doni e sacrifici» (Eb 8,3). Nella Santa Messa egli, in persona di Cristo, offre al Padre, nello Spirito Santo, il sacrificio redentivo ed espiatorio di Cristo per la remissione dei peccati. Egli è il “pontefice” che, in Cristo e grazie a Cristo, “getta un ponte fra Dio e l’uomo”.

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È l’uomo che, come Cristo, conosce profondamente l’uomo (Gv 2,25; Mt 9,4), i problemi, i valori e i sentimenti universalmente umani, del dubbio, della certezza, della passione, dell’amore, dell’odio, della gioia, del dolore, del piacere, dell’angoscia, del timore, della speranza, del pentimento, del perdono. È l’uomo che, nel rapporto col prossimo, mira anzitutto alla salvezza delle anime, secondo il detto di San Giovanni Bosco: «da mihi animas, caetera tolle» [dami le anime, e prendi tutto il resto], il che, evidentemente, non esclude affatto che il prete si adoperi, secondo le sue forze e competenze, anche per il bene fisico degli uomini, soprattutto poveri e sofferenti. Resta comunque che per il buon pastore vale sempre la legge di San Gregorio Magno: «salus animarum suprema lex esto» [la salute delle anime è la legge suprema].

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Il prete dev’essere un doctor humanitatis, senza che gli si chieda di essere un antropologo, un sociologo o uno psicologo. Egli, senza essere un politico o un assistente sociale, sa però stimolare in tutti la solidarietà umana, senza faziosità o partigianerie, obbediente alle autorità, soprattutto al Papa, ma senza adulazioni, carrierismi o piaggerie, e senza essere servo dei potenti. Il prete apre il cuore del fedele a tutti i valori umani e alle necessità della carità fraterna col cuore stesso di Cristo, gli comunica, nei sacramenti, il perdono divino e la vita della grazia. Sa mostrargli i tesori della dignità umana, per renderlo di essi partecipi e nel contempo le miserie dell’uomo, per guarirle nella misericordia e nella  giustizia. In base alla Rivelazione biblica, alla Tradizione e alla dottrina della Chiesa, lo introduce delle realtà future e lo rende edotto dell’origine e del fine della storia.

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Scrive Alberto Melloni La sua antica scienza comparata a trasmissioni del sapere sempre più sofisticate, ne fa un sotto-acculturato.

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Replico a tal proposito che il prete sa che la cultura, veramente preziosa, essenziale e più importante non è quella tecnologica o scientifica, ma quella morale, religiosa e spirituale. Per questo, se un San Giovanni Maria Vianney, un San Pio da Pietrelcina o un San Leopoldo Mandić fossero vissuti oggi, non si sarebbero curati delle “trasmissioni del sapere sempre più sofisticate”, consapevoli che stavano svolgendo un servizio ben più importante.

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Scrive Alberto Melloni Lo zelo ecclesiastico nel condannare tutto ciò a cui si può attaccare il suffisso “ismo”, ne impoverisce le letture e lo rende estraneo ai “suoi”, che diventano di colpo “lontani”.

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Replico a tal proposito che Melloni, uomo “carnale” com’è, che “non comprende le cose dello Spirito di Dio” (I Cor 2,14), non capisce niente del discernimento sacerdotale, col quale il ministro di Cristo,  grazie al dono di sapienza dello Spirito Santo, è quell’ “uomo spirituale, che giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno” (v.15), se non da Dio stesso (I Cor 4,4).

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Scrive Alberto Melloni La perdita di ruolo e l’ incuria affettiva lo espone al peggio: fino alla svenevole esaltazione del celibato, che intrappola le sessualità in cerca di sublimazione e attira nel presbiterato persone irrisolte o addirittura malate.

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Replico a tal proposito che con perfida e calunniosa insinuazione, il Melloni sembra estendere alla generalità del clero le idee e il comportamento vizioso di alcuni sacerdoti indegni, anche se bisogna effettivamente riconoscere che tra i moralisti serpeggiano idee ereticali, o lassiste o rigoriste, circa il valore dell’etica sessuale e, per conseguenza, del celibato sacerdotale, così come risulta dal Magistero della Chiesa, per cui effettivamente c’è da temere che la corruzione del clero su questo punto sia più estesa di quanto sembri.

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Scrive Alberto Melloni E nella storia europea recente il mestiere di prete viene appaltato, come le mansioni marginali, a chierici d’importazione, eletti a badanti di comunità abbandonate.

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Replico a tal proposito che questa ulteriore, perfida ed ottusa incomprensione, è adesso quella della carità, del mutuo soccorso, della solidarietà, della generosità e della disponibilità sacerdotali e fra sacerdoti, nel servire la Chiesa e il prossimo, carità esemplare, della quale oggi danno prova tanti preti e religiosi, pronti a lasciare la loro patria, magari assai lontana, per soccorrere diocesi bisognose o che offrono possibilità di ministero o altre comunità del proprio istituto in territori con carenza di vocazioni.

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Scrive Alberto Melloni Perfino la discussione sulla donna-prete — dimenticando che il “sacerdozio” che si riceve col battesimo le donne lo hanno già, e che non è poco —, si mescola pericolosamente alla logica tutta maschilista che concede all’altro genere i mestieri diventati obsoleti.

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Replico a tal proposito che la Chiesa non dimentica affatto che la donna cristiana è battezzata; piuttosto è Melloni che ― fatta propria un’eresia di Schillebeeckx ― dimentica che la Chiesa, per volontà di Cristo, non consente alla donna di accedere al sacerdozio ministeriale.

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Scrive Alberto Melloni Il Vaticano II si è limitato a tentare di togliere al prete quel tono semi-monastico che aveva. Non il papato che si limita a confezionare una poetica del prete. Non ne parlano i vescovi che impacchettano le comunità in quelle che in Italia si chiamano “unità pastorali”, e condannano i preti a diventare funzionari affannati, travolti da una poligamia comunitaria in cui nessuno vuol loro bene e loro non riescono a voler bene, col rischio di diventare santi o naufragare su scogli erotici non sempre candidi.

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Replico a tal proposito che è gravemente insultante nei confronti del magistero pontificio del passato e del presente affermare che esso «si limita a confezionare una poetica del prete». Così pure lo storico Melloni dimentica i sinodi mondiali e nazionali dei vescovi dedicati al sacerdozio. Il tono derisorio col quale accenna alle unità pastorali, è del tutto sconveniente e denota la presunzione di chi tratta argomenti delicati, nei quali non ha competenza.

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Temeraria ed offensiva del ceto sacerdotale, segno di faziosità e non di oggettività storica, è l’indebita generalizzazione, che estende a tutto il clero disfunzioni e anomalìe magari esistenti, ma isolate ed accidentali. Quanto al «rischio di diventare santo», Melloni stia tranquillo, chè, con queste calunnie, esagerazioni e falsità, egli non lo corre certamente.

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Scrive Alberto Melloni È cosa così grave che non ne parla neanche papa Francesco.

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Replico a tal proposito che anche questo non è vero, anche se ovviamente il Papa non può echeggiare le falsità di Melloni. Il Santo Padre è intervenuto più volte a condannare i vizi del clero e i difetti della stessa Curia Romana, e ad indicare ai sacerdoti la via della santità vivendo la loro fede (cf. Lumen Fidei) e il modo migliore per annunciare il Vangelo (cf. Evangelii Gaudium), pascere il gregge loro affidato in certe circostanze difficili (cf. Amoris Laetitia), oltre a tutte le volte nelle quali ha parlato delle vocazioni, delle opere della misericordia, del ministero della confessione, della preghiera, della liturgia, sforzandosi di essere egli stesso di esempio per i sacerdoti.

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Semmai vorremmo chiedere al Papa di promuovere meglio la sacralità della liturgia, ricordando il carattere sacrificale della Santa Messa. La preoccupazione ecumenica di convergere con i fratelli protestanti nella Memoria della Cena del Signore, è certo cosa buona e in linea col Concilio; ma dobbiamo attendere nella preghiera e dai dialoghi ecumenici, nella carità reciproca, quel momento benedetto, nascosto nei piani del Signore, ma anche legato alla buona volontà di tutti, nel quale i fratelli separati riconosceranno il Sacramento del sacerdozio ministeriale, il mistero della transustanziazione e la Messa come sacrificio, onde poter finalmente celebrare assieme l’Eucaristia. Non si tratta di cedere al lefebvrismo, ma semmai di riprendere quella riforma della riforma, che aveva avviato Papa Benedetto.

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Scrive Alberto Melloni Toccherebbe dunque ai vescovi e agli episcopati di sollevare un tema sul quale si gioca la vita delle loro chiese: ma l’indolenza prevale, incoraggiata dalla speranza che la riforma domani abbia lo stesso coraggio di quella che “inventò il prete”.

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Replico a tal proposito che il prete non l’ha inventato il Concilio di Trento, ma Nostro Signore Gesù Cristo, per quanto differente sia il sacerdozio dai tempi di Cristo, a quelli di Trento, al nostro. Il problema dell’episcopato non è quello dell’indolenza ― alcuni sono fin troppo attivi ―, ma il fatto della diffusione tra i vescovi del modernismo, per cui, chi è affetto da questo morbo, preferisce ascoltare Alberto Melloni e altri caporioni rahneriani e modernisti, piuttosto che il Papa, la Scrittura e la Tradizione.

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Varazze, 21 aprile 2017

tra l’Ottava di Pasqua

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Note:

[1] Cf. il mio studio Il concetto del sacerdozio in Rahner, in Il Sacerdozio ministeriale, “L’amore del Cuore di Gesù”, a cura di S.Lanzetta e S.Manelli, Casa Mariana Editrice, Frigento-Napoli 2010, pp.183-229.

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7 thoughts on “Una notizia storica: Alberto Melloni annuncia l’estinzione del Sacerdozio

  1. L’articolo di Melloni costituisce comunque un segnale parzialmente positivo: si nota fra le righe, infatti, una certa quale insofferenza verso l’inconcludenza “rivoluzionaria” del Papa, e lo scetticismo della chiusa serve solo a nascondere un riposto invito ai pezzi grossi del quartier generale e agli organi periferici di prendere in mano la situazione e portare a termine il processo rivoluzionario. Almeno le cose si fanno più chiare.

  2. Certamente uno dei fattori della odierna crisi di civiltà, nella quale non si crede più solidamente a nulla, ma si fanno spazio liquidamente le sparate dei Melloni, è anche La trahison des Clercs, non solo nel senso figurato di J. Benda, ma nel senso proprio che il nostro Clero ha tradito. Esempio banale di un quarto d’ora fa: il Vangelo letto oggi a Messa (Mc. 16, 1-15) finisce con parole di Gesù: «Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”». E fin qui il testo odierno del Messale. Ma le parole di Gesù sono state tagliate, ed è stato censurato il seguito: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato».

  3. Un papa forte nella fede contrasterebbe subito questi personaggi. Il papa è il Vicario di Cristo e deve sempre difendere la Chiesa governata da Gesù risorto e non certo dagli ideologi o da chicchessia prete modernista. Non possiamo negare che la Chiesa è in crisi causa il modernismo al potere. È un disastro, la divisione è stata voluta a tavolino obbligando i fedeli a seguirli pena la scomunica

    1. Cara Enza,

      il Papa mantiene i contatti con questi personaggi e si mostra aperto ed accogliente nei confronti del bene che essi possono fare e fanno, nella speranza di attirarli alla vera fede e a Cristo, cercando di correggerli con buone maniere e con l’esempio della sua condotta e della sua fede.

      Può essere che egli non sia informato pienamente circa i loro errori o che di alcuni di tali errori voglia dare un’interpretazione benevola. Non è esclusa in lui una certa ingenuità, della quale egli confidenzialmente si accusa con gli amici. Nel contempo, il Papa, adulato, vezzeggiato, ma nascostamente premuto da potenti forze moderniste, che hanno raggiunto i vertici della Chiesa, si vede obbligato a limitare la sua opposizione, nel timore e che esse aumentino la loro aggressività.

      Quanto a queste, vedendo nel Papa questa mitezza, che esse scambiano per debolezza ed influenzabilità, insistono sistematicamente da decenni subdolamente, ma sempre più scopertamente, credendosi sicuri, nella loro audacia e sfrontatezza, e aumentano la loro pressione sul Papa e sui fedeli, convinti di poter farlo deviare dalle sue sacre convinzioni di cattolico e di spingerlo ad una concezione semplicemente razionale ed umanitaria dell’esistenza, sul modello della massoneria.

      È il sogno di Ernesto Buonaiuti, aIl’inizio del ‘900, che sembra si stia avverando: convertire Roma al modernismo. Un sogno del genere lo ebbe anche Giordano Bruno alla fine del sec. XVI : convertire il Papa alle sue idee magico-panteistiche. Allora, come sappiamo, gli andò male; ma oggi, che non esiste più la pena di morte per gli eretici, e che troviamo eretici anche nelle università pontificie, la massoneria ritiene sia ormai giunto il momento favorevole per l’azione decisiva, tanto più che, come ci assicura il Card. Gianfranco Ravasi, i massoni sono ”nostri fratelli”. Non abbiamo nulla da temere [cf. nostri articoli: QUI e QUI]

      Ciò però che lascia perplessi molti buoni cattolici, è il timore che il Papa ceda a calcoli troppo umani, e che con questo suo atteggiamento che si può prestare all’equivoco, per evitare rappresaglie e per non irritare i modernisti, non dica tutto quello che, come pastore della Chiesa, dovrebbe dire per indicare in pienezza le vie del Vangelo, similmente a quello che fu il comportamento delle gerarchie cattoliche nei regimi totalitari comunisti, nazisti e fascisti, con l’aggiunta del grande dolore che coloro dai quali il Papa deve difendersi sono dei Giuda, sono fratelli di fede saccenti, arroganti, ipocriti e presuntuosi, che si considerano la punta avanzata della Chiesa (“progressisti”) e invece ne sono la rovina.

    1. Andrea Grillo è :
      – docente di Teologia Sacramentaria presso la Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma, 
      – docente di Teologia presso l’Istituto di Liturgia Pastorale di Padova,
      – docente di Teologia dell’Istituto Teologico Marchigiano di Ancona.

      Con simili maestri stiamo ancora a domandarci perché la Chiesa stia andando a pu##ane?

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