La pena di morte ed i nuovi “dogmi”della Chiesa: perché non affidare Adolf Hitler e Pol Pot ai servizi sociali diretti dal Presbìtero Antonio Mazzi?

— attualità ecclesiale —

LA PENA DI MORTE ED I NUOVI “DOGMI” DELLA CHIESA: PERCHÉ NON AFFIDARE ADOLF HITLER E POL POT AI SERVIZI SOCIALI DIRETTI DAL PRESBITERO ANTONIO MAZZI ?

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I casi nei quali la pena di morte è opportuna e soprattutto necessaria, sono invero molto rari, se non addirittura, oggi, del tutto inesistenti. Non è detto però che dei casi molto rari non tornino a riproporsi domani; anzi, in un mondo ormai degenerato in forme di inquietante decadenza umana e morale, nonché di violenza parecchio peggiore dei tempi precedenti, può anche essere che certi casi si ripropongano, forse persino peggio di prima e ancor prima di quanto ci si possa immaginare, si pensi solo al terrorismo di matrice politica o di matrice pseudo-religiosa.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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il Padre Ariel S. Levi di Gualdo durante una pausa estiva di lavoro in Sicilia, scortato come un autentico Vip dalla sua efficiente e furba body-guard personale

Colgo l’occasione per informare i Lettori che ci hanno scritto che non siamo in vacanza. Se dal 17 giugno non abbiamo pubblicato più articoli è perché ci siamo riservati una serie di lavori, viaggi e appuntamenti nel corso dell’estate, approfittando di questo periodo per la nuova organizzazione de L’Isola di Patmos, che da settembre si presenterà in una nuova veste grafica.

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sulla pagina Theologica pubblicheremo a breve due saggi dei Padri de L’Isola di Patmos: uno sulla santità ed i processi di canonizzazione, uno sulla umiltà come principio del realismo gnoseologico. Poi a settembre torneremo al nostro pieno ritmo di lavoro.

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Dando uno sguardo ai siti ed ai blog cattolici di oggi è possibile trovare un esercito di laici cattolici apostolici romani impegnati e militati nel ruolo di teologi e canonisti, nonché di commentatori della Summa Theologiae in raporto a «Marco Pannella che batte San Tommaso d’Aquino» [cf. QUI]. Ciò che di queste persone stupisce ed in buona parte diverte, è quella loro seriosità che procede a passo di danza col catastrofismo, privi come sono di qualsiasi senso di sana ironia. Ciò li porta a stare male ed a vivere male, di conseguenza ad indurre a star male ed a vivere male tutti coloro che cadono nelle trappole della loro emotività.

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Tempo fa, in un articolo dal titolo boccaccesco edito su queste nostre colonne, parlammo di qualche cosa di molto serio, sebbene quell’articolo avesse un titolo forte, che però intendeva essere un paradigma molto profondo: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo» [cf. QUI].

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Sulla dottrina ed il Catechismo della Chiesa Cattolica non c’è nulla di cui ridere. Eppure, chi conosce la storia della Chiesa ed in particolare quella dei suoi concilî, sa che nel corso di alcuni di essi, compresi i grandi concilî dogmatici, vi fu un gran fiorire di ironie da parte dei Padri riuniti nell’assise. Prendiamo solo gli ultimi: quando nel corso del Concilio Vaticano I il Beato Pontefice Pio IX espose la sua intenzione di proclamare il dogma della infallibilità pontificia in materia di dottrina e di fede, tra i Padri della Chiesa prese a circolare questa voce: «Ma che cosa s’è messo in testa? Con l’elezione al sacro soglio è divenuto un Padre Santo, adesso vuol forse diventare un Padre Eterno?».

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Durante i lavori del Concilio Vaticano II, il Cardinale Alfredo Ottaviani disse al Cardinale Antonio Bacci: «Meno male che abbiamo ormai una certa età, perché forse così ce la faremo a morire sempre cattolici!». E chi questa frase ha tentato di usarla in seguito come una dura critica al Concilio Vaticano II, non ha capito la pura ironia, tanto meno il fatto che il Cardinale Alfredo Ottaviani era molto stimato dal Sommo Pontefice Paolo VI, che nella redazione della sua sofferta Enciclica Humanae Vitae tenne anzitutto in alta considerazione i pareri ed i consigli di questo schietto, leale e romanissimo porporato, che lasciò in carica come Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, poi divenuto Congregazione per la dottrina della fede, fino all’età di 78 anni, nel corso dei suoi primi cinque anni di pontificato, vale a dire i più delicati in assoluto. Memorabili furono le parole pronunciate sul Cardinale Alfredo Ottaviani dal futuro Santo Pontefice Giovanni Paolo II che volle celebrare personalmente i suoi funerali il 6 agosto 1979, ricordando che un anno prima, il 6 agosto, alla stessa ora tornava alla Casa del Padre il Sommo Pontefice Paolo VI.

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Andando invece più indietro ancora nel tempo, scopriremo che quando l’arma dell’ironia finiva con l’essere inefficace, allora i Padri della Chiesa non esitavano a scatenare delle vere e proprie risse ed a prendersi a botte tra di loro, come accadde durante il Concilio di Nicea nell’anno 325 ed in altri concilî successivi, tanto che gli imperatori — i quali all’epoca convocavano formalmente i concilî — disposero un servizio di guardia esterna, previo ordine impartito ai soldati di entrare dentro l’aula trullana per sedare eventuali risse, se fossero scoppiate. Per inciso: era chiamata τροῦλλoς, aula del trullo, la sala del palazzo imperiale di Costantinopoli dove si svolsero i  concilî negli anni 680 e 692.

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Se il Sommo Pontefice Francesco I ha deciso di modificare e di approvare una nuova redazione del numero 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica dedicato alla pena di morte, bisogna partire anzitutto da un ovvio dato di fatto: egli ha deciso di esercitare le proprie sacrosante e legittime potestà. E queste sue potestà — che ripeto sono sacrosante e legittime —, non sono tali solo se piacciono ai laici cattolici apostolici romani impegnati e militanti, ma sono tali sempre, altrimenti finiremmo col cadere nella psicologia luterana al paradossale scopo di tutelare una non meglio precisata traditio catholica, poi appresso nella psicologia borderline di quella còlta, amabile e stimabile persona del Professor Roberto de Mattei e di tutti i suoi seguaci …

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… vediamo come funziona questo particolare genere di psicologia in certi soggetti: se si tratta di discutere sulla riforma liturgica e sul Messale Romano promulgato dal Beato Paolo VI, questi circoli cattolici sono pronti a scatenare in critiche e polemiche di tutto e di più [cf. QUIQUI, QUI, QUI], se invece si tratta di discutere della Humanae Vitae, dove i temi trattati toccano il tema dei temi, nonché il sommo peccato dei peccati, ossia tutto ciò che è legato anche e solo indirettamente alla sessualità umana, in tal caso si giunge sino al punto di sostenere, senza pena di ridicolo, che la proibizione dei contraccettivi ha un fondamento dogmatico. Poi, se il Beato Pontefice Paolo VI non è giunto a tale proclama solenne — ovviamente perché non poteva giungervi —, in tal caso ci hanno pensato altri, quindi è bene correggerlo usando maggior rigore [cf. QUI, QUI].

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Leggendo ad esempio il blog Chiesa&Post Concilio, che racchiude nei propri archivi centinaia di pagine in cui si sbeffeggia il Beato Pontefice Paolo VI per il Concilio Vaticano II indicato in modo spregiativo come «conciliabolo», mentre il Messale da lui promulgato dopo la riforma liturgica è indicato come «Messale eretico» della «Messa protestantica», noteremo che al tempo stesso non si esita a confondere questo imminente Santo Pontefice col mitico eroe dell’anti-schiavitù John Brow, inneggiando a Sua Santità «glory glory alleluja!» [cf. QUI] quando si tratta invece del divieto — va da sé, dogmatico! — dell’uso dei mezzi contraccettivi [cf. QUI]. Insomma: la riforma liturgica e il Messale del Beato Paolo VI sono «eresie protestanti», la Santa Messa che ne deriva è una «Messa protestantica», mentre il divieto dell’uso dei contraccettivi è invece un dogma della fede — seppure mai proclamato dalla Chiesa Cattolica —, sul quale non si può discutere [cf. QUI]. Detto questo è inutile ricordare, sebbene lo facciamo, che il primo ad essere consapevole che il sapiente e opportuno divieto del ricorso ai mezzi contraccettivi per i cattolici, è una disciplina ecclesiastica che non poteva essere data attraverso un pronunciamento del solenne magistero infallibile, era proprio il Sommo Pontefice Paolo VI [rimando ad un mio precedente articolo, QUI].

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Non fatevi trascinare negli umori e nei malumori di certa gente che nella propria ridicola incoerenza si prende sempre parecchio sul serio, ed imparate invece a «prenderli per il culo», perché in tal caso, il sano e intelligente sberleffo, rientra nei grandi mezzi escatologici di salvezza, oltre non ultimo ad essere anche una santa lezione, ma soprattutto un atto di perfetta carità cristiana.

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In tempi lontani, o per così dire in tutt’altra mia vita, ricordo che nel corso dei miei studi giuridici ebbi modo di discutere in modo articolato e interessante con vari miei colleghi di studio e con vari accademici sull’articolo numero 139 della Costituzione della Repubblica Italiana che recita: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». I motivi della discussione erano più o meno i seguenti: pur comprendendo che questo articolo nasce come frutto dell’influenza e della vittoria del primo referendum popolare attraverso il quale gli elettori italiani scelsero la forma di governo repubblicana al posto della monarchia sabauda, un simile dettato, non è forse una vera e propria espressione dogmatica inserita in una laica Carta Costituzionale?

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Lo stesso quesito potremmo applicarlo alla nuova formulazione del dettato del Catechismo, il cui precedente testo recitava al numero 2267 :

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«L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani. Se, invece, i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”».

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Il Sommo Pontefice Francesco I, nell’esercizio della propria somma e legittima potestà, ha deciso di eliminare da questo numero del Catechismo il concetto «quando questa fosse l’unica via praticabile», di conseguenza la parte conclusiva che precisa «i casi di assoluta necessità di soppressione del reo “sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti”».

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Il tutto previa spiegazione demandata alla Congregazione per la dottrina della fede che ha esercitato in tal senso il proprio ufficio in modo egregio [vedere testo integrale QUI].

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In molti mi hanno scritto e domandato che cosa ne pensassi e se tutto questo era proprio necessario. Ho risposto dicendo che ciò che io penso è assolutamente irrilevante, non essendo né io né altri a me superiori sia per grado sacramentale sia per carica ecclesiastica, i supremi maestri della dottrina e della fede. Nessun inferiore, neppure un laico impegnato come Riccardo Cascioli con tutti i suoi articolisti al seguito su La Nuova Bussola Quotidiana, può manifestare stizza dinanzi a un atto di magistero così legittimo, ponendo semmai i puntini sopra le “i”. Certe decisioni ricadono infatti negli atti dell’Augusto Pontefice regnante che non sono passibili di discussione, piaccia o non piaccia a quei laici cattolici che da troppo tempo si sono ormai messi a giocare pericolosamente sulla teologia, la ecclesiologia ed il diritto canonico. Insomma, gente che dopo avere visto la sera il film kolossal dedicato a I Dieci Comandamenti [anno 1956] col mitico Yul Brynner nel ruolo del Faraone d’Egitto, si sono svegliati la mattina seguente credendo di essere dei biblisti sopraffini. E qualcuno, dovrebbe prenderli persino sul serio? Ecco cosa s’intendeva dire, in quel mio vecchio articolo di tempo fa, circa la utilità della «presa di culo» che diviene atto di perfetta carità [cf. QUI].

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Diverso il discorso se chicchessia mi domanda che cose ne pensi a titolo puramente personale ed a livello per così dire puramente accademico, perché in tal caso posso rispondere che il numero 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica era stato redatto con grande sapienza ed equilibrio sotto il pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e che tale poteva essere lasciato. Sappiamo però bene che oggi è subentrata nella Chiesa anche un’altra moda: da una parte si beatificano e si canonizzano i Pontefici, semmai pure in un battibaleno, dall’altra si riformulano in modo diverso le pagine del loro sommo magistero. Anche questo rientra però nella piena e ordinaria legittimità, tanto che negli àmbiti di governo della Curia Romana c’è un detto molto esauriente che recita: «Un Pontefice bolla ed un altro sbolla!».

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I casi nei quali la pena di morte è opportuna e necessaria sono invero molto rari, se non addirittura, oggi, del tutto inesistenti. Non è detto però che dei casi molto rari non tornino a riproporsi domani; anzi, in un mondo ormai degenerato in forme di inquietante decadenza umana e morale, nonché di violenza parecchio peggiore rispetto ai tempi precedenti, può anche essere che certi casi si ripropongano, forse persino peggio di prima e ancor prima di quanto ci si possa immaginare, si pensi solo al terrorismo di matrice politica o di matrice pseudo-religiosa.

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Adolf Hitler pare che morì suicida per sua libera scelta dentro un bunker di Berlino. Se ciò non fosse stato, gli analisti storici affermano da sempre che la guerra sarebbe durata almeno altri due anni, sino allo sfinimento ed alla auto-distruzione totale della Germania.

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Saloth Sar, meglio conosciuto col nome di Pol Pot, responsabile di un numero impressionante di morti e di sevizie e torture inenarrabili perpetrate per anni, caduto infine nella tipica paranoia dei dittatori, a partire dal 1997 cominciò a vedere ovunque dei nemici, sino ad uccidere il suo più fedele collaboratore Son Sen, che aveva solo tentato di raggiungere un accordo con il governo. Poco dopo, lo stesso capo militare dei Khmer Rossi dispose la cattura di Pol Pot e la sua reclusione a vita agli arresti domiciliari. Dopo varie vicissitudini, nell’aprile del 1998 è annunciato che i Khmer Rossi hanno deciso di consegnare Pol Pot ad una Corte Internazionale di Giustizia. La notte stessa dopo l’annuncio dato, il dittatore sarebbe però morto a causa di un infarto.

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Lasciare in vita certe figure simbolo, mutate da consistenti fette di popolazione in veri e propri idoli, da sempre vuol dire — e lo sappiamo molto bene —, favorire la continuazione di guerre con tutto ciò che in prezzo di atrocità e di vite umane questo può comportare. Non solo è per ciò necessario sopprimerli per il supremo bene di popolazioni intere, ma è anche bene che la loro condanna a morte avvenga pubblicamente, o che sia documentata da fotografie e da filmati, per togliere in tal modo ogni illusione agli indomiti illusi assoggettati al plagio di certi leaders. E certe illusioni possono essere tolte solamente mostrando alla popolazione assoggettata alla tirannide la soppressione e la fine inesorabile del loro idolo, dinanzi alla quale decadrà il meccanismo del plagio, semmai lasciando spazio ad altre conseguenze, basti a tal proposito ricordare l’ondata di suicidi che attraversò la Germania dopo la caduta di Hitler. O abbiamo forse dimenticato che mentre la Germania aveva perduta ormai la guerra ed era alla totale disfatta, si misero ad arruolare ed a mandare verso la morte degli adolescenti di quindici e sedici anni, mentre una gran fetta di popolazione era sicura che entro breve sarebbe stata completata e usata la «grande arma segreta»?

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Forse il Sommo Pontefice Francesco I, assistito da una grazia dello Spirito Santo del tutto speciale, avrà ricevuta una particolare illuminazione che lo ha garantito che mai nella storia futura si presenteranno di nuovo certi casi. E qualora si presentassero, a quel punto provvederemo ad affidare qualche novello Adolf Hitler o Pol Pot ai servizi sociali gestiti dal Presbìtero Antonio Mazzi, affinché sia portato a compimento il loro pieno recupero, perché come ci insegna quel sapiente “Padre della Chiesa” di Jean Jacques Rousseau: l’uomo cattivo non esiste. E se esiste, ciò non è colpa sua, ma della società, della storia …

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Alla domanda se sono contrario alla pena di morte, rispondo da sempre sì, lo sono, ma non in modo categorico e assoluto, o per dirla impropriamente: in modo “dogmatico”. Come infatti ho poc’anzi spiegato, possono proporsi dei casi rarissimi, volendo anche unici, nei quali è doveroso per l’altrui salvezza sopprimere un essere umano. Credo inoltre che più grave è il crimine commesso e più bravo deve essere il difensore che esercita a favore dell’imputato il diritto inalienabile alla sua difesa. Mai condannerei alla pena capitale il peggiore degli assassini seriali che si è macchiato degli omicidi più efferati, perché una volta condannato e incarcerato a vita, non costituirà più pericolo alcuno, anzi, non è detto che nel corso degli anni, durante lo sconto della sua pena, non si ravveda, come non rare volte è accaduto, persino nell’ambito delle cause dei Santi, basti ricordare a tal proposito l’assassino di Santa Maria Goretti, Alessandro Serenelli [1882-1970], che con la corona del rosario in mano, inginocchiato in una cappella laterale, assistette nel 1950 alla cerimonia di beatificazione di questa nostra amata eroina della carità. Oggi, le spoglie di Alessandro Serenelli riposano nella stessa chiesa in cui è stata sepolta mamma Assunta, la madre di Santa Maria Goretti. Se Alessandro Serenelli fosse stato processato e condannato a morte per il suo efferato omicidio preceduto da un tentativo di stupro, avrebbe forse mai avuto modo, dopo lo sconto della sua pena, di chiedere perdono in ginocchio alla madre della eroica fanciulla, od avrebbe potuto vivere una vita autenticamente santa all’interno di un convento di Frati Cappuccini, lasciando un breve testamento spirituale che costituisce, nella sua essenziale brevità, una vera e propria sintesi della teologia della redenzione? E qui merita citare le sue testuali parole:

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« Sono vecchio di quasi 80 anni, prossimo a chiudere la mia giornata. Dando uno sguardo al passato, riconosco che nella mia prima giovinezza infilai una strada falsa: la via del male che mi condusse alla rovina. Vedevo attraverso la stampa, gli spettacoli e i cattivi esempi che la maggior parte dei giovani segue quella via, senza darsi pensiero: ed io pure non me ne preoccupai. Persone credenti e praticanti le avevo vicino a me, ma non ci badavo, accecato da una forza bruta che mi sospingeva per una strada cattiva. Consumai a vent’anni il delitto passionale, del quale oggi inorridisco al solo ricordo. Maria Goretti, ora santa, fu l’angelo buono che la Provvidenza aveva messo avanti ai miei passi. Ho impresse ancora nel cuore le sue parole di rimprovero e di perdono. Pregò per me, intercedette per me, suo uccisore. Seguirono trent’anni di prigione. Se non fossi stato minorenne, sarei stato condannato a vita. Accettai la sentenza meritata; rassegnato espiai la mia colpa. Maria fu veramente la mia luce, la mia Protettrice; col suo aiuto mi diportai bene e cercai di vivere onestamente, quando la società mi riaccettò tra i suoi membri. I figli di San Francesco, i Frati Minori Cappuccini delle Marche, con carità serafica mi hanno accolto fra loro non come un servo, ma come fratello. Con loro vivo dal 1936. Ed ora aspetto sereno il momento di essere ammesso alla visione di Dio, di riabbracciare i miei cari, di essere vicino al mio angelo protettore e alla sua cara mamma, Assunta. Coloro che leggeranno questa mia lettera vogliano trarre il felice insegnamento di fuggire il male, di seguire il bene, sempre, fin da fanciulli. Pensino che la religione coi suoi precetti non è una cosa di cui si può fare a meno, ma è il vero conforto, la unica via sicura in tutte le circostanze, anche le più dolorose della vita.
Pace e bene! »

[Testamento di Alessandro Serenelli, 5 maggio 1961]

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Ribadisco pertanto che il “mi piace” o “non mi piace” la riformulazione di questo passo del Catechismo della Chiesa Cattolica è faccenda del tutto irrilevante, perché il custode della dottrina e della fede non sono io, meno che mai lo sono i critici laici cattolici apostolici romani impegnati e militanti, ma lo è il Sommo Pontefice Francesco I.

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In caso contrario si rischia di finire in modo inglorioso e pericoloso come il presbìtero palermitano Alessandro Minutella, che vantando a ogni piè sospinto di avere conseguito ben due dottorati in sacra teologia — come se essi fossero garanzia dogmatica di sapienza e santità —, senza però avere con ciò capito neppure i fondamenti della ecclesiologia, sta scandalizzando e disorientando il Popolo di Dio affermando che la Santa Messa celebrata «in comunione con il nostro Papa Francesco» è invalida e non c’è transustanziazione, in quanto a suo dire «l’eretico Cardinale Jorge Mario Bergoglio non è il legittimo Pontefice, ma è un antipapa eletto dalla Massoneria» [vedere video, QUI, QUI]. Per seguire appresso con tragiche amenità di vario genere, nelle quali mai nessun cattolico deve cadere, perché oggi, il novello eresiarca Lutero è diventato molto più subdolo e raffinato di ieri e si presenta come un combattente illuminato dallo Spirito Santo di Dio e dalla Beata Vergine Maria per la difesa della vera Chiesa, della vera fede e della vera tradizione. Purtroppo però col risultato di sempre: guidare le anime alla ribellione verso Pietro e quindi verso la perdizione.

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Possiamo dire con tutto il garbo e la devozione a lui dovuta che l’uomo Jorge Mario Bergoglio non è perfetto, che come dottore privato ha mostrato segni di imprudenza e di ambiguità, di carenze pastorali e di governo. Egli è difettoso, proprio come lo era Simone detto Pietro, che di difetti e di limitatezze ne aveva forse parecchie di più di questo suo futuro Successore. Ma quando Pietro ha parlato in materia di dottrina e di fede, a quel punto si tace. In caso contrario, per difendere il proprio soggettivo Cattolicesimo, si rischia davvero di cadere nelle forme peggiori di Luteranesimo.

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Dall’Isola di Patmos, 3 agosto 2018

nel giorno della nascita al cielo del Cardinale Alfredo Ottaviani

[Roma 29 ottobre 1890 – Roma 3 agosto 1979]

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7 thoughts on “La pena di morte ed i nuovi “dogmi”della Chiesa: perché non affidare Adolf Hitler e Pol Pot ai servizi sociali diretti dal Presbìtero Antonio Mazzi?

  1. Caro Padre, condivido in tutto la sua analisi. Fatta salva l’obbedienza dovuta al Pontefice, sorgono però alcuni dubbi:
    1) di natura giuridica: in molti notano che il CCC non è il Denzinger. Bisognerà aspettare ulteriori chiarimenti?
    2) Stiamo parlando di una materia a cui si applica il criterio del III grado di autorità, per il quale è richiesto l’ossequio della volontà?
    2) È troppo affermare che quindi la pena di morte è un intrinsece malum? Se mai si dovessero presentare occasioni analoghe a quelle da lei citate (un dittatore-simbolo la cui non uccisione comporta non arrestare la scia di morte che lo accompagna), che dovrebbe fare un cattolico (magari giudice)? Non si rischia di cadere in un peccato di omissione?
    Grazie

  2. Il filosofo totalmente laico Guido Calogero, in difesa della sacralità della pena di morte, chiedeva che fosse eseguita non dallo spregevole boia, ma dal capo dello Stato, unico Pontefice tra la maestà dello Stato e l’espiazione-redenzione del reo. Il che sarebbe in perfetta sintonia con la sacramentalità della Chiesa, se solo esistesse ancora, a un qualsiasi livello della società sia laica sia religiosa, un minimo senso di serietà, da non confondere con la seriosità alla quale padre Ariel riserba un non invidiabile trattamento. Perciò una decisione pontificia in merito può essere legittima in punto di diritto, ma hic et nunc è molto dubbio che sia seria, che sia saggia, e che sia rilevante.

  3. Gent.mo padre, per comprendere come vada intesa la nuova formulazione dell’articolo 2267 del CCC le propongo un esempio, forse surreale ma possibile in determinate condizioni socio-politiche.

    Ammettiamo che la legge di uno Stato per il reato di strage ammetta solo la pena di morte e nessuna forma di detenzione, neppure l’ergastolo. Un giudice cattolico di tal Stato, chiamato a giudicare uno stragista reo confesso, filmato mentre compie l’efferatezza e capace di intendere e volere, deve assolverlo per non peccare mortalmente?

    Da come avevo inteso la formulazione precedente, che tollerava come extrema ratio (ma non ammetteva affatto la pena di morte come misura ordinaria) la pena di morte avrei risposto di no: poteva condannarlo a morte e non commettere peccato mortale, essendo l’assoluzione di un reo e la possibilità di una sua reiterazione persino peggiori della sua morte. E con la formulazione attuale?

    La ringrazio per i suoi interessanti articoli e spero vorrà rispondermi. Non è la prima volta che cerco la certa continuità col passato in atti magisteriali di Papa Francesco (penso alla nota 351 di Amoris Laetitia) e vorrei riuscirvi anche stavolta. Un caro saluto.

    1. Caro Lettore,

      questo suo quesito, riguardo il “giudice cattolico”, andrebbe posto a tutti i politici democristiani cosiddetti “baciapile”, specialisti sopraffini nel voltare le carte in tavola e che hanno firmato a suo tempo la Legge sull’aborto, nascondendosi poi dietro al dito del … «è stato un atto istituzionale dovuto».
      Nella stessa situazione, il Re del Belgio, Baldovino, con uno stratagemma costituzionale, abdico il trono per un paio di giorni affinché la Legge sull’aborto non passasse con il suo nome.

  4. Ricordo quell’evento.

    Però mi scusi ma non mi ha risposto o forse non l’ho colto io. Mi sta forse cercando di far capire che se si trovasse nella condizioni del “giudice cattolico” da me ipotizzato si dimetterebbe prima di arrivare a sentenza? E quindi che la pena di morte in tal caso sarebbe immorale?

  5. Caro don Ariel,

    tenga presente che certi monsignori romani docenti di storia ecclesiastica alla Gregoriana – ne ho in mente uno che la conosceva, per inciso – vanno ripetendo che Zizola ha riferito che Ottaviani calunniò l’allora monsignor Montini davanti a Pio XII insinuando che avesse gusti sessuali molto particolari. E citano il giornalista Zizola con approvazione, ossia prendendolo per fonte storica attendibile, e per dare addosso a Ottaviani.
    Tenga inoltre presente – ma qui la cosa è più facile da smontare, trattandosi di un anticlericale inveterato – che il famoso Giordano Bruno Guerri ha sentenziato che la lettera di Serenelli gliel’avrebbero scritta i frati.

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