Teolock down: «Chiusi dentro con Dio». Cosa ci hanno insegnato le settimane di quarantena?

—  attualità ecclesiale —

TEOLOCK DOWN: «CHIUSI DENTRO CON DIO». COSA CI HANNO INSEGNATO LE SETTIMANE DI QUARANTENA?

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Il digiuno eucaristico al quale siamo stati sottoposti in questi due mesi, non è così insolito per la storia della Chiesa. Infatti, i monaci, durante Quaresima erano soliti fare il digiuno dall’Eucarestia, per poi viverla al massimo il giorno di Pasqua. La comunione frequente e quotidiana e quella dei bambini è entrata oggi nella nostra vita di fede, alla quale tutti siamo ormai abituati: ma in origine e nel passato non era così, fu infatti il Santo Pontefice Pio X a introdurre questa frequenza in tempi recenti, per l’esattezza nel 1905 [San Pio X, Sacra Tridentina Synodus].

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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Palazzo Apostolico, Città del Vaticano – Raffaello Sanzio: Liberazione di San Pietro dal carcere.

Durante questa epidemia è entrata nel lessico parlato una nuova parola inglese: Lockdown, traducibile con isolamento, confinamento. La parola contiene al suo interno il verbo inglese Lock che indica proprio l’azione del chiudere a chiave. Ci sembra strano eppure è da più di quaranta giorni che siamo chiusi dentro: nel corso della storia sono state portate avanti battaglie per la libertà, la liberazione dall’oppressione di regimi dittatoriali, per l’ottenimento dei diritti, quindi pensavamo che la libertà di movimento fosse ormai data per assodata. Invece si giunge agli ultimi giorni di febbraio, cioè appena l’inizio di questo anno 2020, ed un virus temibile e letale ci costringe a stare a casa. Molti di noi non possono uscire, se non per i celeberrimi motivi che conosciamo. Altrimenti ci becchiamo una multa salata, salatissima. In casi più gravi addirittura, se sussistono delle condizioni, si può davvero rischiare la censura penale.

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Diverse sono state le persone che tramite videochiamate, telefonate classiche, social network e altro, mi hanno riferito di sentirsi in prigione a casa loro. Nonostante abbiano proseguito in quel periodo il loro lavoro, aumentando la loro presenza con la famiglia. C’è anche chi si è ingegnato a trovare dei lavoretti manuali da fare, oltre un po’ di sport casalingo, la lettura di libri e l’uso, oggi iper-gettonato, di Netflix, Amazon Prime e altri dispositivi per vedere film. Ma la condizione psicologica avvertita era sempre quella: sentirsi imprigionati.

Se ci pensiamo esiste un altro posto, dove si è davvero in prigione: la cella di un carcere. Pensiamo ai due carceri di Roma, Rebibbia e Regina Coeli. Da qui si vede come l’essere costretti in un luogo, ha un valore rieducativo. Così scriveva Michael Foucault, sul tema del carcere:

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«Solo nella sua cella, il detenuto è messo di fronte a sè stesso; nel silenzio delle sue passioni e del mondo che lo circonda, egli si inoltra nella sua coscienza, la interroga e sente risvegliarsi il sentimento morale che non perisce mai interamente nel cuore dell’uomo» [M. Foucault, Sorvegliare e punire, Giulio Einaudi Editore, Roma, 2013].

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In questo senso, lo stare chiusi in una cella aiuta un detenuto che ha commesso un reato a rendersi conto dell’ingiustizia commessa, e Dio piacendo, a pentirsi. La solitudine, dunque, conduce a una riflessione sulla propria vita, le scelte, quello che si sta facendo e su come migliorarsi.

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Vorrei adesso riflettere in modo un po’ diverso, rispetto al sentire comune. Infatti, stare chiusi dentro, è esattamente come una galera o prigionia. Perché, a differenza di tanti altri luoghi, ci è chiesto innanzitutto di rimanere a casa, che è custodia per noi, ma anche per gli altri. O come scrisse il virologo Roberto Burioni, le misure di Lockdown, hanno salvato la vita di almeno 40.000 persone:

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«La cosa pazzesca è che gran parte di queste morti sono state evitate nel nostro Paese, dove l’epidemia ha colpito più duramente: quasi 40.000 di noi (più di 80.000 nelle stime più ottimistiche) che ancora godranno delle cose belle della vita quando questa tempesta sarà passata. Il tutto grazie alle misure di contenimento. […] Questo studio, rende giustizia anche agli sforzi (in molti casi eroici) di chi ha cambiato la propria vita restando chiuso fra quattro mura. Ecco: anche questo comportamento ha salvato, sta salvando vite. Restando a casa, ognuno di voi lo sta facendo. Continuate a farlo. È soprattutto grazie a questo che si inizia a vedere una luce chiara in fondo al tunnel» [vedere, QUI].

A ben pensarci, essere stati chiusi dentro, per molti è stata un’occasione, un momento da non perdere non solo per il bene che possiamo fare a noi stessi e agli altri. È innanzitutto un’occasione unica per stare chiusi dentro con Dio. Stare chiusi dentro con Dio vuol dire trovare del tempo per riflettere sulla nostra fede.  Star chiusi dentro è evento teofanico ed epifanico, in cui Dio si incontra e si mostra in un luogo chiuso: il luogo chiuso non è una prigione, una cella di isolamento, ma è l’occasione di apertura al trascendente e al sacro. Il luogo chiuso è voluto da Dio stesso: Dio custodisce la nostra casa, la nostra stanza, mentre noi incontriamo quel luogo. Il luogo chiuso in cui siamo dentro ci aiuta a costruire una relazione vera e personale con Dio. In effetti se diamo uno sguardo ai vangeli, l’esperienza di star chiusi dentro non è affatto così terribile per gli apostoli. Prendiamo tre esempi particolari, innanzitutto l’istituzione dell’Eucarestia in Marco e Luca:

«Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo 14 e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua» [Mc 14,12-17]

«Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua.  Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare».  Gli chiesero: «Dove vuoi che la prepariamo?». Ed egli rispose: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate». Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua. Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui [Lc 22,7-14]

I racconti di Luca e Marco hanno delle piccole distinzioni nelle descrizioni che propongono sulla stanza in cui celebreranno la Pasqua con Gesù. Entrambe le descrizioni comunque concordano che c’è un salone superiore, arredato e addobbato, anche con tappeti. Dunque siamo certi che è un luogo chiuso. Gli apostoli nei brani di Marco e Luca sono chiusi in casa, e vivono la Pasqua ebraica. Poi Gesù nel centro di essa, introduce degli elementi estranei: dunque istituisce l’Eucarestia e il Sacerdozio [cf. Gv 17]. Proviamo allora riflettere, mediante il catechismo della Chiesa Cattolica su cos’è l’Eucarestia:

«L’Eucaristia è dunque un sacrificio perché ripresenta (rende presente) il sacrificio della croce, perché ne è il memoriale e perché ne applica il frutto» [n. 1366] «Il modo della presenza di Cristo sotto le specie eucaristiche è unico. Esso pone l’Eucaristia al di sopra di tutti i sacramenti e ne fa “quasi il coronamento della vita spirituale e il fine al quale tendono tutti i sacramenti”. Nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia è “contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il Corpo e il Sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l’anima e la divinità e, quindi, il Cristo tutto intero. “Tale presenza si dice” reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”, ma per antonomasia, perché è sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente» [ n. 1374]

Essere stati chiusi in casa per due mesi, ha comportato anche rinunciare ad accostarsi a Gesù Eucarestia e Presenza Reale. Ma Lui c’è davvero, anche se non riceviamo la Santissima Eucaristia. Perché la Presenza Reale di Gesù si accoglie anche tramite la comunione spirituale, che noi facciamo anche quando assistiamo alle messe in streaming, nei momenti di straordinaria emergenza, che non vanno confusi mai con la ordinarietà. Un conto, infatti se, un infermo, guarda la Santa Messa in televisione, un conto invece se, una persona sana, non si reca alla Santa Messa perché crede di poter adempiere al precetto guardandola in televisione.

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Il digiuno eucaristico al quale siamo stati sottoposti in questi due mesi, non è così insolito per la storia della Chiesa. Infatti, i monaci, durante Quaresima erano soliti fare il digiuno dall’Eucarestia, per poi viverla al massimo il giorno di Pasqua. La comunione frequente e quotidiana e quella dei bambini è entrata oggi nella nostra vita di fede, alla quale tutti siamo ormai abituati: ma in origine e nel passato non era così, fu infatti il Santo Pontefice Pio X a introdurre questa frequenza in tempi recenti, per l’esattezza nel 1905 [San Pio X, Sacra Tridentina Synodus].

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Ecco allora che, lo stare chiusi dentro, può aiutarci in questo. Riscoprire il senso di Gesù che è presenza reale, comunione con noi anche all’interno della nostra casa. In questi casi così straordinari, Gesù ci avvolge della sua grazia tramite la comunione spirituale, che è appunto unirsi a Lui senza che si acceda alle specie eucaristiche. È uno stare chiusi dentro abitato allora dalla certezza di una comunione profonda: possiamo allora riflettere su questo, nel tempo in cui siamo stati rinchiusi in casa senza poter passeggiare, o fare sport o altri luoghi che amiamo, quali frutti abbiamo raccolto? Siamo usciti di casa diversi, oppure tali e quali eravamo in precedenza? Proviamo allora a riflettere e chiedere a Dio di farci riscoprire qual è il senso per noi della Eucarestia, della partecipazione alla messa e a prendere la Santa Comunione. Domandiamoci anzitutto: che cosa vuol dire nella mia vita che Gesù vi è presente in modo reale?

Un terzo episodio riguarda ancora apostoli e discepoli, contenuto nella fine del Vangelo di Giovanni: che abbiamo ascoltato domenica.

«La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse (klasein, essere chiusi dentro) le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”» [Giovanni 20,19-23].

Il noto commentatore di Giovanni, Raymond Brown [R. E. Brown, Giovanni, Cittadella Editrice, 2014, 1305 – 1307] commentando questo passo nota che discepoli ed apostoli sono chiusi in casa, tutti insieme, per paura delle autorità giudaiche. Gesù risorto allora appare, irrompe superando le barriere fisiche: e innanzitutto gli donando la pace. Successivamente decide di inviarli, esattamente come il Padre ha mandato Lui, e a tal fine dona (insuffla) lo Spirito Santo ai discepoli. Questo perché lo Spirito Santo, nella sua invisibilità ha accompagnato Gesù nel suo ministero pubblico fino alla Passione. Ecco allora che i discepoli e apostoli proseguiranno il mandato di Gesù di trasmettere la Verità ricevuta, amministrare i sacramenti, formare e guidare comunità cristiane (descritte in Atti).

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Lo stare chiusi dentro, allora è anche un incontro con Gesù Risorto. E sempre a proposito della Resurrezione il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna:

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«Gesù risorto stabilisce con i suoi discepoli rapporti diretti, attraverso il contatto e la condivisione del pasto. Li invita a riconoscere da ciò che egli non è un fantasma soprattutto a constatare che il corpo risuscitato con il quale si presenta a loro è il medesimo che è stato martoriato e crocifisso, poiché porta ancora i segni della passione. Questo corpo autentico e reale possiede però al tempo stesso le proprietà nuove di un corpo glorioso; esso non è più situato nello spazio e nel tempo, ma può rendersi presente a suo modo dove e quando vuole poiché la sua umanità non può più essere trattenuta sulla terra e ormai non appartiene che al dominio divino del Padre. Anche per questa ragione Gesù risorto è sovranamente libero di apparire come vuole: sotto l’aspetto di un giardiniere o “sotto altro aspetto” (Mc 16,12) diverso da quello che era familiare ai discepoli, e ciò per suscitare la loro fede [n. 645].

Il Catechismo si sofferma a descrivere il vero corpo risorto di Gesù. Nella dottrina cattolica, in particolare nella materia dell’escatologia noi, a partire da questi brani, siamo a conoscenza della qualità del corpo risorto che anche noi avremo: cioè essere vero, glorioso, impassibile, senza limiti. Dunque all’interno del segreto del cenacolo, i discepoli ed apostoli innanzitutto conoscono anche il progetto di Dio per tutti gli uomini: la resurrezione dei corpi e la vita eterna.

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Stare chiusi dentro allora ci spalanca a un’apertura sull’eternità. Cominciare a pensare che viviamo in uno stato di già, ma non ancora: chiamati alla vita eterna, a risorgere nella vita futura, ma questa vita si costruisce dalle nostre azioni di adesso. Sicché avremmo potuto riflettere, nei nostri due mesi di “reclusione”, mentre siamo custoditi dal Risorto. La pandemia, ha portato a un qualche miglioramento umano? Dopo questa inaspettata “lezione”, possiamo veramente dire “nulla sarà come prima”? Per noi, cattolici la fede indica di avere uno sguardo di conversione, di cambiare la nostra vita ed aderire ancora di più a Lui dentro la Chiesa Cattolica sua sposa. È accaduto, per molti o forse per pochi, qualche cosa di questo genere? Perché molte sono le cose che possono accadere nel nostro spirito e nella nostra anima, quando siamo chiusi dentro con Dio.

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Se siamo stati chiusi con Dio, possiamo allora permettere a tutti di attingere al Bene Comune, come azione pratica. Non basta dire, come abbiamo sentito e letto nelle ultime settimane, che “andrà tutto bene”. Perché “andrà tutto Bene, se il Tutto sarà il bene di Dio.

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Il male fisico e i problemi sanitari del Coronavirus, sono un male che Dio può permettere affinché l’uomo tragga il maggior bene. E, questo bene maggiore che cerca di farci cogliere in questo Lockdown, è proprio il bene comune: ora nella dottrina sociale della Chiesa: il bene comune consiste

«nell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente» [Dottrina sociale della Chiesa, 164].

 

In quanto credenti siamo persone sacre, uniche e irripetibili coinvolte in un sistema sociale e comunitario: nessun un uomo è un’isola, direbbe Thomas Merton. Ecco che il nostro restare a casa ha comportato un risvolto comunitario e ci ha data l’opportunità di favorire il raggiungimento del bene comune, perché come collettività sociale: città, società civile, famiglia impariamo a perfezionarci non singolarmente ma in modo comunitario. Un esempio in tal senso: stando a casa, non abbiamo diffuso il contagio. Così facendo abbiamo aiutato gli ospedali a liberare le terapie intensive per ricoverare chi ha bisogno. Successivamente, dopo questa esperienza potremo rafforzare la nostra responsabilità civica sottoponendo ai governanti delle proposte per la revisione dell’intero sistema sanitario nazionale.

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Come vedete, nello stare chiusi dentro con Dio si può scoprire davvero molto di sé stessi e della propria fede, e la lettura di prigionia è davvero riduttiva. La piccola Anna Frank, costretta in prigionia per fuggire dai nazisti, ricevette un bellissimo insegnamento da Otto Frank. Suo padre che le disse:

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«Anne, sarà difficile, lo so. Ma ricordati sempre questo: non ci sono pareti, né botole, né chiavistelli che potranno condizionare i tuoi pensieri».

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Adesso, all’inizio della cosiddetta fase due, dovremo continuare a essere prudenti; e ricordiamoci che in tutto questo periodo di “reclusione” non ci sono state pareti, né botole, né chiavistelli, né confinamenti che hanno condizionato l’amore di Dio per noi. Adesso, in una fase di emergenza che è destinata a durare, non sappiamo ancòra quanto, è nostro dovere aumentare l’amore verso Dio e verso il prossimo, se queste ultime settimane, come spero, ci hanno veramente insegnato qualche cosa.

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Roma, 20 maggio 2020

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2 thoughts on “Teolock down: «Chiusi dentro con Dio». Cosa ci hanno insegnato le settimane di quarantena?

  1. “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse :Pace a voi! …….. come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi….” Gv. 20,19-21) E la paura si tramutò prima in gioia, e poi in testimonianza irrefrenabile in uscita.

  2. Grazie per questo scritto, Padre Gabriele! Una delle riflessioni migliori che abbia letto su questio periodo di quarantena.

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