Amoris laetitia, “sanus reprehensionem sui”

– Angolo dei Confratelli Ospiti dellInsula, quæ appellatur Patmos -

AMORIS LÆTITIA, "Sanus se ipsos iudicandi"

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Non est quod, paulatim anni, post-synodalis magisque multis exhortationibus? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il più delle volte significa che le idee non erano molto chiare.

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John Scalese, CRSP
John Scalese, CRSP *

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Canova eros e psiche
Eros e psiche, opera di Antonio Canova

Mi è stato sollecitato un intervento sulla esortazione apostolica Amoris laetitia. I lettori che mi seguono ab initio [Cf.. qUI] sanno che non mi piace molto commentare i documenti pontifici. Scrissi in altra occasione: «Le sentenze non si discutono, si applicano». In questa circostanza, igitur, anziché entrare nel merito della esortazione, preferirei soffermarmi principalmente su alcuni aspetti procedurali, anche se sarà inevitabile fare dei riferimenti ai contenuti.

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Il documento ci invita a essere umili e realisti e a fare una «salutare autocritica» [n.36]. Credo che tale atteggiamento non debba essere rivolto solo verso la Chiesa del passato e la sua prassi pastorale, sed, per essere autentico, debba estendersi a 360° e quindi anche alla Chiesa odierna. Vorrei pertanto fare alcune domande, non con spirito polemico, ma come semplice invito alla riflessione.

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amoris laetitia
l’esortazione post-sinodale Amoris Laetitia

È corretto tornare su questioni che erano state già affrontate in tempi relativamente recenti (il precedente Sinodo sulla famiglia risale al 1980), senza che nel frattempo la situazione fosse radicalmente mutata? È vero che in questi trentacinque anni ci sono state non poche novità, che non erano state allora affrontate (p. es., la fecondazione assistita, la maternità surrogata, la teoria del genus, le unioni omosessuali, quod stepchild adoption, etc.); ma è altrettanto vero che tali tematiche non sono state al centro dei lavori degli ultimi Sinodi e sono toccate solo in parte e di sfuggita nell’esortazione apostolica. L’attenzione sembrava rivolta esclusivamente su una questione che era stata già ampiamente dibattuta e definita: l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati civilmente. La questione era stata autorevolmente risolta nell’esortazione apostolica Familiaris consortio (n:. 84); il suo insegnamento era stato poi ripreso dal atechismo della Chiesa cattolica (n:. 1650) e ribadito dalla Lettera della Congregazione per la dottrina della fede del 14 September 1994 e dalla Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi del 24 June 2000. Mi rendo perfettamente conto che Amoris laetitia sfugge a questa logica dottrinale-giuridica, per porsi su un piano squisitamente pastorale; chiedo solo: è corretto rimettere in discussione un insegnamento ormai praticamente definitivo?

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il Santo Padre Francesco con il Cardinale Carlo Caffarra, oggi Arcivescovo emerito di Bologna, considerato uno tra i più grandi esperti dei problemi sulla famiglia

È corretta la procedura seguita per affrontare questo tema? Prima il Concistoro straordinario nel febbraio 2014; poi l’assemblea straordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre dello stesso anno; successivamente, la emanazione dei due Motu proprio sulle cause di nullità matrimoniale nell’agosto 2015; quindi l’assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi nell’ottobre immediatamente successivo; infine l’esortazione apostolica post-sinodale appena pubblicata. Finora non si era mai vista una simile procedura: non era sufficiente un’unica assemblea sinodale, debitamente preparata? Era proprio necessario questo “martellamento” durato due anni? A qual fine? Senza contare poi le anomalie registrate lungo il cammino: la segretezza della relazione al Concistoro e del dibattito sinodale; la relazione post disceptationem del Sinodo 2014, che non rifletteva i risultati del dibattito; la relazione finale del medesimo Sinodo, che riprendeva tematiche che non erano state approvate dai Padri; la lettera riservata dei tredici cardinali all’inizio del Sinodo 2015, denunciata pubblicamente come “cospirazione”; etc.: sono cose normali?

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sinodo dei vescovi seduta
una seduta del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia

È corretto insinuare determinate soluzioni pastorali, che non erano state accolte dai Padri sinodali (e pertanto non potevano essere riprese nel testo dell’esortazione), nelle note del documento? È corretto mettere in discussione in un documento del magistero l’insegnamento di un documento precedente con la seguente formula: «molti … rilevano» [note 329)] “Molti” chi? “Rilevano” a che titolo? etiam, quale tipo di adesione richiede la nota 351, che ammette una possibilità in aperto contrasto con con l’insegnamento e la prassi ininterrotta della Chiesa, basandosi su argomenti che erano stati già presi in considerazione e giudicati insufficienti a giustificare una deroga a quell’insegnamento e a quella prassi [Cf.. la Lettera della Congregazione della Dottrina della fede del 14 September 1994, in particolare il n.5: «Tale prassi di non ammettere i divorziati risposati all’Eucaristia], presentata [quod Familiaris consortio] come vincolante, non può essere modificata in base alle differenti situazioni»]?

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assemblea dei fedeli
assemblea dei fedeli

Non ci si dovrebbe preoccupare, quando si pubblica un documento, di che cosa arriverà ai fedeli? In Evangelii gaudium si poneva, recte, il problema della comunicazione del messaggio evangelico [n.41)] in Amoris laetitia si ammonisce di «evitare il grave rischio di messaggi sbagliati» [n.300]. Il fatto che nei giorni successivi all’uscita dell’esortazione siano stati pubblicati commenti contrastanti fra loro non dovrebbe far riflettere? Non sarà che il linguaggio usato non fosse sufficientemente chiaro? È possibile che sullo stesso documento ci sia chi afferma che non cambia nulla e chi lo considera rivoluzionario? Se una affermazione fosse chiara, non se ne dovrebbero poter dare contemporaneamente due interpretazioni opposte. La confusione provocata non dovrebbe essere un campanello d’allarme? In Amoris laetitia non si ignora il problema: «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione» [n.308], sed, con Evangelii gaudium [n.45)], si risponde che è preferibile una Chiesa che «non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada». Si è tentati addirittura di pensare che la confusione venga intenzionalmente ricercata, perché in essa agirebbe lo Spirito e in essa Dio va ricercato. Personalmente preferisco credere, con San Paolo, che «Dio non è un Dio di disordine, ma di pace» [1 Cor 14:33].

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libri
le vecchie, amate e belle scaffalature dei libri

Non est quod, paulatim anni, post-synodalis magisque multis exhortationibus? È possibile che non si riesca a sintetizzare in poche proposizioni i risultati delle discussioni dei Padri? La concisione, in genere, si sposa bene con l’efficacia e l’incisività: quando ci si dilunga oltre il necessario per trasmettere un determinato messaggio, il più delle volte significa che le idee non erano molto chiare. Senza contare che, elaborando documenti eccessivamente lunghi, si rischia di scoraggiare anche i più volenterosi a intraprenderne la lettura e li si costringe ad accontentarsi dei sunti, solitamente parziali e di parte, che ne fanno i mezzi di informazione.

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psicoterapia
«… cominci a narrarmi la sua infanzia»

È proprio necessario che i documenti pontifici si trasformino in trattati di psicologia, pedagogia, teologia morale, pastorale,, spiritualità? È questo il compito del magistero della Chiesa? Prima si afferma che «non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero» [n.3] tum, de facto,, ci si pronuncia su ogni aspetto e si rischia addirittura di cadere in quella “casuistica insopportabile”, che pure, a parole, si dice di deprecare [n.304]. Al magistero spetta il compito di interpretare la parola di Dio [Dei Verbum, n.10; Catechismo della Chiesa cattolica, n.85], definire le verità della fede, custodire e interpretare la legge morale, non solo evangelica, ma anche naturale [Humanae vitae, n.4]. Il resto — la spiegazione, l’approfondimento, le applicazioni pratiche, etc.. — è sempre stato lasciato ai teologi, ai confessori, ai maestri di spirito, alla coscienza ben formata dei singoli fedeli. Un’esortazione apostolica, destinata a tutti i fedeli, non può, a mio parere, diventare un manuale per confessori.

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astrattezza
il problema dell’astrattezza

È giusto insistere sull’astrattezza della dottrina [nn. 22; 36; 59; 201; 312], contrapponendola al discernimento e all’accompagnamento pastorale, quasi non ci fosse possibilità di convivenza fra le due realtà? Che la dottrina sia astratta, non mette conto di sottolinearlo: lo è per natura; come la prassi, di per sé, è pratica. Ma ciò non significa che nella vita umana non ci sia bisogno dell’una e dell’altra: la prassi deriva sempre da una teoria, basti pensare che in Amoris laetitia si ripete per ben due volte, ai nn. 3 E 261, un principio filosofico — e pertanto astratto — che era stato già enunciato in Evangelii gaudium ai nn. 222-225: «Il tempo è superiore allo spazio». Ragion per cui è importante che la prassi, per essere buona (“ortoprassi”), sia ispirata da una dottrina vera (“ortodossia”); in caso contrario, una dottrina errata genererebbe inevitabilmente una prassi cattiva. Disprezzare la dottrina non giova a nulla, serve solo a privare la prassi del suo fondamento, della luce che dovrebbe guidarla. Non ci si accorge, etiam, che il parlare della prassi non si identifica con la prassi stessa, ma costituisce solo una teoria della prassi? E la teoria della prassi è pur sempre una teoria, altrettanto astratta quanto la dottrina a cui si vuole contrapporre la prassi.

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Bologna-chiesa-del-Baraccano-anni-50 giuseppe savini
Bologna, Chiesa del Baraccano, anni ’50 [foto di Giuseppe Savini]

Descrivere la Chiesa del passato come una Chiesa esclusivamente interessata alla purezza della dottrina e indifferente ai problemi reali delle persone, non è forse una caricatura che non corrisponde in alcun modo alla realtà storica? Arrivare al punto di usare certe espressioni [n:. 49: «Invece di offrire la forza risanatrice della grazia e la luce del Vangelo, alcuni vogliono “indottrinare” il Vangelo, trasformarlo in “pietre morte da scagliare contro gli altri”»; n:. 305: «Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa “per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite”»] è non solo offensivo, ma falso e ingeneroso verso quanto la Chiesa ha fatto e continua a fare, pur fra mille contraddizioni e infedeltà, per la salvezza delle anime. Nella Chiesa il discernimento e l’accompagnamento pastorale, magari chiamati con nomi diversi e senza fare troppe teorizzazioni, ci sono sempre stati; solo che finora ciascuno faceva il suo mestiere: il magistero insegnava la dottrina, i teologi l’approfondivano, i confessori e i direttori spirituali l’applicavano ai singoli casi. Oggi invece sembrerebbe che nessuno riesca più a distinguere la specificità del proprio ruolo.

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Trasformare le esigenze della vita cristiana in “ideali” [nn. 34; 36; 38; 119; 157; 230; 292; 298; 303; 307; 308] non significa — davvero in questo caso — trasformare il cristianesimo in qualcosa di astratto, peggio, in una filosofia, se non addirittura in una ideologia? Non significa forse dimenticare che la parola di Dio è viva ed efficace [Eb 4:12], che la verità rivelata è una “verità che salva” [Dei Verbum, n:. 7; Gaudium et Spes, n:. 28], che il vangelo «è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» [rm 1:16], che «Dio non comanda l’impossibile; sed, quando comanda, ti ammonisce di fare quello che puoi e di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché tu possa farlo» [Concilio di Trento, Decreto sulla giustificazione, c. 11; cf Agostino, De natura et gratia, 43, 50]?

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ministero pastorale
la pastorale non può prescindere dalla dottrina e viceversa

Siamo sicuri che la “conversione pastorale” [Evangelii gaudium, n:. 25], che si richiede alla Chiesa odierna, sia un bene per essa? Ho l’impressione che alla base di tale conversione ci sia un equivoco di fondo, già presente al momento dell’indizione del Concilio Vaticano II e giunto fino ai nostri giorni: pensare che non sia più necessario che la Chiesa oggi si prenda cura della dottrina, essendo già essa sufficientemente chiara, conosciuta e accettata da tutti, e che ci si debba preoccupare solo della prassi pastorale. Ma siamo proprio sicuri che la dottrina sia oggi così chiara, che non necessiti di ulteriori approfondimenti e di essere difesa da interpretazioni erronee? Siamo proprio certi che tutti, hodie, conoscano la dottrina cristiana? Non basta rispondere a queste domande dicendo che c’è il Catechismo della Chiesa cattolica: primo, perché non è scontato che tutti lo conoscano; secondo, quia, quand’anche fosse conosciuto, non è detto che sia da tutti condiviso. Se è vero che «la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione piú luminosa della verità di Dio» [Amoris laetitia, n:. 311], è altrettanto vero che «non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo, è eminente forma di carità verso le anime» [Humanae vitae, n:. 29; Cf. Familiaris consortio, n:. 33;Reconciliatio et paenitentia, n:. 34; Veritatis splendor, n:. 95]. E il servizio che il magistero deve offrire alla Chiesa è, innanzi tutto, il servizio della verità [Catechismo della Chiesa cattolica, n:. 890]; proprio insegnando la verità che salva il magistero assume un atteggiamento pastorale e “misericordioso” verso le anime. Solo quando il magistero avrà adempiuto a questo suo compito primario, gli operatori pastorali potranno, in vicissim, formare le coscienze, fare opera di discernimento e accompagnare le anime nel loro cammino di vita cristiana.

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* John Scalese [Roma, 1955] è sacerdote e teologo dell’Ordine dei Chierici Regolari di San Paolo (Padri Barnabiti).

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.,Senza peli sulla lingua

Pensieri in libertà di un Querciolino errante,

di Giovanni Scalese

[edito il 14 January 2016]

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grafica e foto a cura della redazione dellIsola di Pamos

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About isoladipatmos

11 cogitationes on "Amoris laetitia, “sanus reprehensionem sui”

  1. Caro Padre Giovanni Scalese, che piacere trovarla anche sull’Isola di Patmos in sì buona compagnia!
    Non la conosco personalmente, ma la leggo da tempo, e la leggo con l’affetto di unquerciolino”.
    Sono uno dei diversi fiorentini che ha studiato nel vostro collegio della Querceche ricordi splendidi che ho! Specie dei Padri barnabiti. E che tristezza, quando oggi, ultra sessantenne, passo davanti al mio vecchio collegio chiuso.
    Grazie per questo suo articolo.

    Carlo Alberto Manfredini

  2. L’Isola di Patmos ci ha offerto ancora una volta degli articoli splendidi, scritti da tre sacerdoti e teologi, uno dei quali scritto da un ospite d’onore di eccezione, padre Giovanni Scalese, che già da tempo seguo sul suo blog.
    Ottima l’idea di uno spazio apposito per la pubblicazione di articoli di altri sacerdoti e teologi.
    Ottima la serie di domande che compongono l’articolo di padre Giovanni, sottile pedagogo. Anziché dare il pesce, ha offerta a noi tutti la canna per pescarcelo da soli.

  3. Complimenti per il dotto e stimolante articolo e ben trovato anche qua sull’Isola di Patmos, già seguo da tempo il blog delquerciolino errante”.
    Sono diocesano, ma feci medie e liceo a suo tempo dai Barnabiti.

  4. Rev. patrem.

    Una domanda.
    In tre giorni ho letto il testo, e forse per mio difetto, o per mia incapacità, in esso non ho trovato ( forse mi sarà sfuggito), in che modo comportarsi.
    Visto che hanno voluto ridurre questo sinodo tutto a una faccenda se dare o no l’Eucarestia ai divorziati risposati, la mia domanda è semplice: mi sbaglio, o in queste 260 pagine, tutto si ipotizza, ma non si dice peròsie non si dice però “nihil”?
    Mi illumini lei.
    gratias ago.

  5. patrem, grazie per il suo articolo illuminante, dinanzi al quale le chiedo se può illuminarmi con una risposta a questa mia domanda: un documento come la Amoris laetitia dovrebbe servire a dare delle chiare e precise risposte. Ma io ho letto solo ipotesi, Siccome in esso si toccano questioni aventi a che fare con i sacramenti, le chiedo: lei non pensa che era necessario dare delle precise e inequivocabili disposizioni, che ripeto, io non trovo nel testo?

    Sr. Maria Paola

  6. Innanzi tutto, vorrei ringraziare don Angelo per il commento più bello che si potesse fare: “Anziché dare il pesce, ha offerta a noi tutti la canna per pescarcelo da soli”. È quello che ho sempre cercato di fare nell’insegnamento; non mi ero accorto di averlo fatto in questo caso.

    Al Sig. Monari e a Sr. M. Paola rispondo dicendo che non ci si deve attendere da Amoris laetitia la chiarezza che ci piacerebbe, risposte nette SI o NO. E questo perché siamo entrati in una fase nuova: siamo passati dal piano dottrinale a quello pastorale. Cito solo alcune frasi che spiegano questaconversione pastorale”:

    — «Non si tratta soltanto di presentare una normativa, ma di proporre valori» (n:. 201);

    — «Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete, … è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi» (n:. 300);

    — «Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità» (n:. 308).

  7. Vorrei chiedere al Padre Scalese se il divieto di accesso alla Comunione per i divorziati risposati sia una Legge Divina e quindi immodificabile oppure una legge ecclesiastica e come tale soggetta ad una possibile modifica.

    1. Leggo nella Dichiarazione del Pontificio Consiglio per i testi legislativi circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati del 24 June 2000 (vedi http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/intrptxt/documents/rc_pc_intrptxt_doc_20000706_declaration_it.html), a proposito del can. 915 («Non siano ammessi alla sacra Comunione gli scomunicati e gli interdetti, dopo l’irrogazione o la dichiarazione della pena e gli altri che ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto»): «La proibizione fatta nel citato canone, per sua natura, deriva dalla legge divina e trascende l’ambito delle leggi ecclesiastiche positive: queste non possono indurre cambiamenti legislativi che si oppongano alla dottrina della Chiesa. Il testo scritturistico cui si rifà sempre la tradizione ecclesiale è quello di San Paolo: “Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, igitur, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1 Cor 11, 27-29)».

  8. Gentile Padre. Anzitutto grazie per il suo articolo che assieme agli altri due sul tema scritti dagli altri padri ci fornisce una visione molto ampia.
    Mi permetto di portare la mia esperienza
    Ho 38 anni e il mio primo matrimonio è stato un disastro. Premesso che il mio precedente marito si è rivelato un violento pericoloso, che più volte mi ha causato lesioni e trasporti al pronto soccorso, che gli stessi giudici ecclesiastici ammisero, quando esaminarono il caso, che laseparazione canonicaera del tutto necessariaciò malgrado Il tribunale ecclesiastico non ha ravvisato gli elementi della nullità, e io ho accettato ilnon luogo a procedere”.
    Dopo la separazione, avvenuta tre anni dopo il matrimonio, all’età di 32 aetate, e dopo il divorzio, ottenuto quando ne avevo 34, ho conosciuto un uomo veramente straordinario, celibe, e dopo due anni ci siamo sposati civilmente, quando ne avevo 36. Oggi abbiamo un bambino di un anno, dal precedente matrimonio non ho avuto figli.
    Grazie a mio marito, che è un uomo di fede, anch’io sono tornata alla fede, e oggi sono impegnata in varie attività di volontariato, sia con la parrocchia sia con la Caritas.
    Mio marito e io, al contrario di quanto sentenziano certi cattolici tutti di un pezzo sui blog, non siamo in grado di vivere come fratello e sorella, cosa che, soprattutto in giovane età, è cosa veramente e scarsamente realistica.
    Siamo consapevoli entrambi, e ne soffriamo anche, che la nostra situazione non è regolare, e siamo anche consapevoli che per la Chiesa siamo due concubini, e proprio per questo motivo, anche se partecipiamo alla messa, non riceviamo la comunione.
    Abbiamo costituito, de facto,, una famiglia veramente cristiana, e siamo certi che forse non ci sarà preclusa nemmeno la nostra salvezza.
    Ciò che mi infastidisce, da quando molti hanno iniziato a polemizzare e a fare battaglie su questo sinodo, il fatto che molti hanno trasformato il problema dei sacramenti ai divorziati risposati in una loro battaglia personale.
    Un mese fa, mio marito e io, abbiamo avuto un incontro con il responsabile del tribunale diocesano, ut hodie, secondo il motu proprio di Papa Francesco, può prendere in esame le cause. Ci hanno fatto chiaramente capire che la mia causa era stata trattata in modo molto restrittivo, senza tenere conto diben due elementi carentii quali stanno alla base stessa della validità del sacramento. Sicché hanno riaperto il procedimento, facendomi capire che ci sono buone speranze.
    sbagliando, per la grande contentezza, ho parlato della cosa con alcuni amici della parrocchia, ma due dei presenti, i cattolici veri, quelli da guerra, quelli per il quali deve essere nero o bianco, mi hanno irrisa dicendo che oggi, con Papa Francesco, tutto è diventato possibile.
    Ho letto la esortazione postsinodale, E, animo, oltre che lunga, l’ho trovata confusa, non chiarama forse perché sono io non in grado di capirla. Sicuramente avanza ipotesi, non dà risposte, e questo non so, se sia bene, potete valutarlo voi teologi specialisti. Leggendola, sed, mi sono chiesta, quindi le chiedo: può essere che, chi l’ha scritta, abbia provato a calarsi dentro il disagio e la sofferenza di chissà quante persone come me e come mio marito?
    Grazie per il paziente ascolto.

  9. Gentile Signora,

    certamente si devono supporre, in chi ha scritto l’esortazione apostolica, le migliori intenzioni e il desiderio di venire incontro a chi si trova in situazioni difficili. Il problema è quale sia l’atteggiamento pastorale giusto da adottare: se quello dei suoi amici (“hodie, con Papa Francesco, tutto è diventato possibile”) o non piuttosto quello espresso nella Dichiarazione citata nella mia precedente risposta (“La Chiesa riafferma la sua sollecitudine materna per i fedeli che si trovano in questa situazione o in altre analoghe, che impediscano di essere ammessi alla mensa eucaristica. Quanto esposto in questa Dichiarazione non è in contraddizione con il grande desiderio di favorire la partecipazione di quei figli alla vita ecclesiale, che si può già esprimere in molte forme compatibili con la loro situazione. magis, il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa”). personaliter, la invito a proseguire la linea di comportamento sin qui adottata, nella speranza che la situazione possa al più presto risolversi in sede giudiziale.

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