L’umiltà come principio del realismo gnoseologico

― I saggi estivi de L’Isola di Patmos  ―

L’UMILTÀ COME PRINCIPIO DEL REALISMO GNOSEOLOGICO

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L’umiltà è radicalmente virtù dell’intelligenza, con la quale essa, riconoscendosi dipendente dall’essere, ordinata all’essere e al di sotto dell’essere, si apre al reale, sta soggetta al reale e in ascolto dei suoi impulsi, si lascia formare dal reale e si adegua al reale: adaequatio intellectus et rei. Questa adaequatio è atto dell’intelletto, ma la volontà vuole che l’intelletto si adegui. La prima, fondamentale umiltà è obbedire alla realtà, ossia alla verità.

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

È curioso come nel secolare confronto fra realismo e idealismo ci si sia sempre fermati da parte di ambo i contendenti, su considerazioni e confutazioni di mero ordine teoretico, peraltro spesso interessanti e profonde; ma non ci si sia mai preoccupati da ambo le parti di chiarire il rapporto esistente fra realismo e idealismo da una parte e, corrispettivamente, dall’altra, il rapporto fra umiltà e superbia, approfondendo e motivando il fatto che mentre l’umiltà dà luogo al realismo, l’idealismo, soprattutto nel suo sbocco panteista, è frutto della superbia. Per la verità, la dialettica umiltà – superbia è tradizionale nell’etica cristiana; ma non così nell’etica idealista, che preferisce contrapporre servitù a libertà. È chiaro che ciò che per il realismo è superbia, per l’idealista è l’audacia del pensiero, che si erge oltre ogni limite e per la sua forza incontenibile si eleva fino all’orizzonte infinito dell’Assoluto, anzi, che rivela la propria assolutezza celata sotto l’apparenza dell’empirico.

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Così per l’idealista, il realista è ingenuo, schiavo del pregiudizio dell’esistenza di un mondo esterno, di leggi naturali che coartano la libertà dello spirito e di un Dio trascendete, ultra-mondano, punitore e premiatore di una condotta meschinamente interessata e servile. Ammettere una trascendenza dell’essere nei confronti del pensiero, per l’idealista vorrebbe dire rendersi schiavi di questo essere; mentre per lui l’essere dev’essere liberamente posto dal pensiero e regolato dal pensiero.

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Come non c’è via di mezzo o mediazione fra umiltà e superbia, così non esiste una posizione intermedia o mediatrice fra realismo e idealismo, così come non esiste mediazione tra il sì e il no, tra l’essere e il non – essere. Alcuni, come Leibnitz, Wolff, Schelling, Husserl e Bontadini, hanno pensato che si tratti di due opposti estremismi, per cui si sono ritenuti in dovere di stabilire una posizione mediana; ma senza alcun risultato, se non quello di giustapporre delle tesi in contraddizione fra di loro.

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In tal modo, nella storia della gnoseologia, ossia delle dottrine della conoscenza, troviamo sostanzialmente due scelte o orientamenti di fondo: o il realismo o l’idealismo. E questo perché? Perché il conoscere comporta il rapporto fra l’idea e la realtà. L’alternativa si pone quando ci chiediamo qual è l’oggetto della conoscenza. L’oggetto può essere o l’idea o la realtà. Se poniamo che l’oggetto è l’idea, abbiamo l’idealismo. Se poniamo che è la realtà, abbiamo il realismo. Qual è la concezione giusta? È il realismo, perché l’idea è mezzo e non fine od oggetto del conoscere. Infatti, ci serviamo delle idee per raggiungere o cogliere il reale, il quale dunque è l’oggetto del conoscere. L’idea può essere oggetto del conoscere, ma in seconda battuta, successivamente, dopo che abbiamo conosciuto il reale o la cosa o l’ente, riflettendo sul mezzo interiore, del quale ci siamo serviti o che abbiamo formato per conoscere l’oggetto.

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La via alla verità del conoscere è l’umiltà, la quale consiste nel sottomettere l’intelletto alle cose, all’essere, al reale. E questo è appunto il realismo. Ma l’umiltà conduce all’obbedienza, perché l’umiltà è quella virtù che ci rende consapevoli di essere dipendenti da un superiore. L’anima ― dice Santa Caterina da Siena ― «tanto è obbediente, quanto umile e tanto umile quanto obbediente» [1] [c. 154]. Noi siamo in basso [humus] ed egli è in alto. Ma è in alto non per opprimerci, ma al contrario, perché ci vuol beneficare, ci vuole innalzare a sé, donare a noi ciò che ha lui. L’umile è così aperto e disponibile a ricevere, ad accogliere il bene che il superiore vuol donargli, a conformarsi alle sue direttive, attento ai suoi comandi o ai suoi incitamenti.

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L’umile, che riconosce questa sua soggezione, è pronto ad obbedire, ossia a fare ciò che il superiore gli comanda. L’umiltà conduce alla grandezza, ossia a partecipare di ciò in cui il superiore è superiore, accogliendo quel bene che è proprio del superiore e che ora, obbedendo, diventa suo. In tal senso San Paolo dichiara di «rendere ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo» [II Cor 10,5].

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L’umiltà è radicalmente virtù dell’intelligenza, con la quale essa, riconoscendosi dipendente dall’essere, ordinata all’essere e al di sotto dell’essere, si apre al reale, sta soggetta al reale e in ascolto dei suoi impulsi, si lascia formare dal reale e si adegua al reale: adaequatio intellectus et rei. Questa adaequatio è atto dell’intelletto, ma la volontà vuole che l’intelletto si adegui. La prima, fondamentale umiltà è obbedire alla realtà, ossia alla verità. Umiltà, poi, di conseguenza, sarà l’atto del volontà col quale essa mette in pratica il bene conosciuto dall’intelletto. L’umiltà sfocia nella carità. Viceversa, il rifiuto cartesiano di fondare il sapere e la certezza sull’ adaequatio alle cose esterne, è una forma di disobbedienza al reale, che è segno di superbia. È inoltre una posizione auto-contraddittoria, perché la sua conclamata volontà di trovare la verità lo obbliga a praticare l’ adaequatio; ma nel momento in cui pratica l’ adaequatio per negare l’ adaequatio, dimostra che quella volontà è insincera.

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L’idealismo introduce così nel pensiero, con la negazione del principio di non-contraddizione, al di là della retorica hegeliana della «riconciliazione», un’intima, voluta ed insanabile lacerazione interiore, e introduce quindi un principio di disonestà e di doppiezza nel pensare e nel parlare. Del resto, Cartesio irrideva al principio di identità, considerandolo cosa vuota e inutile. L’idealismo, sotto l’apparenza della «scienza» ed anzi spacciandosi per il «sapere assoluto», che non è altro che la gnosi, è così aperto a tutti i trucchi della sofistica ed all’arte del più raffinato inganno.

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La volontà umile e leale, invece, obbedisce al reale per mezzo dell’intelletto. Così si esprime l’amore per la verità. Esso comporta umiltà e obbedienza. La volontà lascia che il reale agisca sull’intelletto, che lo attui, che lo fecondi, che lo determini. Così l’intelletto si innalza, si eleva: da vuoto diventa pieno, pieno dell’oggetto conosciuto.

 

L’ATTEGGIAMENTO DELL’IDEALISTA

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Nell’idealismo l’intelletto non si assoggetta, ma comanda. Non si ritiene al di sotto dell’essere, ma al di sopra. L’essere dipende da lui perché l’essere è l’essere pensato da lui. Questo è l’atteggiamento della superbia, la quale comporta il moto esattamente opposto a quello dell’umiltà: mentre nell’umiltà l’intelletto si assoggetta all’essere, nella superbia l’intelletto vuol assoggettare a sé l’essere. L’inferiore vuol stare al posto del superiore.

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Come Adamo, vuol decidere lui, al posto di Dio, ciò che è bene e ciò che è male [cf. Gen 3,5]. Non più dunque l’adeguamento al comando divino, ma la disobbedienza, la quale appunto, come insegna Santa Caterina, «viene dalla superbia, che esce dall’amore proprio di sé, privandosi dell’umiltà» [2] [c. 154]. Occorre peraltro distinguere, con Santa Caterina, un duplice rivolgersi dell’io su se stesso: quello che lei chiama «conoscimento di sé», e da questo nasce l’umiltà: «L’umiltà esce dal conoscimento di sé» [3]; «nel conoscimento di te ti umilierai, vedendo te per te non essere e l’essere tuo cognoscerai da Me» [c. 4]. In questa autocoscienza il mio pensiero si subordina al mio essere, il quale è prova dell’esistenza di Dio. Il cognoscimento di sé fonda un’autocoscienza realistica, perché l’io appare come reale, indipendente dall’atto di pensarlo e non come semplice pensato. Santa Caterina inoltre parla anche di un’altra autocoscienza, che è «l’amor proprio di sé», che dà origine alla superbia [c. 38]. E la superbia, dal canto suo, toglie il «cognoscimento di sé», che è la sana autocoscienza del realismo, fondata sulla conoscenza delle cose, e guidata dall’umiltà. Infatti, il sé posto dall’amor proprio di sé non è oggettivo, indipendente dall’atto di pensarlo, ma è il sé assolutizzato dell’idealista.

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Invece la sana autocoscienza realistica conduce alla scoperta di Dio [c. 128]. Il realismo, che comporta l’aderenza, l ’adaequatio, l’obbedienza alle cose, dà la certezza iniziale del sapere, ed apre, nell’umiltà, l’occhio dell’intelletto alla verità sull’io, sul mondo e su Dio. Viceversa, «L’amore proprio offusca l’occhio dell’intelletto» [c. 136], perché l’io, ritenendosi autosufficiente e principio primo del sapere della certezza, diventa autoreferenziale, non sta aperto alla realtà oggettiva, ma si chiude superbamente in se stesso e nelle proprie idee. Al posto dell’ontologia nasce l’ideologia. Ma con ciò stesso, se l’idealista crede di vedere, ma in realtà si acceca. Si priva di quella che Santa Caterina chiama la «santa discrezione», che si può chiamare anche “discernimento”, ossia quella virtù intellettuale, eventualmente arricchita dai doni spirituali dell’intelletto e della sapienza, per la quale l’intelletto o la ragione, nutriti di esperienza, e prudenti nella riflessione, sulla base dei valori oggettivi, distinguono, nelle situazioni concrete, il vero dal falso e il bene dal male. Per converso, l’«indiscrezione» è effetto dell’amor proprio [cf. c. 121].

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Con l’amor proprio mi attacco al mio io come fosse Dio. Non mi riconosco come creatura, ma assolutizzo il mio io come se non dipendesse da nulla. Non conosco la verità, ma “sono” la verità. Il mio io, il mio pensiero non sono fondati, ma fondanti. Il mio pensiero non presuppone più il mio essere, ma lo fonda, perché identifico il mio essere col mio esser pensato da me.

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Per l’idealista la realtà è l’idea che io ho della realtà. Sono infallibile, perché il mio pensiero coincide con l’essere. L’essere, infatti, è l’essere pensato da me, è la mia idea, è l’essere pensante che sono io. Io non sono un io che può pensare, ma un io pensante. Essendo il pensante identico all’essere, perché l’essere è idea, è essere pensato, io divento pensiero sussistente e con ciò stesso essere sussistente che pensa se stesso. Autocoscienza assoluta. Per l’idealista io esisto da me stesso, non da altro. Non dipendo da nessuno, ma solo da me stesso. Penso da me stesso, non perché ho attinto a una realtà esterna. L’idealista non tiene conto del fatto che, se nell’atto di pensare me stesso, mi colgo pensante, è perché penso una realtà esterna. Essa — quella che San Tommaso chiama quidditas rei materialis — infatti è l’oggetto iniziale del sapere. Dunque nel sapere parto da essa e non da me stesso pensante. Essa e non me stesso è la prima certezza.

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IL DUBBIO TOMISTA E IL DUBBIO CARTESIANO

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È vero che la certezza spirituale è più forte di quella sensibile delle cose fuori di me. Tuttavia, questa certezza più nobile la otteniamo partendo dalle umili ma inoppugnabili certezze sensibili, che sono invalidate solo dalla patologia psichica, per cui non c’è assolutamente alcuna ragione di metterle in dubbio. Per questo, il dubbio cartesiano è un dubbio irragionevole, assurdo e ipocrita, dato che non sorge dall’umiltà realistica di accogliere le cose come sono e il valore delle idee che le rappresentano, ma dalla superbia di non volersi abbassare ad accettare quelle umili benché saldissime certezze. Eppure è Dio stesso Che ci offre lo spettacolo meraviglioso della natura e di tutte le creature sensibili, dalle quali soltanto [cf. Rm 1, 20] possiamo arrivare, per analogia, alla scoperta dello spirito, dell’io pensante e di Dio stesso. Dunque il mettere deliberatamente in dubbio e scartare quelle certezze, scambiarle per illusioni o falsi punti di partenza, è stato in Cartesio un atto di folle superbia e di stoltezza, mascherato dal pretesto di fondare e far partire il sapere dalla certezza dello spirito e non da quella dei sensi. Ma così Cartesio si è gettato nell’abisso ― quello che Kant chiamerà il «baratro della ragione» [4] ― pretendendo poi di essere soccorso da Dio.

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Lo dimostra la storia del pensiero che nasce da lui, fino a Fichte, Schelling, Hegel, Husserl, Nietzsche ed Heidegger. Il rifiuto della certezza iniziale del senso, la pretesa di darsi presuntuosamente da sé la certezza, anziché riceverla umilmente dalle creature e quindi da Dio, è pagata alla fine al caro prezzo dello scetticismo totale e del nichilismo della modernità. Anche San Tommaso sostiene la legittimità ed anzi la necessità di una universalis dubitatio de veritate [5] per dar inizio alla filosofia; ma la avanza come semplice ipotesi, del tutto assurda, da non prendere sul serio e da non esercitare come invece ha fatto Cartesio. Per questo, per l’Aquinate vi è certezza di esistere perché si pensa e non perché si dubita; e tale certezza peraltro è basata sulla certezza originaria del senso comune. Invece, anche la soluzione agostiniana del dubbio scettico accademico, similmente alla soluzione cartesiana, non è esente da un vizio di fondo. Sant’Agostino, infatti, come farà Cartesio, fonda il principio della certezza nella coscienza che, se dubito, esisto [«si fallor, sum»[6], senza badare al fatto che il dubitare non è un vero pensare, ma un semplice oscillare inceppato del pensiero, per cui il dedurre la propria esistenza da questo dubitare insensato, non può costituire un atto veramente fondante della certezza. Sant’Agostino peraltro salva la certezza con l’argomento a posteriori, dato che ammette la veracità dei sensi, mentre Cartesio, che non l’ammette, sbaglia ancor più gravemente, restando chiuso nel suo cogito.

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Osserviamo inoltre che, anche ammesso e non concesso che il dubitare sia un pensare, è vero che nel momento in cui io rifletto sul mio pensare, mi colgo come pensante; ma ciò non mi autorizza ad affermare che io penso per essenza. Il mio essere non è fondato o posto dal mio pensare; ma, al contrario, il mio essere è fondamento e presupposto del mio pensare. Non sono o esisto perché penso, ma penso perché sono. Il mio pensare dipende da me, ma non il mio essere. È vero che se penso, sono; ma sono anche se non penso. Solo Dio è Pensiero sussistente, perché è Essere sussistente. Solo Lui può dire in modo assoluto: “Io Sono”. Dunque, come insegna Santa Caterina, l’amor proprio di sé è un disordinato amore di sé, che priva dell’amore di Dio:

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«Chi ama sé di disordinato amore è privato dell’amore di Me» [c.128]. Tale amore genera la superbia, la quale a sua volta genera la disobbedienza: «La disobbedienza viene dalla superbia, che esce dall’amore proprio di sé, privandosi dell’ umilità»[c. 154].

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REALISMO E IDEALISMO

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Noi ci accorgiamo di conoscere le cose. Quando le conosciamo, ci identifichiamo intenzionalmente con loro. Esse entrano in noi, nel nostro spirito o nella nostra mente evidentemente non nel loro essere o nella loro materialità, ma smaterializzate, mediante un’immagine o un’idea o in un concetto. Ne cogliamo la verità o realtà in un giudizio o in un’intuizione. Ma come è possibile che quella stessa cosa o realtà, materiale o spirituale, che è fuori di noi, indipendente da noi, diventi ad un tempo presente alla nostra mente, intima ad essa? Appunto mediante l’idea o rappresentazione, che ci formiamo dell’essenza di quella cosa, partendo dall’esperienza sensibile, se è materiale, o per analogia con le cose materiali, se è spirituale.

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Invece, la concezione sbagliata della conoscenza è l’idealismo, per la quale l’oggetto sarebbe l’idea, ossia l’essere pensato. Per cui o si parte dall’idea e si raggiungono le cose esterne [7]; oppure la cosa stessa o la realtà o l’ente si risolve nell’idea o nel pensiero o nel pensato o nel pensante [8]. L’essere è l’essere pensato. L’essere si identifica col pensiero. L’essere si identifica con la coscienza di pensare se stessi. L’essere è interno al pensiero, non fuori del pensiero. Ma perché questa concezione è sbagliata? Per due motivi. Primo, perché se noi abbiamo in noi le idee delle cose e del nostro io, non è perché il nostro conoscere parta dalle idee delle cose o del nostro io che le pensa, ma perché, avendo in precedenza contattato coi sensi le cose, ci siamo formati le idee delle cose che abbiamo contattato. E riflettendo su queste idee che abbiamo prodotto, prendiamo coscienza del nostro io, che produce le idee e pensa le cose. Quindi, il nostro conoscere non parte dalle idee delle cose o dalla coscienza del nostro io, ma parte dalle cose. In secondo luogo, l’essere è pensato una volta che è pensato, ma non prima di essere pensato. L’essere, quindi, è distinto dal mio pensiero. È vero che, pensando l’essere, l’essere diventa intenzionalmente in me pensiero, essere pensato. Ma in stesso resta distinto dal mio pensiero; è davanti al mio pensiero [ob— iectum], fuori e indipendente dal mio pensiero. L’essere è regola di verità del mio pensiero, il quale sarà vero se è adeguato o conforme all’essere, alla realtà, alle cose, se li rappresenta fedelmente come sono in se stessi.

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La verità nel realismo è conformità del soggetto all’oggetto; mentre nell’idealismo avviene il contrario: è l’oggetto che si conforma al soggetto, è dedotto dal soggetto e dipende dal soggetto. Per questo, la Chiesa lo qualifica come «soggettivismo» [9]. Ma soggettivismo è anche lo gnosticismo, che non è altro che la gnoseologia dell’idealismo. Infatti, lo gnosticismo, come l’idealismo, è quella gnoseologia secondo la quale la mente umana, divina per natura, s’innalza da sé alla scienza divina. Dice pertanto la Lettera Gaudete et exultate:

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«Lo gnosticismo suppone «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti» [n. 36, testo QUI].

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E ciò per il fatto che abbiamo visto che l’oggetto del pensiero, per l’idealismo, è lo stesso pensiero, è l’idea, che è coincidenza di essere e pensiero, di ideale e di reale. L’essere è l’essere pensato. Essere è pensare. E, per conseguenza, pensare equivale ad essere. Ma questo è lo stesso essere divino e l’oggetto stesso del sapere divino. E dunque nello gnosticismo idealista il sapere umano eleva se stesso al sapere divino.

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L’IDEALISMO È UNO GNOSTICISMO

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Dov’eri tu quando io ponevo le fondamenta della terra?

Dillo, se hai tanta intelligenza!

Gb 38,4

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Giustamente il Maritain ha parlato di «gnosi hegeliana» [10]. Ed ha rilevato come

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«il razionalismo inaugurato da Cartesio è giunto con Hegel al termine delle sue conquiste. Tutto è sottoposto all’impero della Ragione che è, nel senso più decisamente univoco, l’Essenza [Wesen] dello Spirito divino, come dello spirito umano».

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Hegel espresse in maniera trionfale, nella Conclusione delle sue Lezioni sulla storia della filosofia [11], questo esito finale dell’impresa cartesiana, esito finale che egli stesso aveva determinato con la sua opera filosofica. Egli lo rappresenta come il «discoprimento di Dio, quale Egli si sa» [p. 412]. In questa sintesi finale, Hegel riassume il cammino della filosofia fatto da Cartesio ai suoi tempi, ossia all’elaborazione del suo sistema. Oggetto della filosofia, per Hegel, è «il pensiero della Totalità, il mondo intellegibile, è l’Idea concreta» [p. 413], «l’idealità di tutta la realtà»[ibid.]. Con Cartesio, continua Hegel, «penetrò in essa» [nell’idealità] «il principio della soggettività, dell’individualità e Dio come Spirito divenne reale a Se stesso nell’autocoscienza» [ibid.]. Per questo

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«l’opera dell’età moderna è comprendere questa Idea come Spirito» [ibid.]. Ma «per procedere dall’Idea che sa al proprio saperSi dell’Idea, occorre l’opposizione infinita» [ibid.]. «In tal modo lo Spirito produsse questo mondo spirituale, come una natura, la prima creazione dello Spirito. L’opera dello Spirito consiste ora nel ricondurre quell’al di là nella realtà e nell’autocoscienza; il che vien fatto in quanto l’autocoscienza pensa se stessa e conosce l’Essenza assoluta che pensa se stessa. Il pensiero puro si è sollevato in Cartesio sopra questo sdoppiamento» [p. 414]. Così «l’idea è quieta nella sua irrequietezza» [pagg. 415— 416]; «gli opposti sono in sé identici, poiché la vita eterna consiste appunto nel produrre eternamente l’opposizione e nell’eternamente risolverla. Sapere nell’unità l’opposizione e nell’opposizione l’unità. Ecco il sapere assoluto» [ibid.]. «L’autocoscienza finita» [umana] «ha cessato di essere finita; e in tal modo d’altra parte l’Autocoscienza assoluta» [divina] «ha conseguito quella realtà, che prima le mancava. Tutta la storia universale in genere e la storia della filosofia in particolare, rappresentano solo questa lotta», ossia del soggetto che nega se stesso e si riconcilia con sé, «e sembrano esser pervenute alla loro meta nel punto in cui l’Autocoscienza assoluta, di cui esse hanno la rappresentazione, ha cessato di essere alcunché di estraneo, in cui dunque lo Spirito è reale come Spirito. Infatti tale è esso in quanto sa se stesso come Spirito assoluto, e questo lo sa nella Scienza» [p. 416]. Ecco appunto la Gnosi.

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Hegel vuol dire che con l’idealismo l’uomo si infinitizza e Dio si finitizza, sicché si ha quella che Hegel chiamerà «l’identità della natura umana e della natura divina», ossia il panteismo. Non più la cosa in sé esterna al soggetto, non più un Dio trascendente e astratto, ma il Dio concreto e storico, che è la stessa autocoscienza del soggetto umano. Infatti, la ragione cartesiana, che si esprime nel cogito, non è la facoltà di un soggetto, che si aggiunge al soggetto, attuandone le capacità o le forze; ma è lo stesso soggetto, inteso come originariamente [«aprioricamente»] ed essenzialmente pensante e ragionante. In pratica, come ragione sussistente. Ma questa è già la ragione divina.

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Troviamo nel concetto cartesiano della ragione, del sapere e del pensiero un’impronta evidentemente gnostica. Egli infatti, nel Discorso sul Metodo [12], esprime la volontà di «aggiustare tutte le sue opinioni al livello della ragione»; progetta di fondare una «scienza universale, che possa elevare la nostra natura al massimo della sua perfezione» [13]; un pensiero, che non prende nulla dal di fuori, ma tutto, persino le sensazioni, da se stesso [14].

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Cartesio è indubbiamente realista nel considerare il mondo dei corpi come esterno allo spirito umano, oggettivamente conoscibile ed esistente in se stesso come creato da Dio, anche se il sapere non è fondato sui sensi, ma è garantito dal veridicità di un Dio conosciuto a-priori come intimo alla mente. In Cartesio, quindi, la distinzione fra l’io umano e l’Io divino comincia a diventare sfumata e si annebbia, perché l’io umano, il cogito, non incontra più un Tu divino davanti a sé, come ob—iectum, oggettivo, scoperto come causa creatrice dell’io e del mondo contattato dai sensi, ma come idea di Dio trovata dal cogito nell’orizzonte della coscienza. Quindi in Cartesio non è che io ho l’idea di Dio perché Egli esiste, ma Dio esiste perché Ne ho l’idea. È già il Dio dell’idealismo, che giungerà fino ad Hegel. Per contro, in Cartesio, la ragione non accetta per vero altro che ciò che essa concepisce chiaramente e distintamente. L’interesse della ragione si sposta dall’attenzione al reale al suo modo di concepire il reale. È reale solo ciò che è alla sua misura, solo ciò che è razionale, concepibile chiaramente e distintamente. Ciò che le appare oscuro e indistinto viene quindi respinto come inesistente.

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Abbiamo qui un altro colpo contro la teologia, nella quale la ragione si trova davanti all’oscurità e in-distinzione della natura divina, benché essa sia chiara e distinta in se stessa. Ancora una volta Dio è identico al concetto di Dio. Ma se il concetto lo produco io, come non finirò per identificare Dio col mio io? È questo il cammino che conduce a Kant, Fichte, Schelling ed Hegel. Quindi, già in Cartesio la ragione umana si considera implicitamente divina o quanto meno capace di divinizzarsi. Non c’è da meravigliarsi, allora, se la ragione, così concepita, è capace di elevarsi o auto-trascendersi, così da raggiungere il livello della “gnosi”, ossia del sapere divino o del pensiero divino sussistente e creatore dell’uomo, per cui l’uomo, come diceva Gentile, ha il potere di creare se stesso [«autoctisi»].

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IL SORGERE DELLO GNOSTICISMO

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Così il soggetto non invoca più la salvezza da Dio, ed essa non è più un dono della sua grazia, ma si salva da sé, perché già da sé possiede una forza divina. La Deo placuit rileva così nello gnosticismo l’«inconsistenza delle pretese di auto salvezza, che contano sulle sole forze umane» [n. 13 testo QUI]. L’uomo non ha bisogno della grazia, perché già l’io umano, fondato sul cogito, ha in se stesso il principio della propria auto elevazione all’Assoluto. Nulla viene dall’alto sull’uomo a sollevarlo; ma egli stesso si innalza a Dio col potere del pensiero e della volontà. È un tema anche pelagiano.

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In Kant resta un residuo di realismo nella cosa in sé esterna all’intelletto. Ma qui l’idealismo fa un passo avanti rispetto a Cartesio. Mentre infatti, rispetto a Cartesio, la cosa in sé perde valore, ma continua ad esistere, in Kant diventa inconoscibile in se stessa e l’intelletto acquista troppo potere, perché Kant gli attribuisce addirittura il potere di dar forma all’oggetto della conoscenza sperimentale, che, come è noto, non è più la cosa in sé, ma il fenomeno. Restano però il sapere morale, la critica della ragione e l’idea di Dio.

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Ma con Fichte, ecco che l’idealismo fa un altro passo, nella risoluzione dell’essere nel pensiero. Cartesio aveva dedotto il sum dal cogito. Ma si trattava di semplice atto di pensiero, di una deduzione logica, per la quale io so di esistere. Ma questo mio esistere è creato da Dio, è indipendente da me. Invece l’io fichtiano «pone» [setzt] il non-io non solo logicamente, ma anche ontologicamente, quindi produce se stesso. Dunque non occorre più che l’io sia creato da Dio. Da qui si comprende come Fichte fu accusato di ateismo. Egli si difese citando Dio come Io assoluto, ma non si vede come questo Io, che è il fondamento dell’io empirico, possa esserne il creatore. Che un io sia profondo o superficiale, è pur sempre lo stesso io. Dunque, l’io empirico, come insegnerà Fichte, non ha che da prendere coscienza di essere una manifestazione contingente del suo Io assoluto e svolgere le potenzialità divine insite in esso. In tal senso la Lettera della CDF Deo Placuit nota che «il riduzionismo individualista di tendenza neo-gnostica promette una liberazione meramente interiore» [n. 11 testo QUI]Ma l’Io di Fichte, come è noto, aggiunge all’Io penso kantiano [Ich denke überhaupt] il fattore dialettico dell’auto-negazione, come affermazione e posizione del non-Io, opposto all’Io. Fichte esplicita l’ auto-contraddizione già presente, come abbiamo visto, nel cogito cartesiano e nella dialettica teologica kantiana:

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«Se nell’Io è posta l’assoluta totalità della realtà, dev’esser posta necessariamente nel non-Io l’assoluta totalità della negazione; e la negazione stessa dev’esser posta come assoluta totalità. L’una e l’altra, l’assoluta totalità della realtà nell’Io e dell’assoluta negazione della totalità nel non-Io, debbono essere unificate mediante la determinazione. Perciò l’Io in parte determina e in parte è determinato» [15].

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Schelling innalza ancor più l’Io di Fichte aggiungendo alla negazione del non-Io da parte dell’Io l’identità di essere e pensiero, di essere e divenire, di soggetto e oggetto, di ideale e reale, di Spirito e natura, di teoria e prassi. Tuttavia, come riferisce Hegel, «Schelling chiama concetto la comune categoria dell’intelletto, mentre invece concetto è il pensiero concreto, in se stesso infinito». E cita lo stesso Schelling: «Non resta dunque altro, se non rappresentarlo» [l’Assoluto] «in un’intuizione immediata» [16]. Ma Hegel dubita dell’oggettività e dell’universalità di tale intuizione. Per questo egli compie il passo definitivo e conclusivo della prometeica scalata all’Assoluto, iniziata, senza piena consapevolezza da Cartesio, convinto invece di dare prove migliori dell’esistenza di Dio di quanto aveva fatto San Tommaso. E questo passo consiste nel sostenere che l’essenza di Dio non si può cogliere in una vaga ed indeterminata intuizione, dove tutto è indifferente a tutto e si confonde con tutto, ma solo nel concetto logico e razionale come autocoscienza dell’Idea.

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Hegel supera il precedente gradino stabilito da Schelling rispetto a Fichte. Questi aveva aggiunto rispetto a Kant l’eliminazione della cosa in sé, d’ora innanzi prodotta dall’Io nell’Io. Con Hegel giungiamo così al termine della parabola cartesiana: quel cogito che arrogantemente sin dall’inizio oltrepassa i giusti e naturali limiti dell’io ed umilia la realtà delle cose create da Dio, abbassando Dio ed innalzando se stesso, proseguirà la sua opera di trasferimento all’uomo degli attributi divini, sicché alla fine l’uomo è diventato Dio e Dio è sparito. Hegel è colui che conduce il principio cartesiano del cogito alle sue estreme conseguenze; egli ha l’audacia di esplicitare chiaramente e coscientemente il punto di arrivo della scalata al cielo intrapresa dal cogito cartesiano, col famoso principio dell’«identità della natura umana e della natura divina» [17] sulla base del divenire di Dio, che si oppone frontalmente all’«atreptos» del dogma calcedonese.

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Invece, la Placuit Deo ci avverte che la via della salvezza che ci offre Cristo, «non è un percorso meramente interiore, al margine dei nostri rapporti con gli altri e con il mondo creato» [n. 11, testo QUI]. Non si tratta di partire dall’io e chiudere tutto nell’io. «La grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo-gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto. La Chiesa è una comunità visibile» [n. 12]. Si tratta di aprirsi alla realtà, al mondo, agli altri, a Dio, alla società. Lo gnostico invece, chiuso nel suo io, si edifica un’area sociale, una claque per conto proprio, separandosi dall’effettiva comunione ecclesiale, che solo il realista può percepire e vivere, crea una setta per avere a suo servizio una massa di ingenui plagiati, miopi fanatici o furbi adulatori. Lo gnosticismo è un’esaltazione esagerata dell’io, del sapere e del pensiero umano, come dice la Gaudete et exultate:

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«Lo gnosticismo è una delle peggiori ideologie, poiché, mentre esalta indebitamente la conoscenza o una determinata esperienza, considera che la propria visione della realtà sia la perfezione. In tal modo, forse senza accorgersene, questa ideologia si autoalimenta e diventa ancora più cieca» [n. 40].

 

Lo gnostico cade in questo inganno perché specula sul pensiero astrattamente preso, nella sua assolutezza, senza considerare le condizioni e i limiti, nei quali esso viene esercitato dall’uomo. Inoltre, la Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Deo Placuit fa notare ancora la caratteristica dello gnosticismo: il suo interiorismo assoluto, che si risolve in un assoluto individualismo, per cui tutto è nell’io, dall’io e per l’io:

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«il riduzionismo individualista di tendenza neo— gnostica promette una liberazione meramente interiore» [n. 11]. La libertà non comporta nessun legame con una legge morale oggettiva, ma si risolve in un puro atto della propria volontà. Per questo, la Lettera avverte che la via della salvezza che ci offre Cristo, «non è un percorso meramente interiore, al margine dei nostri rapporti con gli altri e con il mondo creato» [n. 11]. «La grazia che Cristo ci dona non è, come pretende la visione neo— gnostica, una salvezza meramente interiore, ma che ci introduce nelle relazioni concrete che Lui stesso ha vissuto. La Chiesa è una comunità visibile» [n. 12].

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Inoltre, la Gaudete et exultate fa notare come lo gnosticismo

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«a volte diventa particolarmente ingannevole, quando si traveste da spiritualità disincarnata. Infatti, lo gnosticismo ‘per sua propria natura vuole addomesticare il mistero’, sia il mistero di Dio e della sua grazia, sia il mistero della vita degli altri» [n. 40]. «Concepiscono una mente senza incarnazione, incapace di toccare la carne sofferente di Cristo negli altri, ingessata in un’enciclopedia di astrazioni. Alla fine, disincarnando il mistero, preferiscono un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo» [n. 37].

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Lo gnosticismo è una spiritualità disincarnata perché risolve l’essere nel pensiero e la materia nello spirito. Lo stesso metodo cartesiano, con la sua diffidenza per l’esperienza sensibile e quindi per l’ intellegibilità della sostanza materiale, dimostra la sua ascendenza, forse inconsapevole, dal dualismo gnostico manicheo di spirito buono— materia cattiva, citato sia dalla Placuit Deo che dalla GaudeteMa proprio questa operazione ultra spiritualista si volge nel suo contrario, come appare dal materialismo di Marx, il quale dice di averlo ricavato da Hegel semplicemente «mettendo al posto della testa quella testa che prima era al posto dei piedi e mettendo al loro posto i piedi, che prima erano al posto della testa», vale dire che, se Hegel fa derivare la materia dallo spirito, Marx fa derivare lo spirito dalla materia. Non sono le idee che guidano il mondo materiale – economico, ma è questo a guidare le idee.

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Inoltre, come nota la Gaudete et exultate, lo gnostico si ritiene in possesso della scienza assoluta, ossia onnicomprensiva come Scienza dell’Assoluto. Lo gnostico è onnisciente, non certo nel senso di conoscere i dettagli di tutte le cose — si rende conto infatti anche lui che pensare ciò sarebbe pura follia — , e tuttavia in un senso, che non per questo non denota una smisurata superbia. Lo gnostico si ritiene onnisciente nel senso che è convinto di possedere la Scienza della Totalità. Se nulla è fuori dell’essere e l’essere è l’essere pensato da lui, ne viene che non esiste nulla che non sia oggetto del pensiero dello gnostico. L’essere coincide con l’essere pensato da lui; quindi non può darsi un essere che egli ignori o che trascenda il suo pensiero, compreso Dio. In tal senso la Gaudete ed exultate dice che

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«Gli “gnostici” giudicano gli altri sulla base della verifica della loro capacità di comprendere la profondità di determinate dottrine» [n. 37]. «Tipico degli gnostici è credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo» [n. 39]. «L’equilibrio gnostico è formale e presume di essere asettico, e può assumere l’aspetto di una certa armonia o di un ordine che ingloba tutto» [n. 38].

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Un esempio di questo ideale gnostico lo troviamo in Schelling, laddove afferma:

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«il mio punto di vista è in generale il cristianesimo nella totalità del suo sviluppo storico, il mio fine è quella sola Chiesa veramente universale [se ‘Chiesa’ può esser qui la parola esatta], che solo nello spirito va costruita, e che può consistere soltanto nella perfetta comprensione del cristianesimo, della sua effettiva fusione con la scienza e la conoscenza in generale» [18].

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Hegel elogia lo gnosticismo, sebbene con riserva, con queste parole:

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«Tutte queste forme vanno a finire nel torbido, ma in complesso hanno come principio le medesime determinazioni e nascono dal bisogno generale e profondo della ragione di determinare e intendere come concreto ciò che è in sé e per sé» [19].

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Tuttavia, lo sbocco finale nefasto del razionalismo cartesiano non fu immediatamente avvertito dallo stesso Cartesio e dai suoi stessi contemporanei, i quali viceversa ne rimasero ammirati, come fossero stati davanti a un genio filosofico di grandezza inaudita, e così bevvero allegramente il veleno senza accorgersene.

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Lungimirante, come sempre, fu la Chiesa, che nel 1663 mise all’Indice le opere di Cartesio. Ma purtroppo, tale era il successo del filosofo messianico, che rivoluzionava tutto il pensiero filosofico elaborato nei millenni precedenti, che quasi nessuno, nemmeno tra i teologi, tenne conto del saggio avvertimento della Chiesa, tranne i tomisti, che, per la loro prudenza critica, è assai difficile trarre in inganno, anche da parte dei più astuti impostori. Chi restava fedele alla verità era considerato un sorpassato, un arido scolastico, un cocciuto conservatore e via di questo passo.

 

Per l’idealista, cioè per lo gnostico, anche ciò che ai sensi appare esterno, è interno all’io, alla coscienza e al pensiero, in quanto pensato. Infatti l’idealista non si rende conto o non vuol riconoscere che la cosa in sé, benché nell’atto del conoscere entri, in quanto rappresentata, nell’orizzonte della coscienza, in se stessa, nella sua realtà, è fuori del nostro pensiero o della nostra mente; è extra animam, come dice San Tommaso. «Non è la pietra che è nell’anima — dice Aristotele — , ma l’immagine della pietra». E’ evidente che le nostre idee non sono esterne alla nostra mente; ma ciò non ci autorizza a credere, con gli idealisti, che la realtà coincida con le nostre idee, se non intenzionalmente ed accidentalmente nell’atto di conoscere il vero.

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CARATTERI DELL’IDEALISMO

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È assioma idealista che non si dà essere fuori dal pensiero, ma che l’essere è sempre nel pensiero. L’essere è sempre pensato. Non si pensa l’essere, ma l’essere pensato, perché essere ed essere pensato coincidono. Si pensa il pensiero, perché l’essere è pensiero [20]. Tutto è ad un tempo essere e pensiero. Ora, però, solo in Dio l’essere coincide col pensiero, perché Dio è Essere sussistente e Pensiero Sussistente. Dice San Tommaso:

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«In Dio [21] il sapere è la sua sostanza». In Dio «l’intelletto, l’oggetto del pensare [id quod intelligitur], l’idea [species intellegibilis] e il pensare sono la stessa cosa» [22].

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Invece nell’uomo c’è distinzione tra il suo essere e il suo pensare. L’uomo non è, come credeva Cartesio, un soggetto pensante — solo Dio, nel quale essere e pensare s’identificano, può essere questo — , ma è un soggetto che può pensare. E se non pensa, non per questo non è un uomo, essere atto a pensare. Dio è per essenza pensiero, è per essenza pensante. Nell’uomo invece il pensare è una semplice facoltà, per quanto essenziale, ma che può restare allo stato di semplice facoltà, senza passare all’atto. Per l’intelletto umano l’essere o l’ente, creato da Dio, è indipendente dal pensiero, trascende il pensiero ed è regola della verità del pensiero. Per essere nel vero, la mente umana deve umilmente adeguarsi all’essere, deve obbedire alle leggi dell’essere. Dio, invece, ideatore e creatore dell’essere, non ha l’essere come oggetto davanti a Sé e indipendente da Sé. Così Egli conosce Se stesso e il mondo non come essere distinto dal suo pensare, ma come essere immanente al suo Io. È evidente che anche per noi il pensato in quanto pensato è all’interno del nostro pensiero. Ma prima di essere pensato non può che essere fuori, nella realtà esterna: quello che San Tommaso chiama res extra animam. L’essere entra spiritualmente o intenzionalmente, come concetto o idea o rappresentazione, nel nostro pensiero, una volta che lo pensiamo o conosciamo.

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Se invece tutto è essere e pensiero, tutto è idea, come credono gli idealisti, e non esiste un essere distinto dal pensiero; se l’ente come tale, compreso quello divino, è immanente al nostro pensiero; se è vero quel che dice Rahner, che «la natura dell’essere è conoscere ed essere conosciuto» [23]; se l’essere è «essere cosciente» [24]; se l’essere «è sempre anche conosciuto» [25]; se l’essere «è lo stesso soggetto conoscente» [26], l’essere come tale e non solo l’essere divino s’identifica col pensiero, allora abbiamo il panteismo. Secondo l’idealista, noi, pensando l’essere, pensiamo Dio, perché l’essere è Dio. Ma d’altra parte, poiché l’essere s’identifica con l’essere pensato, e il nostro essere è essere pensato, il nostro essere si identica con l’essere divino, che è appunto l’essere pensato.

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Per l’idealista, anche l’essere non pensato è comunque pensato. E quindi non esiste un essere non pensato. È chiaro del resto che se io penso l’essere, questo essere è pensato. Ma prima che lo pensi o se non lo penso, lo ignoro e non è pensato da me. Invece nell’idealismo, siccome il punto di partenza e l’oggetto del sapere sono l’idea e la coscienza che l’io ha di sé come pensante, la verità del sapere è la conformità del reale o dell’essere all’idea o all’autocoscienza. Ora invece l’identità del pensiero con l’essere è il sapere assoluto, perché è un sapere che non ha nulla che sia al di fuori o al di là di questo sapere. È il sapere divino. E così per converso l’identità dell’essere col pensiero è l’essere assoluto, perché questo essere è in atto tutto ciò che il pensiero può pensare. E dunque è l’essere divino. E dunque la gnoseologia idealista comporta il panteismo, ossia l’identificazione del pensiero umano col pensiero divino, il che è quello che nella Gaudete et exultate è definito come «gnosticismo», la divinizzazione del sapere umano, della quale abbiamo il più cospicuo esempio in quella che Hegel, chiama «Scienza assoluta» o «Idea assoluta».

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Dobbiamo dire, invece, che l’oggetto della metafisica non è l’io, non è il soggetto pensante o auto-cosciente, ma è l’ente, che sta davanti [ob— iectum] all’io. La certezza fondante iniziale da cui parte la metafisica e sulla base della quale la ragione costruisce tutto il suo sapere, non è quella del proprio pensare o dubitare, come credeva Cartesio; e non è neppure Dio, come credeva Hegel; ma è la certezza dell’esistenza e della conoscibilità delle cose sensibili esterne, come ha stabilito Aristotele. Certamente la certezza spirituale che nasce dalla scoperta del nostro io pensante, si rivelerà più solida di quella sensibile, dato il maggior valore ontologico delle cose spirituali rispetto a quelle materiali. E ancor maggiore sarà la certezza di fede. Ma la certezza suprema della fede sarebbe nulla, se non fosse la maturazione suprema di una certezza assoluta, benché umile, che inizia già con la percezione delle cose sensibili. La certezza dell’esistenza del proprio io consegue alla certezza dell’esistenza e della conoscenza delle cose, perché è solo riflettendo sulla nostra capacità di raggiungere questa certezza originaria, che noi scopriamo il nostro io, come soggetto dotato di una mente che le ha conosciute. Noi non ricaviamo o deduciamo la conoscenza delle cose da quella del nostro io, come credeva Cartesio, ma al contrario, come ha stabilito Aristotele, noi ci accorgiamo di possedere una facoltà conoscitiva che attinge alle cose, dopo che le abbiamo raggiunte; e dalla coscienza del nostro saperle conoscere giungiamo all’affermazione del nostro io come soggetto conoscente.

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IL REALISMO LUTERANO

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La gnoseologia luterana è realista, perché Lutero sa che esiste un mondo esterno, esiste l’io ed esiste Dio, rivelatosi nella Scrittura e oggetto di conoscenza di fede. Questa, per Lutero, è la realtà, per cui egli riconosce che per essere nella verità, bisogna che la mente si adegui a questa realtà. Eppure Lutero disprezzava la metafisica. Come mai? Perché il suo realismo è difettoso e alla fine si volge in soggettivismo. Perché? In che senso? Perché Lutero è convinto che la certezza e la verità non sono date dalla ragione, ma dalla fede. Egli crede alla realtà in sé, creata da Dio, indipendente da lui; non riduce il reale alla sua idea, come farà Hegel; si ritiene une creatura di Dio e non soggetto assoluto, come faranno Fichte e Schelling; per lui Dio esiste in sé, incarnato in Cristo, Giudice e Signore del mondo, e non come una semplice sua idea, come in Kant.

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Solo che Lutero intende il suo realismo come un salto immediato del cuore dall’esperienza sensibile all’esperienza emotiva o intuizione interiore della Parola di Dio e del mistero di Cristo — ciò che Kierkegaard chiamerà «il salto della fede» — senza passare dalla mediazione della ragione e quindi della metafisica. E quindi senza passare dalla mediazione sociale della Chiesa, che può essere accettata solo sulla base di un realismo razionale, per il quale il cattolico, illuminato dalla fede e convinto dall’apologetica, riconosce dai segni di credibilità la divinità della Chiesa [27]Infatti, la metafisica dà fondamento all’antropologia ed alla morale. E ciò consente a sua volta di riconoscere la Chiesa come comunità umana, che dà storicamente prova di godere di un’assistenza divina infallibile nella conservazione del Vangelo. Invece, l’ente come tale non interessa a Lutero, perché la sua mente non si cura di applicare il principio di causalità al livello della realtà o degli enti, per passare, come insegna San Paolo [Rm 1, 19 – 20], dalla considerazione degli effetti creati [visibilia] a quella del Creatore [invisibilia], summum EnsNon che egli non creda nell’universalità del pensiero. Percepisce perfettamente l’universalità della Parola di Dio e del messaggio evangelico e sapeva cogliere i bisogni universali dell’uomo. Altrimenti il suo messaggio non avrebbe avuto tanto successo. Nel contempo sentiva un grande bisogno di concretezza.

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Lutero crede in Dio creatore e salvatore. Affetta di ascoltarne la Parola e vuole predicarla. Tuttavia, egli crede in Dio non perché sa dimostrativamente, con la ragione, che Dio esiste, ma perché lo sente nel cuore, con quel sentimento che i Tedeschi chiamano «Gemüth» [28], una certezza oscura originaria, della quale non si sa render ragione e non occorre render ragione. Questo irrazionale sentire sarà ancora presente nel «Gefühl» di Schleiermacher. Lutero, col termine «fede», quindi, non intende l’accoglienza della Parola di Dio, sul presupposto che sa con la ragione che Dio esiste, ma intende precisamente questo «sentimento». Ciò è collegato col fatto che, benché Lutero senta Dio come altro da sé e trascendente a sé, e con ciò egli resti nel realismo ed eviti il panteismo, nel quale invece cadrà Hegel, Lo sente così intimamente ed abitualmente in lui, che non ipotizza neppure l’eventualità di perdere tale unione a causa del peccato, e ciò proprio in base alla sua convinzione, che egli reputa «fede», che sempre e comunque Dio è in lui e con lui.

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È ciò che la Chiesa da tempo chiama «immanentismo», che non è ― si badi bene ― la pura presenza di Dio nell’intimo dell’anima; di ciò infatti parla anche Sant’Agostino, il quale non per questo è un immanentista. Ma si tratta di ciò di cui parla la Pascendi Dominici gregis [nn. 10, 33, 35, 39, 62, 65,73, 80 testo QUI]Occorre dunque distinguere accuratamente immanentismo e panteismo, benché possano assomigliarsi. L’immanentismo non nega la trascendenza divina. È l’errore di Lutero. Invece nel panteismo si ha l’identificazione della natura umana con quella divina e del sapere umano con quello divino, ossia lo gnosticismo, sul presupposto dell’identificazione del pensiero con l’essere, della quale abbiamo già parlato. È questo l’errore dell’idealismo tedesco [29]È chiaro allora che con Lutero il realismo viene meno per essere sostituito da una vaga emozione soggettiva non concettuale, che richiama da vicino l’«esperienza trascendentale» di Rahner. E ricorda anche quella «esperienza» [n. 21, 22, 25, 39, 78, 79 testo QUI] o quel «sentimento» senza fondamento oggettivo, che sono smentiti dalla Pascendi di San Pio X [nn. 10 – 12, 14, 16, 18, 19, 21, 23, 38, testo QUI]. Qui il realismo è sostituito dal soggettivismo.

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UN CONFRONTO FRA IL DIO DI SAN TOMMASO E IL DIO DI HEGEL

Esaltavit umile

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Il frutto più alto dell’umiltà nell’esercizio dell’intelletto è dato dalla concezione che la mente si fa di Dio, perché, quanto più la mente si rende disponibile ad accogliere la realtà, tanto più la forza dell’intelletto, fecondato dal reale, adeguato al reale e proteso al reale, che è il fine e il bene dell’intelletto, ha la possibilità di attuarsi e realizzare il massimo delle sue possibilità, sorretto anche dalla grazia, fino a cogliere la verità più sublime e raggiungere il sapere più elevato, che riguardano l’essenza e gli attributi di Dio. L’umiltà, come soggezione o adaequatio della mente al reale, obbedienza al reale ed accoglienza del reale, conduce la mente a sapere che essa da sé non è nulla e che tutto ciò che è e che ha, a cominciare dal suo stesso esistere, lo ha da Dio, che l’ha creata. Essa si accorge del fatto che essa ha l’essere, ma non è l’essere. Non è da sé, ma da altro, cioè da Dio. Senza questo Altro, essa sarebbe nulla. Invece la superbia, effetto e lascito del peccato originale, spinge l’io a ritenersi auto-fondato ed autosufficiente nell’essere. Anzi, Fichte arriverà ad interpretare il sum cartesiano come «Io sono l’essere» e «pongo il mio essere». L’io non si chiede: perché esisto? Ci sono e basta. Oppure dà delle risposte del tutto insufficienti, come quella del darwinismo.

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L’umiltà, che si esprime nel realismo, estingue la febbre e il tumore della superbia e conduce il soggetto alla realtà ed alle dimensioni reali della sua esistenza, limitata, debole e peccatrice. Così purificato, il soggetto si trova nelle migliori condizioni per operare il massimo e per essere innalzato dalla grazia, che gli rivela i misteri della divinità. Invece all’io cartesiano non viene in mente di essere stato creato da Dio, ma come fosse un Io assoluto, all’origine del reale e del pensiero, pretende di dimostrare l’esistenza di Dio deducendola da una supposta inesistente idea innata di Dio, dimenticando che, se io posso produrre l’idea di Dio, non per questo posso produrre Dio.

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È interessante allora confrontare quale idea di Dio scaturisce dai due metodi opposti del realismo e dell’idealismo, scegliendo due casi emblematici, come quello di San Tommaso ed Hegel e considerando il concetto di Dio sotto tre angolature: Dio come Essere e Spirito; Dio come Idea assoluta; e Dio come Sapere assoluto. Sia per San Tommaso che per Hegel Dio si pone sul piano dell’essere. Sia per l’uno che per l’altro Dio è l’Io o Soggetto assoluto. Sia per l’uno che per l’altro è Idea assoluta, Scienza assoluta, Spirito assoluto. Sennonché però, mentre per San Tommaso l’essere è distinto dal divenire, per Hegel coincide col divenire [30], il che implica già un’identificazione di Dio col mondo e quindi dell’io umano con l’Io divino. Per San Tommaso, Dio, Essere assoluto, identico a Se stesso, crea il mondo dal nulla. Per Hegel, Dio, sintesi di essere e nulla, diviene mondo negando se stesso e si determina come mondo, il quale, negando se stesso, diviene Dio.

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Mentre per San Tommaso allora l’io umano è distinto dall’Io divino, per cui Dio è un Tu rispetto all’io umano, per Hegel Dio è la sostanza ed essenza ultima dell’io umano, che è solo un «momento» passeggero e contingente dell’Io assoluto. L’io sono del cogito tomista conduce alla scoperta dell’Io Sono divino come il Tu assoluto che mi ha creato. L’io sono del cogito cartesiano mi conduce in Hegel alla coscienza che Io sono assolutamente in senso divino e che i tu che ho davanti a me li pongo io col mio pensiero e per i miei interessi. Mentre per Tommaso Dio è purissimo Spirito [31], semplice [32], identico a se stesso, bontà infinita, immutabile [33], immortale, trascendente, indipendente dal mondo, per Hegel Dio è essenzialmente mutevole, diveniente, contraddittorio, dialettico, mondano, materiale, mescolato al male e mortale.

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Dice infatti Hegel:

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«Il sé» [il cogito cartesiano] «attua la vita dello Spirito assoluto. Questa figura è quel concetto semplice, che peraltro abbandona la sua essenza eterna» [Dio si aliena] «ed è là» [nella concretezza] «o agisce. Esso ha nella purezza del concetto lo scindere o il sorgere, perché la purezza è l’assoluta astrazione o la negatività» [il divenire]; «similmente esso ha l’elemento della sua effettualità» [il mondo] «o dell’essere in lui nello stesso puro sapere, perché il sapere puro è l’immediatezza semplice, la quale è tanto essere che esserci» [il concreto], quanto essenza; l’un momento è il pensiero negativo, l’altro è lo stesso pensiero positivo. Tale esserci è infine e altrettanto l’esser da lui – sia come esserci che come dovere» [il buono] «riflesso in se stesso, ossia l’esser— cattivo» [34].

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Sia nell’uno che nell’altro caso Dio è l’Idea assoluta.

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«L’Idea assoluta — dice Hegel[35], e in ciò Tommaso potrebbe essere d’accodo — è essere, vita che non passa, verità di sé conscia, ed è tutta la verità». In tal modo, sia per Tommaso che per Hegel Dio, è Verità assoluta, in quanto, come dice l’Aquinate, «l’Essere divino non solo è conforme al suo intelletto, ma è il suo stesso intelligere»[36], identità di essere e pensiero.

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Sia per San Tommaso che per Hegel l’Idea divina è l’«idea logica» [p.936], il Concetto che Dio ha di Stesso e delle cose. È l’idea che Dio ha di Se stesso e delle cose. È l’Idea razionale della Ragione divina [37].

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«L’Idea divina — dice Hegel [38] — è l’unico oggetto e contenuto della filosofia. Contenendo in sé ogni determinatezza, ed essendo sua essenza di tornare a sé attraverso il suo determinarsi o particolarizzarsi, essa ha diverse configurazioni, e il compito della filosofia è di conoscerla in queste».

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In Hegel l’idea umana è un momento dell’Idea divina; Dio pensa Se stesso nell’uomo come uomo; in San Tommaso l’idea umana è una partecipazione analogica dell’Idea divina e l’uomo pensa se stesso in Dio come Dio.  L’Idea divina hegeliana, però, a differenza di quella tomista, che distingue in Dio l’Idea unica ― ossia l’Idea che Dio ha di Sé o il Logos [Verbum[39] ― dalle molte idee, corrispondenti alle cose create, non trascende le idee delle cose come l’increato trascende il creato, ma come l’universale si concretizza nel particolare, o come l’indeterminato si determina nel determinato, o come la sostanza si determina nel modo d’essere. Per questo, in Hegel l’Idea divina è sillogistica e dialettica, è il metodo del sapere [cf. p. 937], è il

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«movimento del concetto»[p. 937]; «è afferrata nel concetto» [p. 936], il quale «è tutto e il suo movimento è l’attività assoluta universale, … è la forza assolutamente infinita, cui nessun oggetto, per quanto si presenti come esteriore, lontano dalla ragione e da lei indipendente, potrebbe opporre resistenza, esser rispetto ad essa di una natura particolare e rifiutarsi ad esser da lei penetrato» [pp. 937— 938].

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Qui si vede come Hegel dia alla ragione umana un potere che in realtà è del tutto al di sopra delle sue reali possibilità e funzioni, fosse anche perfettamente sana come lo era prima del peccato originale. Figuriamoci nello stato presente, afflitta, indebolita ed offuscata com’è da tanti mali, difetti e cattive inclinazioni, per rimediare ai quali occorre, oltre ad una severa disciplina della ragione, un’intensa vita di grazia. Vediamo come in Hegel il pelagianesimo si congiunge allo gnosticismo.

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Viceversa, in San Tommaso l’Idea divina è l’idea che Dio ha delle cose che crea. Ciò non significa che nella mente divina vi sia una pluralità di idee, come avviene nella mente umana. Con una sola Idea, che è Dio pensato da Sé, Dio concepisce tutte le cose [«Deus Uno intelligit multa» [40]]. Le idee sono molte, in quanto cose pensate da Dio in quanto pensate prima di esistere nella realtà esterna a Dio. E in tal senso esistono più idee nella mente divina [41]; ed è l’Idea che Dio Padre ha di Se stesso, ossia il Logos o Verbo divino, la persona del Figli[42]Nell’uno e nell’altro caso Dio è Scienza assoluta. Per San Tommaso, «dato che l’Essenza divina è la sua stessa Idea» [species intellegiblis], «segue necessariamente che il suo sapere» [intelligere] «sia la sua essenza e il suo essere» [43]Per Hegel il sapere assoluto è la filosofia. Essa è il sapere che Dio ha di Stesso come uomo. Ciò che la filosofia sa di Dio è ciò che Dio sa di Se stesso. Quindi la ragione umana sa ciò che di Sé sa la Ragione divina, perché in fondo, come dice Hegel, la ragione è una sola: essa è divina. Pertanto l’uomo, in quanto ragiona, è Dio, sa ciò che Dio stesso sa. La ragione cartesiana è giunta al culmine delle sue aspirazioni. Da qui lo gnosticismo di Hegel. Dice infatti Hegel che la filosofia

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«è l’Idea che pensa se stessa, la verità che sa» [ossia la verità sussistente, fatta persona, l’«io sono un io pensante» di Cartesio], «la logicità col significato che essa è l’universalità convalidata dal contenuto concreto come dalla sua realtà. La scienza è, per tal guisa, tornata» [dialetticamente] «al suo cominciamento» [il puro essere]; «e la logicità è il suo risultato come spiritualità: dal giudizio presupponente, in cui il concetto era solo in sè» [l’essere astratto] «e il cominciamento, alcunché di immediato, e quindi dall’apparenza, che aveva colà», [il dato empirico] «la spiritualità» [ossia l’io cartesiano] «si è elevata al suo proprio principio» [ossia all’Io assoluto] «come a suo elemento»[44].

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CONCLUSIONE

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L’uomo ha un bisogno innato di grandezza. Tuttavia questo bisogno va incanalato e moderato, per non divenire eccessivo e fonte di tragiche illusioni. Aspirazione ragionevole, non è quella di essere infinito, dettata dalla superbia, ma di contemplare l’Infinito, dettata dall’umiltà. Infatti, tra la finitezza umana e l’infinità divina esiste un dislivello invalicabile. Pretendere di superarlo è folle superbia, è quella che i Greci chiamano hybris.

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Come insegna il Concilio Lateranense IV, «tra il creatore e la creatura non si può notare una somiglianza tale, che non si debba notare una maggiore dissomiglianza» [45]. L’uomo, benché creato ad immagine e somiglianza di Dio, mediante la fede e la grazia, può superare bensì le forze della ragione ed essere ammesso a partecipare alla vita divina, ma solo fino ad un certo punto concessogli da Dio e non oltre.

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Se bastasse la ragione per comprendere perfettamente nel concetto l’essenza divina, non sarebbero state necessarie la divina rivelazione e la fede per aggiungere alla ragione contenuti che essa da sé non riesce a cogliere. E anche con tutto ciò la mente umana, anche nella gloria celeste, resta fondamentalmente al di sotto della comprensione che Dio ha di Se stesso. La ragione da sé può certamente conoscere Dio per analogia e mediante le creature. Ma da sola non può conoscere l’essenza divina per essenza o quidditativamente, come diceva Tommaso de Vio detto il Cardinale Caetano. Può conoscere l’Infinito solo finitamente, non infinitamente, come solo Lui può conoscere Se stesso.

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Esiste, è vero, un’esaltazione irrazionalistica e fideistica della fede, che si pretende costruire sulle rovine della ragione, come se la ragione fosse contro la fede e questa dovesse sostituire la ragione nella conoscenza di Dio. Quello che accade in questi casi, allora, è che la mente non viene effettivamente illuminata dalla Parola di Dio, ma viene illusa da umani ritrovati vanamente spacciati per «scienza assoluta». S. Paolo ci mette in guardia contro questa truffa: «Guardate che nessuno v’inganni con la filosofia ed una vana fallacia, secondo la tradizione degli uomini e secondo gli elementi del mondo e non secondo Cristo» [Col 2,8].

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Varazze, 24 luglio 2018.

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NOTE

[1] Dialogo, c. 154.

[2] Ibid., c. 154.

[3] Ibid., c. 9.

[4] Critica della ragion pura, Edizioni Laterza, Bari 1965, p. 491.

[5] In XII libros Metaphysicorum Aristotelis expositio, a cura di R. Spiazzi, l.III, lect.I, n. 343, Edizioni Marietti, Torino 1964, p. 97.

[6] cf. E. Gilson, Introduction à l’étude de Saint Augustin, Vrin, Paris 1969, p. 55.

[7] Questa è la forma cartesiana.

[8] Questa è la forma hegeliana.

[9] cf. la recente Lettera Apostlica Gaudete et exultate, di Papa Francesco, n. 36.

[10] La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Morcelliana, Brescia 1971, pagg. 215— 220.

[11] III, 1, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1981, pagg. 410— 418.

[12] Parte II, n. 2.

[13] cf. J.Maritain, Le songe de Descartes, Buchet— Chastel,Paris 1932, p. 17.

[14] cf. E. Gilson, Introduction à l’étude de Saint Augustin, op.cit., p. 321. Gilson sbaglia, tuttavia, nell’attribuire la stessa cosa a Sant’Agostino, che al contrario ammette che la cosa esterna influisce nei sensi e quindi nell’anima: «Omnis res, quamcumque cognoscimus, congenerat in nobis notitiam sui» [De Trin., IX, 12, 18]. «Nemo de illo corpore utrum sit intelligere potest, nisi cui sensus quidquam de illo nuntiarit» [De Trin., XI, 5, 9].

[15] La dottrina della scienza, Editori Laterza, Bari 1971, p. 104.

[16] Lezioni sulla filosofia della storia, III,1, Editrice La Nuova Italia, Firenze 1981, p. 387.

[17] Lezioni sulla filosofia della religione, Zanichelli Editore, Bologna 1974, vol.II, p. 366. G. Cavalcoli, LA DIALETTICA NELLA CRISTOLOGIA DI HEGEL, Sacra Doctrina, 6, 1997, pagg. 87— 140.

[18] Filosofia della Rivelazione, Editrice Bompani, Milano 2002, p. 1413.

[19] Lezioni sulla storia della filosofia, 3,I, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1985, p. 27.

[20] cf. i miei due studi: PENSARE IL PENSIERO. CONSIDERAZIONI SULLA DIGNITÀ, LE FUNZIONI E I LIMITI DEL PENSIERO, I, Divinitas, 2001, 3, pp. 279— 300 PENSARE IL PENSIERO. CONSIDERAZIONI SULLA DIGNITÀ, LE FUNZIONI E I LIMITI DEL PENSIERO, II, Divinitas, 1, 2001, pagg. 43— 72.

[21] Summa Theologiae, I, q 14, a. 4.

[22] Ibid. Questa tesi dell’Aquinate è stata dogmatizzta dal Concilio di Firenze del 1442: «in Deo omnia sunt unum» [Denz. 1330].

[23] Uditori della parola, Edizioni Borla, Roma 1977, p. 66.

[24] Ibid.

[25] Ibid., p. 67.

[26] Ibid., p. 68.

[27] J.V. de Groot, O.P, Summa apologetica de Ecclesia Catholica ad mentem Sanctae Thomae Aquinatis, Ratisbonae 1906; R.— M. Schultes, O.P, De Ecclesia caholica. Praelectiones apologeticae, Lethielleux, Paris 1931; R. Garrigou— Lagrange, OP, De Revelatione per Ecclesiam catholicam proposita, Edizioni Ferrari, Roma 1932; A. Beni – S. Cipriani, La vera Chiesa. Le font della Rivelazione, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1953.

[28] cf. G. Faggin, Meister Eckhart e la mistica tedesca preprotestante, Fratelli Bocca Editori, Milano 1946, pagg. 192— 194; 201; 296; 298 ss.

[29] N. Hartmann, La filosofia dell’idealismo tedesco, Mursia Editore, Milano 1983.

[30] Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, Edizioni Laterza, Bari 1963, p. 93; Scienza della logica, Edizioni Laterza, Bari 1984, p.71.

[31] Summa Theologiae, I, q. 36, a. 1, ad 1m.

[32] Ibid., I, q.III.

[33] Ibid., q.IX.

[34] Fenomenologia dello Spirito, Edizioni Nuova Italia, Firenze 1988, vol. II, pagg. 293— 294.

[35] Scienza della Logica, Op. Cit., p.935.

[36] Summa Theologiae, I, q.16, a. 5.

[37] Ibid., I— II, q. 93, a. 1.

[38] Scienza della logica, op. cit., p. 935.

[39] Summa Theologiae, I, q.34.

[40] Ibid., q.15, a.3, ad 2m.

[41] Ibid., I, q.15, a.2.

[42] Ibid., q.34, aa.1— 2.

[43] Ibid., q.14, a.4.

[44] Enciclopedia, op.cit., pagg.527— 528.

[45] Denz. 806.

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