Pope, Francis, et hoc anno cum maior successu et iuvenes Paulus Papa Sorrentino

MAIOR DE annos et post successu Franciscus Pontifex Paulus pullis Sorrentino

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[…] Sed in hoc sacramento Paenitentiae, sicut ostensum est per Iubilarem Annum inanis Confessionibus, ubi iam sine sensu sensus peccati fas nefasque inreverentiam, misericordiam et judicium verum,, Ut ostensum est immanens inveni melius respondet necessitatibus ambitibus, nisi quod in illa Onlus socialis Ecclesiae rebus voluntariis appellatum.

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A Author: Georgius. facio Lince
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A Jorge. facio Lince

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Puer Pope, Paulus Sorrentino, TV passim in caelum (2016). Jude legis de histrione munus imaginaria Pius XII

quod 26 November clausit ostium Sanctus Sancti Petri Pontificis capit, in quibus post jubilaeum ratio prodigiorum eventus magnum ne portetis, sed intuitio Ecclesiis localibus fidelium. Infeliciter, Sanctus, Confusam dubio dereliquit misericordiam cum de gratia sacramentali confessione opera misericordiae, - Illis praesertim qui corpus - possumus habetur ex Evangelii secundum Matthaeum:

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«Cum autem venerit Filius hominis in gloria sua et omnes angeli,, tunc sedebit super sedem maiestatis suae. Et congregabuntur ante eum omnes gentes, et separabit ab invicem, sicut pastor segregat oves ab hedis, Et statuet oves quidem a dextris suis, hædos autem a sinistris. Tunc dicet rex his qui a dextris eius: "Veni,, benedicti Patris mei,, Possidete paratum vobis regnum a constitutione mundi. Esurivi enim et dedistis mihi manducare;, Sitivi, et non desistis mihi potum:; Hospes eram, et collegistis me;, nudus, et non cooperuistis me:, infirmus, et visitastis me, in carcere eram, et venistis ad me ». Et tunc iustorum exaudiet: "Dominus,, quando te vidimus esurientem, et pavimus te:, sitientem, et dedimus tibi potum? Quando te vidimus hospitem et colleximus te, aut nudum, et cooperuimus te? Quando autem te vidimus infirmum aut in carcere et venimus ad te?". respondens, rex: "Amen dico vobis,: quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minimis ad, mihi fecistis ". Tunc dicet et his qui a sinistris: "Via, a me, maledictus, in ignem aeternum,, qui paratus est diabolo et angelis eius. Esurivi enim et dedistis mihi manducare;; Sitivi, et non dedistis mihi potum; Hospes eram, et collegistis me;, nudus, et non cooperuistis me:, infirmus et in carcere et non visitastis me ". Tunc: "Dominus,, quando te vidimus esurientem aut sitientem aut hospitem aut nudum aut infirmum vel in carcere et non ministravimus tibi?". Tunc respondebit: "Amen dico vobis,: quamdiu fecistis uni ex his fratribus meis minoribus, nec mihi fecistis ". Et ibunt, ad poenam aeternam;, iusti autem in vitam aeternam " [Mt 25, 31-46]

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Prius de misericordia Confessionis sacramentum consistit in ipso conversionis quasi monumentum qui hominem ad peccandum gratiae Dei conscientiam ab operibus malis bonum non negatum, remissione ac iustitiae accipientes in passione pro nobis omnibus tradidit, Morte et resurrectione Iesu Christi, qui pro peccatis nostris mortuus est [Cf.. Cat. CC 1987-2005]. Et propter hoc non contingat quaedam humanitas. sed, quod opera misericordiae,, summa est generale vel ipsi consolari eos qui in omni pressura ductor Christiani. Parvus, quod differentia distinguit capere et multi hodie, ma soprattutto che sembra sia stata una scelta cercata e voluta per attirare indistintamente un maggiore numero di persone … Così appare da certi scritti, audio e immagini che si possono trovare in giro per la rete, od ascoltare nella televisione come da certi pulpiti. Un esempio concreto di questa confusione è l’articolo di Carlo Di Cicco:

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«Il Papa ha cercato di mostrare l’umanità della fede cristiana e in nessun giubileo della storia c’è stata tanta valorizzazione dei poveri e degli emarginati» [Cf.. qUI].

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In questa frase sembra proprio si sia confuso il termine di anno giubilare con il concetto di campagna di marketing, a conferma di questo più avanti viene specificato dallo stesso Autore:

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«E tuttavia anche le cifre non sono tanto male per gridare al flop. Se si rapportano i dati parziali finora a disposizione si vede che 20 milioni e 400 mila pellegrini che hanno varcato la soglia di san Pietro in questo giubileo non sfigurano a fronte degli 8 milioni 515.088 computati dalla Prefettura della casa Pontificia come partecipanti nel 2000 alle udienze generali, alle cerimonie e agli Angelus. Il grido di dolore dei commercianti nasce dal non considerare le condizioni di questo giubileo venuto inaspettato e dentro alla crisi economica che non è ancora terminata».

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quidem, il titolo di questo articolo lo sintetizza tutto sin dall’inizio: «Giubileo flop ? No, Francesco non aveva chiesto celebrazioni trionfali». E poi c’era la «crisi economica», quasi come se il Giubileo del 2000 non si fosse aperto dopo il crollo delle borse di fine anni Novanta, visto che la crisi comincia nel 1998. Sorvoliamo poi sul vezzo con il quale ci si riferisce al Successore di Pietro chiamandolo semplicemente Francesco, lasciando quindi perdere il fatto che due aggettivi come Sommo E Pontefice potrebbero rendere il titolo molto lungo e quindi non risaltare bene a livello grafico; quello che spaventa è che dietro la chiusura dell’anno giubilare resti l’impressione di una misericordia operata dall’uomo e privata della grazia sacramentale della Misericordia di Dio.

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Per passare a un discorso in apparenza diverso: un paio di settimane fa è terminata la trasmissione della serie televisiva The Young Pope, vista da tutta la redazione dell’Insula, quæ appellatur Patmos sotto l’invito di molti Lettori che ci hanno scritto per consigliarci di vederla, perché trovavano nel giovane Lenny Belardo, che diviene poi un fantasioso Papa Pio XIII, una curiosa e a volte incredibile somiglianza nello stile del nostro caro Padre Ariel … sorvoliamo su queste comparazioni e passiamo ad altro: ho molto apprezzato e condiviso nella loro totalità le valutazioni fatte dal vaticanista Andrea Tornielli nel suo commento dedicato a questo telefilm ed al suo fantasioso personaggio di Pio XIII [Cf.. qUI]. Trovo molto pertinente e azzeccata «l’idea di una decongestione mediatica del papato, di un essere meno protagonista con la sua persona, è buona, anzi ottima». autem, Tornielli, a parte essere un giornalista, è anche letterato e storico, autore di diversi libri dedicati ai Pontefici del Novecento, ed il papato contemporaneo lo conosce bene [Cf.. qUI, qUI, qUI].

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Per fare una oggettiva e approfondita critica a questa curiosa, particolare e a volte drammatica serie, sarebbe opportuno fare uno scritto più lungo e approfondito; basti solo dire come in termini generali questa serie dimostra il paradosso odierno di quella anarchia ecclesiastica che vuol far contenti tutti, ma lasciando da parte Dio e il Vangelo. Nella serie televisiva del regista Paolo Sorrentino, spicca un Romano Pontefice che nell’applicare il principio di autorità monarchico fondato sul mistero petrino resta solo, incompreso e rischia continuamente di essere intrappolato e tradito, irriso e contestato; il tutto solo perché “colpevole” di difendere e proclamare ciò che da sempre ha insegnato la Chiesa. Un immaginario Sommo Pontefice in conflitto con una casta di giornalisti, in conflitto con una massa popolare che non ascolta, non accetta, non vuol sentir dire altro che quello che fa loro piacere e comodo. È l’interpretazione tra follia e ignoranza, verità e santità di chi guarda la Chiesa Cattolica come non credente o di chi la vive con il senso della fede.

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Sono rimasto veramente colpito dal primo discorso rivolto con la faccia al pubblico fatto da questo immaginario Sommo Pontefice nella piazza gremita di gente della Basilica di San Marco a Venezia nell’ultimo capitolo di questa serie:

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«Dio non si concede, non si fa vedere. Dio non grida; Dio non bisbiglia, Dio non scrive, Dio non sente, Dio non chiacchera, Dio non ci conforta. E allora i bambini gli chiesero chi è Dio? E Juana rispose: Dio sorride, soltanto allora tutti capirono …»

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Un discorso sul quale si può dire e speculare a non finire, lasciando una libertà di opinione a chi lo legge come a chi ha visto la serie; specie se si parte dal fatto che sembra una esposizione totalmente opposta a quella fatta su Dio dallo stesso Belardo tra la severità e la ieraticità delle prime puntate. Forse molte persone diranno che quest’ultimo discorso della serie è una visione molto più vicina a quella del Santo Padre Francesco, ed in particolare in questo ultimo anno … ed è proprio qui che cominciano i veri problemi. Durante le prime puntate della serie, un cardinale aveva opinato al giovane Pontefice :

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«Porre a una folla adorante e devota il rebus sulla esistenza di Dio, significa porre un quesito superato; il quesito nuovo oggi non è più se Dio esista, ma piuttosto perché dipendiamo da Dio».

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Dichiarare come “superato” il quesito sulla esistenza di Dio è una fallacia apodittica; abbinare il termine “folla” a delle azioni come adorazione E devozione, potrebbe creare un fraintendimento riguardo alla devozione e all’ adorazione come azioni che non nascano dalla libera accoglienza della fede e della grazia di Dio ma da ben altri elementi tipici delle socio-patologie, o variamente legati agli ambiti del settarismo, della stregoneria e del tribalismo. Risulta invece molto opportuna la seconda parte del ragionamento, ossia il quesito del rapporto di relazione in questo caso definita quasi in opposizione tra libertà umana e Dio. È vero che il valore della libertà umana oggi più che mai è un fondamento del carattere personale e collettivo della civiltà occidentale; come è anche vero che ci sono dei discorsi riguardo la relazione di Dio con l’uomo che non sono più compresi in quanto ritenuti troppo complessi, al punto da essere stati banditi o cancellati, proprio come sono finiti cancellati gli elementi della giustizia, della provvidenza di Dio, del peccato in sé, della colpa e della penitenza espiatrice, etc. … per non parlare del peccato originale, basti a tal proposito vedere gli ultimi articoli pubblicati sull’Insula, quæ appellatur Patmos dal Padre Ariel S. Levi di Gualdo riguardo il caso del Padre Giovanni Cavalcoli, sul quale poche settimane fa si è scatenato il finimondo dopo che ha osato parlare dei “castighi di Dio” ad un programma radiofonico, nominando per inciso la parola ormai tabù di peccato di sodomia, irritando a tal punto le lobby gay da essere querelato in modo giuridicamente ridicolo da una di esse per avere espresso a loro dire un pensiero “omofobo” e “razzista” [vedere nostri articoli sul caso qUI, qUI]. In realtà invece, il teologo domenicano, senza ledere la dignità e la onorabilità di nessuno, ha solo ricordato quelle basi della morale e della dottrina cattolica che gli aggressivi genderisti sembrano davvero determinati a far dichiarare fuori legge, proprio come successivamente torna a ribattere il Padre Ariel S. Levi di Gualdo sulle nostre colonne telematiche parlando dei porno-teologi, usando un’espressione coniata dal celebre filosofo e teologo Cornelio Fabro [Cf.. articolo qUI].

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Come al solito, la risposta a questi quesiti non è stata quasi mai storicamente equilibrata. Certo questa è una prova provata delle caratteristiche proprie dell’essere finito, tal è l’uomo, vale a dire centrare tutto su se stesso nel rapporto con la vita, il mondo e Dio, attraverso la parzialità limitata e stereotipata delle passioni e dai sentimenti che finisce per spingerlo a parlare, a pensare, ad agire, a presentare e difendere, spesso anche in forma euforico-aggressiva, ma soprattutto prevaricante sugli altri, la propria percezione soggettiva del vero e la propria interpretazione.

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Pare che mai si riesca a essere equilibrati, perché in uno squilibrio costante si passa dall’esaltazione del terrore e della paura all’euforia dell’ “amore”; dall’immediatezza di una giustizia rigorista a un lassismo totale e una indifferenza verso l’ingiustizia, da un senso maniacale del voler chiarire, definire o classificare tutto, all’effusione della poesia, dell’ermeneutica, delle interpretazioni eclettiche del tutto uguale a niente …

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Ora siamo nella seconda fase dello squilibrio e della frenesia della falsa libertà voluta fino al costi quel che costi, ossia siamo all’anarchia. E questo si percepisce dal singolo individuo fino alle grandi istituzioni come lo sono la società civile, lo Stato, la stessa Chiesa. Nei primi due casi, si potrebbe parlare di una dialettica storica hegeliana o dei corsi e ricorsi del Vico; cambiamenti storici e sociali che hanno determinato la fine di una epoca e l’inizio di un’altra.

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Nel terzo caso, si potrebbe dire che è un semplice processo storico all’interno della società ecclesiale, ma la differenza con le altre realtà sociali è che per la prima volta siamo dinanzi al principio della “forza centrifuga”. Dopo due millenni la Chiesa è uscita dal proprio centro “cristonomico”, dal suo magistero, dalla sua tradizione canonica e liturgica, dalla sua relazione col popolo di Dio. Questa forza centrifuga non è in alcun modo arrestata, tutt’altro si proclama in modo implicito o esplicito che “l’uomo non dipende ormai da Dio”. A questo modo prende vita un uomo che può trovare in Dio soltanto una risposta palliativa a certi suoi bisogni di felicità, uguaglianza sociale, solidarietà, spirito di fratellanza, benessere psicologico, cura dell’ambiente, etc ...

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È finito un anno Giubilare in cui si è proclamata l’ingiustizia verso chi non vuole accogliere i profughi veri o presunti in modo indiscriminato e senza alcun controllo numerico, verso l’ingiustizia di chi non viene pagato abbastanza o non ha le stesse risorse finanziarie di altri uomini. Tutti problemi e tematiche trattati dalla moderna Dottrina sociale della Chiesa sin dalla prima enciclica sociale del Sommo Pontefice Leone XIII, nel quale non sono però presenti sociologismi marxisti e populismi di matrice sudamericana. Un giubileo in cui si è festeggiato Martin Lutero come “grande riformatore”, nonché autore di una pseudo riforma che ha solo spaccato la Chiesa; e celebrando questo eresiarca si sono nascosti tutti i veri problemi, seguendo i criteri di un falso cammino teso all’utopico ricongiungimento. Si è dato ascolto e spazio ai rappresentanti ed alle stellae del mondo civile, politico, giornalistico … persino al mondo del gossip si è dato spazio e ascolto, ignorando e zittendo in modo quasi sempre violento le voci dei veri e onesti servitori della Chiesa e del popolo di Dio, o dei cristiani perseguitati e uccisi dagli islamisti. Si è proclamata l’esistenza di una grande porta che accoglie tutti e una via che non è più via ma un campo che raduna tutti senza distinzioni e divisioni; tutti uguali come pecore che provano le stesse sensazioni, che si muovono e che mangiano allo stesso modo. Non più la porta stretta annunciata da Cristo alla quale si giunge attraverso duro e tortuoso cammino [Cf.. Lc 13, 24], ma soprattutto sotto la guida e la vigilanza di un Pastore; perché anche il Pastore è ormai diventato una delle pecore, nelle sue limitatezze e debolezze. Si è stati invitati tutti a partecipare ai Sacramenti, senza esclusione, proprio come se i Sacramenti fossero un diritto acquisito da parte dei fedeli, quindi togliendo agli stessi il loro reale valore di coerenza, coscienza e consapevolezza, di responsabilità e di ragione, per l’infelice ed errata opera pastorale sacramentale di non pochi ministri sacri.

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Proprio questo, in ultima istanza, è il cuore del problema: i ministri sacri in cui si evince la mancanza d’intelligenza e la supremazia della forza centrifuga che regna nella Chiesa. Per ora possiamo scegliere il modello di celebrazione eucaristica che sia più consona ai nostri capricci, con la propria ritualità emotiva o perfino scaramantica. Sarà però nel Sacramento della penitenza, sicut ostensum est per Iubilarem Annum inanis Confessionibus, dove l’uomo ormai privo del senso del bene e del male, quindi del senso del peccato, misericordiam et judicium verum,, Ut ostensum est immanens inveni melius respondet necessitatibus ambitibus, nisi quod in illa Onlus socialis Ecclesiae rebus voluntariis appellatum. L’uomo si domanderà non più e non tanto se esiste Dio, ed a che cosa serve nel caso in cui esistesse; si domanderà a che serve la Chiesa con i suoi ministri sacri, con i suoi Sacramenti svuotati del mistero della grazia e riempiti di “diritti” mondani. E l’unica risposta che l’uomo si darà sarà l’apatia, l’indifferenza. Mentre d’altro canto gli operatori sociali della Onlus resteranno convinti che l’uomo aveva bisogno di sentirsi parlare come piace a lui, cioè di se stesso e per se stesso, invece che di Dio e della sua grazia sacramentale.

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Forse è questa la risposta al drammatico quesito: «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» [Cf.. Lc 18, 1-8] Cristo non chiede affatto, se il Figlio dell’uomo ritroverà la Chiesa visibile, egli si domanda proprio se troverà ancora la fede.

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carus lectores.

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Retribuat vobis Deus,.

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