Me lo impone l’ossequio alla verità: «La petizione a favore di Amoris laetitia è molto peggiore della Correctio filialis che accusa di eresia il Sommo Pontefice». E in appendice: una piccola profezia in morte di Benedetto XVI

ME LO IMPONE L’OSSEQUIO ALLA VERITÀ: «LA PETIZIONE A FAVORE DI AMORIS LAETITIA È MOLTO PEGGIORE DELLA CORRECTIO FILIALIS CHE ACCUSA DI ERESIA IL SOMMO PONTEFICE». E IN APPENDICE: UNA PICCOLA PROFEZIA IN MORTE DI BENEDETTO XVI

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Giorno dietro giorno, il Sommo Pontefice Francesco I si sta mostrando un genitore all’apice della propria irresponsabilità, ma non per questo cesserà mai di essere, nel bene come nel male, il nostro legittimo genitore. Pertanto, il figlio addolorato, può anche dire: «Mi sarebbe piaciuto avere un genitore diverso», ma sempre animato dalla piena consapevolezza che il suo genitore è quello. E come tale deve anche accettarlo e rispettarlo, sino ad accettare, con non poca sofferenza, il fatto che, correggere e formare il genitore, non è mai stato compito dei figli, mentre aiutare il genitore si, questo è un vero e proprio dovere dei figli.  

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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«Nella Chiesa visibile voi siete ormai i presbìteri sopravvissuti di una Chiesa militante e salvifica che non esiste più, per questo potete definirvi dei paleo-presbìteri, in attesa di congiungervi alla Chiesa trionfante nella Gerusalemme celeste»

Jorge Facio Lince, Colloqui privati con Ariel S. Levi di Gualdo

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nuova copertina per la prossima edizione de I miserabili, di Victor Hugo. Nella foto: il Sommo Pontefice Francesco I intervistato dal presbitero padovano Marco Pozza, degno figlio di … Frate Cipolla [cf. articolo QUI]

L’ambiguità del Santo Padre, il suo rifiuto a rispondere e chiarire, forse dovuto ad una gabbia nella quale è stato chiuso o nella quale senza volere s’è lasciato chiudere [cf. risposta a un lettore, QUI], equivale a un lancio dall’aereo senza paracadute. E dinanzi a simile lancio, non si può parlare di fine prevedibile, ma solo di fine certa.

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Provate a immaginare una di quelle famiglie numerose composta da due genitori e cinque figli in età compresa tra i cinque ed i quindici anni, nella quale il padre e la madre non danno precise indicazioni e direttive su che cosa fare e cosa non fare, su quello che si deve fare e su quello che non si deve mai fare, su quello che è consentito e su quello che è proibito. E supponiamo che questi genitori, semmai anche facendo capire o indicando quel che non si deve fare e quel che è proibito fare, non indichino in alcun modo quella che sarebbe la giusta punizione data a chi trasgredisse il loro comando. Ebbene: che cosa accadrebbe?

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A questa domanda posso rispondere attraverso un’immagine eloquente, triste e umiliante nel suo squallore per la Chiesa di Cristo e per questo pontificato. Si tratta della foto che accompagna questo articolo, nella quale è ripreso il presbìtero Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, seduto dinanzi al Sommo Pontefice vestito come un giovanottino casual in scarpette da ginnastica [cf. QUI].

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Per chiarire l’esempio scelto attraverso il quale parleremo poi di altro, bisogna ricordare che il Codice di Diritto Canonico stabilisce tutt’oggi:

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I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime consuetudini locali [can. 284]. I chierici si astengano del tutto da ciò che è sconveniente al proprio stato, secondo le disposizioni del diritto particolare [Can. 285 §1]. Evitino ciò che, pur non essendo indecoroso, è alieno dallo stato clericale [Can. 285 §2].

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Citato il canone, conosciamo però anche la risposta di certi soggetti, che è più o meno questa: «Ma per piacere, non formalizziamoci! Ciò che solo conta sono la pace, l’amore, la misericordia, l’accoglienza. Non fossilizziamoci sulla dura e arida legge, roba da legalismi farisaici ! Quel che importa è di stare vicini alle pecore, prenderne l’odore, puzzare di pecora come loro».

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E proprio dinanzi a risposte di questo genere è necessario ricordare che oltre a questo “arido” canone 284, privo sicuramente di pace, amore, misericordia, accoglienza e puzzo di pecore, esistono quarantotto anni di magistero pontificio nell’esercizio del quale, ben tre Predecessori del Pontefice regnante, uno dei quali canonizzato e l’altro beatificato ― forse sbagliando in nome della arida legge non misericordiosa né pecoreccia ―, sulla base di questo “arido” canone hanno fatto ripetuti richiami ai membri del clero secolare e regolare, ribadendo in tutti i modi che l’abito ecclesiastico, non è affatto un semplice accessorio del tutto inutile. E richiami in tal senso li fece il Beato Pontefice Paolo VI alla Catechesi nell’Udienza generale del 17 settembre 1969 [cf. QUI], per seguire con la Allocuzione al Clero del 1° marzo 1973. Segue la lettera circolare Per venire incontro della Congregazione per i Vescovi a tutti i Rappresentanti Pontifici del 27 gennaio 1976. Per seguire con la Lettera Apostolica del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, Novo incipiente, del 7 aprile 1979, rivolta ai sacerdoti in occasione del Giovedì Santo. Sempre sotto il pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II — canonizzato ma non ascoltato e tanto meno seguito — segue la Circolare della Congregazione per l’Educazione Cattolica del 6 gennaio 1980, ed appresso quella della Congregazione per il Clero in Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, paragrafo 66, Sull’obbligo dell’abito ecclesiastico, del 31 gennaio 1994. E ancora: l’8 settembre 1982 il Santo Pontefice Giovanni Paolo II scrisse una lettera al Vicario Generale per la Diocesi di Roma, pubblicata su L’Osservatore Romano il 18-19 ottobre 1982 — all’epoca in cui l’organo ufficiale della Santa Sede non parlava ancora di San Martin Lutero e della sua “riforma” —, ribadendo l’obbligo dell’abito ecclesiastico e stabilendo che nella sua Diocesi desiderava che i presbìteri portassero la veste talare [cf. si invita a leggere il testo QUI]. Su questo argomento torna infine anche il Venerabile Pontefice Benedetto XVI con la sua locuzione rivolta alla riunione plenaria della Congregazione per il Clero il 16 marzo 2009 [cf. QUI].  

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Premesso che noi rifuggiamo qualsiasi spirito di puro e arido formalismo, ogni buon cattolico valuti da sé stesso la indignitosa portata della pubblica immagine di un pretino fashion in abiti casual, che con le scarpette da ginnastica puntate sul pavimento intervista il Romano Pontefice. Dalla stessa posa del prete chiunque può infatti dedurne che nei suoi lunghi anni di santissimo seminario, sicuramente teso già da allora a quel social-pecoreccio che oggi fa tanta tendenza, forse non ha mai appreso neppure i rudimenti della buona educazione, che non è formalismo, perché l’educazione rientra in uno stile di vita ecclesiale ed ecclesiastico legato ai più profondi elementi della spiritualità sacerdotale e del sacro ministero pastorale [rimando al mio articolo sui pretini trendy: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» QUI].

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Se da una parte abbiamo cordate di critici che aggrediscono a volte in modo irrispettoso e persino violento il Sommo Pontefice per ogni suo sospiro, dall’altra ci piacerebbe che, i suoi strenui difensori, spesso non meno squilibrati, entrassero nell’ordine d’idee che il Santo Padre non è perfetto e che, proprio per la migliore tutela e salvaguardia del suo ruolo, bisogna all’occorrenza mettere in luce anche i suoi difetti, che non sono pochi e sovente producono anche danni [cf. mio precedente articolo QUI]. In caso contrario si cade nello squilibrio totale dall’una e dall’altra parte, danneggiando, nell’uno e nell’altro caso, la Chiesa di Cristo, il Pontefice regnante e l’istituto del Papato.

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Pochi giorni fa, con decisa severità, ho criticato gli autori della Correctio filialis [cf. testo, QUI] che hanno imputato al Pontefice regnante sette eresie espresse in modo più o meno diretto [cf. precedente articolo QUI]. In quelle mie righe, in toni rasenti in alcuni passaggi quasi la “crudeltà”, ho duramente attaccato uno dei firmatari, Antonio Livi [cf. precedente articolo QUI]. E l’ho attaccato perché anzitutto gli voglio molto bene, lo venero come presbìtero anziano e lo considero sul piano filosofico e teologico uno tra i più grandi studiosi italiani oggi viventi, nonché l’ultimo grande esponente della gloriosa Scuola Romana.

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L’ossequio alla verità e l’onesta intellettuale, oggi mi impongono a maggior ragione di affermare che quella Correctio filialis è veramente niente, a confronto di un testo di difesa del Sommo Pontefice che snatura completamente il testo della Amoris laetitia, dando per scontate e spacciando all’opinione pubblica cattolica delle aperture mai scritte e delle permissioni mai date [vedere testo, QUI]. La Correctio filialis, sulla quale spicca per il gaudio dei rumorosi cattolici filo-lefebvriani la inopportuna firma del vescovo scismatico Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità Sacerdotale di San Pio X, che ricordiamo non è in comunione con Roma, malgrado le improvvide e unilaterali concessioni a loro fatte dal Sommo Pontefice Francesco I, non è davvero niente, a confronto delle firme che compaiono alla fine del testo di questa sperticata difesa: quelle di molti eretici conclamati. Inclusi tra di essi due scomunicati: Martha Heizer, presidente della cosiddetta associazione di base Wir sind kirche [Noi siamo Chiesa], alla quale è stata comminata nel 2014 la scomunica, non dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, ma dal Pontefice felicemente regnante. Scomunica estesa anche a suo marito Ehemann Gert [cf. QUI, QUI]. E se questi sono alcuni dei firmatari della difesa, c’è di che essere inquietati [si rimanda a un articolo di Marco Tosatti in Stilum Curiae, QUI].

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Proprio in virtù della severità usata pochi giorni fa, l’evolvere dei fatti mi obbliga a dire che mentre gli accusatori di ieri sono dei cattolici in errore, i difensori di oggi, sono invece perlopiù eretici manifesti, incancreniti in una propria visione soggettiva di Chiesa Cattolica, non corrispondente alla Chiesa di Cristo, che con la scusa di Amoris laetitia e della pretestuosa difesa del Sommo Pontefice, tentano invece di difendere e di portare  avanti solo le loro pericolose eresie di sempre.

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Ho usato il paradigma dell’abito ecclesiastico e della penosa foto del casual pretino fashion dinanzi al Sommo Pontefice in condizioni indignitose, per ribadire che Francesco I è l’emblema del genitore diseducativo. È il paradigma del genitore che, una volta presa una decisione, dinanzi alle richieste di spiegazione del figlio, anziché rispondere gli dice: «Vai a chiedere al vicino di casa, perché lui è un genitore esperto, ci penserà lui a darti la giusta interpretazione di ciò che volevo dire». Esattamente come l’Augusto Pontefice rispose quando incalzato dalle domande dei giornalisti li invitò a chiedere lumi al Cardinale Christoph von Schönborn. E voi capite bene che, se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.

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Se un genitore non risponde al figlio, o non indica al figlio, assieme alla direttiva o al comando dato, anche la eventuale punizione nella quale incorrerebbe, rischia di ritrovarsi con un adolescente che gli torna a casa ubriaco e drogato alle tre di notte, consapevole che dall’altra parte non c’è un genitore misericordioso, accogliente e includente, ma un perfetto irresponsabile incapace ad assumersi le proprie responsabilità. Anzi peggio: persino capace, all’occorrenza, di prendersela con l’altro figlio adolescente che, consapevole della propria età e dei rischi che si possono correre, conduce una vita morigerata e non va a farsi di spinelli in giro per i bassifondi con persone ad alto rischio. E, detto questo, prego gli specialisti dell’uso a sproposito del Santo Vangelo e della sua peggiore adulterazione, di non azzardarsi a tirare in ballo la Parabola del figlio prodigo [cf. Lc 15, 11-32], perché essa non insegna a prendere a legnate il figlio fedele e ad innalzare a modello il figlio dissoluto, affatto pentito e non disposto a correggersi. Anzi, avendo finito i soldi chiesti e dati in precedenza dal padre, il dissoluto torna da lui per chiedergli altri soldi e per poi tornare a dilapidarli con le prostitute. Perché questi sono i modelli che spesso, nella Chiesa contemporanea, sono fatti passare per il figliol prodigo, in sprezzo massimo a Cristo Signore ed al suo Santo Vangelo che insegnano tutt’altro.

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Giorno dietro giorno, il Sommo Pontefice Francesco I si sta mostrando un genitore all’apice della propria irresponsabilità, ma non per questo cesserà mai di essere, nel bene come nel male, il nostro legittimo genitore. Pertanto, il figlio addolorato, può anche dire: «Mi sarebbe piaciuto avere un genitore diverso», ma sempre animato dalla piena consapevolezza che il suo genitore è quello. E come tale deve anche accettarlo e rispettarlo, sino ad accettare, con non poca sofferenza, il fatto che, correggere e formare il genitore, non è mai stato compito dei figli, mentre aiutare il genitore si, questo è un vero e proprio dovere dei figli.

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Offro infine una piccola “profezia” al termine di questo mio commento, intitolata: In morte del Sommo Pontefice Benedetto XVI. Cosa che potrebbe suonare come una caduta di stile inverosimile, se non spiegata a dovere. E la mia piccola “profezia” è questa: il Santo Padre Benedetto XVI, seppure acciaccato per comprensibili questioni di età, sebbene sempre perfettamente lucido, a novant’anni suonati si sta avviando verso la fine naturale della sua esistenza, che potrebbe avvenire da un giorno all’altro. Se infatti tutti, sin dalla nascita, inclusi infanti, bambini e giovani, possono essere còlti in qualsiasi momento dalla morte, a maggior ragione lo è un novantenne.

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Premesso che le nostre chiese sono sempre più vuote, che i cameramen del Centro Televisivo Vaticano e di Sat2000 non sanno più da quale angolo inquadrare una piazza San Pietro sempre più deserta, cercando di farla apparire più o meno piena di fedeli … ebbene, ciò premesso vi dico: il giorno che saranno celebrate le esequie funebri del Sommo Pontefice Benedetto XVI, predecessore del Pontefice regnante, il Popolo di Dio regalerà l’ultima piazza stracolma della storia della Chiesa universale. E quella piazza stracolma, come poi mai più la si vedrà in futuro, sarà il segno, ed al contempo il giudizio dato dal Popolo di Dio, sul pontificato di un Sommo Pontefice che ha ricevuto ed elargito sorrisi e parole a tutti, persino ad un figlio di Lucifero come Marco Pannella, ad una abortista indomita e impenitente come Emma Bonino, ad un lupo oggi mascherato da agnello come Eugenio Scalfari [cf. Giovanni Cavalcoli, QUI]. Ha ricevuto in udienza ed ha abbracciato i peggiori dittatorelli dell’America Latina, che con gran caduta di stile lo hanno trattato a pacche sulle spalle e ad abbracci attorno al suo girovita; usando poi queste immagini nei propri Paesi per far credere al popolo Boliviano od al popolo Venezuelano, che il Sommo Pontefice era dalla parte loro, cosa ovviamente falsa, totalmente falsa! Ma purtroppo, certe immagini, a livello mediatico hanno degli impatti devastanti, con buona pace dei guru delle comunicazioni come Padre Antonio Spadaro e Mons. Dario Edoardo Viganò, la prudenza dei quali è forse equiparabile a quella di chi li ha scelti ed eletti a certi delicati uffici.

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Per tutti il Sommo Pontefice Francesco I ha avuto sorrisi e risposte, meno che per i suoi devoti fratelli nell’episcopato, come i quattro Cardinali che in tono molto rispettoso gli chiesero una risposta, attraverso la forma ecclesiale dei cosiddetti Dubia.

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Questo è ciò che accadrà alla morte del Sommo Pontefice Benedetto XVI. A meno che certi clericali luciferini, intuendo anch’essi che la piazza non si può controllare e che una piazza gremita stretta attorno al feretro del 265° Successore di Pietro, sarebbe un visibile giudizio clamoroso su questo pontificato caratterizzato da interviste rilasciate a giornali laici di grande tradizione anticlericale, ma al tempo stesso caratterizzato da piazze e chiese sempre più vuote, “parino il danno d’immagine” imponendo la celebrazione delle esequie funebri in forma privata. Semmai inventandosi — perché in quanto ad essere bugiardi non li batte nessuno —, che il Sommo Pontefice Benedetto XVI aveva lasciata disposizione che le sue esequie funebri fossero celebrate in forma privata. 

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Sono stati versati fiumi d’inchiostri sul Venerabile Pontefice Benedetto XVI che ha rinunciato al ministero petrino ritirandosi a vita privata, ma nessuno ha valutato ancòra la sua “terribile pericolosità” da morto, dinanzi ad una piazza gremita come mai, con un esercito di cattolici polacchi capaci a raggiungere Roma — come tra l’altro hanno più volte fatto —, anche a piedi e con l’autostop, per essere presenti alla definitiva sepoltura del pontificato di San Giovanni Paolo II, canonizzato, ma non ascoltato e  non seguito. E quella piazza gremita come mai, sarebbe un giudizio sul pontificato del Santo Padre Benedetto XVI, odiato dalla peggiore intellighenzia teologica catto-luterana, ma amato dai fedeli cattolici. Però, quella piazza gremita, sarebbe anche un giudizio terribile sul pontificato del suo Successore, che da una parte ha elargito sorrisi a Marco Pannella e ad Emma Bonino, interviste ad Eugenio Scalfari ed abbracci ad arcivescove lesbiche luterane rivestite delle insegne sacerdotali, ed al tempo stesso inaugurando l’èra di un pontificato con le chiese romane sempre più vuote e la Piazza San Pietro sempre più deserta, mentre due suoi devoti cardinali morivano dopo avere servita devotamente la Chiesa per tutta la vita ed avere confermata devozione in tutti i modi all’Augusto Pontefice, ma lui — il misericordioso —, non si è degnato di riceverli e di rispondergli. Forse non li ha ricevuti e non gli ha risposto perché era troppo impegnato a salutare l’arrivo di orde di giovanottoni in perfetta salute fisica, tutt’altro che fuggiti dalla fame e dalle guerre, tutti in fascia d’età molto al di sotto dei trent’anni, ad assoluta maggioranza musulmani, che si sono lanciati nella colonizzazione della morente Europa ormai scristianizzata foraggiati dai fondi dell’Arabia Saudita e del Qatar, ma pur malgrado chiamati in modo stolto e imprudente con tutt’altro nome: profughi. Il tutto dopo avere dimostrato di saper leggere e di saper scandire bene due sole parole latine: jus soli

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E chi vivrà, vedrà, il giorno in cui seppelliremo il suo Venerabile Predecessore Benedetto XVI, se non decideranno di evitare il grosso problema facendogli un funerale zitti, zitti …

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Dall’Isola di Patmos, 19 ottobre 2017

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The Marco Pozza’s show

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Ecco un altro prete che purtroppo non ha capito che i giovani in modo del tutto particolare, i Sacerdoti di Cristo non li vogliono conciati così, a fare i divetti di bassa lega in jeans davanti all’altare, lo dimostrano le chiese nelle quali costoro parlano, dove in platea, più che i giovani, ci sono solo vecchi sessantottini ormai settantenni, con l’artrite reumatoide, rimasti con le loro chitarrine in mano a cantare Dio e morto di Francesco Guccini, sempre paralizzati nel “vietato vietare” e nella dolce icona del “Cristo-Che Guevara“. Ma che alla loro sciatteria, desse corda e credito il Sommo Pontefice e la miseranda televisione della Conferenza Episcopale Italiana, questo non ce lo saremmo aspettato …

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20 thoughts on “Me lo impone l’ossequio alla verità: «La petizione a favore di Amoris laetitia è molto peggiore della Correctio filialis che accusa di eresia il Sommo Pontefice». E in appendice: una piccola profezia in morte di Benedetto XVI

  1. Non vorrei sembrare troppo formalistico, anche perché io vesto casual nel senso piuttosto plebeo o letterale del termine, ma faccio notare che Don Marco ha le “sneakers” slacciate, che di solito sono una prerogativa o dei mocciosi sotto il diciottesimo anno di età, o dei modaioli in età adulta.

  2. Mi trovo spesso in disaccordo con i suoi articoli, padre Ariel, ma questa volta è stato notevole, ha veramente ossequiato la Verità e offerto al lettore intuizioni non comuni relative all’attuale pontificato.

    Credo che questa linea di difesa della Verità sia la preferita di molti suoi lettori che la stimano come sacerdote e come teologo e spesso non condividono la sua difesa dell’ indifendibile.

    Il Signore la benedica.

  3. Caro p. Ariel,

    sei amato e odiato, apprezzato e disprezzato … come lo erano gli antichi profeti.
    Su una cosa, però, tutti i preti, quelli che ti apprezzano (molti) come quelli che ti disprezzano (pochi, almeno secondo i miei personali dati statistici), siamo tutti d’accordo: sicuramente non aspiri a diventare vescovo e a diventare cardinale, questo è fuori dubbio.

    1. Il compianto card. Caffarra aveva una stima molto profonda per P. Giovanni Cavalcoli e per P. Ariel, lo so perchè mi suggerì lui in privato, per chiarire alcuni miei dubbi, di leggere due precisi articoli su L’Isola di Patmos.
      Non conosco personalmente i due padri, ma li stimo molto, e penso che non siamo pochi, a stimarli.

      don Paolo – Ferrara

  4. Padre Ariel ha toccato ancora una volta il vero cuore del problema: lo squilibrio. Si, siamo nella dimensione dello squilibrio. Si va’ da coloro che aggrediscono il Papa per ogni nonnulla, a coloro che sembrano considerarlo (come scriveste tempo fa in un articolo sull’Isola) più perfetto di Gesù Cristo.
    Ho invece “tremato” di fronte alla profezia, con la parola profezia scritta da padre Ariel tra virgolette, io invece, alla parola profezia, tolgo le virgolette …

  5. Le pecore fedeli sembra che abbiano l’obbligo di baciare il bastone del pastore che le bastona per la loro fedeltà, mentre le pecore smarrite, che nell’ovile non intendono affatto entrare, e che per tutta la vita hanno disprezzato l’ovile ed i suoi pastori, oggi plaudono al pastore rivoluzionario “venuto dalla fine del mondo”, che fa cose dell’altro mondo, sconvolgendo sia questo mondo che l’altro mondo …

    1. Caro don Ciro,

      a te che ogni tanto stilli epigrafi formidabili sui commentarii de L’Isola, volevo dire una cosa, sperando in una risposta gioiosa …
      P. Ariel, nell’articolo, usa la foto di un certo sacerdote jeans and rock’n roll.
      In comune, questo prete e io, abbiamo il vescovo, e il vescovo ha, quindi, noi due come preti.
      … ecco, io non dimenticherò mai l’espressione del vescovo, quando “osai” presentarmi da lui con la talare addosso.

      Mi tornò alla mente la canzone di quel cartoon che diceva … si trasforma in un razzo missile coi circuiti di mille valvole, tra le stelle sprinta e va …

      ______________________

      NdR

      Ufo Robot, vedere QUI

      1. Caro confratello padovano,

        eh, già, di questi tempi siamo veramente ridotti a Pane&Cipolla, tempi di gran carestia!
        Anziché commentare, vorrei invitare te e tutti i lettori di questa felice isola, a dedicare appena 10 minuti alla visione di questo filmato, protagonista del quale è un grande e irripetibile Vittorio Gassman.

        In questa gag intitolata Tantum ergo, il vescovo (Gassman) entra in una chiesa diretta da un pretino in jeans, abituato a fare più o meno i suoi spettacolini social con il popolo ridotto a collettivo, od a platea ascoltante. Ma il vescovo, abilmente, riesce a tirare fuori dai fedeli la loro antica anima di sempre.

        Guardatelo, perché questa, ieri come oggi è la storia, questo, ieri come oggi, è il popolo di Dio.
        Padre Ariel che lo ha capito benissimo, lo ripete da anni, a noi preti suoi confratelli, specie ai sordi ripiegati sulle mode di se stessi.



        1. Rev.Padri Don Ciro e Don Ariel,

          pensate un po’, questo film è vecchio di quarant’anni, era il 1977, erano altri tempi…

          Autori e registi di quel film, nei diversi episodi, tratteggiavano gli aspetti negativi delle diverse istituzioni (mondo della nobiltà, della politica, della magistratura), in Tantum ergo la satira riguardava la Chiesa, presentavano – irridendoli – i comportamenti, i vizi, e i difetti, la mediocrità dell’italiano di allora

          Certo quel prete operaio e capopopolo, più che ministro di Dio… pensava alla giustizia sociale; stavamo vivendo i tempi della contestazione verso tutte le autorità superiori.

          Certo quel cardinale aristocratico, quella foggia dell’abito, quell’antica tonalità della porpora, quell’uso dei guanti, quel linguaggio forbito…

          Certo quel cardinale aveva carisma, annichilisce quel prete … sopisce i bollori, ristabilisce il rispetto per la sacralità del luogo, trascina quei fedeli a lodare il Signore…

          però …quel cardinale – invero frettoloso – avrebbe perlomeno dovuto terminare il canto e impartire una solenne benedizione a quella gente.

          Allora credevamo di essere agli albori di un altro mondo, veniva auspicato il ritorno alla sobrietà dei costumi …

          Lasciando correre, lasciando correre, oggi costatiamo che la sciatteria nell’abbigliamento ha contagiato tutti, viene richiesta/condivisa anche da vescovi, da cardinali, e viene tollerata/accettata perfino in Vaticano, perfino in certe udienze ufficiali …

          E non solo la sciatteria, ma anche la mancanza di carisma, con rare eccezioni.

          Viva la Sotana

          Ettore

          P.S.

          paradigmatico, esemplare, encomiabile quello che ha scritto [NdR. di seguito sotto] l’anonimo professore universitario nella “Lettera Firmata”

  6. Scriveva San Pio X in apertura della lettera apostolica “Notre charge apostolique”:
    “La nostra carica apostolica ci rende doveroso vigilare sulla purezza della fede e sull’integrità della disciplina cattolica, preservare i fedeli dai pericoli dell’errore e del male, soprattutto quando l’errore e il male sono loro presentati con un linguaggio trascinante, che velando l’incertezza delle idee e l’equivocità dell’espressione con l’ardore del sentimento e con l’altisonanza delle parole, può infiammare i cuori per cause seducenti, ma funeste…”
    … oggi invece…

    __________

    NdR. I Lettori possono leggere in testo della lettera menzionata QUI

  7. Rev.mo Padre,

    ho 82 anni, gran parte dei quali vissuti male, per la conseguenza dei danni da me compiuti, con il sollecito aiuto di mia moglie, passata a miglior vita tre anni fa.

    Sono un ex professore universitario ed un ex libero professionista e agli inizi degli anni ’70 mi sono ritrovato con due figli non ancora adolescenti.

    Mia moglie (medico psichiatra ed ex militante della estrema sinistra, come lo ero io), abbiamo cresciuto i nostri figli al di fuori di tutti gli “schemi borghesi”. Con i figli bisognava “dialogare, dialogare…”, niente più autorità e autoritarismi, niente più comandi o imposizioni. Le stesse parole “mamma” e “papà” erano “borghesi”, meglio quindi che i figli ci chiamassero per nome.

    Nessun segreto, confidenza totale. Il pudore? Retaggio di altri tempi, della mentalità catto-repressiva, fucina di frustrazioni, di tabu e di psicologie complessate.

    Quello che abbiamo dovuto soffrire con i nostri figli adolescenti, da noi cresciuti a questo modo, a partire da metà anni ’80, non è nemmeno narrabile, veramente, non è narrabile.

    La vita con mia moglie, dalla quale non mi sono mai divorziato, pur avendo pensato spesso di farlo, è stata quella di due separati in casa.

    Irriso da mia moglie, rimasta sempre un’irriducibile sessantottina comunista, e dai miei figli, che invece non credevano a niente, se non ai soldi e alla bella vita, nel 1991 mi riavvicinai alla fede, dopo avere conosciuti degli amici che facevano parte della Comunità dei Figli di Dio di Don Divo Barsotti, con cui ebbi modo di parlare diverse volte nei pressi di Firenze.

    Dopo la morte di mia moglie, i miei figli hanno cessato di frequentarmi, e proprio non vogliono vedermi. Le loro vite sono un disastro, sotto tutti gli aspetti umani e morali. Si sono divorati il patrimonio ereditato da mia moglie dalla sua famiglia, quello da me ereditato dalla mia, e le nostre due intere vite di lavoro. Non ho più una casa di proprietà, perché i miei figli, dopo essersi mangiate le loro prime e seconde case, si sono mangiati anche la mia. Sempre su consiglio di mia moglie, avevo passata la proprietà della mia casa a uno dei figli, così che ne avessero due di proprietà ciascuno, finché un giorno una banca me ne ha notificato il pignoramento.

    Se non avessi una buona pensione e se non avessi imboscato qualche risparmio di nascosto, non so oggi come me la passerei nella vecchiaia.

    Mi fermo qui, caro e Rev.mo Padre Ariel, per dirle infine che il genere di genitore che lei ha descritto in questo articolo, sono io, e mia moglie, che Dio l’abbia in gloria, è stata perfino peggiore di me. Almeno, io, avanti con l’età, mi sono ravveduto, ho fatto i conti con i miei errori irreparabili, e sono tornato nella Casa del Padre, lei, invece, è rimasta per tutta la vita nella “Casa di Marx”, spiegando con i mezzi della miglior scienza psichiatrica, quanto avessero sbagliato gli altri, tutti, meno che lei.

    Il povero Papa Francesco, lasciatelo così com’è, all’età che si ritrova. Capisco che ogni giorni semina un danno, ma abbiate pietà di lui, lasciatelo alla sua incoscienza di genitore irresponsabile, è meglio.

    Avete idea di che cosa voglia dire, per un genitore, acquisire consapevolezza di avere rovinata la vita a due figli, con la sua mala educazione, più ancora che aver rovinato la vita a se stesso?

    Ha 81 anni, questo povero argentino rimasto fermo agli schemi psicologici e sociali degli anni ’70, è una persona visibilmente mai evoluta a livello umano e intellettuale, lasciatelo vivere e morire così com’è, con le sue illusioni, perché il buon Papa Francesco è proprio come mia moglie … è solo capace a vedere e indicare come e dove sbagliano gli altri.

    Una preghiera per me.

    1. Carissimo X X ,

      La sua lettera va letta, oserei dire “in ginocchio”, poi meditata come un testo tratto dal nostro Ufficio delle Letture.

      Tutto il resto, ce lo siamo detti in privato, in più occasioni; e continueremo a dircelo, perché siamo più noi ad avere bisogno delle testimonianze come la sua, specie dinanzi alle dannose testimonianze ecclesiali ed ecclesiastiche nostre.

  8. Caro Padre Ariel,

    ho letto il suo ultimo articolo: un vero capolavoro. La conclusione mi ha commosso. Mi rendo conto di cogliere anch’io – come tanti – il dramma, se solo non sfociasse nella tragicommedia di questa Chiesa “al tramonto”, talmente “in uscita” di rivelarsi prossima alla dipartita.

    So che il paragone regge fino ad un certo punto, ma qualcosa dell’articolo mi ha rammentato – da buon appassionato di letteratura mitteleuropea – la conclusione dell’opera di Joseph Roth La marcia di Radetzky, con la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe e la fine del mondo che l’anziano imperatore incarnava. Se allora si trattava della scomparsa di un modello sociale, di una famiglia, di un modus vivendi, oggi si assiste al crollo di qualcosa di molto di più: forse la fine della Chiesa “visibile” per come l’abbiamo conosciuta, cristallizzata nella venerabile figura del Sommo Pontefice Benedetto XVI.

    E mi rendo conto della terribile impotenza di tutti noi di fronte a tutto ciò.

    Niccolò N.

  9. Non vorrei sembrare troppo formalistico, anche perché io stesso – che però non sono prete – per lo più vesto casual nel senso piuttosto plebeo o letterale del termine, ma faccio notare che Don Marco ha le sneakers slacciate, che di solito sono una prerogativa o dei mocciosi sotto il diciottesimo anno di età, o dei modaioli in età adulta.

  10. Caro p. Ariel,

    la parabola dei due figli o della misericordia – come la rubricano i moderni presbiteri – sarebbe più comprensibile all’uomo di oggi, sempre secondo tali presbiteri, se iniziasse così :

    «Un uomo aveva due figli. Un giorno il figlio minore disse a suo padre :” Padre dammi la parte di eredità che mi spetta perché voglio andare in città a divertirmi e a gozzovigliare un po’ con i miei amici “. Il padre allora gli rispose :”Figlio, sai cosa ti dico? Vengo anch’io con te!”».

    Ci starebbe tutto l’armanentario della nuova pastorale: inclusione, accompagnamento e, alla fine dell’avventura, discernimento sull’esperienza vissuta e sviluppo di un giudizio di coscienza.

    Per una più approfondita ermeneutica della stessa, citofonare Sosa o Galantino. Se assenti provare con Spadaro.

    Grazie per il tempo che mi ha dedicato.

  11. Rev. P. Ariel carissimo,

    la foto che accompagna l’articolo è lo specchio dell’articolo e la didascalia finale dove spiega «un altro che non ha capito che i giovani in particolare non vogliono i preti conciati così», è la pietra tombale calata sulla Chiesa visibile.

    Per darle però una piacevole soddisfazione, vorrei narrarle un racconto che mi ha fatto venerdì una signora che ha una lavanderia proprio dietro le mura del Vaticano …
    … “è venuto un prete sui quarant’anni, vestito con la tonaca nera e ci ha chiesto se potevano lavargli con una certa urgenza la tonaca bianca, da usare in posti dove c’è molto caldo”. A quel punto la signora mi dice che è arrivata la sua lavorante che vedendo la tonaca bianca ha detto … “Ah, se è del Papa, dovrà venire lui di persona a prenderla, così lo salutiamo”. Il prete ha risposto: “no, è mia, la uso quando vado nei posti molto caldi”. Allora la lavorante ha detto al prete … “va bene, vorrà dire che il Papa ce lo saluta lei”. Senza peli sulla lingua il prete ha risposto … “se fosse meno impegnato a parlare con Eugenio Scalfari e più con i suoi preti, potrei anche salutarglielo”.

    Vede, Padre Ariel, lei non è poi così solo, e ciò le sia di conforto.
    Ci tenevo a riferirle questo divertente aneddoto.

    Sr. Carla

    P.S.
    Saluti dalle mie consorelle

  12. Cara Suor Carla,

    riceviamo molti messaggi, ma quello che lei ci ha scritto ha dell’incredibile, ed io le rispondo non tanto nella mia qualità di responsabile della redazione de L’Isola di Patmos, ma le rispondo proprio nella mia qualità di testimone oculare.

    Il fatto da lei narrato è avvenuto in Borgo Pio nel pomeriggio del 23 agosto del corrente anno, attorno alle ore 16 circa, lo ricordo benissimo.

    Il prete in questione, non era un quarantenne, ma aveva appena compiuto 54 anni pochi giorni prima, il 19 agosto.

    Sorella … il prete in questione, era Padre Ariel !
    Io ero assieme a lui e posso testimoniarle che le Gentili Signore della lavanderia le hanno raccontato il vero.

  13. «[…] persino capace, all’occorrenza, di prendersela con l’altro figlio adolescente che, consapevole della propria età e dei rischi che si possono correre, conduce una vita morigerata[…]»

    Pressappoco quello che è capitato a me, con un padre vedovo troppo debole e incapace di educare la figlia adolescente, la quale copriva di insulti lui e me e pretendeva soldi col pretesto che “è un diritto fare quello che mi pare” ; secondo lei, come io facevo “quello che mi pare” andando a scuola e studiando, così lei aveva il diritto di andare a fare baldoria con balordi vari, che mi presero anche a botte e parolacce. Commento di mio padre: “Non so, non c’ero”, poi si mise a ridacchiare con mia sorella contro di me nella speranza di accattivarsela facendo l’amicone.
    Sorvolo sui particolari della storia. Aggiungo però che anche pretonzoli e pinzochere “amici di famiglia” si guardarono bene dall’aiutarci, preferendo prendermi in giro alle spalle o dirmi di “andare dallo specialista”: in altre parole, l’anormale sarei stato io.

    In generale consiglio la lettura di M. Fforde, “Desocializzazione”, ed. Cantagalli, cap. “Aggressione alle anime sane”.

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    NdR. vedere QUI

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