Per divenire dei veri pescatori di uomini, bisogna essere anzitutto dei veri uomini

L’Angolo di Girolamo Savonarola: omiletica cattolica in tempi di vacche magre

PER DIVENIRE DEI VERI PESCATORI DI UOMINI, BISOGNA ESSERE ANZITUTTO DEI VERI UOMINI  

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Gettare le reti vuol dire allontanarsi dalla riva e cogliere nell’immensità. Per poter pescare gli uomini, bisogna anzitutto essere veri uomini, figli legittimi di un Dio che si fece in tutto e per tutto vero uomo e dal quale liberamente e amorosamente ci siamo lasciati pescare, per divenire così dei veri pescatori di uomini. 

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo.

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Laudetur Jesus Christus !

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Immensità, opera della pittrice romana Anna Boschini [Vitarte, QUI]

La pagina del Vangelo lucano offerto da questa Vª Domenica del tempo ordinario [testo della liturgia della parola, QUI], ci richiama anzitutto al mistero di una realtà inscindibile: il Gesù della storia, vero uomo, ed il Cristo della fede,  vero Dio, espressione del mistero della natura del Redentore che è uno nella sua persona e uno nella Trinità, perché ogni azione d’incontro del vero Dio e del vero uomo con l’umanità, è un’azione di grazia della Trinità nella nostra storia, nel nostro essere presente e nel nostro divenire futuro, singolo e collettivo.

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Il Gesù uomo ci insegna anche l’arte della predicazione, che è capacità di comunicare per cercare e per vivere la vera comunione. Ce lo dimostra il Gesù storico, capace a discutere già da adolescente con i dottori del Tempio [cf. Lc 2, 41-50] che sbalorditi si chiedevano da dove attingesse costui tale sapienza. Appresso Gesù che con parole semplici, a tratti disarmanti ―  dentro le quali sono però racchiusi i pilastri della nostra fede ―  parla e fa riferimento ai bambini e ai semplici che lo ascoltano, che lo capiscono e soprattutto che lo seguono [cf. Mc 10, 13-14; Mt 18, 3-4; Mt 18,6].

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Se chi predica il Vangelo non semina e non raccoglie, se non getta le reti vuote per tirarle sulla barca piene, le cose stanno in questi termini: o è approdato in una città di cuori totalmente aridi dai quali è bene procedere oltre scuotendo la polvere dai propri sandali,[3] o è un profeta incompreso destinato al martirio più o meno bianco, oppure è un pessimo predicatore che non pratica ciò che predica.

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Il Gesù storico, giudeo tra i giudei, che nella sua perfetta natura umana era figlio di un’antica cultura — quella ebraica — fatta di simboli e immagini; in una Giudea che all’epoca aveva assimilato anche la ricchezza dei simboli e delle immagini prima greche e poi romane, per rendere efficace la sua predicazione si rivolge al popolo parlando per parabole. E come sappiamo la parabola — ossia la novella — è un simbolo, oltre il quale è racchiuso un messaggio umano, morale, etico e spirituale.

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Attenti però a un’insidia sempre in agguato: simbolico è il linguaggio, non il Dio incarnato nel ventre della Beata Vergine Maria. Gesù è una realtà umana e divina narrata attraverso i Vangeli che sono anche fonti storiche, messe assieme da testimoni oculari diretti o immediatamente diretti. Nella storicità di Gesù che parla per parabole o allegorie si racchiude il divino mistero del Cristo della fede incarnato, vissuto, morto e risorto.

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Gesù che cammina sopra le acque del lago di Tiberiade [cf. Mc 6, 45-52; Mt 14,22-32], che compie il miracolo del vino a Cana [cf. Gv 2,1-11] che moltiplica i pani e i pesci [cf. Mt 15,29-37], che guarisce i malati e che risuscita Lazzaro [cf. Gv 11, 35-44]; ma soprattutto, Gesù che il terzo giorno risuscita dalla morte, non è un insieme di simboli e di allegorie da interpretare con i criteri della moderna teologia, perché tutto questo è storico e reale. E solamente di fronte a questa reale storicità, possiamo poi procedere con criteri spirituali e con letture teologiche, non viceversa. Se infatti Gesù sia esistito soltanto nel passato o invece esiste anche nel presente, ciò dipende tutto quanto dalla sua risurrezione [cf. Antonio Maria Sicari, Viaggio nel Vangelo, Jaca Boock, pag 270].

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Nella proclamazione del Vangelo di oggi non è stata narrata un’originale novella ma un fatto reale, oltre il quale c’è il simbolo. Non è un gioco di parole ma un uso corretto delle parole nella delicata vigna del mistero della fede. Attraverso la vita terrena di Gesù nasce dalla sua concreta e palpitante realtà umana la parabola, ovvero la metafora, che è un efficace strumento comunicativo. Pensare invece che dalla metafora, o come qual si voglia dalla fiaba, nasca la tenera idea fiabesca di un Gesù da interpretare entro categorie puramente spirituali e teologiche, è un pensiero che per quanto diffuso rimane pericolosamente non cristiano, sicuramente non cattolico.

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Quel giorno Gesù salì veramente sulla barca di Simone, invitando lui e gli altri pescatori a prendere il largo e a gettare le reti, ed esaudendo la sua richiesta, Simone rispose realmente che avevano tentato invano di pescare tutta la notte senza prendere nulla, dicendo infine: «sulla tua parola getterò le reti», compiendo in tal modo un libero atto di fede.

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Qual è la sfida spirituale di questa parabola inserita in un fatto reale? Anzitutto Gesù invita Simone a lasciare la riva per spingersi al largo, allontanandosi da quella riva disseminata dalle conchiglie dei nostri limiti, delle nostre palesi mancanze di carità. Gettare le reti vuol dire allontanarsi dalla riva e cogliere nell’immensità, infine tirare in superficie quello che sin dalla notte dei tempi è racchiuso in ciascuno di noi, che è l’essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio: sarete santi perché io — il Signore vostro Dio — sono santo [cf. I Pt 1,13-21; Lv 19,2; Es 11, 45]. E quando proprio sembravamo del tutto perduti, Dio irrompe di nuovo nella storia dell’uomo in modo reale e fisico attraverso il mistero della sua incarnazione; e tramite Gesù è Dio stesso che viene di persona a ripescarci, basta solo che attraverso un atto di libera fede si accetti di spingersi al largo per gettare le reti, per essere pescati dalla sua grazia e per pescare nella sua grazia.

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È il miracolo della pesca: abbandonata la riva con Gesù, gettate le reti e pescando in profondità quegli uomini hanno fatto riemergere la propria vera immagine e somiglianza con l’Eterno Creatore ristabilendo la propria comunione con Dio e portando di lì a poco la comunione di Dio nel mondo.

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Dinanzi al miracolo dei pesci, che è miracolo della fede e dell’abbandono a Dio, Simone torna ad avere anzitutto la percezione del bene e del male, tanto da intimare a Gesù: «Allontanati da me perché io sono un peccatore». Dinanzi a quella consapevolezza, Gesù colma Simone di grazia e di implicito perdono rispondendogli: «D’ora in poi tu sarai pescatore di uomini». Affermazione che in sé sottintende: perché hai avuto la bontà di seguire la mia parola e di abbandonare la riva, per giungere al largo a ripescare te stesso e, con te stesso, recuperare il tuo Signore e Creatore, affinché potessi compiere su di te il grande miracolo della fede.

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Nella Chiesa di oggi ciò che spesso manca non sono gli uomini da pescare — che spesso vorrebbero tanto lasciarsi pescare, o che talvolta chiedono, supplicano di essere pescati — forse ciò che manca sono i bravi pescatori. Che dunque Nostro Signore Gesù Cristo, inizio centro e fine ultimo del nostro intero umanesimo, colui nel quale tutte le cose si ricapitolano, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili, capo del corpo mistico che è la Chiesa …[I Ef, prologo] faccia sempre di noi saggi e santi pescatori di uomini, con la sua grazia e con il conforto e la preghiera del buon Popolo di Dio. Senza mai dimenticare che per poter pescare gli uomini, bisogna anzitutto essere veri uomini, figli legittimi di un Dio che si fece in tutto e per tutto vero uomo e dal quale liberamente e amorosamente ci siamo lasciati pescare, per divenire così veri pescatori di uomini.

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Dall’Isola di Patmos, 10 febbraio 2019

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