La grande decadenza e «Il silenzio degli innocenti». Quando per proteggere la madre e la famiglia i figli devono superare la grande prova di fede: vivere e soffrire come se il padre non esistesse, ma senza mai dimenticare che egli rimane sempre il legittimo padre

 — Theologica —

LA GRANDE DECADENZA E «IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI». QUANDO PER PROTEGGERE LA MADRE E LA FAMIGLIA I FIGLI DEVONO SUPERARE LA GRANDE PROVA DI FEDE: VIVERE E SOFFRIRE COME SE IL PADRE NON ESISTESSE, MA SENZA MAI DIMENTICARE CHE EGLI RIMANE SEMPRE IL LEGITTIMO PADRE

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Cristo Signore ricorse Egli stesso all’ironia facendo uso dello stile espressivo dell’epoca. E non solo ricorse all’ironia, perché i termini di certe invettive da Lui usate sono di una durezza straordinaria. Provino gli eminenti esegeti a spiegare che cosa comportava a livello lessicale ed espressivo rivolgersi a degli alti notabili giudei dicendo in forma ironica e dura: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. Espressione questa nella quale sussistono sia l’ironia sia la severità legata ad un profondo richiamo morale. Infatti, questa espressione, equivale in tutto e per tutto a dire oggi, a degli odierni membri del Collegio Cardinalizio, che le mignotte  che lavorano lungo la Via Casilina sono più rispettabili di loro, ma soprattutto più meritevoli di loro di entrare nel Paradiso.

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Autore:
Ariel S. Levi di Gualdo

Quando la critica, di per sé legittima, non può produrre niente, perché talune particolari situazioni storiche, sociali ed ecclesiali le impediscono di generare qualsiasi efficacia, è sempre da evitare, perché in quel caso la critica annega in un circolo vizioso nel quale finisce col nutrirsi solo di sé stessa, aumentando le grandi confusioni ed i grandi disorientamenti, anziché dissiparli. E chi esercita questo genere di critica infruttuosa e dannosa, specie se sacerdote e teologo, rischia seriamente di macchiarsi d’una grave colpa.

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In certe occasioni, anziché ricorrere alla critica inefficace, si può ricorrere all’ironia, oppure al salutare sberleffo, io stesso non ho esitato a farlo, lo riconosco e lo ammetto, anche perché certi miei scritti che d’ironia e sberleffi sono intrisi, rimangono pubblici e consultabili tutt’oggi da chiunque. Quando infatti cominciai a percepire quanto la critica scientifica fosse inefficace e improduttiva, nel tentativo di smuovere certe coscienze ecclesiastiche sono ricorso ripetute volte all’arma dell’ironia, sino a lanciare la cosiddetta campagna: «Non pigliateli sul serio, pigliateli per il culo». E dopo questo invito ad effetto dai contorni in bilico tra Boccaccio e Pasquino, precisai che in certi contesti e situazioni la presa di giro, lo sberleffo, lungi dall’esser fini a sé stessi finiscono con l’essere un atto di perfetta carità cristiana [vedere articolo, QUI]. Temo infatti che a molti sfugga in che modo Cristo Signore ricorse Egli stesso all’ironia facendo uso dello stile espressivo dell’epoca. E non solo ricorse all’ironia, perché i termini di certe invettive da Lui usate sono di una durezza straordinaria. Se infatti certe espressioni rivolte in dialetto aramaico da Cristo Dio a zelanti dottori della legge e scribi, dovessero essere tradotte col lessico del romanesco odierno, scopriremmo che i termini vagamente equivalenti di «grannissimi fiji de mignotta» o di «saccocce piene de merda», non riuscirebbero a rendere in durezza quanto espresso dal Redentore verso certi soggetti dei suoi tempi. Provino gli eminenti esegeti a spiegare che cosa comportava a livello lessicale ed espressivo rivolgersi a degli alti notabili giudei dicendo loro in forma ironica e dura: «In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» [Mt 21, 31]. Espressione questa nella quale sussistono sia l’ironia sia la severità legata ad un profondo richiamo morale. Infatti, questa espressione, equivale in tutto e per tutto a dire oggi, a degli odierni membri del Collegio Cardinalizio, che le mignotte che lavorano lungo la Via Casilina sono più rispettabili di loro, ma soprattutto più meritevoli di loro di entrare nel Paradiso. Se quindi non lo spiega nessuno, allora mi prendo cura di spiegarlo io: accusare alti e zelanti notabili religiosi di essere come i sepolcri imbiancati «belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume» [Mt 23, 27], nel lessico espressivo dell’epoca, era cosa di gran lunga molto peggiore del dire a costoro “siete dei grandissimi pezzi di merda”. Infatti, con i cadaveri, per non parlare poi dei cadaveri putrefatti, il devoto israelita non doveva e non poteva contaminarsi, in modo particolare i membri della casta sacerdotale, ai quali era proibito dalla הלכה [halakha, l’equipollente diritto canonico dell’epoca], di avvicinarsi ai luoghi di sepoltura persino a distanza, il tutto per questioni legate al mantenimento della purità.

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Sicché, paragonare certi alti notabili religiosi a dei cadaveri putrefatti, è grandemente molto più offensivo che dir loro semplicemente “pezzi di merda”. Questo era Gesù Cristo, non certo il bambolotto androgino presentato nel suo film Gesù di Nazareth dal regista italiano Franco Zeffirelli, che non potendo fare a meno di omosessualizzare esteticamente tutto ciò che tocca, appresso seguiterà a mutare in una signorinella languida anche quel virile maschio umbro di Francesco d’Assisi nel film Fratello Sole Sorella Luna. E riguardo la reale figura del Serafico Padre, molto meglio di me si è espresso di recente uno dei Padri de L’Isola di Patmos, il nostro autore cappuccino Ivano Liguori, che dell’Ordine Francescano è membro e che di San Francesco d’Assisi è figlio [vedere articolo, QUI].

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A tal proposito molti Lettori della nostra rivista rammentano e ridono sempre, quando dalle colonne de L’Isola di Patmos fu annunciata la mia nomina ad Arcivescovo Metropolita di Napoli. Dietro a quell’opera burlesque emergeva infatti il dramma dell’episcopato odierno, in particolare quello dei nuovi carrieristi, o se vogliamo dei moderni sepolcri imbiancati, che per giungere all’agognata nomina episcopale si stavano ammantando di poveri e di povertà. Uno sberleffo divertente ma molto triste quell’articolo rivolto a quei vescovi di recente nomina giunti all’episcopato dopo essersi prostrati alla Nouvelle théologie del povero e del migrante, posta ormai al di sopra della teologia del Verbo di Dio incarnato [vedere articolo QUI].

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Tra la fine del mese di dicembre del 2018 e gli inizi del nuovo anno 2019, diversi Lettori affezionati della nostra rivista mi hanno inviato vari messaggi nei quali domandano: «Lei non è più quello di una volta», «dov’è finita la sua vena graffiante e ironica?». Poi ci sono anche i provocatori irriverenti, alcuni dei quali mi hanno domandato: «Alla fine dei giochi, l’hanno impaurita e messa a tacere, vero?».

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Si può soprassedere su molte cose, su altre no, perché quando qualcuno, come il sottoscritto, ha sempre rischiato il tutto e per tutto in difesa della verità, pagandone quasi sempre prezzi molto elevati, non ultimo per avere sempre indicato e chiamato i «sepolcri imbiancati» col loro nome, è opportuno fornire tutte le debite spiegazioni, evitando che prendano vita e che si diffondano voci non vere, oltre che ingiuste nei miei riguardi, del tipo: “… alla fine anche a lui hanno fatta prendere paura e l’hanno messo a tacere!”. No, non è vero. E adesso ve lo spiego io stesso perché non è vero: perché le posizioni e la linea che da tempo ho assunta sono frutto di libertà, poi di quella che spero rientri nella grazia della sapientia cordis.

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Con tutto il devoto rispetto del caso, ma con toni più volte anche parecchio severi, in passato io ho rivolto delle critiche non solo dure all’attuale corso della Chiesa, perché volendo potrei “vantare” di aver formulato anche critiche dure e circostanziate che nessuna Autorità Ecclesiastica ha sino ad oggi mai smentito. In seguito a certe mie pubbliche denunce, di sfregi e di dispetti da donnette isteriche più o meno vestite di rosso, ne ho ricevuti ad iosa, ma di private, o peggio di pubbliche smentite, sino a oggi non ne ho ricevuta mai neppure una. E quei miei articoli, scritti tra il 2014 ed il 2018, sono tutti conservati nell’archivio della rivista L’Isola di Patmos, quindi consultabili da chiunque desideri leggerli.  

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A livello di pura speculazione teologica ho dissertato persino su una questione del tutto ipotetica: «Può un Romano Pontefice legittimamente eletto e Successore legittimo del Beato Apostolo Pietro essere privo della grazia di stato?» [vedere articolo, QUI]. E su questa ipotesi, che si sappia mai verificatasi nell’intera storia della Chiesa, ci ho molto riflettuto, perché Cristo Signore, a Pietro — come spiegherò avanti in modo molto più dettagliato —, prima di dire «conferma i tuoi fratelli nella fede», disse: «che non venga meno la tua fede», ed aggiunse «una volta ravveduto», solo dopo queste due premesse lo esortò dicendo «conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-33], ma di questo tratteremo appunto più avanti …

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I

LA VERITÀ E LA SINDROME DI PONZIO PILATO: QUANDO UNA VERITÀ PUÒ SALVARE UN’ANIMA E QUANDO INVECE POTREBBE DANNARLA IN ETERNO 

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Altra cosa sulla quale interrogarsi seriamente è il concetto di verità. È ovvio che bisogna dire la verità, noi pastori in cura d’anime in modo del tutto particolare, che della verità siamo servi devoti e annunciatori fedeli, purché la verità produca frutto e generi salvezza. Di conseguenza quando si parla e, parlando, ci si espone senza esitazione anche alle peggiori ire, è fondamentale interrogarsi sul modo stesso di dire e di annunciare la verità, perché una verità espressa male o presentata in modo inadeguato perde efficacia, ed in quel caso sia la missione dell’annuncio sia il rendere giustizia alla verità, si traduce in un grande fallimento, se non peggio in un danno. Drammatiche e più che mai attuali suonano quindi le parole di Cristo Signore riportate dal Beato Apostolo Giovanni che riferisce del suo colloquio con Ponzio Pilato al cui quesito Egli risponde: «[…] per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Udite quelle parole, Ponzio Pilato replica: «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 37-38].

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Se dunque da una parte Ponzio Pilato voleva conoscere ed appurare la verità, per altro verso egli, più che essere incapace a recepirla, non riusciva proprio a comprendere il concetto stesso di verità. Detto questo aggiungo: qualcuno pensa che oggi, quella che potremmo definire come la sindrome di Ponzio Pilato, sia forse estinta, grazie semmai alla neo-scolastica decadente e ad un neo-tomismo cristallizzato, polemico e aggressivo, posto che San Tommaso d’Aquino — quello autentico, s’intende —, cosa fosse la verità lo ha spiegato in lungo e in largo, sino a meritarsi i titoli di Doctor Angelicus e di Doctor Communis? Purtroppo, il neo-tomista cristallizzato, polemico e aggressivo, alla prova dei fatti ignora quanto oggi la verità sia molto più sconosciuta di quanto lo fosse ieri a Ponzio Pilato. Infatti, nella nostra decadente società post-moderna, vero e veritiero è solo ciò che i soggetti sentono e percepiscono a livello di pura soggettività emotiva; e curare siffatte metastasi col neo-tomismo, sarebbe come curare il cancro con le pillole omeopatiche del pensiero positivo che, oggi, costituisce una vera e propria pandemia socio-psicologica. Sicché, la triste realtà con la quale dobbiamo confrontarci — salvo rinchiudersi in caso contrario nel mondo dell’irreale —, è data dal fatto che la emotività ha sostituita quella verità che quel limitato soldato romano di Ponzio Pilano perlomeno non conosceva, o che non era in grado di conoscere, al punto da chiedere: «Che cos’è la verità?» [Gv 18, 38]. 

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Più che il concetto metafisico di verità in sé e di per sé, proverò allora a chiarire quelli che talvolta possono essere gli effetti od i risultati prodotti da una verità detta male od espressa peggio. Il tutto cercherò di raffigurarlo con tre diversi esempi: il primo, legato alla figura del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, i due successivi, legati ai casi di due diversi ammalati colpiti entrambi dal medesimo tumore al cervello. 

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Correva l’ormai lontano anno 1981 quando al Santo Pontefice Giovanni Paolo II in viaggio apostolico in Germania, nel corso di un colloquio privato avvenuto alla presenza di diversi sacerdoti e laici nella Città di Fulda, fu chiesto come mai non era stato rivelato il testo del Terzo Segreto di Fatima, che avrebbe dovuto essere reso pubblico nel 1960. Il futuro Santo Pontefice, ponendo sapientemente il dito sulla piaga della pruderie mediatica e mondana, della curiosità e della ricerca del sensazionalismo, dette questa risposta: 

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«[…] Molti vogliono sapere solamente per curiosità e gusto del sensazionalismo, ma dimenticano che sapere comporta anche una responsabilità. Si cerca soltanto l’appagamento della propria curiosità e ciò è pericoloso se si è convinti che nulla si può fare contro il male e se al tempo stesso non si è disposti a far qualcosa contro di esso» [Stimme des Glaubens, n. 10 del 1981, mia traduzione dal tedesco]. 

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Presupposto fondante della verità è la conoscenza, al quale segue la piena accettazione di questa conoscenza, ossia della verità. Si può reclamare la conoscenza della verità per pura curiosità morbosa, senza però assumersi tutte le responsabilità che la conoscenza della verità comporta? Se poi la verità è la più bella e preziosa delle gemme, come dimenticare il monito: 

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«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» [Mt 7, 6]. 

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E quanti sono oggi i porci che rivendicato il “diritto” ad avere le perle della verità, per poi calpestarle e voltarsi per sbranare chi improvvidamente gliel’ha date?

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Gli altri due esempi sono legati ad una patologia tumorale: il tumore al cervello. A breve tempo di distanza l’uno dall’altro ho conosciuto in passato i casi di due uomini affetti entrambi dallo stesso tumore al cervello, posizionato in modo tale da non renderlo operabile. Ma soprattutto, il tumore, fu ad entrambi diagnosticato quando le metastasi erano già diffuse, rendendo inutili le varie terapie, a partire dalla chemioterapia. Il primo di questi ammalati era un commerciante, marito e padre di tre figli. L’oncologo che diagnosticò il male gli spiegò in modo dettagliato quelle che erano le conseguenze di quel male incurabile nel vicino futuro, compreso lo stato di totale perdita della coscienza e la inevitabile riduzione allo stato vegetativo. Quest’uomo, presa coscienza che stava andando incontro alla morte e che prima del sopraggiungere di essa avrebbe perduto le proprie facoltà mentali, cercò di sistemare le sue cose pratiche e di stare il più possibile vicino alla moglie ed ai figli. Tornò anche a frequentare la Chiesa, dalla quale era latitante da molti anni, incontrò più volte un anziano confessore e tornò a ricevere i Sacramenti. Appena il male cominciò a degenerare domandò di ricevere la sacra unzione degli infermi, quando era sempre presente e lucido. Poi la malattia ebbe il corso che gli era stato spiegato, ed in grazia di Dio morì, lasciando un tenero ricordo alla moglie ed ai figli. 

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A poco tempo di distanza lo stesso oncologo diagnosticò il medesimo tumore ad un proprio collega, insigne chirurgo e docente universitario, illustrandogli allo stesso modo la impossibilità di intervenire chirurgicamente e la inefficacia della chemioterapia, a causa delle metastasi diffuse. L’insigne clinico, marito e padre di due figli, sapendo del male di cui doveva morire ed il modo in cui sarebbe morto, invece di tornare a casa si diresse con la propria automobile sul tratto autostradale dove si trova un ponte alto alcune centinaia di metri che collega un colle all’altro, parcheggiò la macchina di lato con le quattro frecce di posizione accese e si lanciò di sotto. Contrariamente al caso testé narrato, alla moglie ed ai figli non lasciò affatto un tenero ricordo, al punto che uno dei due figli, divenuto poi anch’esso chirurgo, ad un decennio di distanza dal suicidio del genitore mi disse: «Mio padre non è morto di tumore, è morto di vigliaccheria». 

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La stessa identica verità può produrre effetti e risultati del tutto diversi sulla base della diversità dei soggetti umani: che si tratti del solo prurito di voler sapere a tutti i costi per mondana e mediatica pruderie, o che si tratti di verità molto amare da accettare.

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II

«IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI» DINANZI AI QUALI I SERVI OPPORTUNISTI URLANO IERI COME OGGI «BARABBA, BARABBA!»

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Non ho mancato poi di manifestare tutta la mia umana sofferenza, per esempio quando mi sono ritrovato ad assistere all’opportunismo inimmaginabile di alcuni giornalisti cattolici, che semmai conoscevo e frequentavo da quasi vent’anni e che consideravo amici veri e sinceri. Quella è stata forse la mia sofferenza più grande. Non però, come qualcuno potrebbe pensare, per essere divenuti costoro più clericali di quanto di fatto non lo siano gli stessi chierici; queste sono cose e debolezze che si possono tranquillamente perdonare. Nei riguardi degli opportunisti bisogna infatti esercitare una certa indulgenza, perché spesso dietro all’opportunismo si celano solo profonda debolezza e senso di grande insicurezza. Il mio rimprovero — di conseguenza la mia profonda sofferenza —, non è stata mossa da questi peccatucci, ma da un peccato di inaudita gravità che compromette in questo genere di persone la carità cristiana stessa, perché costoro conoscono bene ed a fondo le storie quasi sempre tragiche dei pochi e buoni ecclesiastici che continuano a sopravvivere nella Chiesa, che non sono stati semplicemente maltrattati, ma esposti a delle autentiche torture psicologiche, che come sappiamo sono le peggiori, perché sempre e di rigore esercitate con la più crudele cattiveria.

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Mostrandosi totalmente indifferenti al dolore umano per ragioni dettate da cinico opportunismo, questi soggetti hanno negato ogni genere di difesa alla verità agendo nella totale indifferenza verso il sangue dei poveri innocenti. Questo li rende i moderni Giuda che baciano il Cristo per indicarlo ai soldati che devono arrestarlo [cf. Mc 14, 43-46], li rende la moderna turba che dinanzi alla domanda di Ponzio Pilato «Chi volete che rilasci, costui o Barabba?», sovrastando ogni altra voce urlano a squarciagola: «Barabba, Barabba!» [cf. Mt 27, 17-20]. E per queste cose, Dio non perde neppure tempo a condannarci all’Inferno, perché l’autostrada a sei corsie in rettilineo verso di esso se la sono spianata questi soggetti da loro stessi, se non si convertono, se non si pentono e se non fanno adeguata penitenza [vedere articolo di Ipazia gatta romana, QUI].

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Molte sono le cose alle quali abbiamo assistito nel corso degli ultimi cinque anni di storia della Chiesa, caratterizzati e segnati da un radicale e profondo sfacelo progressivo. Abbiamo scoperto d’improvviso amici di vecchia data come mai ce li saremmo immaginati, molti di noi hanno confidato loro dubbi e perplessità ad amici da lungo stimati ed amati, dai quali sono stati traditi e dagli stessi poi consegnati al moderno sinedrio col bacio di Giuda.

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III

LA NOSTRA GRANDE PROVA DI FEDE DINANZI A QUEL PASSAGGIO SCOMODO CHE A MOLTI SFUGGE: PRIMA DI DIRE A PIETRO «CONFERMA I FRATELLI NELLA FEDE» CRISTO DIO GLI DICE «UNA VOLTA RAVVEDUTO». E POCO DOPO, PIETRO, RINNEGA CRISTO DIO PER TRE VOLTE, TANTO SI ERA RAVVEDUTO …

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Spiegando il concetto del punto di non ritorno, in un recente articolo ho suggerito: «Dinanzi ad una Chiesa visibile affetta da una decadenza dottrinale e morale irreversibile, è necessario aprire quanto prima la banca del seme» [vedere articolo, QUI]. Mentre in un articolo pubblicato agli inizi di quest’anno 2019 scrivevo: «In questa terribile notte buia, per il nuovo anno 2019 il programma di lavoro è stato dettato a L’Isola di Patmos dal Beato Apostolo Pietro: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi” [I Pt 5, 8-9]» [vedere articolo, QUI]. In queste pagine che toccano temi diversi, dallo smarrimento dottrinale alla crisi morale, sino alla vera e propria apostasia che si palesa sempre più inquietante all’interno della Chiesa, usando le parole dei Libri Sapienziali spiegavo ai lettori:

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«[…] non ho né gettato la spugna sul ring di pugilato, né ho alzato bandiera bianca dinanzi al nemico, meno che mai da leone ruggente sono divenuto un castrato del Settecento barocco che canta con la voce di una soprano afona. Molto semplicemente, nel tracciare un piano di lavoro per l’anno nuovo, ho riflettuto sul fatto che:  “c’è un tempo per stracciare e un tempo per cucire, c’è un tempo per tacere e un tempo per parlare …” [cf. Ec 3, 1-8]. E oggi bisogna misurare bene, su che cosa parlare, per evitare che il parlare, ma soprattutto il denunciare ed il criticare, sia solo fine a se stesso, con il solo risultato di non scalfire minimamente gli accoliti di Satana, ma al tempo stesso disorientare però ancòra di più il Popolo di Dio molto sofferente e smarrito, che ha bisogno di essere sostenuto nella grande prova» [vedere articolo, QUI]. 

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Dopo questa lunga serie di spiegazioni, col richiamo alle parole di quest’ultimo articolo d’inizio gennaio 2019 eccoci giunti al cuore dolente della spiegazione; ed il cuore è quel cuore cattolico e sacerdotale sopravvissuto a più infarti, poi ad un ictus, ed oggi mantenuto in vita dalla grazia di Dio dopo un intervento di grande cardiochirurgia che lo ha salvato con l’applicazione di alcuni by-pass.

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Oggi, la Santa Chiesa, sta vivendo una crisi che non ha precedenti storici. In più storici e teologi abbiamo provato a individuare qualche precedente analogo, ma non siamo riusciti a individuare nella storia bi-millenaria della Chiesa nulla di simile. Possiamo tentare di fare raffronti col periodo dell’eresia ariana del IV e V secolo, o con il grande decadimento dei secoli IX e X, con la crisi morale e dottrinale del clero precedente la celebrazione del IV Concilio Lateranense sotto il pontificato del Sommo Pontefice Innocenzo III, oppure con la crisi più o meno analoga, caratterizzata anche da una spaventosa ignoranza diffusa nel clero, che precedette il grande Concilio di Trento celebrato sotto tre diversi pontificati nell’arco di diciotto lunghi anni. Ma sono tentativi di raffronto che non portano a nulla che possa essere simile a quanto oggi stiamo vivendo. Modestamente, da parte mia, per tentare un raffronto ho paragonato la nostra epoca a quella della grande decadenza e poi alla caduta dell’Impero Romano [vedere articolo, QUI]. Ammetto che anche dinanzi a questo paragone — come scrivo in questo articolo —, il raffronto storico e socio-ecclesiale regge in modo molto debole, al punto da trovarmi costretto ad affermare:

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«Siamo alla caduta dell’impero e tra non molti anni la Chiesa Cattolica come sino ad oggi l’abbiamo conosciuta e intesa non esisterà più; esisterà “altro”. Il nostro sistema ecclesiale ed ecclesiastico si è già sfasciato dall’interno, ed attualmente è in corso una inquietante trasformazione. Purtroppo, sia nel Collegio Episcopale sia nel Collegio Sacerdotale non abbiamo un numero neppure minimo di elementi in grado di fronteggiare questo progressivo decadimento» [vedere articolo, QUI].

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Per poi proseguire dicendo:

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«[…] in questa situazione senza precedenti, per analogia viene a mente la discesa dei barbari dal Nord dell’Europa. La profonda differenza, dinanzi a questa vaga somiglianza, è data dal fatto che i barbari si convertirono al Cristianesimo, ed anche grazie a loro la Cristianità fu salva e si diffuse tra le stesse popolazioni barbariche. E da che cosa furono colpiti i barbari? Cosa li spinse alla conversione? Presto detto: la loro conversione è legata a figure straordinarie di vescovi, presbìteri e monaci ai quali i barbari riconobbero tempra virile, coraggio, autorevolezza, quindi grande autorità. Loro, i barbari, che basavano e che reggevano tutto sulla forza, riconobbero la forza derivante dalla grazia di stato del carattere sacramentale del sacro ordine e quindi della grazia di Dio […] Dinanzi alla caduta del grande impero sotto i colpi della apostasia dalla fede, non si può né riparare i danni né tanto meno correre più ai ripari, si può solo salvare il salvabile, per poi ripartire domani da un piccolo nucleo sparuto sparso per il mondo a ricostruire sopra le macerie della grande devastazione. A quel punto, tra un paio di secoli, rinascerà una piccola Chiesa formata da pochi fedeli, che ripartendo da zero cercherà di spiegare agli uomini del mondo delle parole sconosciute di cui nessuno conoscerà più il vero significato: Natale, Gesù di Nazareth, Pasqua di Risurrezione, Ascensione, Pentecoste, Rivelazione, Redenzione, Grazia di Dio, Trinità, Immacolata Concezione … […] Il nostro processo di rinascita sarà però molto lungo, ed alla fine dell’opera produrrà solo un piccolo gregge di fedeli sparsi per il mondo, dando in tal modo pieno compimento alla parola del Verbo di Dio: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” [cf. Mt 18, 20]» [vedere articolo, QUI].

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Uno dei Padri de L’Isola di Patmos, Paolo Milani, lo specialista storico del nostro gruppo di presbìteri, ha pubblicato un articolo davvero illuminante nel quale fa richiamo anch’esso alla decadenza dell’Impero Romano con riferimento a vari autori e cronisti dell’epoca, dall’opera satirica di Giovenale che scriveva come il popolo «due sole cose ansiosamente desidera: pane e giochi circensi», per seguire con l’autore che annotava: «Roma moriva ridendo» [vedere articolo, QUI].

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Facendo un’analisi lucida e imparziale dell’attuale pontificato, bisogna anzitutto chiarire, come più volte ho fatto e scritto nel corso di questi ultimi quattro anni, che l’attuale Pontefice regnante, pur lungi dall’essere esente da difetti, a volte anche gravi, non è però il responsabile di certe derive che partono e che si sviluppano da lontano. Egli è solo l’erede, o meglio: l’erede ultimo. Il tutto l’ho chiarito con un esempio più volte ribadito in passato a sua giusta e legittima difesa:

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«[…] egli è solo l’ultimo dei clienti giunto nel ristorante e che appena varcata la soglia è stato aggredito dai camerieri che hanno preteso da lui il pagamento dei conti di tutti coloro che prima di lui avevano pranzato e cenato senza però pagare, ma lasciando fior di conti sospesi» [vedere articoli QUI, QUI].

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Certi ecclesiastici superficiali, talvolta mi hanno amabilmente richiamato dicendomi che verso il Sommo Pontefice avevo espresso critiche troppo severe. In modo del tutto contrario, i pochi ecclesiastici animati dalla sapienza di Dio che seguitano a sopravvivere, per quanto pochi, anzi purtroppo sempre di meno, hanno invece cólto dalle mie critiche tutt’altro elemento, capendo e quindi affermando: «Pochi, come te, difendono veramente il Sommo Pontefice».

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Interloquendo in passato con un amico di vecchia data, famoso vaticanista, che tentò di dirmi una volta, in modo pacato e amichevole, che in certe mie critiche rivolte a talune scelte pastorali del Sommo Pontefice scorgeva una certa arroganza, replicai e spiegai più volte:

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«Se dinanzi al Popolo di Dio confuso e smarrito voglio essere credibile, quindi difendere all’occorrenza in modo efficace il Sommo Pontefice, devo mettere anzitutto in luce i suoi difetti oggettivi. In caso contrario, se come fanno invece altri lo presentassi come il Pontefice più splendido e perfetto dell’intera storia della Chiesa, sino a negare l’evidenza stessa dei fatti, a quel punto, quando poi corressi in difesa della sua sacra persona e del suo alto ufficio apostolico, non sarei credibile e soprattutto non sarei minimamente ascoltato dai Christi fideles».

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Posso infatti non solo testimoniare, ma provare in qualsiasi momento che tutte le volte che nell’adempimento del mio ministero apostolico ho spiegato ai fedeli la indiscutibile legittimità del Pontefice regnante e il senso di filiale e devota obbedienza che in ogni caso è a lui dovuta, i fedeli mi hanno sempre prestato ascolto, mossi anzitutto da questa certezza:

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«Se ce lo dice costui, che all’occorrenza non ha esitato a criticare con durezza certe scelte pastorali del Santo Padre e certe sue espressioni infelici, allora vuol dire che ciò è vero e che questo prete ci dice il giusto, perché è imparziale e quindi intellettualmente onesto».

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Tutte le volte che in seguito a questa mia opera ho ricevuto varie attestazione di fedeli che mi hanno detto «se non avessi seguito il tuo consiglio e se non avessi collocato nella giusta luce il Sommo Pontefice, oggi sarei fuori dalla Chiesa Cattolica», dentro di me ho sempre detto: stasera, alla recita della Compieta, posso dire con particolare serenità le parole tratte dal cantico del santo e saggio Simeone «Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace, quia viderunt oculi mei salutare tuum. Quod parasti ante faciem omnium populorum: lumen ad revelationem gentium, et gloriam plebis tuae Israel» [Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele].

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Non so se questo amico di vecchia data, per il quale poi ho molto sofferto in seguito, abbia capito il tutto, a partire dalla mia onestà umana e sacerdotale in tal senso, pagata sempre e di rigore ad elevato prezzo con il gruppo degli innocenti condannati al macello. Infatti, la sua apparente difesa a tutti i costi del Sommo Pontefice, soprattutto contro l’evidenza stessa dei fatti, sino al vero e proprio ricorso alla falsificazione, si è infine rivelata finalizzata al raggiungimento di un posto e di un ruolo di alto rilievo istituzionale all’interno della Santa Sede, per giungere al quale non ha esitato ad affermare senza pena alcuna di ridicolo che Caligola aveva il cuore più tenero di San Filippo Neri, che Agrippina ed Aspasia erano più vergini delle Sante martiri della purezza Agnese e Cecilia, che Stalin era il grande fondatore dello stato liberal-democratico …

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Sotto i pontificato del Santo Pontefice Giovanni Paolo II e del Venerabile Pontefice Benedetto XVI, che pure non sono stati esenti né da errori di governo né da scelte rivelatesi poi persino letali negli anni successivi, abbiamo vissuto la nascita di tante belle amicizie cristiane e sacerdotali; ci siamo uniti in tanti valori, scopi e missioni comuni, pur nelle nostre diversità umane e intellettuali. All’interno della Chiesa si parlava e si dibatteva, a volte in modo anche acceso, ma restando nella sostanza uniti dall’essere comunque il cristiano e cattolico Popolo Santo di Dio, il Collegio Sacerdotale ed il Collegio Episcopale, liberi di parlare e di servire la Chiesa. Ciò perché, sulla Cattedra del Beato Apostolo Pietro, c’erano uomini tutt’altro che perfetti, incluso Giovanni Paolo II, oggi venerato santo per la eroicità delle sue virtù; eroicità che non hanno però mai implicata la perfezione. E questi Sommi Pontefici hanno custodito con sapiente gelosia l’unità della Chiesa. Sotto gli ultimi due pontificati, la Santa Chiesa ha conosciuto la massima pluralità, anzitutto nelle nomine episcopali, posto che i vescovi sono il cuore motore del Corpo della Chiesa, assieme ai loro presbìteri. Nelle varie conferenze episcopali, in quei tempi si radunavano vescovi che erano — per usare dei termini del tutto impropri tratti dal lessico dei giornalisti e non da quello degli ecclesiologi —, delle personalità conservatrici, altri personalità progressiste, altri personalità ultra progressiste. E tutti, uniti dal fine comune, erano parte viva e attiva del Collegio Episcopale. Ebbene, dopo avere esaminata la realtà che brilla oggi sotto i nostri occhi, domandiamoci a che cosa è ridotto in linea di massima l’episcopato, a partire da quello italiano. È ridotto a degli emulatori che scimmiottano quella esotica pastorale scissa dalla dottrina e posta al di sopra della dottrina stessa. Le omelie dei vescovi sono un fiorire penoso di luoghi comuni su una idea surreale di poveri e di povertà, seguite da altrettanta idea surreale del fenomeno migratorio. I vescovi hanno ormai abdicato l’annuncio del Santo Vangelo, per dedicarsi a fare i politicanti ed i socio-politologi. E tutto questo, io lo dico e lo scrivo da anni, sempre a mio rischio e pericolo. Ecco perché ho accolto come preziosa rugiada quanto di recente ha espresso e chiarito con profonda amarezza il Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, Cardinale Gerhard Ludwig Müller, riguardo i vescovi che anziché annunciare il Santo Vangelo fanno i politicanti [vedere articolo, QUI].

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Perché, durante i passati incontri, i vescovi non esitavano a discutere su certe scelte pastorali del Sommo Pontefice Giovanni Paolo II e del Sommo Pontefice Benedetto XVI, mentre oggi, in questo clima di cosiddetta grande apertura pastorale, di apertura verso il dialogo, la collegialità, l’accoglienza delle diversità, l’includenza e via dicendo a seguire, nessuno osa fare mezzo sospiro contrario? Lo sappiamo perché nessuno osa proferire un sospiro contrario, ma in ogni caso lo ricordo: perché oggi nella Chiesa regna un terrore paragonabile a quello del regime venezuelano di Nicolas Maduro ed a quello boliviano di Evo Morales e perché si è instaurato un vero e proprio regime dopo un colossale golpe. E che nella Chiesa fosse in atto un colossale golpe, io lo scrivevo e lo spiegavo nel 2010, sempre a mio rischio e pericolo, s’intende.

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Un esempio per così dire eclatante: in un mio libro scritto tra il 2008 e il 2010 e pubblicato a inizi 2011, oggi in procinto di essere ristampato dalle nostre edizioni, facevo anche lunghe e approfondite analisi sulla «omosessualizzazione della Chiesa» e spiegavo che coloro che tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento capeggiavano all’interno dei seminari la pia confraternita dei gay, non solo erano diventati preti, ma che uno dietro all’altro stavano diventando vescovi. Ebbene, sappiate che diversi di quei prelati che oggi sono stati chiamati a risolvere il problema della epidemia gay esplosa infine pubblicamente all’interno del clero, nove anni fa mi accusavano d’aver usata una «inaccettabile definizione ed espressione altamente blasfema» per avere scritto che «nella Chiesa è scoppiato un autentico nubifrocio universale, ma che nessuno se ne voleva accorgere» [cf. E Satana si Fece Trino, 2011, opera in ristampa]. Infatti, gli stessi che ieri negavano l’esistenza del problema e che se la prendevano con me che invece cercavo di sbatterglielo sotto gli occhi questo problema mefistofelico, oggi sono coloro che per ridicolo paradosso, il problema, sono stati chiamati a risolverlo (!?), dopo avere protetto eserciti di preti omosessuali ed avere favorita la promozione alla dignità episcopale di alcuni tra i peggiori di essi e dopo averne inseriti numerosi altri negli uffici della Curia Romana. Oggi hanno infine scoperto l’acqua calda, mentre io, anni e anni fa, già mettevo in guardia sul fatto che nella Chiesa era in atto un golpe omosessualista [vedere questo articolo del 2013, QUI].

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È un fatto, non un giudizio ingeneroso e irriverente: oggi, l’elemento di divisione, per indicibile paradosso, prende proprio vita da quel vertice della Santa Chiesa che dell’unità è custode. Oggi, a originare confusione in materia di dottrina e di fede, pare essere proprio colui al quale è stato dato da Cristo Dio il mandato di «confermare i fratelli nella fede» [cf. Lc 22, 32]. E anche a tal proposito, dibattendo tempo fa con un teologo specializzato a tagliare le frasi dal contesto per supportare le proprie interpretazioni ed elevarle così a rango di dogma di fede, ricordai che Cristo Dio, a Pietro, prima di esortarlo a «confermare i fratelli nella fede», lo ammonisce dicendo:

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«Simone, Simone, ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-32].

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La Parola di Dio è chiara nel mettere anzitutto in guardia dalle insidie di Satana, alle quali Pietro non è esente, semmai è persino più esposto di tutti gli altri. Poi si prega affinché non venga meno in Pietro la fede e, soprattutto, si chiarisce: «una volta ravveduto». Solo dopo questo chiaro invito al ravvedimento, Cristo Dio dice a Pietro «Conferma i tuoi fratelli nella fede», sempre con buona pace di chi salta a piè pari tutti questi passaggi fondamentali, per enunciare in modo de-contestualizzato e nei concreti fatti del tutto falsante e quindi falso, che Pietro ha ricevuto mandato di «confermare i fratelli nella fede», punto e basta! Certo che lo ha ricevuto questo mandato, ma a tutti i precedenti moniti che precedono questo invito a confermare, che fine gli facciamo fare, o meglio: come intendiamo leggerli? E dopo che Pietro ricevette questo mandato, non trovò forse di meglio da fare che rinnegare Cristo per tre volte? E ricordiamo anche il modo, in cui Pietro rinnegò il Cristo: lo fece «giurando» e poi, arrabbiandosi, anche «imprecando» [cf. Mc 14, 66-71]. E detto questo è bene rammentare che Pietro, il proprio mandato, non lo ricevette in seguito all’elezione avvenuta all’interno di un conclave di cardinali, perché il suo mandato Pietro lo ricevette da Cristo Dio in persona.

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Chiunque parta dalle grandi speculazioni metafisiche e teologiche per annegare infine, dinanzi a problemi imprevisti, mai verificatisi nella storia della Chiesa e quasi impossibili da risolvere, nel lago del cieco fideismo acritico, ha scelto purtroppo in tal modo di sprecare la propria vita, offrendo una visione falsa e falsante della fede, il tutto per difendersi dai propri fantasmi ma soprattutto per avere e per dare una risposta a tutti i costi e costi quel che costi, sino a falsare il Santo Vangelo tagliando da esso frasi che, prese e isolate dall’intero contesto, divengono una grande menzogna per opera di certi falsari, proprio come la frase tagliata e de-contestualizzata: «Conferma i tuoi fratelli nella fede» [Lc 22, 31-32]. In tal caso dobbiamo provare santa invidia per gli analfabeti, per coloro che ignorano l’esistenza di Aristotele, che non sanno che cosa sia la scolastica, che non hanno mai sentito nominare Sant’Anselmo d’Aosta e San Tommaso d’Aquino, ma che con mezza Ave Maria recitata male con atto di semplice e grande fede, finiranno nel Paradiso, mentre noi, ai quali è stato dato il bene dell’intelletto e della scienza, se intelletto e scienza li abbiamo usati per falsare e falsificare la Parola di Dio e per tentare in tal modo di manipolare il Popolo di Dio, proprio perché Dio è misericordioso finiremo nel Purgatorio sino al giorno del giudizio universale.

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Con questo è presto detto quanto oggi il Popolo di Dio, assieme ai suoi Vescovi e Sacerdoti, debba più che mai proteggere Pietro, allontanare da lui le insidie di Satana e pregare per il suo ravvedimento, affinch’egli possa poi procedere all’adempimento del mandato a lui conferito da Cristo Dio, che è quello di confermare i fratelli nella fede. E chiunque, Vescovo o Sacerdote, che dinanzi a questa realtà così evidente sceglie di rinchiudersi nel pavido silenzio dettato da ragioni di personale opportunismo, dovrebbe tenere conto che «il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli» [Lc 12, 46]. E noi, Vescovi e Sacerdoti, non ce la potremo cavare dinanzi al giudizio di Dio attraverso il beneficio della non conoscenza o dell’ignoranza inevitabile, come il povero servo che, pur non conoscendo la volontà del padrone «avrà fatto cose meritevoli» e «di percosse ne riceverà poche» [Lc 12, 48]. A noi, Vescovi e Sacerdoti, che tanto abbiamo ricevuto da Dio in doni di grazia, Cristo Signore ci ammonisce: «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» [Lc 12, 48].

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Per collocare poi il tutto alla luce della vera misericordia, resti chiaro che nessuno è obbligato a essere eroe, come nessuno è obbligato ad accettare il martirio, che non a caso rientra nei doni particolari. Dio può offrire all’uomo la possibilità e il dono di morire martire per la fede, ma egli può non accettare il tutto, senza compromettere la salute eterna della propria anima. Il Beato Apostolo Paolo ci viene poi incontro spiegando:

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«Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza discuterne le esitazioni. Uno crede di poter mangiare di tutto, l’altro invece, che è debole, mangia solo legumi. Colui che mangia non disprezzi chi non mangia; chi non mangia, non giudichi male chi mangia, perché Dio lo ha accolto» [Rm 14, 1-3].

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Anche questo monito paolino necessita d’essere letto e poi compreso per ciò che veramente trasmette: il debole nella fede, o colui che non mangia o che può cibarsi solo di legumi, non può — né mai deve essergli permesso —, di aggredire con spirito distruttivo chi è forte nella fede, né può sottrarre cibo a chi può nutrirsi, a chi si nutre ed a chi ha bisogno vitale di nutrimento.

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Se pertanto Pietro, per paradosso o per prova di fede a noi data dalla misericordia divina, anziché essere punto di unità finisse con l’essere elemento usato come punto di divisione, in quel caso più che mai bisogna essere uniti a Pietro, al quale oggi è necessario dare prova della nostra fedeltà alla Chiesa attraverso la nostra fede. Il Pontefice regnante, nella situazione che si è creata e della quale lui per primo è prigioniero con tutte le vaghezze e le ambiguità lessicali e dottrinali del caso, non può essere in alcun modo aiutato dalle nostre critiche, comprese quelle basate sulla pura verità dei fatti, perché in questa situazione di decadenza degenerativa non servono più a niente, ma soprattutto non possono produrre niente. Però, prima o poi, egli potrebbe essere invece toccato e indotto al ravvedimento dalla nostra fede, dopo che noi, con le nostre opere — non con le nostre critiche ormai inutili —, gli avremo mostrata la nostra fede [II Gc 1, 18].

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L’attuale pontificato può essere interpretato solo alla luce della più profonda mistagogia. Questo momento è a suo modo un grande dono di grazia, perché forse Dio, dopo gli immani disastri da noi operati per generazioni, sta mettendo alla prova la nostra fede proprio attraverso una Cattedra di Pietro che a volte sembrerebbe traballare dopo essere stata corrosa dai tarli. Per generazioni, abbiamo voluto giocare a rendere tutto quanto opinabile, instabile, insicuro e relativo; forse Dio sta cercando di farci ravvedere mostrandoci i frutti di questo processo degenerativo antico ormai di un secolo, palesando l’opinabile, l’instabile, l’insicuro ed il relativo nella stessa Cattedra di Pietro. Pertanto, la nostra domanda, non dovrebbe essere quanto o se l’attuale Pontefice sia o non sia un buon Pontefice, perché altro dovrebbe essere il nostro quesito: noi, nel corso di tutti gli ultimi decenni di storia, che cosa abbiamo fatto per meritarci un Pontefice Magno? E se Dio ci stesse misericordiosamente ripagando con le stesse monete che da tempo noi stiamo spendendo, per indurci al pentimento, alla remissione dei nostri peccati ed alla nostra vera conversione?

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Oggi molti figli soffrono, sentendosi non accuditi da un padre premuroso. Imputano al padre la responsabilità di non proteggere la madre e di non accudire a dovere la famiglia, di seminare tra i propri figli rancóri e liti, anziché tenerli uniti in amorevole armonia. Poniamo che questo sia purtroppo il padre, cosa fare: attaccarlo, o forse rinnegarlo? Nessun figlio può negare il dato di fatto che il padre che lo ha generato sia suo padre, a prescindere da tutti quelli che potrebbero essere i suoi peggiori demeriti. Volendo, in casi di necessità, il figlio può mantenersi distante dal padre e vivere come se il padre non esistesse, ma senza mai distruggere la figura del padre e la legittimità del padre stesso.

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In questo consiste la prova di fede: mantenere integra la figura del padre e proteggerla, affinché questo legittimo ruolo possa essere ricoperto domani da un padre sapiente e premuroso. Coloro che invece sbraitano contro la presunta «vigliaccheria» ed il «vergognoso silenzio dei pochi buoni vescovi e cardinali che ci restano e che tacciono», possibile non si rendano conto che il loro grido insensato alla guerra contro il padre comporterebbe solo la inevitabile distruzione di tutto l’intero nucleo familiare?

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IV

IL PARADIGMA DEL TITANIC CHE AFFONDA, SUL QUALE IN POCHI PENSANO ALLA SALVEZZA DELLE PROPRIE ANIME

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Nel corso di questi ultimi anni, parlando e scrivendo ripetutamente sulla crisi della Chiesa, che come ogni grande crisi diviene irreversibile al momento in cui si è superato il punto di non ritorno, a partire dal 2014 ho fatto riferimento per più volte al paradigma del Titanic, affondato nell’anno 1912 [vedere QUI]. Usando l’immagine del Titanic colpito dall’iceberg ho scritto vari articoli nei quali sono state spiegate e indicate le priorità alle quali dedicarsi in simili momenti di emergenza dinanzi alla catastrofe immane. Oggi, noi Vescovi e Sacerdoti, siamo sul Titanic che imbarca acqua nelle stive dopo essere stato colpito dall’iceberg. Dinanzi a questa tragedia immane, diverse sono le reazioni, ve ne offro una realistica panoramica. Per esempio: ci sono coloro che essendo assurti in alti ruoli dirigenziali nella compagnia navale White Star Line, si muovono per i vari saloni del transatlantico dicendo che non è vero ch’esso sta imbarcando acqua e che rischia di affondare, ma che è tutta quanta una colossale menzogna messa in giro dai nemici della società navale e da coloro che odiano il capitano, il quale ha un solo ed unico difetto: quello di essere semplicemente e totalmente perfetto.

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Ci sono poi le persone indifferenti dentro il salone delle feste — tipo gli inquilini sempre più surreali dei palazzi della Curia Romana, per intendersi —, che seguitano a festeggiare come se nulla fosse, convinte che questo transatlantico così perfetto non potrà mai affondare; e che se proprio affondasse, la faccenda riguarderebbe quelli che si trovano ammassati nelle stive della terza classe.

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Seguono poi coloro che, consapevoli che il transatlantico sta affondando e che la gran parte dei passeggeri moriranno da lì a breve, incominciano a criticare i cantieri di Liverpool dove il Titanic è stato costruito, mentre altri replicano con critiche rivolte al capitano, a loro dire vero responsabile, non avendo dato ordine di virare per il verso giusto dopo l’avvistamento dell’iceberg. Alla discussione seguono le divisioni in fazioni e gruppi ed i conseguenti litigi, sino a coloro che cominciano a sostenere che il capitano in verità non è il vero capitano e che in realtà non è mai stato nominato, perché il vero capitano era quello che, per una congiura di massoni britannici in combutta con la Mafia del Galles ostile alla compagnia navale, è stato costretto ad andare in pensione anticipata. Nel mentre il livello dell’acqua sale, ma a costoro poco interessa, anzi non interessa proprio niente, giacché ciò che a loro preme è stabilire di chi è la colpa, come mai e perché. E sorvoliamo sui “maestri della logica” che tentano di spiegare che se l’iceberg ha colpito la nave questa non può affondare, il tutto per il semplice fatto che il capitano non può sbagliare mai ed in alcun caso, qualsiasi genere di manovra faccia.

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Infine ci siamo noi, memori che il capitato è stato indotto a spingere i motori al massimo per battere ogni primato di traversata e poter giungere prima di tutti gli altri precedenti transatlantici nel porto di New York, quindi consapevoli dell’affondamento in corso, al quale si aggiunge il fatto che le scialuppe di salvataggio non sono sufficienti per tutti e che coloro che finiranno in mare, pur sapendo nuotare, non sopravvivranno all’arrivo dei soccorsi, una volta immersi ad una temperatura di zero gradi nelle acque gelide. E in questo, noi uomini di fede, scorgiamo la concretizzazione del monito:

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«Larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Così, anziché perdere tempo a discutere sulle scelte di navigazione volute o imposte al capitano, od anziché discutere sui materiali di costruzione del transatlantico, od anziché rassicurare che il capitano non può mai e ad alcun titolo sbagliare manovra, ci muoviamo tra le stive con l’acqua che sta salendo sempre più, invitando uomini e donne al pentimento ed alla purificazione dai peccati, recitando di testa in testa l’assoluzione plenaria in articulo mortis:

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«Ego, facultate mihi ab Apostolica Sede tributa, et remissionem omnium peccatorum tibi concedo. In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti» [Per le facoltà a me concesse dalla Sede Apostolica, io ti concedo la remissione da tutti i tuoi peccati. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo].

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E intanto che gli aristocratici ed i membri dell’alta borghesia di ieri e di oggi, seguitano a compiacersi della compagnia navale White Star Line nel salone delle feste ed a considerare il piroscafo assolutamente inaffondabile, noi  seguitiamo a recitare di fedele in fedele:  «Ego te absolvo …». Fino a che l’acqua non ci avrà sommersi per consegnarci purificati, attraverso questo segno sacramentale del Battesimo — l’acqua —, al premio della vita eterna.

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Ecco, i miei amati e stimati confratelli de L’Isola di Patmos ed io, abbiamo scelto, come devoti sacerdoti di Cristo, di operare per la salvezza dei Christi fideles sino al nostro annegamento; e se dobbiamo annegare, intendiamo annegare pronunciando la formula sacramentale: «Ego te absolvo …» fino a che l’acqua non ci avrà sommersi ed il nostro corpo mortale trasformato a immagine del corpo glorioso di Cristo [cf. III Preghiera Eucaristica, memoria dei defunti].

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V

NON ESISTE ALTRA STRADA SE NON L’OBBEDIENZA A PIETRO, SPECIE QUANDO OBBEDIRE PUÒ ESSERE DOLOROSO. LA GRANDE LEZIONE DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI SULL’OBBEDIENZA E LA FEDELTÀ

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La storia del Sommo Pontefice Benedetto XVI è tutta quanto ancóra da scrivere, ma soprattutto da conoscere, perché noi non conosciamo le vere ragioni del suo atto di rinuncia. Sappiamo solamente che è stato un atto libero, valido e del tutto legittimo. È lui stesso che lo ha spiegato ripetutamente. Le ragioni oggi ignote, che forse un giorno emergeranno, forse tra del tempo o forse tra molto tempo, non renderanno invalido il suo atto e meno che mai la valida elezione del suo legittimo Successore.

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Purtroppo, mentre tutti si interrogano su questioni più o meno fantasiose, avanzando ipotesi perlopiù surreali, nessuno coglie la solenne lezione data a noi tutti dal Sommo Pontefice Benedetto XVI, che è questa: egli si è allontanato dalla Città del Vaticano prima dell’apertura del Conclave, affermando già prima della sua elezione la propria «incondizionata obbedienza» al proprio successore. Poco dopo, al suo Successore eletto che lo ha chiamato per annunciargli lui di persona la propria elezione, ha detto: «Santità, fin d’ora io vi prometto la mia totale obbedienza e la mia preghiera». E se il Venerabile Pontefice Benedetto XVI, il cui ministero, eccezionalmente, anziché cessare con la sua morte è cessato con un suo libero atto di rinuncia, ha professato con simile fede e totalità la propria obbedienza al suo Successore, noi, non dovremmo forse seguire il suo esempio e fare altrettanto, anziché polemizzare, sollevare questioni assurde e ridurre questo gesto di straordinaria portata storica ad uno squallido chiacchiericcio internetico condìto con l’olio ed il sale della fantascienza e del complottismo?

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È contemplato un unico caso nel quale un presbìtero deve, non solo disobbedire al vescovo, ma è proprio tenuto a farlo: solo nel caso in cui il vescovo imponesse o comandasse al presbìtero cose contrarie al Santo Vangelo, al depositum fidei ed al magistero perenne della Santa Chiesa. Più volte, nel corso di questi ultimi anni, ho spiegato e ribadito che nessuno di noi, nel corso di un atto solenne tal è la consacrazione di un sacerdote mediante il Sacramento dell’Ordine, ha mai promesso che il vescovo gli sarebbe rimasto sempre simpatico o che lo avrebbe sempre stimato. Tutti noi, dinanzi ai presbìteri presenti ed al Popolo di Dio abbiamo promesso pubblicamente al vescovo filiale rispetto e devota obbedienza. Questo è ciò che al vescovo dobbiamo: filiale rispetto e devota obbedienza. Nessun presbìtero ha mai promesso che sarebbe stato un perfetto ruffiano o che si sarebbe cimentato nell’arte del culum lingere, per usare un eufemismo poetico di Valerio Gaio Catullo [Carmen 97, alla lettera: “leccare il culo”].

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Mi disse una volta un vescovo in tono stizzoso: «Tu sembri non perdere occasione per mostrare la tua pressoché totale mancanza di stima nei miei riguardi». Detto questo, già prima di proseguire ci tengo a precisare che costui non era uno dei due vescovi dalla cui giurisdizione sono sino ad oggi canonicamente e felicemente dipeso. Rimanendo alquanto perplesso risposi: «Vostra Eccellenza vuole indicarmi quale legge ecclesiastica o quale solenne promessa preveda che un presbìtero debba stimare un vescovo? All’autorità del vescovo io obbedisco, perché l’obbedienza gli è dovuta ed io gliel’ho promessa solennemente. Invece, per quanto riguarda la stima, quella non gli è dovuta, pertanto, se il vescovo la vuole, per quanto mi riguarda se la deve meritare e guadagnare».

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Inutile a dirsi: se nella dimensione di vita sacerdotale, che è inserita in una precisa struttura gerarchica sacramentale, subentra il tarlo emotivo “non mi piace quindi non obbedisco”, oppure “non mi piace quindi non lo riconosco come autorità”, a quel punto la Chiesa, raffigurata nella simbologia come una barca guidata da Pietro, potrebbe in tal caso colare tranquillamente a picco senza neppure dover sbattere su un iceberg come il Titanic.

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Non esiste altra strada, se non l’obbedienza a Pietro, unitamente alla nostra preghiera affinché egli si ravveda, ed una volta ravveduto adempia a quello che è il suo principale ed alto ministero apostolico: «Conferma i fratelli nella fede». Nel mentre noi, in questo clima nel quale la divisione e la disunione pare prendere vita proprio dalla figura di Pietro stesso, dobbiamo più che mai unirci in una sorta di lega santa e tenere sempre ben chiare a mente le parole del Beato Apostolo Paolo:

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«Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» [Gal 5, 15].

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Il Popolo di Dio smarrito e disorientato, non ha bisogno dei litigi scatenati dai blogger in cerca di follower; ha bisogno di santi pastori in cura d’anime e di laici impegnati nella diffusione delle verità evangeliche, che ripartano dagli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, come noi Padri de L’Isola di Patmos andiamo dicendo da anni e come di recente ha ribadito il Cardinale Gerhard Ldwig Muller nella piena consapevolezza che la Chiesa sta vivendo una profonda crisi morale e dottrinale [vedere articolo, QUI]. Questa è la nostra missione, basata sull’esortazione del Beato Apostolo Giovanni:

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«E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me» [Gv 17, 22-23].

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Cercate dunque, cari Fedeli e cari Lettori, delle isole sicure nelle quali si annunci e si trasmetta la rivelazione. Non saltate a nutrirvi di polemiche, di critiche sterili e di cosiddetti scoop surreali in giro per i vari blog inattendibili che brulicano sulla rete telematica, molti dei quali non riportano neppure i nomi dei responsabili o di chi scrive certe assurdità, per non parlare dei gravi insulti rivolti al Pontefice regnante ed a quei vescovi e cardinali dai quali, queste persone che non si presentano neppure con la propria faccia ed il proprio nome, pretenderebbero però atti di “eroica ribellione”, inconsapevoli che ribellarsi a Pietro comporterebbe la tragica distruzione della Chiesa stessa.

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Quanti di voi agiscono a questo modo danneggiano sé stessi, la loro fede e la Santa Chiesa. Anzi, per il servizio di tutela pastorale e dottrinale che da anni noi vi offriamo sulle colonne di questa nostra Isola di Patmos, cercate di offrire anche il vostro sostegno ed il vostro contributo economico, perché come sapete il nostro lavoro ha purtroppo dei gravosi costi vivi di gestione, oltre al fatto che:

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«Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all’altare, dall’altare ricevono la loro parte? Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo» [I Cor 9, 13-14].

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I buoni pastori, se tali veramente sono, vanno soprattutto e anzitutto sostenuti, sia seguendoli, sia contribuendo alle necessità utili per adempiere la gravosa opera del loro ministero apostolico. E i buoni pastori, sono anzitutto coloro che lavorano nella Chiesa e per la Chiesa, con Pietro e sotto Pietro, a tutela della Chiesa e del Popolo Santo di Dio. Chi invita a ribellarsi al padre ed a distruggere la figura del padre, o peggio a rinnegare il padre, purtroppo non ha capito nulla del mistero della salvezza, perché questo mistero non si realizza attraverso i sentimentalismi emotivi, ma attraverso quell’obbedienza che porta infine alla croce:

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« […] apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre»

[Fil 2, 7-11].

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Se però qualcuno conosce altre vie diverse dalla croce indicata da Cristo Signore per conseguire la salvezza, che me le indichi, perché purtroppo, sino ad oggi, a me sono del tutto sfuggite. Anche perché quando il vescovo, consacrandomi sacerdote, mi ha consegnato il libro dei Santi Vangeli per annunciare il mistero della redenzione, ed il pane ed il vino offerti dal Popolo Santo di Dio per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, può essere che io non abbia proprio capito che cosa dovevo fare e come lo dovevo fare? O devo forse farmi istruire a svolgere correttamente il sacro ministero ed a predicare adeguatamente il Santo Vangelo, dai blogger anonimi che spargono litigi, odi e veleni nella rete telematica? Devo forse farmelo spiegare dagli internauti furibondi che aggrediscono il Pontefice regnante su siti e blog, in modo quasi sempre e di rigore anonimo, salvo però reclamare l’eroismo degli altri, a loro dire colpevoli di non ribellarsi pubblicamente a Pietro? 

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Allora, cari Fedeli e cari Lettori, posto che un pastore in cura d’anime, fosse pure un sacerdote molto difettoso e limitato, rimane comunque per grazia sacramentale sempre più attendibile e affidabile di un blogger più o meno anonimo con una visione del tutto distorta e fantasiosa di Chiesa e di dottrina cattolica, come vi espressi agli inizi di quest’anno [vedere articolo QUI], fate tesoro e seguite con cristiano scrupolo e all’occorrenza con sacrificio il monito del Beato Apostolo Pietro:

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«Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. E quando apparirà il pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.  Ugualmente, voi, giovani, siate sottomessi agli anziani. Rivestitevi tutti di umiltà gli uni verso gli altri, perché Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, perché vi esalti al tempo opportuno, gettando in lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi. Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. E il Dio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, egli stesso vi ristabilirà, dopo una breve sofferenza vi confermerà e vi renderà forti e saldi. A lui la potenza nei secoli. Amen!» [I Pt 5, 1-11].

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A chi poi questo non fosse chiaro, malgrado tutte le più precise e lucide spiegazioni offerte, in tal caso può sempre ritirarsi in compagnia di Ponzio Pilato e passare la propria vita a domandarsi con lui: «Che cos’è la verità?»  [Gv 18, 37-38]. E intanto che i cani abbaiano alla luna, la carovana passa … [antico proverbio arabo], ed assieme alla carovana passa anche la possibilità di entrare nel mistero della  salvezza, come narra la parabola delle vergini stolte, che quando giunse infine lo sposo, furono lasciate fuori dalla porta [cf. Mt 25, 1-13]. E fuori da Cristo «porta delle pecore» [Gv 10, 7], c’è la «fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti» [Mt 13, 42].

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dall’Isola di Patmos, 16 febbraio 2019

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About isoladipatmos

8 thoughts on “La grande decadenza e «Il silenzio degli innocenti». Quando per proteggere la madre e la famiglia i figli devono superare la grande prova di fede: vivere e soffrire come se il padre non esistesse, ma senza mai dimenticare che egli rimane sempre il legittimo padre

  1. Caro Padre,

    seguo regolarmente l’Isola di Patmos ma non mi sono mai permesso d’intervenire non essendo in grado di dire nulla di utile. Ne sutor ultra crepidam. Questa, però, gliela voglio raccontare, anche se riguarda un dettaglio secondario del suo prezioso intervento, così vasto e complesso. Il papà del più caro amico della mia adolescenza lavorava nel cinema come tecnico, ai tempi dello splendore di Cinecittà, e collaborò con tutti gli autori più noti. Una volta ci raccontò scandalizzato che quel regista, proprio quello che trasformò i primi seguaci di San Francesco in un gruppo di effeminati sculettanti, gli aveva fatto la seguente dichiarazione: «Noi omosessuali siamo considerati anormali perché siamo in minoranza, ma quando saremo in maggioranza gli anormali sarete voi».
    Affermazione che all’epoca mi sembrò assurda. Ma lascio a lei e ai lettori del sito immaginare quante volte, con crescente frequenza, mi sia capitato di ripensarci negli oltre quarant’anni trascorsi.

  2. Tutte le vie dichiarano che porteranno alla salvezza o alla liberazione. Molte di esse propongono itimerari che già durante il corso della vita consentono di raggiungere determinate stazioni spirituali dalle quali più non si scende e non si torna indietro, perchè lo spirito si è fissato permanentemente nel cuore e l’anima sperimenta il distacco dal corpo, la dismissione della tunica di pelle o detto altrimenti la sua morte
    E’ stato scritto in un’altra via:
    “Nessuno può conserguire la via della gioia interiore
    eccetto colui il quale segue la via dell’amato di Dio”
    Credo che tra i percorsi quello proposto da dNajm al-Din Kubra dal titolo “Gli schiudimenti della bellezza e i profumi della maestà” sia particolarmente commendevole se non altro per la bellezza poetica del testo. Questa la silloge “Un altro affascinante testo di metafisica del sufismo. Najm al-Dīn Kubrā (1146-1221) di Khiva, in Asia Centrale, è con Suhrawardī e Ibn ͑Arabī uno dei caposcuola della mistica islamica medievale. Questo libro presenta in modo chiaro e diretto uno dei punti più alti del pensiero e dell’immaginazione religiosa dell’Islam nel medioevo. Capolavoro della mistica musulmana, è stato…

  3. Caro padre Ariel,
    Ho letto il suo articolo e se sulle prime mi sono trovato grosso modo d’accordo, riflettndoci poi con calma mi sono sentito di dover dissentre. Siamo proprio sicuri che mantenere a tutti i costi l’unità sia un bene? Non tutti gli scismi sono stati negativi, come ad esempio i tre papi dell’epoca avignonese. A volte dopo una grande crisi e un grande strappo, ci possono essere grandiricuciture e grandi rinascite. E se fosse proprio lo scisma la strada da perseguire. Capisco che è un’idea che spaventa e che viene rigettata soprattutto da chi, come lei, ama la Chiesa. Ció nonostante sono sempre più convinto che un grande strapposarebbe salutare. “Andate a comprare l’olio, affinchè non abbia a mancare nè a voi nè a noi” (cito a memoria). Beh, forse è giunto il tempo che certa gente vada a compranserlo l’olio, invece che attingere sempre dalle lampade degli uomini di buona volontà.

  4. Buona sera Padre Ariel , lei termina la sua riflessione invitando tutti a cercare isole sicure nelle quali si annunci e trasferisca la “rivelazione”…
    Ora mi chiedo , perché non nell’Ortodossia Orientale ?
    A parte i loro “problemi” attuali legati al “potere” centrale tanto contestato e presente anche tra loro ….mi sembra che dal punto di vista dottrinale e di fede stiano comunque reggendo meglio di noi Chiesa Occidentale.

    1. …perché forse non li conosce dall’interno.
      Hanno problemi molto più complessi dei nostri e sono affetti da una divisione e da una litigiosità spaventosa, proseguendo imperterriti da mille anni a scomunicarsi gli uni con gli altri.

      1. Buona sera caro Padre Ariel, anche io spesso di fronte al caos che avanza nella Chiesa spesso ho invidiato le Chiese ortodosse come spiaggia più sicure. Pur non essendo un profondo conoscitore del mondo ortodosso mi pare di poter dire che le divisioni i litigi a cui Lei accenna o le continue scomuniche che i Patriarchi si lanciano tra loro da mille anni siano dovute sopratutto a problemi di giurisdizioni e competenze territoriali piuttosto che a differenze tra le varie Chiese in materia di fede o dottrina. Per concludere mi chiedo come mai se da secoli gli ortodossi hanno eliminato la Pietra voluta da N.S.G.C. sulla quale poggiare la Santa Chiesa, presso di loro esiste una stabilità per quanto riguarda la fede, la vera dottrina e anche nella sacra liturgia, a differenza di quello che da oltre mezzo secolo è avvenuto nella Chiesa Cattolica. La prego di illuminarmi in questo dubbio che le espongo, forse mi sbaglio, non capisco. Che IDDIO la benedica.

        1. Gli ortodossi, con le dovute eccezioni, hanno una cultura religiosa elementare, venata di superstizioni. Il popolo non sa molto di religione: da ciò un anticlericalismo diffuso, con la convinzione che ai preti interessino solo le offerte. I loro prelati vanno a studiare teologia in Germania e ne tornano con le idee che possiamo intuire. Non esiste la parrocchia presso gli ortodossi né obbligo domenicale. I più vanno a messa solo per Pasqua, fanno battezzare i bambini e per il resto si arrangiano come gli va.
          Tra l’altro, sono ammiratori degli ortodossi anche taluni prelati cattolici romani che allo stesso tempo sono bergogliani e melloniani, non indossano l’abito (ma magari si fanno crescere la barba come i preti ortodossi) e irridono ai cattolici “tradizionalisti”. Richiesti della contraddizione, rispondono che le situazioni sono diverse. Secondo me hanno solo una gran confusione in testa.

  5. Se fosse stato possibile interloquire con Carlo Magno commentando il “Chi dicono gli uomini, le folle che io sia? E voi, voi chi dite che io sia?”, oggi come oggi avrei risposto:
    tu sei il Cristo, il figlio del “matrimonio” tra Dio e l’Uomo, di quell’Uomo maschio e femmina in Maria la sposa di Giuseppe (Maria era donna, ma Maria la sposa di Giuseppe era “Uno” col proprio sposo).

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