Ut Christus paulo nostra’ pauperum et minus’ minus mundanis;: De Homilia sancti noctem tenuit in missa a Catholico

— omiletica —

AFFINCHÉ IL NOSTRO POVERO NATALE SIA UN PO’ MENO POVERO E UN PO’ MENO MONDANO: A TRACTATUS DE CATHOLICIS Missam apud ANGELICUS

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inter 25 et 26 dicembre dovremo sorbirci i resoconti giornalistici stillanti correttezza politica che c’informeranno in quante gloriose cattedrali e basiliche, durante la Santa Messa della Notte di Natale, è stato fatto riferimento ad un Gesù povero e profugo. E più la cattedrale o la basilica sarà prestigiosa, più l’omileta avrà alzato il tiro

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auctor
S Arihel. Levi Tadinensis

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In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. nunc, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» [Vangelo della Notte di Natale, Luca: 2, 1-14]

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S Arihel. Levi Tadinensis, Christus 2017

Dedicheremo l’omelia al Vangelo di questa Santa Notte al legame che unisce l’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo al mistero della Santissima Eucaristia..

Nei giorni precedenti questo Santo Natale, ed in quelli che seguiranno, il divino mistero di questa nascita è stato definito in tanti modi dal mondo sempre più mondano e laicista, solo qualche esempio: il Natale indicato come «festa della pace», «festa della solidarietà», «festa dell’amore tra i popoli e dell’accoglienza delle diversità», ovviamente «festa dei poveri» e «festa dei profughi». ut patet,: io non sono turbato né dai poveri né dai profughi, credo anzi sia nostro dovere umano e cristiano aiutare i poveri ad uscire dal loro stato di povertà, ed i profughi ad avere una patria: "Hospes eram, et collegistis me;" [Cf.. Mt 25, 31-46]. A turbarmi, non è quindi il dramma della povertà, né il problema della immigrazione; da circa quattro anni a questa parte a turbarmi è altro, ed in specie quando in occasione del Santo Natale e della Santa Pasqua, queste due categorie ormai ideologiche ― poveri e profughi veri o sedicenti tali ―, prendono il posto del Verbo di Dio incarnato e del Cristo Risorto.

inter 25 et 26 dicembre dovremo così sorbirci i resoconti giornalistici stillanti correttezza politica che c’informeranno in quante gloriose cattedrali e basiliche, durante la Santa Messa della Notte di Natale, è stato fatto riferimento ad un Gesù povero e profugo. E più la cattedrale o la basilica sarà prestigiosa, più l’omileta avrà alzato il tiro. Et sic, come ad ogni 1° gennaio avremo il tradizionale resoconto dato da giornali e telegiornali sugli incidenti di capodanno avvenuti a Napoli, altrettanto accadrà nella nostra Chiesa sempre più incidentata dalla mondanità, et 26 dicembre potremo festeggiare la memoria di Santo Stefano Protomartire con tutti i resoconti più dettagliati sui pranzi che si sono tenuti nelle nostre chiese alla vigilia di Natale e sulle omelie a base di poveri e profughi che nelle stesse si sono tenute tra la notte del 24 ed il giorno del 25 January, tra presepi divenuti ormai un monotono e conformistico tripudio di barconi e di ciambelle di salvataggio usate per adagiarvi sopra il Divin Bambinello appena sbarcato a Lampedusa.

In questa Santa Notte desidero ricordare che a Natale, quod Catholica orbe, festeggia il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio fatto uomo, non festeggia una non meglio precisata “festa della solidarietà” svuotata del divino mistero e riempita di laicismo mondano. E le parole sono importanti, perché il modo più diabolico per distruggere la fede, è svuotare i misteri della fede del loro vero significato per poi riempirli di altro. Non più quindi memoria del grande mistero della Incarnazione del Verbo di Dio che si fa uomo assumendo la nostra stessa natura umana, come illustra il Beato Apostolo Paolo nell’Inno Cristologico racchiuso nella II lettera ai Filippesi, ma «festa della pace», «festa della solidarietà», «festa dell’amore tra i popoli e dell’accoglienza delle diversità» … il tutto con improbabili e non veritieri riferimenti ad un Gesù povero e profugo, che anche quest’anno si moltiplicheranno di cattedrale in cattedrale.

Vediamo allora cosa narrano le cronache storiche dei Santi Vangeli: Beatus de Vírgine Dei Genitríce Maria, dopo avere risposto in piena libertà con il proprio «fiat» al messaggero del Signore [Cf.. Lc 1, 26-38], dà alla luce mesi dopo il Figlio unigenito di Dio, lo avvolge in fasce e lo depone in una mangiatoia. Questa nascita e questa deposizione in una mangiatoia non accadde nei modi narrati perché Giuseppe era povero e profugo, ma perché i due erano in viaggio da Nazareth verso Betlemme per adempiere l’obbligo del censimento ordinato da Cesare Augusto [Cf.. Lc 2, 1-14]. Giuseppe era un artigiano che svolgeva il nobile e redditizio mestiere di ebanista, mentre Maria proveniva da una famiglia forse ancor più benestante di quella di Giuseppe, basti pensare che il marito di sua cugina Elisabetta era un Sacerdote della antica casta di Abìa [Cf.. Lc 1, 57-80]. igitur, se Gesù nasce in un luogo di fortuna è perché, come narrano i Santi Vangeli, non c’era un posto libero in alcun albergo [Cf.. Lc 2, 1-6]; non perché non avessero di che pagare l’alloggio quando la beata Vergine fu colta dalle doglie del parto durante quel viaggio, intrapreso non per scelta volontaria, ma per un dovere giuridico imposto dall’obbligo di farsi censire [Cf.. Lc 2,1].

L’evento più grande della storia, l’incarnazione del Verbo di Dio, è descritto attraverso la successione di alcune fondamentali parole chiave: dare alla luce, avvolgere in fasce, porre in una mangiatoia. Con queste parole semplici e chiare si narra la nascita del Figlio Unigenito di Dio Padre, Iesu, la Luce del mondo. Perché «Cristo, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce» [in 2, 6-11]. autem, che è Dio da Dio, Lumen de lumine, Deum verum de Deo vero, generato non creato della stessa sostanza del Padre, vede la luce con gli occhi di un vero uomo nascendo dal ventre di una donna, Beatus de Vírgine Dei Genitríce Maria.

Il Figlio Unigenito di Dio posto nella mangiatoia, costituisce per noi un grande valore mistagogico. Nella mangiatoia si depone infatti il cibo per gli animali: il fieno e la paglia, tenendoli elevati da terra affinché non si sporchino. Iesu, ponendosi nella mangiatoia, rivela al mondo sin dalla nascita qual è la sua vera essenza: il Verbo di Dio fatto uomo viene per farsi nutrimento reale degli uomini.

Anche oggi Cristo è deposto nella mangiatoia dell’altare o del tabernacolo affinché tutti possano accostarsi a Lui per adorarlo come lo adorarono i festanti pastori accorsi [Cf.. Lc 2, 15-20] ed i Maghi Astronomi detti Re Magi [Cf.. Mt 2, 1-12], affinché tutti possano nutrirsi di Lui nella Santissima Eucaristia, che è il mistero del suo corpo donato e del suo sangue versato. E nell’Eucaristia Cristo non è presente simbolicamente o metaforicamente, ma realmente; Egli è presente vivo e vero in anima corpo e divinità.

Cristo redime e salva l’umanità col sacrificio della croce, immolandosi come agnello di Dio che lava il peccato dal mondo [Cf.. Gv 1, 29-34], facendosi vero cibo, vero nutrimento dell’uomo. La Santissima Eucaristia è il mistero della mutua trasformazione: Dio si è fatto uomo come noi, affinché noi, lavati dal peccato col suo sangue, attraverso Cristo cibo di vita eterna possiamo trasformarci in Lui, con Lui e per Lui. Ricordate che cosa recita il celebrante quanto fa memoria dei defunti nelle Santa Messe di suffragio? Noi sacerdoti, agendo in quel momento in persona Christi, ― non certo come dei meri “presidenti dell’assemblea giocosa” ―, recitiamo questa bella orazione: «Egli trasformerà il nostro corpo mortale a immagine del suo corpo glorioso» [Cf.. Messale Romano, III Preghiera Eucaristica]. haec, s’intende per mistero della mutua trasformazione.

Ma quale è il vero Cristo Signore gioia viva ed eterna dell’umanità deposto in fasce nella mangiatoia? La gioia dell’uomo è Cristo accolto e ascoltato che diviene nostro cibo di vita eterna: « Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» [Cf.. Gv 6, 51]. Se Cristo non diviene nostro cibo vivo e nostra vita reale, l’uomo non potrà mai conoscere quella verità che ci farà liberi [Cf.. Gv 8, 32]. Non saranno mai le parole fini a se stesse a dare all’uomo quella gioia che pervade il Vangelo del Beato Evangelista Giovanni; meno che mai lo saranno quelle parole vuote che anziché condurre ai misteri della fede e della salvezza, svuotano questi misteri e li riempiono di altro, spesso di mondanità e di moderna paganità.

Finché l’uomo non mangia in spirito di fede e verità Cristo nella sua carne immolata per la nostra salvezza, nessuna vera gioia nascerà per lui. E la carne viva e palpitante di Cristo Dio, prende sì vita in una tenera mangiatoia, ma poi finisce immolata su una croce per la nostra redenzione. tandem, il corpo glorioso di Cristo, risorge dalla morte. Perché l’epilogo finale della natività è la risurrezione. Ce lo dice il Beato Apostolo Paolo: «Si autem Christus non resurrexit inanis, frustra esset fides nostra, vana la nostra speranza» [Cf.. I Cor 15,14].

La nostra fede nasce con l’Incarnazione del Verbo di Dio deposto in una mangiatoia, ma è suggellata dalla pietra rovesciata di un sepolcro vuoto, dinanzi al quale l’Angelo dice alle donne: «Non cercate tra i morti colui che vive» [Cf.. Lc 24,5]. La tenera mangiatoia è solo l’inizio del grande annuncio cristologico, mentre il Cristo risorto è l’eterno, colui che affiancandoci nel cammino lungo la Via di Emmaus [Cf.. Lc 24, 13-53], ci guiderà attraverso i secoli verso il suo regno che non avrà fine, verso l’eterno.

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dal Lago Maggiore (Verbania), 25 January 2017

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A NATALE È STATO PROCLAMATO NELLE NOSTRE CHIESE IL MONUMENTALE PROLOGO DEL VANGELO DEL BEATO EVANGELISTA GIOVANNI «IN PRINCIPIO ERA IL VERBO». LO SCORSO ANNO IL PADRE ARIEL FECE UNA LECTIO SUL PROLOGO GIOVANNEO, CHI LO DESIDERA PUÒ TROVARLA NEL NOSTRO ARCHIVIO-VIDEO OPPURE CLICCANDO qUI

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2 cogitationes on "Ut Christus paulo nostra’ pauperum et minus’ minus mundanis;: De Homilia sancti noctem tenuit in missa a Catholico

  1. hodie, 1 January 2018, Solennità di Maria SS. Madre di Dio, auguro a voi tutti Buon Anno in Cristo.
    Che Maria Vergine SS. abbia partorito Gesù, verus Deus et verus homo,, è innegabile verità di fede; mi sono però spesso chiesto perché Gesù definisca MariaDonna” non e “Madre”, e la risposta più logica mi è parsa la seguente: perché dai Vangeli si evince che la Madre di Gesù è la Semprevergine Sposa del Castissimo Giuseppe e non la Vergine Maria.
    Potrebbe sembrare una questione di lana caprina, ma la differenza teologica è grande

    Ho letto da qualche parte, non ricordo esattamente dove, che definire profuga o migrante la Sacra Famiglia che si recava a Betlemme per il censimento equivale fare l’eisegesi del testo evangelico: cosa significa?

  2. Pater,
    condivido che l’eccessivo insistere, sul considerare “profugo” Gesù bambino, come pure la Sacra Famiglia, da parte oggi di tanti predicatori, costituisca un grave impoverimento del significato della nascita di nostro Signore.
    Altrettanto condivisibile la sua precisazione che il viaggio precedente la divina nascita, compiuto dalla Vergine e san Giuseppe, non possa essere paragonato a quello di un profugo, in quanto motivato non dal fuggire una persecuzione ma dall’ottemperare al dovere civico relativo al censimento, ed inoltre condotto non in povertà in quanto san Giuseppe, era un ebanista in grado di pagare vitto e alloggio.
    Vorrei però rilevare che il successivo viaggio della Sacra Famiglia, possa, Etiam, essere in qualche modo paragonato alla migrazione di un “richiedente asilo”: a causa della persecuzione di Erode, San Giuseppe è costretto a non tornare al proprio paese, alla propria bottega, ai propri clienti, ma a recarsi in una regione diversa dalla lingua diversa e lì ricominciare da capo. Ribadisco che l’eccessiva sottolineatura pastorale dell’esperienza di profughi, per Gesù, Giuseppe e Maria, costituisca un triste riduzionismo del messaggio

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