Solo se ci lasciamo amare da Dio, senza facili ottimismi e pericolosi determinismi, «andrà tutto bene»

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

SOLO SE CI LASCIAMO AMARE DA DIO, SENZA FACILI OTTIMISMI E PERICOLOSI DETERMINISMI, «ANDRÀ TUTTO BENE»

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Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita negli articoli la audio-lettura per i Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono loro la lettura e fornendo un servizio anche a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire della audio-lettura

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la foto è una bufala [vedere QUI] ma l’immagine in sé potrebbe rendere tragicamente l’idea …

Il mio ruolo di sacerdote mi impone – con grande sacrificio – di discernere continuamente la realtà, partendo dalla Parola di Cristo e tralasciando la parola del mondo. Questo significa imparare a rimanere dentro una storia di salvezza che ha Cristo come origine e compimento, anziché perdersi dietro a miraggi di salvezza auto-prodotti che rivelano puntualmente tutti i limiti e le inefficienze del caso. E quando parlo di salvezza, mi riferisco a quella per antonomasia: la salvezza integrale che si è fatta rivelazione e che abbraccia il corpo e lo spirito dell’uomo.  

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Voglio partire analizzando un’espressione che nelle scorse settimane di quarantena è divenuta il leitmotiv della resistenza al coronavirus in Italia. A ben vedere la trovo al limite tra la bassa psicologia dell’ottimismo e il melenso senso civico. Inutile dire che in essa era racchiuso poco di cristiano. E l’espressione a cui mi riferisco ― e che trovo fuori luogo ― è la seguente: «andrà tutto bene». Ce ne sarebbe anche un’altra che dice «è mia responsabilità», ma già la prima dà sufficiente materiale per una riflessione critica.

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«Andrà tutto bene» è un’espressione umana suggerita dall’emergenza che abbiamo vissuto e che pare non sia terminata ― formulata anche con propositi buoni ― ma che ancora una volta risente di quella pretesa di auto-salvazione che esclude la grazia ed esalta l’innato desiderio prometeico dell’uomo. Espressione che ricorda molto da vicino quell’ottimismo cinematografico statunitense, quel pensiero positivo ma distraente dalla fede, un modo di essere e di apparire che brilla per lo spirito di iniziativa ma nulla più. Scusate, ma io non mi ci ritrovo, non ci credo tanto in questo: «Andrà tutto bene».

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Facendo una rapida ricerca di notizie sul web [1] sembra che in Lombardia, tra il 5 e il 6 marzo scorso, siano iniziate a circolare scritte su post-it con questo slogan e più tardi tale fenomeno si è andato estendendo al resto d’Italia. A questa frase si è pensato bene di aggiungere l’onnipresente arcobaleno sostenuto da due nuvolette, simbolo che oggi è stato arruolato dal pensiero unico, svuotato di qualunque connotazione biblica e di alleanza noachica [cf. Gen 9, 8- 12], per rieditarlo come simbolo di lobby e di lotta ai diritti. E a vedere come è stato confezionato l’arcobaleno antivirus, ci si aspetterebbe la comparsa di Lepricani e pentole di monete d’oro, e invece…

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Una modalità che forse riuscirà a distrarre i bambini ma che difficilmente riuscirà a convincere gli adulti. Anzi ― a tutt’oggi ― l’attuale crisi sanitaria, inizia a diffondere un certo sconforto generalizzato che non tarderà a tramutarsi in depressione traumatica. Invece, per quanto riguarda la genesi dell’annesso slogan antivirale, si possono scegliere diverse interpretazioni. C’è chi opta per l’origine laica, sostenendo che si tratti dell’intuizione letteraria di un’anonima poetessa lombarda [2]. Altri ancora [3], con la tendenza a battezzare ogni cosa, sostengono che si tratti invece di una frase detta da Gesù a Giuliana di Norwich, mistica inglese vissuta tra il XIV e il XV secolo.

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«Andrà tutto bene», cosa significa in realtà e qual è il soggetto di questa espressione? Fatemi capire, andrà tutto bene dopo che il virus si sarà fermato, dopo che ci saranno stati migliaia e migliaia di morti, dopo che in molti avranno perso il lavoro, dopo che l’economia nazionale sarà in ginocchio, dopo che la sanità sarà ridotta ai minimi storici, dopo che le famiglie non riusciranno più a pagare le bollette e a mettere insieme il pranzo con la cena? Andrà tutto bene, ma per chi? Dopo ogni epidemia, guerra o terremoto è andato sempre tutto bene? Ne siamo certi? Solo dopo svariati anni e a prezzo di perdite e sacrifici, non privi di quelle situazioni di corruzione che contraddistinguono le situazioni di destabilizzazione sociale, è andato tutto bene.

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A questo punto una domanda: è questo l’ottimismo che dovrebbe farsi carico di sostenere le persone, anche quelle credenti? Da sacerdote non posso assecondare un pensiero del genere, dispiacendomi per tutti coloro che deluderò e che vorrebbero vedere nel prete il dispensatore di una certa anestetizzazione di massa che tiene buono il gregge in attesa dell’inevitabile tosatura.

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Non voglio seguire l’ermeneutica dell’ottimismo ma della sicura speranza, risoluto nell’insegnamento paolino che dice: «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati» [cf. Rm 8,35]

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Così come hanno fatto tutti i Padri de L’Isola di Patmos con i loro ultimi scritti su questo tema, penso anch’io che sia decisamente più credibile e cristianamente più sensato il modo di vedere di San Paolo quando afferma sempre nella Lettera ai Romani, alcuni versetti prima dei precedenti che ho citato, «Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio» [cf. Rm 8,28].

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In questa frase capiamo immediatamente di che cosa stiamo parlando. Il bene cristiano è il risultato di un rapporto d’amore, cioè di un raffinato lavoro dello Spirito, che svela la weltanschauung in cui Dio si manifesta attraverso l’opera del Figlio [cf. Gv 5,17]. È in questo patto d’amore indissolubile e insostituibile che ogni cosa diventa veicolo che concorre al bene; tutto serve, tutto è interconnesso, non esiste realtà in cui Dio non faccia sentire la sua voce.

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Quanti santi, fedeli cristiani e uomini comuni hanno scoperto Dio a partire da situazioni di sofferenza, in quelle realtà apparentemente distanti da Lui. È il caso del giovane Christoph Probst, fiero oppositore del regime nazista e di Hitler, che durante la sua prigionia, prima di essere condannato a morte e ghigliottinato, riceverà il santo Battesimo, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Farà in tempo però a scrivere una lettera alla madre, con queste parole: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. A pensarci bene, non è stata che un cammino verso Dio» [4].

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Ecco la felix culpa del preconio pasquale, un lento e inarrestabile cammino verso Dio, in cui la colpa antica – origine di ogni male – diventa il felice paradosso della Provvidenza, attraverso cui Dio salva coloro che lo amano, sperano e si affidano a Lui.

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Da questa pandemia possiamo uscirne solo amando Dio e lasciandoci amare da lui, è il Signore che in queste circostanze ci sta parlando, anzi sta urlando al nostro cuore attraverso il suo Spirito, così come fece con il beato apostolo Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami? […] mi vuoi bene?» [cf. Gv 21,15-17]. E Pietro dovette rispondere proprio dopo il rinnegamento, dopo quella colpa consumata nella paura, dopo quella malattia spirituale che aveva reso vani i suoi giuramenti [cf. Mc 14,29-31]. Quel rinnegamento, fatto nel cortile del sommo sacerdote [cf. Mc 14,66-72], è stato per lui una felice colpa che gli ha permesso di riscattarsi amando maggiormente il Signore e lasciandosi amare da Lui pur nella consapevolezza della propria debolezza.

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«Tutto concorre al bene, per coloro che amano Dio», scriviamolo in ogni cuore, non come pericoloso determinismo per cui qualunque cosa si volgerà comunque al bene ma nella corrispondenza di quell’amore crocifisso che ha vinto il mondo e ancora oggi lo vince.

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Senza l’amore di Dio, nulla, a ben rifletterci, potrà mai andare bene.

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Laconi, 18 giugno 2020

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[1] https://www.corriere.it/tecnologia/20_marzo_05/coronavirus-spuntano-lombardia-decine-biglietti-solidali-anonimi-tutto-andra-bene-a29b7edc-5ed0-11ea-bf24-0daffe9dc780.shtml?refresh_ce-cp

[2] https://www.animafaarte.it/andra-tutto-bene-significato-archetipico/

[3] https://it.aleteia.org/2020/03/24/non-andra-tutto-bene-ma-dio-e-sempre-con-noi/

[4] http://liceogbruno.edu.it/docum/giornata_memoria/giornata_2016/La%20Rosa%20Bianca-Documenti.pdf

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3 thoughts on “Solo se ci lasciamo amare da Dio, senza facili ottimismi e pericolosi determinismi, «andrà tutto bene»

    1. «[…] A questa frase (“andrà tutto bene”) si è pensato bene di aggiungere l’onnipresente arcobaleno sostenuto da due nuvolette, simbolo che oggi è stato arruolato dal pensiero unico, svuotato di qualunque connotazione biblica e di alleanza noachica [cf. Gen 9, 8- 12], per rieditarlo come simbolo di lobby e di lotta ai diritti. E a vedere come è stato confezionato l’arcobaleno antivirus, ci si aspetterebbe la comparsa di Lepricani e pentole di monete d’oro, e invece…»

      ________________________

      Caro Andrea,

      la frase è talmente chiara e comprensibile nel suo senso sia espositivo, sia logico, sia espressivo, che rimane davvero difficile spiegarne il senso così evidente.
      Insomma, della serie … vediamo se c’è una parolina a cui attaccarsi in tutto questo discorso molto serio e molto ben esposto.
      A quanto pare ha ritenuto di averla trovata.

  1. Beh, si dice “andrà tutto bene”come si applaude ai funerali (parlo in generale). Sono forme di stordimento vitalistico di fronte a certi snodi cruciali della vita. Pascal, che riprese il concetto da Montaigne, parlerebbe di “divertissement”. In fondo sono dimostrazioni di frigidità spirituale, cioè rifiuto di vivere la vita nella sua pienezza di significato – è sempre la storia del talento sotterrato – vita che consentirebbe di scoprire che la vera e ultima consolazione non sta necessariamente in un felice scioglimento di qualche dolorosa vicenda, ma nella consapevolezza che “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”, cioè a un bene ordinato al fine ultimo, che è la visione beatifica. Infatti, una delle cose che caratterizza il povero “nello spirito” e l’umile “nello spirito” è proprio la nobiltà delle aspirazioni e l’arditezza delle speranze: il volere il meglio, il tutto che Dio gli ha offerto, e con ragione. (Fin qui gli eroici propositi… che ci avviano su una strada costellata di pietosi incespicamenti…) Ma insomma, per dirla terra terra, l’ “andrà tutto bene” e gli applausi ai funerali non sono altro che modi di “buttarla in vacca” e di non guardare in faccia la vita – quando riflettono, s’intende, un’attitudine intima: certe cose si fanno anche per superficialità o per involontario conformismo – modi che non aiutano quasi mai a schivare il peggio, ma che precludono senz’altro il raggiungimento del meglio. (“Meglio” è un termine un po’ indegno e volgare per un dono ineffabile del Signore: ma, appunto, parlo terra terra.)

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