La questione della Humanae Vitae è semplice: fate l’amore e fatelo bene. Chi sancisce nuovi dogmi è peggiore di chi i dogmi li pone in discussione e poi li decostruisce

LA QUESTIONE DELLA HUMANAE VITAE  È SEMPLICE: FATE L’AMORE E FATELO BENE. CHI SANCISCE NUOVI DOGMI È PEGGIORE DI CHI I DOGMI LI PONE IN DISCUSSIONE E POI LI DECOSTRUISCE

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Molti di coloro che parlano di ecologismo, natura e naturalezza, pronti a spendere per un capo di abbigliamento dieci volte tanto purché non sia tessuto con fibre sintetiche, poiché innaturali e quindi potenzialmente nocive per il corpo umano, come possono considerare invece naturale un preservativo di gomma messo come una tuta sintetica sul membro virile del maschio durante un naturalissimo rapporto sessuale? È più nociva e innaturale una tuta da ginnastica fatta con tessuti sintetici, oppure un preservativo che si frappone tra l’uomo e la donna durante la naturalezza dell’amore?

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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durante il grande inverno della Chiesa, il Padre Ariel S. Levi di Gualdo indossa l’abbigliamento preferito dal Sommo Pontefice Francesco I

Vorrei dare avvio al complesso discorso partendo da un elemento molto concreto che costituisce una premessa dovuta: l’aspetto pastorale e sacramentale. Perché io, anche se per scelta di vita indosso sempre la veste talare e d’inverno persino il mantello di lana e il saturno sulla testa ― quelli per intendersi che piacciono al Sommo Pontefice Francesco I [vedere QUI] ―, un prete con l’odore delle pecore lo sono per davvero. Ciò non perché acquisto presso la profumeria della Città del Vaticano Eau de mouton parfum pour homme [Acqua di pecora profumo per uomo], ma perché da sempre passo buon tempo dentro il confessionale, oltre che a contatto coi fedeli, oggi sempre più smarriti e disorientati. Spetterebbe poi al Pontefice Regnante appurare che certi teologoni, quelli che oggi sono tutti poveri, povertà, periferie esistenziali, jus soli e via dicendo, al confessionale non si avvicinano persino da anni, ma soprattutto, se un fedele osa fermarli per scambiar due parole o chiedere un chiarimento su uno o più dubbi, andando sempre di fretta rispondono, semmai pure con aria scocciata: «Prenda appuntamento con le mia segreteria». Non parliamo poi di quel che accadrebbe se a questi pastori dell’ultima ora alla Eau de mouton, qualcuno mettesse in mano l’Olio Santo e dicesse loro … «Vai a dare l’unzione degli infermi a un ammalato o a un morente». Forse se la caverebbero rispondendo che Dio è misericordia, pertanto, il suo perdono, prescinde dai segni sacramentali, o risponderebbero qualche cosa di più o meno simile; certo non direbbero di non saper neppure da dove cominciare nella amministrazione di questo prezioso Sacramento, che richiede peraltro una delicatezza ed una umanità straordinaria unita a profonda fede cristiana, non solo in chi lo riceve, ma anche in chi lo amministra. E questi, tanto per chiarire, sono di fatto i collaboratori più diretti e più influenti del Pontefice Regnante, che dal primo all’ultimo egli si ostina a tenersi rigorosamente attorno, o che, per meglio dire, lo hanno chiuso come un uccellino in gabbia.

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Sulla sofferta enciclica del Beato Paolo VI ho scritto nel tempo molte pagine ed ho fatto su di essa diverse catechesi e lectiones, anzitutto per collocarla – o se preferiamo per contestualizzarla – nel suo ambito storico-sociale ed ecclesiale. Non ho mancato di spiegare che quell’enciclica costituì per il Beato Pontefice Paolo VI un autentico trauma dal quale egli mai si riprese, n’è prova che fu la sua ultima enciclica, alla quale seguirono altri dieci anni di tormentato pontificato, senza che ne scrivesse più altre. Questo basta per capire che la Humanae Vitae ha lasciato un segno indelebile addosso anzitutto a chi l’ha scritta.

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Oggi, nella stagione del rimettere tutto in discussione, del rileggere, del reinterpretare e del riscrivere, ma soprattutto del rivoluzionare ― parola come più volte ho spiegato incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo ―, anche la Humanae Vitae doveva essere sottoposta a questo processo. E, detto questo, faccio notare che dietro a questa operazione c’è la grande macchina distruttiva dei Gesuiti new generation, non a caso, il primo convegno di studi si è tenuto in tal senso proprio alla Pontificia Università Gregoriana, laddove ormai di cattolico non si batte più chiodo, per questo c’era bisogno del Reverendo Professor Maurizio Chiodi per introdurre alla «rilettura» della Humanae Vitae [cf. QUI]. Ovviamente in questa sede e tra queste righe evito di fare una analisi storica su che cosa sono stati i Gesuiti a livello di dura morale legata soprattutto alla sessualità umana ed a ciò che ad essa è connesso, ed il tutto a partire dal 1814, data della loro rifondazione, sino agli anni Sessanta del Novecento. Per non parlare del rapporto con la donna, quella che oggi molti di loro vogliono non solo attiva e partecipe nella Chiesa ― dove attiva e partecipe è sempre stata ―, ma vogliono che possa divenire diacono, poi sacerdote. Sinceramente, che proprio l’Ordine più moralista e soprattutto più misogino dell’intera storia della Chiesa, porti oggi avanti e diffonda queste proposte peregrine, non merita neppure un adeguato excursus storico sui suoi ultimi due secoli di vita, piuttosto uno scritto comico-ironico, pur nella consapevolezza che qualora lo scrivessi non riuscirei mai a fare di meglio rispetto a quanto ebbe a fare nel XVII secolo Blaise Pascal nella sua opera «Les Provinciales» [cf. QUI], dove polemizza proprio sulla insolita e originale morale cristiana dei Gesuiti. Si noti infatti che gli stessi che ieri minacciavano le fiamme dell’Inferno ad un povero adolescente che guardava con la coda dell’occhio una ragazza a distanza, sono gli stessi che oggi dichiarano legittimo giudicare i fatti e le azioni secondo le circostanze, sino al punto da non accogliere più il peccatore da redimere, né l’eretico da correggere dai suoi gravi errori, perché oggi, il peccato per un verso e l’eresia per altro verso, sono definiti dai Gesuiti new generation come «preziosa diversità». E se qualcuno ribatte a siffatte assurdità con la morale evangelica, ecco sortirsene fuori il Preposito Generale della Nuova Compagnia delle Indie che per tutta risposta rilascia un’intervista per informarci che all’epoca di Gesù Cristo non avevamo il registratore, quindi non possiamo sapere cosa il Verbo di Dio fatto Uomo disse realmente [cf. QUI].

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Prima di procedere con l’esempio che segue devo fare un inciso: ogni tanto qualche Lettore, di quelli che leggono le nostre colonne per il probabile gusto di coglierci in fallo, mi ha scritto e rimproverato duramente accusandomi di parlare troppo di me stesso. Or bene, cerchiamo di essere ragionevoli: quand’è, che parlo di me stesso? Avendo scritto migliaia e migliaia di pagine, credo di poter affermare, senza in questo essere facilmente smentito, che uso me stesso per parlare di varie esperienze di carattere umano, spirituale, dottrinale, per poi trasporre e tradurre il tutto nel concreto teologico e pastorale. Chiunque abbia infatti assistito alle lezioni di insigni accademici cimentati nelle varie specialità, avrà di certo notato che quel tal professore che esercita anche la professione di avvocato penalista, durante le sue lezioni di diritto penale tenderà a portare agli studenti varie e precise esperienze personali per meglio spiegare come funziona nel concreto un processo, dopo tutto ciò che lo ha preceduto e soprattutto messo in moto. E quante volte, i professori delle varie cattedre cliniche, con una vita trascorsa dentro le sale operatorie, narrano agli studenti dei corsi di specializzazione con quale paura e tremore presero per la prima volta un bisturi in mano per incidere la carne ad un essere umano, oppure di quanto complesso fu quel particolare intervento su un paziente affetto da una forma molto rara di tumore, ed in qual modo egli procedette nell’operazione chirurgica. Potremmo seguire con l’ingegnere progettista, l’architetto, il biologo, il chimico. E, col medesimo approccio, si potrebbe prendere infine come esempio per questo nostro discorso il Beato Apostolo Paolo, che più volte narra sé stesso, le proprie esperienze e viaggi apostolici, per meglio introdurre la sua predicazione incentrata sui più arcani misteri della Rivelazione. Cosa dire poi di Sant’Agostino, che a tal scopo parlò abbondantemente di se stesso nell’opera Confessiones? Perché in quest’opera il Santo Vescovo di Ippona parla proprio di se, illustra la sua conversione al Cristianesimo e la sua vita, a partire dalla sua vita giovanile di libertino dissoluto. Era forse Sant’Agostino un egocentrico narcisista, o più semplicemente voleva invece trasmettere questo chiaro messaggio: “Se uno come me ha accolto la grazia di Dio, può accoglierla chiunque ad essa sia anche minimamente aperto”? E fu proprio seguendo l’esempio di Sant’Agostino — e non certo per «vergognoso narcisismo» come disse qualcuno —, che tempo fa scrissi un mio articolo corredato anche di vecchie foto personali, legate alla mia precedente esistenza alla Aurelio di Tagaste, dando così concreta testimonianza di una conversione che mi portò sino al Sacro Ordine Sacerdotale [cf. QUI]. O dovevo forse parlare della esperienza di qualche altro, per dire come dalla dissolutezza giovanile si può giungere persino al sacerdozio ministeriale?

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Chiuso questo inciso che a un certo punto ho ritenuto dovuto, procedo adesso con un esempio di vita vissuta che tutt’oggi mi induce a sorridere in modo sincero ma anche amaro, ripensando a quando anni fa, uno dei miei formatori gesuiti, disse al mio Vescovo in modo pacato e sibillino che ero indubbiamente un ottimo candidato al sacerdozio, ma che dovevo però approfondire meglio l’aspetto morale, tanto che fu suggerito di farmi fare, anziché teologia dogmatica, i corsi specialistici in morale. Il motivo di questo consiglio sibillino era dovuto proprio alla Humanae Vitae, riguardo la quale dissi testuali parole che oggi ripeto tali e quali: «Questo documento del Sommo Pontefice Paolo VI è destinato a rimanere un discorso chiuso sul piano della disciplina, ma aperto su quello della speculazione teologica. Infatti, la proibizione dell’uso dei contraccettivi, per quanto sia espressione di sommo magistero supportata sul diritto naturale e sulla traditio catholica, non può essere, oggi e neppure domani, sorretta su elementi dogmatici tali da ricorrere ex cathedra ad un pronunciamento solenne del magistero infallibile. Infatti, in tutta la letteratura vetero e novo testamentaria, non c’è un solo elemento di solido appoggio per tenere in piedi a livello dogmatico la disciplina che sancisce la proibizione dell’uso dei contraccettivi; che è una disciplina a mio teologico parere molto sapiente e opportuna, ma che non può essere dogmatizzata. E chi oggi la dogmatizza, mostra veramente di non sapere che cosa sia il dogma, o che cosa sia il supporto dogmatico che sorregge una disciplina ecclesiastica o canonica».

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Riguardo la dottrina contenuta nella Humanae Vitae che vieta l’uso dei contraccettivi, non è stato mai espresso un giudizio della Chiesa nella forma solenne della definizione, come quello del primo grado che ha per oggetto tutte quelle dottrine attinenti al campo dogmatico e morale, che sono necessarie per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede. A tal proposito basti leggere la Lettera Apostolica del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, Ad tuendam fidem, del 29.05.1998 [testo QUI]. Questa disciplina sancita dal Beato Pontefice Paolo VI è da intendersi come proposta infallibilmente, purché nessun teologo, più o meno ferrato nelle precise materie dottrinarie e morali, finisca col confondere un pronunciamento legato alla infallibilità di cosiddetto secondo grado con la proclamazione di un nuovo dogma della Fede Cattolica; perché questo, è il grave errore nel quale rischiano di cadere certi cosiddetti rigoristi: inventare dogmi che non esistono.

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Mai bisognerebbe infatti perdere di vista i due opposti che portano per vie diverse allo stesso erroneo risultato: da una parte i Karl Rahner e gli Hans Küng che hanno dato avvio al … dogma ragionato, al dogma re-interpretato, al dogma in movimento ed in evoluzione. Tutto questo porta però ad una conseguenza inevitabile, che a essere onesti ― e ciò va detto ― non era nelle intenzione premeditate e volute del Rahner, vale a dire la de-costruzione del dogma. Infatti, quando si innescano certi meccanismi, il motore finisce poi col fuggir di mano anzitutto a chi l’ha attivato, ecco perché da un Rahner nasce inevitabilmente un Küng, ma nascono anche i vari Karl Lehmann, Walter Kasper e Reinhard  Marx, che per manifestarsi di fatto peggiori ancòra di quanto lo sia il Küng, hanno atteso prima d’aver fatta quella gran carriera ecclesiastica alla quale il Küng, ad essere sinceri e corretti, ha dimostrato nei fatti di non avere mai aspirato, rivelandosi di gran lunga parecchio più onesto e coerente di costoro. Dall’altra parte, non bisogna però mai dimenticare coloro che dichiarano invece dei dogmi che proprio non esistono. E di questi tempi, due dei nuovi dogmi proclamati da certi soggetti, sono il n. 84 della Familiaris Consortio, lungimirante e splendida esortazione apostolica post-sinodale del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, a cui fa seguito il dogma del «no alla Santa Comunione ai divorziati risposati». E tra poco costoro, nelle nostre chiese, cominceranno a recitare un Simbolo di fede niceno-costantinopolitano più o meno così integrato: «Credo in Dio Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili; credo che i divorziati risposati debbano essere esclusi dalla Santa Comunione Eucaristica». E forse, la parte della professio fidei nella quale si acclama il mistero dell’Incarnazione del Verbo e la sua consustanzialità col Padre, sarà fatta precedere dal ben più importante articolo di fede: «Credo nel dogma della proibizione della contraccezione».

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Detto questo posso proseguire affermando di più e di peggio ancòra, perché elementi quali errore, eresia e peccato, hanno una loro scala in rapporto sia al concetto sia al dato oggettivo della loro gravità, il tutto legato alla conoscenza, alla volontà ed al deliberato consenso. Insomma, l’etica del buon Aristotele trasposta poi a supporto delle verità di fede da San Tommaso d’Aquino. E, pur senza ricorrere a esempi che sarebbero molti e articolati, dico «conoscenza» perché non tutti sono consapevoli che certi atti ed azioni sono gravemente peccaminose, specie in quei soggetti nei quali il senso naturale del bene e del male è molto ridotto, in alcuni gravi e particolari casi è pressoché inesistente. E in questi casi, il concetto di “colpa”, come lo giochiamo, posto che la colpa non è un gioco utile a dar lavoro ai moderni redivivi della neoscolastica decadente, bensì un dato oggettivo che nasce dall’agire cosciente soggettivo?

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Ma veniamo al discorso degli errori dottrinari o delle stesse eresie, per esempio: da Gioacchino da Fiore, santo uomo di Dio, sino al più recente Antonio Rosmini, oggi Beato, è accaduto che anche santi e uomini di Dio siano caduti inavvertitamente in pensieri ereticali, dai quali poi si sono corretti, senza che questi pregiudicassero la loro santità. Dello stesso Gioacchino da Fiore, la cui eresia fu condannata dal IV Concilio Lateranense, proprio mentre era in corso la sua causa di beatificazione, i Padri della Chiesa riuniti in quell’assise conciliare, nell’indicare gli errori contenuti in un suo famoso libello, non mancarono di mettere chiaramente in luce anche la sua indubbia santità di vita. Invece non si può dire altrettanto del monaco agostiniano Martin Lutero, uno tra i più grandi e velenosi eretici dell’intera storia della Chiesa, la cui vita e azione prova senza possibilità alcuna di smentita che non era in buona fede né che era un uomo di Dio, ciò con buona pace del Pontefice Regnante che l’ha definito «riformatore» e «animato da buone intenzioni» [cf. QUI], seguito dal Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana che ha rincarata la dose definendolo: «dono dello Spirito Santo» [cf. QUI]. Inutile dire che il primo, ha fatto certe affermazioni parlando in modo colloquiale del più e del meno, senza che esse abbiano certo alcun rango di alto magistero; il secondo, si è espresso in tal modo semplicemente perché è un pericoloso ignorante con l’aggravio del cavalcare l’onda del momento, come già più volte abbiamo messo in luce noi Padri de L’Isola di Patmos dibattendo su questioni puramente teologiche e non certo sulla persona di Galantino, sino a convenire e soprattutto dimostrare che il suo è un pensiero ― se proprio non vogliamo dire ereticale ― perlomeno non cattolico; e dal non-cattolico all’ereticale il passo è breve, anche per un Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana [cf. QUI].

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Tutto questo per introdurre un semplice quesito: è più grave mettere in discussione e de-costruire i dogmi della Santa Fede Cattolica, od è più grave proclamare dei nuovi dogmi? Indubbiamente è più grave la seconda cosa, chi infatti sbagliando e seminando confusione tra il Popolo di Dio, mette in discussione i dogmi attraverso la rilettura e la reinterpretazione, sino a giungere alla loro de-costruzione, non è detto sia animato da intenzioni diaboliche, perché il tutto può essere anche frutto di quella cattiva formazione teologica trasmessa ormai da oltre mezzo secolo a intere generazioni di presbìteri e di teologi. Molti sono i miei confratelli che, usciti preti dai nostri disastrati seminari e abbeveratisi al meglio delle eterodossie insegnate direttamente dentro le università ecclesiastiche, dove semmai hanno pure conseguito diplomi specialistici e dottorati, sono realmente convinti che il male sia bene, che il vizio sia virtù, che l’eresia sia ortodossia e che l’ortodossia sia eresia; e debbo dire che non pochi di costoro, indotti a ragionare, sono anche giunti ad ammettere di avere ricevuta una pessima formazione teologica ed una pessima formazione al sacerdozio, ed hanno cercato, quasi sempre con fatica ed enorme sacrificio, di porre al tutto un possibile rimedio. Coloro che invece nulla di questo ammetterebbero mai, malgrado le loro inquietanti lacune, li stiamo vedendo diventare Vescovi uno dietro l’altro sotto questo felice pontificato, altri cardinali e qualche altro ancòra prefetto di un dicastero della Santa Sede. Pertanto, chi proclama dogmi che non esistono, compie un errore maggiore, perché agisce ponendosi al di sopra dell’autorità stessa della Santa Chiesa mater et magistra, detentrice di un’autorità che ad essa deriva da Cristo in persona; e quest’ultimo sì, che è invece un dogma della Fede Cattolica, al quale non si è giunti per logica deduzione, ma proprio sulla base di chiare e precise parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto Uomo [cf. Mt 13, 16-20]. E quando si proclamano dogmi che non esistono e che non possono neppure esistere, in quel caso siamo davvero nel diabolico, perché qui entra in scena la peggiore superbia, che come ebbe a spiegare anni fa Giovanni Cavalcoli è la superbia intellettuale, che costituisce appunto la «apologia della superbia» [cf. QUI]. È infatti il caso di ricordare che nella cosiddetta scala del peccati capitali, la superbia occupa il primo posto, con penosa pace di chi, in modo invero ostinato e incorreggibile, vorrebbe concentrare nella lussuria – che ricordiamo non figura affatto al primo posto, ma neppure al secondo ed al terzo – l’intero mistero del male, incuranti del fatto che i peggiori peccati vanno tutti quanti e di rigore dalla cintura a salire, non invece dalla cintura a scendere, come in tono ironico ma teologicamente molto serio scrissi ormai tre anni fa [cf. QUI].

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Ovviamente mi guardo bene dall’andare a chiedere oggi, a quell’ormai anziano gesuita al quale facevo cenno poc’anzi, rimasto a suo tempo allarmato da questo mio discorso sul rapporto tra Humanae Vitae e dogma, quanto al presente sarebbe disposto a mandare alcuni dei suoi più illustri confratelli a fare studi specialistici in morale, o forse meglio ancòra sui fondamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, il tutto a partire dal Preposito generale della Compagnia di Gesù per seguire con il Padre Antonio Spadaro direttore della Civiltà Cattolica. Quando infatti una Compagnia cessa di essere una Compagnia di Gesù, per diventare una via di mezzo tra una cosca e un cancro distruttivo all’interno della Chiesa, a quel punto, i suoi affiliati, sarebbero veramente capaci ad affermare che tutto sommato, lo Spirito Santo, valutando caso per caso, può anche sbagliare, però i Gesuiti no.

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Questo per dire che a causa della Humanae Vitae, nel corso del tempo mi sono sentito dare del modernista dai cosiddetti ultra-tradizionalisti, ed al tempo stesso del tradizionalista dai modernisti che oggi, per intendersi, hanno fatto il loro golpe e rinchiuso infine Pietro come un uccellino in gabbia all’interno di questa vecchia Chiesa dinanzi alla quale, il Pontefice Regnante, dovrebbe meditare molto bene su queste parole, perché Cristo Dio le ha rivolte proprio a lui:

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«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» [Gv 21,18].

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Sempre a causa di un pubblico dibattito sulla Humanae Vitae fui anche indicato in passato come un “elemento sospetto” da un certo Thomas Williams, Legionario di Cristo e professore ordinario di teologia morale al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum. Questo Signore che da diversi anni ha abbandonato il sacerdozio, all’epoca, pur essendo già padre di due figli messi al mondo in segreto con la figlia dell’ambasciatore americano presso la Santa Sede [cf. QUI], era capace a spiegare nel corso di un’intera ora di lezione quanto mortale fosse il peccato di masturbazione di un adolescente. E Dio solo sa quanto questo poveretto saltò letteralmente per aria, quando io gli ricordai che lui, nella sua veste di dottore in morale, dinanzi a certe problematiche legate all’adolescenza ed all’età evolutiva, era a dir poco tenuto a mostrare la comprensione e la più ampia carità cristiana manifestata dalla Chiesa e dalla stessa impressa a chiare lettere nel Catechismo:

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«Al fine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l’azione pastorale, si terrà conto dell’immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d’angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare, se non addirittura ridurre al minimo, la colpevolezza morale» [CCC, n. 2352, testo QUI].

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Oggi, il Signor Thomas Williams, che all’epoca dei suoi rigorosi discorsi era già segretamente padre e concubino, benedicendo Dio ha lasciato il ministero sacerdotale e la vita religiosa, ma i danni che costui, come altri simili a lui hanno fatto su molte persone, sono stati spesso davvero irreparabili, ma soprattutto, la competente Autorità Ecclesiastica, si è di fatto ben guardata dal salvaguardare con azioni decise i molti giovani in formazione alla vita religiosa ed i numerosi giovani sacerdoti che erano sotto le grinfie di questi squallidi soggetti demoniaci.

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Per non lasciare il discorso sospeso e per non dare appiglio ai moralisti specializzati in masturbologia adolescenziale con annesse e connesse tutte le conseguenti fiamme dell’Inferno, non ho problema a chiarire quanto segue: se un adolescente che non avesse ricevuta la grazia elargita a San Luigi Gonzaga, trovandosi in preda a tempeste ormonali non facilmente controllabili, per non dire incontrollabili, non ricorre alla masturbazione, è opportuno portarlo da un neurologo, perché due sono le soluzioni: o si tratta, per l’appunto, di un nuovo San Luigi Gonzaga, ed in quel caso siamo nell’ambito sia della grazia sia della santità individuale che procede anch’essa dai doni di grazia, oppure, in quell’adolescente, c’è qualche cosa di molto grave che non va; per questo dico che è opportuno portarlo da un bravo neurologo. Ovviamente, se un maschio adulto, vive ed esprime la propria sessualità attraverso la masturbazione compulsiva, a quel punto è opportuno indirizzarlo invece presso un bravo psichiatra, perché anche e soprattutto in quel caso, c’è qualche cosa di molto grave che non va per il verso giusto. E, detto questo, lasciando certi cattolici gridare “allo scandalo!” con uno stile da far invidia alla pudibonda Inghilterra Vittoriana dell’Ottocento ― come già in passato lamentarono alcuni accusandomi d’aver parlato apertis verbis di masturbazione, anziché ricorrere a vaghi eufemismi clerical-ottocenteschi, quindi dandomi del vero e proprio volgare spudorato ―, riguardo a ciò che di serio e di scientifico ho appena scritto, attendo risposta e possibilmente una smentita mossa da rigore scientifico da parte dei più autorevoli specialisti in bioetica. E proprio a questi specialisti ripeto di nuovo la mia domanda: un adolescente che non sia San Luigi Gonzaga e che non fa ricorso alla masturbazione, va o non va portato dal neurologo per verificare se nella sua struttura psico-fisica tutto quanto è a posto, oppure se c’è qualche serio problema sia nella sua psicologia sia nel suo sviluppo fisico ed ormonale?

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Ovviamente, a queste logiche deduzioni, difficilmente possono giungere i moralisti ed i bioetici duri e puri che ingravidano le figlie degli ambasciatori e che conducono doppie vite parallele, sino a mandare all’Inferno un povero adolescente che con gli ormoni fuori controllo s’è masturbato nel pieno dell’età evolutiva di passaggio. Inutile dire che dinanzi a questi fatti vergognosi legati ad una totale mancanza di senso morale da parte dei non pochi che hanno sempre colpito gli altri con la loro più rigida morale, risuona come un’orchestra sinfonica il monito del Santo Vangelo:

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«Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [Mt 23,4].

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Prima di procedere oltre a disquisire circa le ragioni e le opportunità per le quali la Humane Vitae andrebbe lasciata inalterata, mettendo semmai in luce la sua validità e per altri versi il suo aspetto profetico, incentrato perlopiù sul rispetto della donna e sulla sua tutela, vorrei ricorrere ad un altro esempio avente per oggetto i cosiddetti soliti, ovverosia coloro che, appena sentono il suono del magico latinorum perdono ogni senso della ragione ed ogni genere di senso critico, col conseguente totale stravolgimento della realtà oggettiva. A questo modo ecco allora che S.E. Mons. Mario Oliveri, Vescovo emerito di Albenga, non è stato affatto rimosso dalla sua sede episcopale in quanto responsabile ― in parte anche involontario ―, per avere ridotta una Diocesi ad un autentico lupanare, ad un centro di raccolta per omosessuali palesi sbattuti fuori per gravi problemi morali da uno o anche da più seminari, sino a ritrovarsi con un numero considerevole di preti incontrollabili dediti ad ogni genere di vizio ed a raggiri patrimoniali utili al mantenimento dei loro vizi. Nulla di tutto questo salta minimamente agli occhi dei soliti noti che, imperterriti ed ostinati, proseguono ad affermare ed a scrivere che il povero Presule è stato perseguitato dalla «falsa Chiesa modernista» perché amava il Vetus Ordo Missae, usava mitrie gemmate alte settanta centimetri e distribuiva la Santa Comunione all’inginocchiatoio sotto il baldacchino sorretto dai cavalieri in frak [cf. QUI, QUI, ecc …].

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Altrettanto è accaduto ― affermano i soliti noti ―, ai membri della Congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata, non solo puniti a loro dire per avere organizzato convegni in critica a Karl Rahner, per avere indicata la pericolosità del Modernismo e della Massoneria; ma anzitutto e soprattutto perseguitati perché celebravano, anch’essi, manco a dirsi, la Santa Messa col Vetus Ordo Missae.

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Ebbene, cari amici Soliti Noti, permettetemi di usare quella sincerità e onestà che talvolta a voi non vi sfiora manco di lontano: su queste colonne, l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli e io, su Karl Rahner, sul Modernismo ed i Modernisti, sulla Massoneria e via dicendo, non abbiamo sparato a raffica, perché abbiamo esploso contro di essi dei colpi ripetuti di mortaio pesante, con una severità molto superiore rispetto a quella usata nei passati convegni promossi dai Francescani dell’Immacolata. Dovreste pertanto domandarvi: perché, a noi, non ci hanno ancòra commissariati? Ripeto: perché a noi, che pure abbiamo accusato duramente Karl Rahner indicandolo come la fonte originante di tutte le eresie di ritorno che oggi invadono la Chiesa, i suoi seminarî e le sue università ecclesiastiche, non ci hanno ancora commissariati?

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Vedete, cari amici Soliti Noti, quando alcuni anni fa io ebbi a parlare con uno tra i più insigni mariologi dei Frati Francescani dell’Immacolata, rimasi molto colpito sia dalla sua arroganza sia soprattutto dalla sua superbia, perché egli dava di fatto per già proclamato il dogma di Maria Corredentrice. Di conseguenza, all’interno di quella Congregazione il mai proclamato dogma di Maria Corredentrice era di fatto già un dogma, con tanto di conseguente teologia e di culto promosso e diffuso. E il tutto, si noti bene, nella completa noncuranza del fatto che tutti i Pontefici del Novecento, inclusi quelli particolarmente devoti alla Beata Vergine Maria, seppur supplicati in tal senso, non vollero mai prendere in considerazione la possibile proclamazione di questo nuovo dogma mariano; e tra costoro basti citare il Santo Pontefice Pio X, il Venerabile Pontefice Pio XII, il Beato Pontefice Paolo VI ed il Santo Pontefice Giovanni Paolo II che, l’emblema della Beata Vergine, lo aveva voluto anche inciso sul proprio stemma pontificio, per dire quanto ad essa fosse devoto.

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Capisco che ai cari amici Soliti Noti, certe parole possano suonare quasi rasenti la blasfemia, ma ribadisco: se porre in discussione il dogma della Immacolata Concezione e della Assunzione al cielo della Beata Vergine Maria è sbagliato, nonché grave e potenziale fucina di pericolose eresie, per altro verso, promulgare di fatto un dogma, ed agire di conseguenza, sino a diffonderne in modo impudente la teologia, rimane ed è cosa molto più grave. E se a fronte di queste come d’altre cose, a un certo punto interviene la Santa Sede, è inutile gridare «alla persecuzione del Vetus Ordo Missae!». Perché se al limite vogliamo essere obbiettivi, ed applicare anzitutto criteri di aequitas unitamente al senso delle proporzioni, potremmo ragionevolmente affermare che, prima di calare la scure sui poveri Francescani dell’Immacolata, andavano duramente colpiti i Gesuiti e assieme a loro svariati altri Ordini storici e Congregazioni con problemi interni assai più gravi, ma soprattutto responsabili di diffondere da decenni in modo pericoloso ― come nel caso dei Gesuiti ―, un pensiero palesemente non cattolico; cosa questa di cui, i Francescani dell’Immacolata, non possono invece essere accusati. Se infatti hanno sbagliato, lo hanno fatto in totale buonafede e proprio per preservare il deposito della fede cattolica, animati indubbiamente da tutte le migliori intenzioni interiori ed esteriori, da amore per la verità e da autentica venerazione alla Santa Chiesa di Cristo.

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Che per la Humanae Vitae il Romano Pontefice non potesse ricorrere alla solenne formula dogmatica definitoria ― rifiutando la quale si è ipso facto fuori dalla comunione della Chiesa, mentre discutendo o dissentendo su un pronunciamento definitivo che pure implica la infallibilità, non si è invece fuori dalla Comunione della Chiesa ― era un problema molto chiaro anzitutto al suo Augusto estensore, il Beato Pontefice Paolo VI. Quindi, quei teologi duri e puri, per non parlare dei laici praticoni che di blog in blog si sono improvvisati teologi dogmatici, i quali oggi pretendono di dogmatizzare la Humanae Vitae e di supportarla su elementi dogmatici definitori che di fatto non esistono, non solo rendono pessimo servizio a questa splendida enciclica, ma pongono in seria discussione le capacità teologiche e dottrinarie di chi l’ha scritta e poi donata alla Chiesa, mostrando soprattutto di non saper neppure distinguere i gradi ben diversi che corrono tra un pronunciamento definitorio ed un pronunciamento definitivo. E questa enciclica, alla Chiesa, è stata peraltro donata da un Beato Pontefice che sta per essere canonizzato, quindi proclamato a breve Santo. Pertanto, se secondo i cosiddetti progressisti per un verso, per i cosiddetti tradizionalisti per altro verso, il Beato Pontefice Paolo VI avesse sbagliato a proibire la contraccezione, od avesse invece sbagliato a non “blindare” questa proibizione con la solenne formula dogmatica definitoria, in tal caso sarebbe bene che costoro supplicassero il Pontefice Regnante di intervenire al più presto per bloccare il suo processo presso la Congregazione per le cause dei Santi. A meno che gli ultra progressisti, gli stessi che al povero Paolo VI resero il pontificato un cosiddetto vero e proprio inferno sulla terra, non vogliano canonizzare per la terza volta, col pretesto di un Santo Pontefice, la stagione del post-concilio ed il loro personale concilio egomenico. E, detto questo, mi fermo, sempre per non aprire un altro tema dentro il già complesso tema … 

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Se la disciplina che impone il divieto dell’uso dei metodi contraccettivi non si supporta e non può supportarsi sul dogma, può però supportarsi su molti altri passi dei Santi Vangeli, a partire dal seguente:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Partendo da questo brano evangelico, vorrei spiegarvi e trasmettervi come mai oggi, più ancora di cinquant’anni fa, quando nel 1968 fu promulgata, la Humanae Vitae racchiude al proprio interno un messaggio attuale, profetico e come tale da seguire. La chiave di lettura della Humanae Vitae, non è infatti lo spirito misogino o la cosiddetta ossessione della Chiesa Cattolica sul sesso e la sessualità umana: tutt’altro. La Humanae Vitae esalta ciò che è dato ed è fatto per amare. E ciò che è dato ed è fatto per amare, non si sporca, come dissi una volta in un salotto privato ad un celebre porno-attore che si trovava tra gli ospiti, replicando a certi suoi concetti strampalati improntati su una falsa idea di “libertà sessuale”, che lui non liberava proprio niente, a partire anzitutto dalla donna, trattata in qualsiasi film pornografico come un oggetto di piacere, spesso anche con tutto il disprezzo del caso. Perché la figura del tutto privilegiata e più di tutte attenzionata nella Humanae Vitae, è proprio la donna, mi dispiace che non l’abbiano capito negli anni Settanta del Novecento le femministe, a partire da una loro celebre leader oggi particolarmente benamata in Vaticano: la abortista ed eutanasista impenitente Emma Bonino, che da sempre è nelle grazie dell’eretico di Bose e della nutrita cordata dei Gesuiti distruttori che amoreggiano con gli ultra laicisti. O qualcuno pensa per davvero che il Pontefice Regnante, prima da Arcivescovo Metropolita di Buenos Aires, poi da Romano Pontefice, conosceva o sapeva chi fosse la Signora Emma Bonino? No, non lo sapeva, ma come ho scritto poc’anzi, senza pena di ripetizione ribadisco di nuovo che al tutto, a dare risposta, è stato Cristo Dio in persona dicendo a Pietro:

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«In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» [Gv 21,18].

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Siccome il discorso non sarebbe neppure lungo ma enciclopedico, mi limito solo ad alcuni fondamentali accenni; e lo faccio rapportando i contenuti profondamente profetici della Humanae Vitae con la società attuale, nella quale certi stili di vita, varianti dall’ecologismo al naturismo, dal vegetarianesimo sino alle forme di integralismo vegano, toccano un numero sempre più elevato di persone. Perché se vogliamo prendere la Humanae Vitae e narrarla all’uomo del XXI secolo, non possiamo farlo con le categorie astruse di certi maldestri filosofi metafisici, perché si rende anzitutto necessario farsi capire e per farsi capire è necessario usare il linguaggio di quest’uomo moderno, battendo il martello anche sopra i suoi nuovi idoli ed i suoi nuovi dèi, il tutto con continui richiami alla sua coerenza. Come possono, infatti, persone che vantano uno stile di vita naturale e naturista, fatto di costosi prodotti bio-naturali, pronti a spendere somme assurde per quattro pillole omeopatiche pur di non prendere un antibiotico a loro dire dannoso e nocivo, assumere poi le pillole anticoncezionali? Anche perché un antibiotico a loro dire nocivo e dannoso, si prende solo una o più volte e solo in caso di necessità, mentre la pillola anticoncezionale va presa in modo metodico e continuativo, per anni e anni. E, in quanto a far male, siamo proprio sicuri che un uso così prolungato nel tempo della pillola anticoncezionale non faccia più male di un antibiotico preso in caso di necessità, ma che pure tanto sconvolge il nuovo “credo” degli appartenenti alla nuova religione del naturismo e della cosiddetta medicina alternativa? Come mai, molti specialisti e scienziati omettono di parlare pubblicamente che dagli anni Settanta del Novecento a seguire, all’epoca che le pillole anticoncezionali erano delle autentiche e potenti bombe ormonali — sia chiaro, non che oggi siano innocue! —, la struttura e la conformazione delle nuove generazioni di figli nati dal prolungato uso della pillola da parte delle loro madri, è cambiata, ed è cambiata non certo in meglio, rispetto a quella dei figli nati da donne che la pillola non l’hanno invece mai usata? Chi temono di turbare, con certi ovvi discorsi, questi eroici specialisti e scienziati, forse l’enorme giro di affari delle grandi multinazionali farmaceutiche?

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Per seguire appresso con quanti parlano di ecologismo, natura e naturalezza, pronti a spendere per un capo di abbigliamento dieci volte tanto purché non sia tessuto con fibre sintetiche, poiché innaturali e quindi potenzialmente nocive al corpo umano. Come possono costoro considerare invece naturale un preservativo di gomma messo come una tuta sintetica sul membro virile del maschio durante un naturalissimo rapporto sessuale? È più nociva e innaturale una tuta da ginnastica fatta con tessuti sintetici, oppure un preservativo che si frappone tra l’uomo e la donna durante la naturalezza dell’amore?

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Questo è ciò che non hanno capito i grandi teologoni, indistintamente progressisti o tradizionalisti. Perché loro sì, che amano parlare di sé stessi, ma non per condurre agli arcani misteri della fede, ma perché partono da sé stessi, parlano di sé stessi e rimangono in sé stessi. E costoro, sia quelli che battono il chiodo sul rileggere la Humanae Vitae, sia quelli che considerano la proibizione della contraccezione un dogma della fede cattolica, di questo testo profetico e lungimirante non hanno capito proprio niente, benché riassumibile in sintesi estrema con cinque sole parole: fate l’amore come Dio comanda. Perché l’insegnamento ed il ministero della Chiesa pellegrina sulla terra, non si basa affatto, né mai s’è basato sulla castrazione freudiana dell’uomo, ma tutt’altro sulla piena liberazione di un uomo chiamato da Dio ad usare la propria sessualità per amare, sino a giungere al culmine dell’amore attraverso il dono della vita. E, solo per questo, il Beato Paolo VI merita di essere proclamato Santo.

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dall’Isola di Patmos, 9 febbraio 2018

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4 thoughts on “La questione della Humanae Vitae è semplice: fate l’amore e fatelo bene. Chi sancisce nuovi dogmi è peggiore di chi i dogmi li pone in discussione e poi li decostruisce

  1. Caro padre Ariel
    in una delle dodici apparizioni mariane approvate ufficialmente, la stessa Beata Vergine Maria ha chiesto – per ora invano – di essere venerata con il titolo di Corredentrice. Mi pare quindi che quantomeno se ne possa discutere apertamente.
    (Ricordo per inciso che la Donna vestita di sole fu vista per la prima volta da occhi mortali proprio a Patmos…)

    1. Caro Andrea,

      la prego di leggere quello che ho scritto e non quello che non ho scritto, perché io spiego e chiarisco che un conto è discutere, un conto è dare per certo un dogma mai proclamato, ed agire di conseguenza, come se fosse un dogma della Chiesa.

      In quanto al discutere, alcune delle più belle discussioni della storia della Chiesa, avvennero a Parigi tra le varie scuole teologiche nel XIV secolo proprio attorno a quello che oggi è il dogma della Immacolata Concezione, che fu proclamato solo circa cinque secoli dopo dal Beato Pontefice Pio IX. E le discussioni si fecero a tal punto accese che il Beato Duns Scoto, oggi noto come il Dottore dell’Immacolata, fu accusato anche di eresia da opposte scuole teologiche.

      Tutto questo fa parte, da sempre, del prezioso dibattito teologico.

      Che le apparizioni della Madonna di Amsterdam, alle quali lei si riferisce, siano state riconosciute come autentiche dalla Chiesa, è un fatto. Le risulta però che oltre al riconoscimento di questo fatto, la Chiesa abbia anche riconosciuto come autentiche tutte, ma proprio tutte quante le parole riferite dalla veggente nel corso della sua intera vita?

      Si informi in tal senso, perché riconoscere un fatto come autentico non implica affatto riconoscere come autentici anche tutti quanti i sospiri riferiti da uno a da più veggenti.

      O per meglio chiarire il tutto con un altro esempio: a Fatima, la Chiesa, ha riconosciuto come un fatto le apparizioni, ed in seguito ha riconosciuto come autentici quei messaggi noti anche come “i segreti di Fatima”.
      La defunta Serva di Dio Lucia Dos Santos, nel corso della sua lunga vita, si dice abbia ricevuto anche altri segni e ispirazioni dalla Beata Vergine, su diversi dei quali riferì sia in colloquio al Vescovo della Diocesi sia successivamente in messaggi indirizzati a diversi Sommi Pontefici. Non mi risulta però che alcuno di quei numerosi messaggi siano stati ancora approvati come autentiche rivelazioni; eppure, la Chiesa, ha riconosciuto l’apparizione di Fatima …

      Vede, se io dichiarassi di non credere che la risurrezione di Cristo Dio è avvenuta e che è un fatto storico e fisico, ma che si tratta invece solo di una metafora, negherei in tal modo il fondamento principe del mistero della Rivelazione, perché la nostra fede si regge interamente sulla risurrezione di Cristo, come ci insegna il Beato Apostolo Paolo, non si regge sulle rivelazioni private. Pertanto, il negare questo fondamento centrale della fede mi renderebbe eretico e mi escluderebbe dalla comunione della Chiesa.

      Diversamente invece, se io affermassi di non credere a tutte le rivelazioni soprannaturali di un veggente, le assicuro che potrei andare a letto la sera e dormire sonni tranquilli in perfetta comunione con la Chiesa.

  2. Caro Don Ariel,

    (1) nella classifica dei vizi capitali e conseguenti peccati, è ovvio che il primo è la superbia luciferina del Non Serviam. Tuttavia da sempre, e oggi soprattutto con virulenza mai vista, la lussuria in tutte le sue forme, è l’arma scatenata dal nemico per scardinare tutta l’opera del Creatore, contro la persona, contro la famiglia, contro la società civile, contro la Chiesa. Un solo esempio: il disastro da Lei vivamente descritto di preti e vescovi e cardinali, non nasce forse in altissima percentuale da fatti di lussuria, praticata o forse talvolta immaginata ?

    (2) Alcuni Francescani dell’Immacolata saranno pur stati supponenti, ma ciò giustifica il perseguitarli tutti ? E soprattutto, se le loro colpe erano tanto gravi, perché mai nessuno le ha dichiarate apertamente ? Perché ancor oggi è impossibile sapere di che cosa mai siano accusati, per essere stati commissariati con metodi finalizzati all’estinzione ?

    (3) In particolare e specificamente, che cosa si può dire – ma nessuno dice – a carico del padre Manelli, per giustificarne la detenzione e segregazione più dura e intransigente di quanto imposto al notorio delinquente Marcel M. Degollado ?

    1. Caro Lettore,

      lei ha ragione in tutto, in modo logico e sapiente.

      Tenga conto ovviamente che certi argomenti complessi si è sempre obbligati ad affrontarli da una o più angolature, perché farlo da tutte è impossibile.

      Pertanto, che la sessualità umana non sia il centro dell’intero mistero del male, è ovvio, ma che attraverso la lussuria molte anime siano guidata da sempre verso l’Inferno, è altrettanto vero. Le faccio un solo esempio tra i tanti: pensiamo alla straordinaria utilità della rete telematica e dell’internet, con il quale noi teologi e pastori in cura d’anime possiamo raggiungere e interloquire con tante persone e con molta più facilità del passato, facendo anche e soprattutto tanto bene. Ebbene, io che pure su Internet ci lavoro da anni e anni, basti dire che la mia posta elettronica risale ormai al lontano 1996, ho impiegato molto tempo per rendermi conto e per capire che oltre il 50% dei materiali che circolano per la rete sono di contenuto e di sfondo pornografico e che qualsiasi bambino o adolescente, semplicemente digitando sul motore di ricerca – mi passi il termine, ma è necessario – “scopate” o “film porno”, si ritroverà dinanzi pagine e pagine senza alcuna censura, se i suoi genitori non hanno provveduto ad inserire gli appositi blocchi.

      La rassicuro infine che in passato, ed anche per più volte, ho duramente criticato la severità con la quale è stato trattato il Padre Stefano Maria Manelli, ed anche in questo mio scritto, come avrà visto, ho ribadito che prima di commissariare i Francescani dell’Immacolata andavano commissariati molti altri, a partire proprio dai Gesuiti.

      Per quanto riguarda quell’uomo di Satana di Marcial Maciel, io sono convinto da sempre che in futuro saranno rese di dominio pubblico le gravissime responsabilità di molti alti prelati nella copertura di questa figura e di questa vicenda andata avanti per decenni, mentre venivano rovinate intere generazioni di studenti e deformati irreparabilmente giovani nel loro percorso vocazionale; e sarà appurato che, dietro a queste coperture, c’era un gran giro di soldi, insomma: la simonia.

      La Santa Sede ha sbagliato, ed ha sbagliato gravemente, a non sopprimere la Congregazione dei Legionari di Cristo, perché da un albero marcio non possono nascere e svilupparsi frutti sani. E per questo, ripeto, molti ecclesiastici, in un futuro non forse lontano, saranno indicati con ignominia dinanzi alla storia della Chiesa, rimanendo ascritti ad essa con ignominia.

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