La Comunione ai divorziati risposati: lectio magistralis di Giovanni Cavalcoli a Corrado Gnerre & C.

LA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI: LECTIO MAGISTRALIS DI GIOVANNI CAVALCOLI A CORRADO GNERRE & C

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini”

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Autore Giovanni Cavalcoli OP
Autore
Giovanni Cavalcoli OP

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Giovanni Cavalcoli foto ordine
l’accademico pontificio domenicano Giovanni Cavalcoli

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Rispondo alle recenti critiche a me rivolte dal Prof. Corrado Gnerre e pubblicate nei siti Corrispondenza Romana [cf. QUI], Riscossa cristiana [cf. QUI], Chiesa e Postconcilio [cf. QUI] e altri. Il lettore potrà leggere le critiche in tre punti nei suddetti siti. Qui pubblico le mie risposte punto per punto.

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Primo punto – Peccato e situazione di peccato

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I divorziati risposati, nel giudizio della Chiesa, sono in una posizione “irregolare” e per questo sono esclusi dai sacramenti. Ma il sostenere che con ciò siano in uno “stato di peccato grave” è un giudizio temerario, che non tiene conto di che cosa è il peccato e qual è il suo dinamismo nel concreto delle coscienze. Essi infatti possono in qualunque momento, con la grazia di Dio, pentirsi ed ottenere il perdono di Dio, anche senza il sacramento della penitenza.

Per chiarire la discussione, ritengo utile fare alcune premesse di teologia morale. Comincio allora col dire che la condotta umana cosciente è costituita da una successione di atti della volontà, ora buoni, ed abbiamo la buona azione, connessa alla virtù; ora cattivi, ed abbiamo la cattiva azione, ossia il peccato, connesso col vizio.

È in potere del nostro libero arbitrio operare un’alternanza, nel tempo, di buone azioni e di peccati. In questo dinamismo del nostro volere gioca l’azione della grazia divina, la quale ci sollecita al bene, ci sostiene nel compierlo e, quando commettiamo il male, ci muove a pentirci e a chiedere perdono a Dio, col proposito di non più peccare e di evitare le prossime occasioni del peccato. Infine, sulla base di questi presupposti, Dio ci perdona e ci ridona la grazia, nel caso l’avessimo perduta col peccato mortale.

Per avere un quadro completo dell’agire umano e del suo funzionamento, e poter quindi dare un giudizio o una valutazione circa la grave questione che stiamo trattando, dobbiamo tener conto anche di altri fattori, che concorrono, seppur in modo accidentale e occasionale alla formazione dell’atto umano o morale, buono o cattivo che sia. Si tratta di motivazioni, incentivi, spinte, stimoli, sollecitazioni o pressioni più o meno forti o persistenti, favorevoli o sfavorevoli all’atto buono o cattivo, che possono provenire o dall’interno o dall’esterno del soggetto agente, e che possono essere o non essere favoriti o causati dalla volontà dello stesso soggetto agente.

Stimoli interni sono i progetti, gli intenti, le idee, i desideri, l’immaginazione, le tendenze, le abitudini, gli interessi, le disposizioni e le passioni del soggetto. Stimoli esterni sono l’ambiente umano e fisico, gli stimoli e influssi ricevuti dagli altri, le occasioni di operare il bene o il male, che si presentano, cercate o non cercate, previste o non previste.

In particolare, per quanto riguarda il peccato, esistono le tentazioni, che vengono o dall’intimo o da incontri o frequentazioni o esperienze pericolose o dannose, da cattivi esempi o dalle seduzioni di peccatori, persone tentatrici, con le quali si convive o si deve o si è obbligati o costretti a convivere.

Se le occasioni di peccare sono frequenti ed inevitabili, la caduta che consegue è meno imputabile, considerando da una parte la spinta della passione e dall’altra la pressione esercitata sulla volontà dall’occasione di peccato. La nostra volontà ha una forza limitata. Il peccato si verifica solo quando, potendo resistere alla tentazione, non lo facciamo. Ma se la tentazione è troppo forte e la volontà non riesce a vincere la concupiscenza, la colpa diminuisce, perché diminuisce il volontario, che è fattore essenziale dell’atto morale, sia buono che cattivo. In questo caso non si pecca perché si è deliberatamente voluto peccare, ma perché le forze di resistenza, colte a volte alla sprovvista, non sono state sufficienti. Se qualcuno mi dà uno spintone e io casco per terra, mi si darà una colpa se son caduto a terra? L’istinto sessuale, soprattutto nei giovani ― dovremmo saperlo tutti ―, è una forza travolgente, alla quale in certi casi è impossibile resistere. Nemo ad impossibilia tenetur. Non possiamo essere incolpati di atti che abbiamo commesso per causa di forza maggiore.

Ricordiamoci anche di distinguere il peccato in senso oggettivo, ossia l’azione cattiva in se stessa, dalla condizione soggettiva dell’agente, nel cui atto può mancare la piena avvertenza o il deliberato consenso, sicché la sua coscienza, benché egli oggettivamente abbia fatto del male o un danno a terzi, potrebbe essere in parte o del tutto scusata.

A ciò si riferiva il Papa con quella famosa frase «Chi sono io per giudicare?». Sarebbe assurdo credere, come hanno fatto stoltamente alcuni, che con ciò il Papa abbia voluto relativizzare la legge morale; ma semplicemente si riferiva ad un caso particolare, da sempre noto ai moralisti.

Tutte queste premesse devono portarci a un’importante distinzione, che gioca immediatamente nella nostra discussione e cioè quella tra il peccato come atto volontario, protraibile o interrompibile nel tempo a volontà; e certe situazioni o condizioni pericolose, interiori o esterne, soggettive od oggettive, che spingono più o meno fortemente al peccato, ma non sono ancora peccato, perché la volontà, per quanto sollecitata, resta libera di decidere. Possiamo tuttavia chiamare “stato di peccato” un peccato o una colpa volontariamente protratta nel tempo, quello stato psichico e morale colpevole che chiamiamo “ostinazione” e la Bibbia chiama “cuore indurito”. Anche in tal caso, però, la volontà, mossa dalla grazia, può sempre, in linea di principio, interrompere questo stato, spezzare queste catene e tornare al bene, come avviene per esempio nelle conversioni.

Ciò che accade nel caso dei conviventi, è una cosa che si può verificare in tanti altri casi della vita, nei quali occorre distinguere il peccato dall’occasione di peccare. Il peccato possiamo toglierlo subito; l’occasione può restare, anche se non vogliamo.

Facciamo alcuni esempi. Un seminarista che abbia un insegnante rahneriano, è bene che resti in seminario, anche se è tentato di cadere nell’eresia; e si noti che l’eresia è un peccato mortale, peggio dell’adulterio [cf. Ariel S. Levi di Gualdo, QUI]. Un operaio che abbia un padrone sfruttatore, dovrà tenerselo, data la difficoltà di cambiare lavoro, anche se è tentato di bastonarlo. Un cittadino, vittima di un regime dittatoriale, sarebbe tentato di fare un attentato, giacché difficilmente è possibile emigrare all’estero. E così via.

Ma in tutti questi casi occorre resistere, anche se la tentazione al peccato è forte. E se si cede, ci sono delle scusanti o delle attenuanti. Quando uno non ne può più, cede. Questo avviene nel sesso, ma anche in molti altri casi. E che facciamo? Li mandiamo all’inferno? O forse che la grazia di Dio può qualcosa? O forse che il Sinodo può darci qualche consiglio?

In questi casi e in questo senso non sarei del tutto contrario a parlare di “situazione peccaminosa”, a patto però che si distingua sempre da una parte lo stato volontario di peccato, che è possibile, benché non necessario e che quindi può essere sempre interrotto in qualunque momento e, dall’altra, da un contesto o da una situazione oggettiva durevole, insuperabile o di forza maggiore, dalla quale il soggetto, almeno al momento, non riesce a liberarsi, anche volendo.

La cosa da tener presente è che, anche in un’unione illegittima, non è affatto detto che i due siano sempre e necessariamente in uno stato di peccato mortale (“situazione peccaminosa” o “condizione di peccato”) e non possano essere toccati dalla grazia, come a dire che di per sé non possano essere atti a ricevere la Comunione, senza commettere sacrilegio.

Credere che la semplice occasione di peccare porti di necessità al peccato, è un errore gravissimo, offensivo della dignità umana dello stesso peccatore, il quale conserva il libero arbitrio, benché indebolito dal peccato originale. Se allora per “situazione peccaminosa” si intende la suddetta tesi, ebbene, come ho già detto, non esiste una “situazione peccaminosa”, perchè invece il peccato è la messa in pratica di un libero giudizio, questo sì peccaminoso; è un atto categoriale volontario e cosciente, ripetibile, anzi ripetitivo e, per quanto grave, sempre perdonabile o cancellabile da Dio, quale che sia la situazione nella quale si pecca.

La situazione, che è una circostanza dell’atto, non costituisce l’atto come tale nella sua sostanza, ma è solo una modalità accidentale o un’occasione dell’azione umana, buona o cattiva che sia. Ma non è la vera causa, che è solo la cattiva volontà. Quindi la sostanza del peccato, cioè la cosa che oggettivamente e sostanzialmente vien fatta, è indipendente dalle situazioni e dalle occasioni. Si può compiere un peccato in situazioni che inducono al bene; e si può compiere un atto di virtù, laddove la situazione ci spingerebbe a peccare. Che io compia un gesto di carità in uno stato d’animo di gioia, perchè ho superato un esame, o di sofferenza, perché è morta mia madre, il valore morale del gesto è sempre lo stesso.

Una delle eresie di Lutero condannate dal Concilio di Trento, fu proprio quella di credere che la concupiscenza, che è l’inevitabile ed invincibile tendenza permanente a peccare, presente in tutti noi, coincidesse con un inesistente stato permanente ed inevitabile di peccato.

La concezione del peccato come “situazione” è de-responsabilizzante. Salvo i nostri stati interiori, le situazioni nelle quali agiamo, solitamente non le determiniamo noi, ma ci sono date e non possiamo cambiarle. Qui siamo in una visione sul tipo di quella di Rousseau, che scarica le nostre colpe sulla società. Oltre a ciò, la detta concezione sembra riflettere la visione rahneriana, che rifiuta di considerare il peccato come atto categoriale, sostituendolo con una inesistente ed insostenibile “opzione fondamentale atematica”. Ma queste idee sono state condannate da San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis Splendor.

Se la Chiesa esclude attualmente i conviventi dalla Santa Comunione, non è perché essa supponga che essi sono sempre in peccato, ma solo per una misura pastorale, che vuol essere: primo, un richiamo alla loro coscienza; secondo, il rispetto dovuto ai sacramenti; terzo, evitare lo scandalo e il turbamento dei fedeli. Ma di per sé non è impossibile che essi si accostino alla Comunione in stato di grazia. Il che è come dire che, nonostante la situazione sia irregolare, essi possono vivere in grazia, benché ciò sia certo per loro difficile.

Se quindi la Chiesa un domani dovesse concedere loro la Santa Comunione, ciò non vorrebbe affatto dire che la Chiesa – cosa impensabile – compia un attentato contro la sostanza dei sacramenti, ma semplicemente che usa della sua facoltà di legiferare e mutar leggi per una migliore recezione dei sacramenti. La Chiesa tiene provvidamente a che anche i divorziati risposati vivano in grazia di Dio, nonostante la loro situazione. D’altra parte, se la disciplina attuale resta immutata, io non avrei problemi, perché nella mia lunga esperienza di confessore e guida delle anime, sono sempre riuscito a rasserenare queste persone, semplicemente ricordando loro che comunque esse possono percorrere un personale cammino penitenziale ed essere quindi in grazia, anche se non possono accedere ai sacramenti.

C’è oggi una fissazione eccessiva e superstiziosa sul voler fare per forza la Comunione, come se si trattasse di una rivendicazione sindacale, magari trascurando la confessione, mentre la Chiesa da tempo ha prescritto per queste coppie che possono fare la Comunione spirituale alla Santa Messa.

D’altra parte, se la disciplina attuale dovesse essere allargata o mitigata, non vedo proprio perché, come temono alcuni, che non sanno distinguere il dogma dalla pastorale, ciò dovrebbe costituire un attentato ai Sacramenti. La pastorale mette in pratica il dogma e non lo contraddice. Tra dogma e pastorale c’è un rapporto simile a quello che esiste tra il ritmo biologico dell’organismo e due differenti metodi di cura della salute. Il medico non può fissare la cura senza compromettere la salute del paziente?

La Chiesa fa discendere la pastorale dal dogma, in quanto nel dogma vi sono leggi divine intangibili e immutabili, che devono essere applicate nella vita. Molti e mutevoli sono i modi con i quali le leggi divine possono essere applicate dalla Chiesa, la quale invece interpreta e rispetta sempre ed infallibilmente l’immutabilità del dogma.

Quindi è assurdo credere o temere, come fanno i lefevriani, vittime di un rigido legalismo, che la Chiesa o il Papa, quando emana o cambia una legge, possa disattendere o mutare il dogma. Questa sarebbe invece la speranza dei modernisti, che, col pretesto della “misericordia” più per sé che per gli altri, vogliono scuotere il giogo di Cristo, ma essi si illudono, perché dimenticano le parole di Cristo: «cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» [cf. Mt 24, 32-35].

Se poi il convivente, per cattive abitudini o scelte sbagliate precedenti o per vari gravi motivi od ostacoli indipendenti dalla sua volontà, prigioniero del vizio, non riesce a liberarsi dalla situazione nella quale si trova e a venirne fuori, se pecca di lussuria, è in parte scusato e la colpa diminuisce. In questi soggetti la coscienza può ottundersi, cosicché essi non trovano più la forza di rialzarsi e di correggersi, facilmente adagiandosi in una perversa e fatalistica rassegnazione. Eppure la Chiesa, madre premurosa di condurre tutti alla salvezza, non si arrende, ma può e deve curarsi anche di questi casi difficili e quasi disperati. Ecco il lavoro del Sinodo.

La Chiesa sa quello che fa soprattutto in questa delicata materia della disciplina dei sacramenti. Essa sa come guarire le anime dal peccato e mantenerle in salute. Spetta dunque a lei di stabilire le norme per la conservazione e il rispetto di quelle meravigliose medicine dello spirito, che sono i sacramenti, nonché per loro degna e fruttuosa celebrazione, amministrazione e recezione, ordinando la condotta del ministro e quella del fedele, secondo i tempi, i luoghi e le circostanze, affnchè detta condotta sia conforme a una degna prassi sacramentale.

Dobbiamo fidarci delle disposizioni giuridiche, liturgiche e pastorali della Chiesa, nella certezza che la Sposa di Cristo, pur tra i suoi limiti umani, non potrà mai venir meno alla fedeltà al suo Sposo e ai suoi comandamenti, per quanto diverse ed anche in contrasto tra di loro, nel tempo e nello spazio, possano essere le sue leggi, che comunque interpreteranno ed applicheranno sempre la volontà del Signore.

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Secondo punto – Difficoltà relative all’interruzione del rapporto

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È chiaro che stiamo parlando di una convivenza illegittima. Io però ho parlato di “situazioni peccaminose” e non di “condizioni di peccato”, le quali non sono la stessa cosa. Come ho respinto la prima espressione nel senso che ho precisato, sarei disposto invece ad accettare la seconda, nel senso di “condizioni di vita che inducono al peccato”. Ma allora anche qui non c’è ancora in gioco il peccato. Come ho detto per la situazione, così devo dire per la condizione: esse non possono essere qualificate come “peccaminose”, perché non sono peccati, ma sono circostanze del peccato, come ho spiegato sopra.

Non costituiscono la sostanza del peccato ma una proprietà aggiunta accidentale, che può mancare, senza che la specie del peccato muti. Anche due legittimi sposi possono commettere un peccato di lussuria. Così, per tornare al nostro caso, l’unione illegittima non conduce necessariamente di per sé all’atto del peccato, pur costituendo una situazione o condizione, che induce a peccare ed è sorta dal peccato.

Certo, allora, che convivere è un atto di volontà. Ma il peccare dei conviventi, per quanto pecchino, non è necessariamente coestensivo al loro convivere. Non è che tutto il loro vivere sia peccato. Possono benissimo possedere buone qualità per altri versi, qualità che essi possono e debbono valorizzare, senza per questo peccare nel merito. Se lui è ingegnere e lei è infermiera, non possono forse far del bene sotto questi aspetti? È vero che le opere buone fatte in stato di peccato mortale non valgono per la salvezza. Ma sarebbe giudizio gravemente temerario e crudele pensare che questi esseri umani, redenti dal sangue di Cristo, siano in un continuo ed irrimediabile stato di peccato mortale, a meno che non si lascino. E la grazia divina che ci sta a fare?

Il loro convivere, infatti, nonostante l’oggettiva irregolarità della loro posizione, può comportare anche, almeno in certi momenti, l’intervento e la presenza della grazia. Dipende dai due peccare o non peccare, in forza del libero arbitrio. Solo i dannati dell’inferno sono in uno stato continuo ed irrimediabile di peccato. Supponendo quindi quanto ho detto, non è detto che i due vivano necessariamente e in continuazione nel peccato, quasi fossero anime dannate, per il semplice fatto che la loro è un’unione illegittima.

Questa unione peccaminosa, certo, è la loro situazione o condizione di vita. Ma la situazione non fa da sé ancora il peccato, il quale non nasce dalla situazione, ma dalla volontà, volontà che può cambiare, mentre la situazione può restare la stessa. Il permanere di una situazione o condizione di vita, dalla quale, per ipotesi, non si può uscire e che comporta una continua tentazione al peccato, non vuol dire che in molti casi i due non possano, con la grazia di Dio, vincere la tentazione o, sempre con la grazia d Dio, risorgere dal peccato.

Interrompere la relazione sarebbe certo cosa buona e doverosa, ma cs non è sempre possibile a causa di ostacoli e di situazioni oggettivi di vario genere, ai quali ho già accennato nell’intervista [cf. QUI]. Ma è chiaro che se la cosa è possibile, va fatta.

Per quanto riguarda poi la questione dell’educazione dei figli, sollevata da Gnerre, è evidente che la nuova coppia ha un dovere primario nei confronti dei figli, eventualmente nati dalla nuova unione, mentre la nuova coppia dovrà interessarsi, per quanto è possibile e conveniente, stando alle disposizioni della legge civile e possibilmente sotto una guida spirituale, anche di eventuali figli nati nel precedente matrimonio e di altri avuti da un nuovo eventuale legame contratto con altri dal coniuge precedente.

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Terzo punto – Il Papa, custode della Tradizione

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Ripeto che la voce autentica ed ufficiale della Tradizione apostolica non è altro che il Magistero vivente della Chiesa di oggi, erede, custode e depositaria della Tradizione degli apostoli. Il Magistero della Chiesa lungo i secoli, a cominciare dai Santi Padri, specialmente nei Concili ecumenici, è sempre testimone autentico della Tradizione. Papa Francesco è quindi oggi il testimone guida della Tradizione, ne é l’interprete definitivo ed autentico.

Certamente che nei secoli la Tradizione è stata messa per iscritto. E la stessa Sacra Scrittura, in fondo, non è altro che Tradizione orale, predicazione messa per scritto. In tal senso la Tradizione, nata dall’aver udito la stessa parola uscita dalle labbra del Salvatore, è più importante della Scrittura. Cristo non ha detto agli apostoli “scrivete”, ma “predicate”, benché nel mettere per iscritto abbiano avuto un’ottima idea.

È chiaro infatti che la Bibbia è un libro sacro. Ma esso è interpretato dalla Chiesa, depositaria della Tradizione apostolica. Lutero, allora, con la sua ribellione al Papa e col suo attaccamento feticistico e presuntuoso a un libro stampato da Guttenberg, ha perduto di vista la vera origine della Parola di Dio.

Ma resta sempre che la Sacra Tradizione, per sua essenza è orale, è il Magistero apostolico vivente; ed in ciò si differenzia dalla Scrittura. La voce attuale dei nostri pastori, sotto la guida del Papa, è la voce della Tradizione, che poi viene regolarmente messa per iscritto negli Atti della Sede Apostolica.

Certamente il Papa nel suo insegnamento sulle verità di fede si basa sulla Tradizione, la quale, in questo senso, è la regola dello stesso insegnamento pontificio. Ma il giudicare o il sapere in ultima istanza se il Papa si attiene o no alla Tradizione, spetta solamente al Papa stesso. Cristo non ha affidato ad altri che agli apostoli la sua parola, ordinando loro di insegnare al mondo fino alla fine dei secoli ciò che aveva insegnato a loro.

Nessun altro dunque al di fuori del Successore di Pietro è il custode supremo ed infallibile della Tradizione. Ribadisco quindi che la pretesa di alcuni cattolici di conoscere la Tradizione meglio del Papa, così da poterlo cogliere in fallo quando sbaglia, non ha nessun senso, ma assomiglia piuttosto all’atteggiamento di quei farisei che volevano cogliere in fallo il Signore nei suoi discorsi.

Noi possiamo discernere quando il Papa parla in nome della Tradizione e quando no. Certo anche a noi è possibile conoscere i documenti della Tradizione e verificare la fedeltà del Papa ad essi. Ma anche quando il Papa parla al di fuori della Tradizione, non parla mai contro di essa.

L’impressione che a volte il Papa non si attenga al dato rivelato trasmesso dalla Sacra Tradizione, è sempre un’impressione falsa, che deve farci comprendere che con simile atteggiamento mentale si finisce col cadere sotto il rimprovero del Signore, fatto ai farisei di non ascoltare la Parola del Dio eterno, che non passa e non muta, ma di farsi schiavi di caduche e vane “tradizioni di uomini”:

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[…] così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» [cf. Is 29,13]. Poi riunita la folla disse: «Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!». Allora i discepoli gli si accostarono per dirgli: «Sai che i farisei si sono scandalizzati nel sentire queste parole?». Ed egli rispose: «Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata. Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» [Mt. 15, 7-14].

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Varazze, 18 ottobre 2015

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27 thoughts on “La Comunione ai divorziati risposati: lectio magistralis di Giovanni Cavalcoli a Corrado Gnerre & C.

  1. Caro padre Cavalcoli,

    devo dirle in tutta onestà che non riesco a seguire il suo ragionamento. Alla fine non mi sembra che dica niente di nuovo: due divorziati risposati che decidono di vivere in castità non commettono peccato. Se cadono occasionalmente, ma si pentono e dimostrano il proposito di ribadire la propria castità, certamente possono confessarsi e accedere di nuovo all’Eucarestia. Siamo d’accordo: ma allora non c’è proprio niente di nuovo rispetto a quanto si sa già e non si vede la necessità di discutere alcuna nuova pastorale. Peccato che qui si parli di divorziati risposati che intendono vivere “totalmente” il nuovo matrimonio e sostenere che non c’è niente di male. Questa è la nuova “pastorale” promossa dai padri sinodali che aderiscono alla linea Kasper.

    Quanto al Papa che non agisce mai contro la tradizione… abbia pazienza, ci sono casi documentati: Onorio, Liberio, Giovanni XXII… Un controesempio smentisce da solo l’affermazione universale.

  2. Buonasera,
    chiedo scusa ma sono un po’ confuso e per questo intervengo. Ho sempre paura a chiedere qualcosa perché in questa confusione generale si viene accusati di essere legalisti anche quando ci si pone domande in buona fede. Non ho capito cosa vuol dire (inizio dell’articolo) che i divorziati risposati possono pentirsi ed ottenere il perdono da Dio anche senza Sacramento della penitenza. Secondo, nell’esposizione non si dice nulla riguardo al primo matrimonio dei due divorziati risposati. Se questo non fosse nullo come è possibile non essere in una situazione peccaminosa anche quando non c’è il peccato oggettivo? Vivere in una situazione così particolare come può far evitare il peccato? Questa teoria poi può essere applicata a questo punto anche ai conviventi o ai fidanzati? Lo chiedo per scrupolo di coscienza personale e per capire perché,almeno dalle mie parti, nessuno dice più nulla e tutti fanno la comunione come e quando vogliono. Grazie e pregate per me.

    1. Caro Simone.

      Alla prima domanda. Secondo la dottrina della Chiesa, Dio, nella sua bontà, ha stabilito che ordinariamente la grazia salvifica cui giunga attraverso i sacramenti. Ma siccome non tutti, non per loro colpa, sanno che esistono oppure non sanno in buona fede che servono per la salvezza, oppure non possono riceverli per motivi giustificabili o di fatto (per esempio neonati o i dementi) o per legge.
      E qui, tra altri, c’è il caso dei divorziati risposati. Essi, secondo la normativa attuale, non possono accostarsi al sacramento della penitenza. Tuttavia, sono chiamati anch’essi alla salvezza, perché Dio vuol salvare tutti, ed offre a tutti la possibilità di salvarsi.
      Anche queste coppie, dunque, come ogni essere umano, hanno bisogno della grazia della remissione dei peccati. Si suppone, però, che, in considerazione della loro unione illegittima, cadano spesso nel peccato, forse mortale, col pericolo di perdere la grazia.
      Come fanno allora a recuperarla, se è loro proibito di confessarsi? D’altra parte, nel caso esame, si suppone che non possano interrompere questa relazione, che li induce al peccato. Si confessano allora direttamente a Dio. In tal modo possono recuperare grazia e salvarsi, pur restando in quella convivenza illegittima, che, di per sé, non favorisce affatto la salvezza.

      Alla seconda domanda. Se il matrimonio precedente era valido, per quanto la loro unione sia illegittima, riprovevole e scandalosa, non si deve dire che vivono in una “situazione peccaminosa”. Le situazioni possono indurre al peccato, essere occasioni di peccato, essere originate da un peccato passato, ma non possono essere peccaminose o colpevoli in se stesse, perché la situazione che si protrae nel tempo, – per esempio l’unione illegittima – è una circostanza accidentale rispetto all’atto peccaminoso, ammesso anche che l’atto perduri nel tempo.
      La situazione può essere diversa e il peccato può essere della stessa specie. Anche in una situazione favorevole alla virtù, come un’unione legittima, si possono compiere atti di lussuria. Come anche in una situazione sfavorevole come quella dei conviventi si possono compiere atti di castità.

      Io non posso quindi aver colpa per una situazione presente, che attualmente non dipende da me, anche se in passato l’ho causata io. Esistono dunque situazioni causate bensì da un atto peccaminoso – per esempio un adulterio – ma che, perdurando da sé nel tempo, indipendentemente dal nostro volere, non son più da considerarsi colpevoli. Certo, alcune situazioni pericolose, che potrebbero essere cambiate, possono essere invece mantenute volontariamente. E questa è certamente una colpa. Tuttavia non è la situazione che causa il peccato, ma è il peccato che rende colpevole una situazione, la quale di per sé può essere pericolosa, ma non mai peccaminosa. Comunque, l’ipotesi che noi facciamo, è quella di una situazione oggettiva ed ineliminabile, dalla quale i due, non possono, non riescono e in certo senso non devono uscire.

      Alla terza domanda. La questione in ballo qui è solo quella dei divorziati risposati Quella dei conviventi può esserle assimilata, benchè si presenti di più facile soluzione, e la loro condotta appare meno scandalosa e meno peccaminosa, non esistendo legami precedenti.
      Ma l’attuale legge ecclesiastica un prevede l’esclusione dai sacramenti per i semplici conviventi o concubini liberi da precedenti legami matrimoniali. Per quanto poi riguarda i doveri e le facoltà dei fidanzati, queste cose sono regolate dalla morale corrente, la quale non pone alcuna preclusione all’accesso ai sacramenti, naturalmente soddisfatte le necessarie condizioni.

  3. Ho rilevato che è impossibile registrarsi per poter produrre un dibattito agli articoli che postate. Non ne capisco il motivo.
    Comunque vi leggevo con grande interesse, ma ho trovato scandaloso l’articolo di Padre Cavalcoli (che ho sempre apprezzato peraltro) che giustifica le convivenze fuori dal matrimonio. Non è peccato? Non è una scelta volontaria? Non è un male in sè, una contraddizione ripetuta con la volontà di Dio (Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio dice in contraddizione con l’Eucarestia addirittura)? Io avrei molte ragioni anche laiche per obiettare a Padre Cavalcoli, non ultima il fatto che oltre poi a giustificare anche le convivenze prematrimoniali (un altro male liberamente scelto i cui effetti si vedono) , si giustificano le leggi sulle unioni civili.
    Purtroppo il fatto che riponessi molta fiducia sull’autore di tali articoli, mi ha esposto ancora di più alla delusione. Spero che arriverà questa mia riflessione e non si chiuda in un dibattito autoreferenziale (i riferimenti a Rahner sono quantomi fuori luogo e indicano un approccio ideologico del tipo, se non la pensi come me sei rahneriano, marziano etc.).
    Buon serata

    Armando

    1. Caro Lettore.

      Rilegga bene l’articolo, perché facendolo lei scoprirà l’ovvio: ella imputa al Padre Giovanni Cavalcoli ciò che lui non ha mai scritto e affermato. Ma c’è di peggio: lei tira in ballo e quindi imputa al teologo domenicano l’accettazioni di fatti, cose e situazioni alle quali egli non ha fatto neppure cenno vago e indiretto.
      Abbiamo passato il suo commento anche a riprova di come le persone spesso non leggano, non capiscano e pur malgrado si lanciano in affermazioni e giudizi lapidari e a dir poco fuori luogo.

  4. Salve, se non ho capito male secondo padre Cavalcoli l’obbiettivo per una coppia irregolare che non può separarsi resta quello di vivere come fratelli; ma fra una caduta e l’altra alla tentazione c’è la possibilità di pentirsi (e perché non confessarsi a questo punto?) e comunicarsi. Mi chiedo se questa via non è già percorribile attualmente a chi propone al confessore di vivere da fratello, si confessa (se non sbaglio può nonostante la convivenza) ma poi ricade e si ripente? Possono capitare all’inizi di un cammino di conversioni queste cadute dalla quale s’impara a non ricaderci. Questa posizione non è quella ‘eretica’ di chi ormai non crede più all’indissolubilità, al peccato e alla presenza reale; al contrario richiede un serio cammino penitenziale: ma se ciò è già praticabile a cosa serve cambiare le leggi? Personalmente penso che sarebbe uno grave sbaglio concedere anche piccole aperture in questo clima, ciò porterà ad aumentare i sacrilegi di chi considera la Comunione un diritto. Sono certo che nemmeno i padri dell’Isola auspicano un cambiamento ma con questi articoli stanno semplicemente cercando di calmare il clima teso e pericoloso. Maria mater ecclesiae ora pro nobis …

    1. Caro Giovanni S.

      Se riescono a vivere come fratello e sorella, sono ammessi ai sacramenti. Se invece non ce la fanno, sono esclusi, almeno fino ad adesso; a meno che il Papa non decida altrimenti.

      E’ chiaro che se hanno rapporti sessuali, peccano. Ma ogni volta possono pentirsi e recuperare la grazia. In tal caso, possono fare la comunione spirituale. Anche se noin possono confessarsi, possono chiedere perdono direttamente a Dio, senza passare attraverso il sacramento della penitenza.

      Il mutamento della legge che vien oggi ipotizzato, e che è proposto dal Sinodo, è che in casi speciali, previsti da un nuovo diritto da fondarsi, dietro parere o sul giudizio del confessore, una coppia, che, per validi motivi, non può separarsi e che ha rapporti sessuali, può fare la comunione accompagnata da un opportuno cammino penitenziale.

      Certamente il cambiamento dovrà essere moderato, a ben precise condizioni, e tenuto sotto controllo, onde evitare approfittamenti e indebiti rilassamenti della disciplina. Noi Padri dell’Isola di Patmos ci siamo espressi in favore di questa apertura; ma naturalmente ci atterremo con scrupolo a ciò che il Papa deciderà in ultima istanza.

  5. L’intervista, poi la risposta di Padre Giovanni Cavalcoli, sono un omaggio alla sapienza, alla carità e alla misericordia vera.
    L’articolo di Padre Ariel è anch’esso sapiente, e degno della prosa di un profeta dell’ A.T. che, come Geremia, tuona contro chi ha osato sostituire a quelli di Dio i precetti degli uomini.
    A suscitare in me amarezza, sono invece tanti commenti insulsi, da parte di tante, troppe persone che trattano (o pensano di poter trattare?) le vite e le esistenze umane, “con criteri da codice della strada della Repubblica federale tedesca”, come scrive Padre Ariel.
    E lo spirito arido, deciso e impietoso di queste persone, che si proclamano direttamente o indirettamente cattolici tutti di un pezzo, mi spaventa, soprattutto come prete.
    Usare così disumanamente, così aridamente, l’Eucarestia e il matrimonio per scontri di pura ideologia, è spaventoso, oserei dire diabolicamente spaventoso.
    Andate avanti così cari Padri, molti sono i sacerdoti che pregano per voi e che con voi si identificano.

    1. Non siete soli, cari padri e cari confratelli sacerdoti, non siete soli, e siete stimati da tanti sacerdoti. Tanto per dire … nella mia diocesi si parla più della seggezza dei vostri articoli che della “carina” lettera pastorale scritta dal nostro vescovo, “carina” …

      1. (Padre Giovanni, riproduco lo stesso testo inviato a padre Ariel, per esprimere anche a commento di questo articolo le stesse cose)

        Cari padri e confratelli, mi unisco anch’io al “presbiteral coro”. Questa Isola, per noi preti, è veramente un’Isola sulla quale meditare seriamente e a fondo.
        Sapete che cosa mi irrita, sin dall’inizio di questo sinodo sulla famiglia? Il fatto che si è subito cominciato a parlare, da parte di certa stampa, e di certi cattolici (e diaciamolo!) filolefevriani fino al midollo, di scacchi matti, di colpi di mano, di stravolgimenti della dottrina, di teoremi …
        Cito a memoria perché non ricordo l’articolo in cui padre Ariel spiega in modo magistrale che, da sempre, nella chiesa, specie nei concilii, ma anche nei sinodi, si deve, necessariamente, parlare di tutto, serenamente e liberamente, valutare tutte le ipotesi, anche, al limite, le più assurde.
        Ovvio!
        Ecco, mi chiedo, perché a un certo punto, questo ovvio, ha incominciato a spaventare, e a spaventare un’area di cattolici ben precisa e circoscritta?
        Una preghiera sincera per voi.

        Padre Luciano, OSA

        1. Tra i “filolefevriani fino al midollo” deve metterci i tredici cradinali, tra i quali il card. Mueller che hanno denunciato il pericolo di una deriva protestante, il vescovo Peta, che ha parlato di fumo di satana penetrato nel Sinodo, i vescovi polacchi e mons. Livi che ha criticato pesantemente l’Instrumentum Laboris che conterrebbe eresie (non cito il card. Burke per non irritare nessuno). Effettivamente è un’area ben precisa e circoscritta, quella dei cattolici ortodossi.
          Comunque insultare dando degli scismatici a chi evidentemente non la pensa come lei, è una mancanza di carità.

          1. Se tutte le persone che lei ha citato fossero state tra i Padri del Concilio di Nicea, in modo analogo avrebbero tentato di impedire ogni genere di discussione, proprio laddove, per definire i dogmi fondamentali della fede, è stato invece necessario discutere di tutto e del suo esatto contrario, comprese le “teorie” e le “posizioni” più o meno assurde. E così hanno continuato a fare nei grandi concili dogmatici durante i successivi secoli, nei quali non si discuteva di discipline della Chiesa, ma della Persona di Cristo e del Mistero Trinitario.
            Impari anche lei a prendere le distanze da chi pone avanti a tutto l’idea del … “su questo non si discute”, perché sono proprio le verità di fede che per essere suggellate dogmaticamente richiedono di necessità ogni possibile genere di discussione, per giungere poi appunto alla loro definizione dogmatica.
            Perché vede … il dogma, non é “né mio né tuo”. E le dirò, le persone che lo ritengono “mio” e “in quanto mio non si discute”, a me personalmente inquietano veramente molto.

            Supponiamo che sia posto in discussione la proclamazione del dogma mariano di Maria corredentrice; supponiamo che io abbia motivazioni teologiche per essere contrario e che durante la fase dei dibattiti e delle discussioni preliminari alla sua eventuale definizione e proclamazione io esponga e supporti al meglio della mia modesta teologia la mia contrarietà. Lei ritiene opportuno che in tal caso, un altro teologo – ripeto, in fase di discussioni preliminari – reagisca dicendo: “E’ così e non si discute”?
            Perché questo hanno fatto il gruppo di “eroici”cardinali portati a vessillo da certuni: “E’ così e non si discute!”, in un contesto nel quale vanno vagliate tutte le possibili ipotesi e soluzioni, ripeto: persino le più assurde.

            In questi giorni ho avuto amara prova, tra laici che non conoscono il Catechismo della Chiesa Cattolica, laici che presumono di conoscere la teologia e il diritto canonico, urlatori da stadio che mutano certi dibattiti sinodali in squallide tifoserie, ed un esercito di passionarie che non le dico, quanto sia alto, spaventosamente alto, il numero di persone che, sulla base di un titolo e di un sottotitolo di giornale, o sulla base di un articolo letto male, o anche sulla base di un frammento estrapolato dalla Familiaris consortio di San Giovanni Paolo II, danno dei giudizi tali da manifestare tutta quanta la loro profonda e inquietante stoltezza; e non le dico con quale somma superbia e arroganza fanno tutto questo.

  6. Caro Padre Cavalcoli,
    al di là di ogni dotta argomentazione, ciò che tutti, almeno chi ha occhi per vedere, non possono non vedere, è la gran confusione (in ogni sua declinazione) che regna sovrana (e che continua ad aumentare, e non certo per colpa dei cattolici farisei/legalisti/integralisti/tradizionalisti) , e che di per sé è un termometro quanto mai chiaro e palpabile per tutte le questioni che oggi sono poste all’ “ordine del giorno”… e non solo le questioni legate al Sinodo.
    Siamo nel pieno di una svolta epocale (e non direi proprio in positivo)…tutto il resto è un gran arrampicarsi sui vetri…

  7. Rev. Padre,
    analisi cristallina la sua, ampia e profonda magistrale come sempre.
    Stamattina però leggo Mons Livi,
    http://www.lanuovabq.it/it/articoli-quelli-che-rispettano-la-dottrina-ma-poi-attaccano-i-dogmi-di-fede-come-il-matrimonio-indissolubile-14153.htm
    Un articolo schematico che esprime una posizione diversa. Come il suo confratello P. Michelet sempre su lanuovabq di ieri e nel di lui saggio sulla rivista Nova et Vetera.
    Tante scuole di pensiero, tante “fazioni”, tante dotte interpretazioni diverse, tante diatribe tra teologi, tra cardinali, tra vescovi. fra professori, tra laici, tra fedeli più o meno sapienti…
    E noi poveri cristiani attoniti difronte a tanto guazzabuglio?
    Troppe parole, ciò che conta, cioè le fondamenta non sono quanto è già scritto nel Vangelo, compendiato nel Catechismo?
    Miserere nobis, Domine

    1. Un articolo ottimo quello che lei cita scritto da un filosofo e teologo di grande acume e di enciclopedica cultura, ossia Antonio Livi, che noi tutti stimiamo, molto.
      O pensa forse che le persone cessino di stimarsi e di volersi bene perché dibattono o si punzecchiano tra di loro su temi nei quali hanno opinioni divergenti? E noti bene, ho detto “temi”, non ho detto verità di fede, perché su queste seconde non ci sono “opinioni divergenti”, ma l’accettazione e l’obbedienza nella fede.

      Nessun guazzabuglio o confusione, quindi. Siamo semplicemente nella fase del dibattito, legittimo e fruttuoso, come sempre hanno fatto i Padri della Chiesa nei concilii e nei sinodi. Dibattiti che cesseranno – come sempre è avvenuto – dopo che la Chiesa, attraverso il suo Supremo Pastore, avrà data una risposta.

      Vi sono state delle assise nelle quali i vescovi si sono presi a legnate tra di loro, come del resto i teologi nel XII e XIII secolo presso le grandi accademie.

      Stia sereno e attenda l’ultima parola, quella di Pietro; e quella parola sarà disciplina, dottrina o legge della Chiesa.

  8. Salve cari padri dell’isola! Volevo farvi i miei più sentiti complimenti per il vostro lavoro che mi aiuta spesso a mettermi in discussione e a crescere nella fede.
    Ho solo un quesito riguardo questo articolo, leggo:
    “In questo caso non si pecca perché si è deliberatamente voluto peccare, ma perché le forze di resistenza, colte a volte alla sprovvista, non sono state sufficienti.”
    Leggendo questo pezzo mi è subito venuto in mente il fatto che Dio non permette che siamo tentati oltre le nostre forze, e desideravo comprendere come poter far coesistere queste due affermazioni.
    Rinnovo i miei complimenti e vi saluto!
    Mattia.

    1. Caro Mattia.

      A volte Dio permette che noi crolliamo sotto il peso della prova, perchè da essa sopraffatti, come Cristo cade sotto il peso la croce. In questo caso Dio ci vuol insegnare l’umiltà e ad essere consapevoli della nostra debolezza, affinchè confidiamo di nuovo in Lui.

      Altre volte vuole che superiamo la prova e vinciamo con la forza del coraggio. In questo caso ci dà la forza.

      Nel contempo, però, e sotto un certo punto di vista, si può dire che Dio ci dà sempre la forza di sopportare o superare la prova, nel senso che, intendendo la prova come occasione di esercitare la virtù, anche quando ci sentiamo sopraffatti dalla forza contraria, che può essere anche la passione, se la volontà resta libera e rifiuta la forza contraria, noi possiamo sempre compiere atti di virtù, come per esempio la pazienza, la fortezza, la perseveranza o l’umiltà.

  9. Caro PADRE GIOVANNI CAVALCOLI,
    mi permetto di dirle con molta umiltà che mi sembra di cogliere molte imprecisioni nel suo argomentare.
    Non sono in grado di risponderle puntualmente sul piano teologico, pur sentendomi a disagio per ciò che le sento affermare, ma posso comunque chiederle di essere più preciso nell’uso della nostra bella lingua.
    E prego, che lo Spirito scenda su di lei ma soprattutto sui partecipanti al Sinodo e che Dio si prenda cura della sua Chiesa, secondo la sua fedeltà, perché oggi più che mai, mentre voi discutete le persone, come pecore senza pastore, soffrono, non tanto perché non possono fare la Comunione, no, soffrono l’incertezza delle vostre leggi. La fragilità della vostra guida e dei vostri insegnamenti.
    La chiesa ridotta a legiferare?! di leggi parliamo dunque?
    dove avete nascosto Gesù e il Vangelo da dare ai piccoli, ai semplici?
    La mia opinione sulla Comunione, possibile o non possibile, se le interessa, la trova qui:
    https://veramacri.wordpress.com/2015/10/18/volete-misericordia-datela-voi-per-primi-alla-chiesa-a-voi-stessi/

    1. «Non sono in grado di risponderle puntualmente sul piano teologico, pur sentendomi a disagio per ciò che le sento affermare, ma posso comunque chiederle di essere più preciso nell’uso della nostra bella lingua».

      E meno male, cara Lettrice, che dice il tutto «con molta umiltà», facendo presente al Padre Giovanni che, «premesso che non sono in grado di risponderle sul piano teologico», detto ciò «mi sembra di cogliere molte imprecisioni nel suo argomentare».
      Segue poi l’invito – umile naturalmente, anzi oserei dire umilissimo – « posso comunque chiederle di essere più preciso nell’uso della nostra bella lingua». Sottindendendo così che il povero accademico domenicano, a 74 anni suonati, ancora non è in grado di esprimersi in un corretto italiano, o perlomeno in un italiano comprensibile.

      Io non ci capisco nulla di fisica nucleare, a maggior ragione, se leggessi l’articolo di uno specialista, mi guarderei bene dal dire lui: “Premesso che di fisica nucleare non ci capisco niente, per inciso tu impara ad essere più preciso nell’uso della nostra bella lingua”.

      Ecco, cara Lettrice, anch’io prego lo Spirito Santo come lei, lo prego che ci liberi presto da certi cristiani da sacrestia a collo torto, che da una parte ti danno una sberla dopo avere ammesso di non capire, dall’altra si ammantano d’aria da madonnine infilzate, come si dice nelle mie zone d’origine, finendo poi col dirti che hai da imparare persino l’uso dell’alfabeto.

      Il tutto detto sempre con umiltà, s’intende!

  10. Può spiegare meglio, padre, la frase “Essi infatti possono in qualunque momento, con la grazia di Dio, pentirsi ed ottenere il perdono di Dio, anche senza il sacramento della penitenza”? Allude forze ad un atto di contrizione perfetta? Ma essa è condizionata o no al proposito di confessarsi non appena possibile? Dunque non è solo un caso eccezionale? Se non vi è il proposito di cessare di avere rapporti extraconiugali, come è possibile che vi sia contrizione perfetta? Grazie della risposta che vorrà darmi.

    1. Caro Lettore.

      I conviventi non sono ammessi al Sacramento della penitenza. D’altra parte, hanno bisogno del perdono dei loro peccati. Allora lo ottengono direttamente da Dio, che può donare la grazia anche senza i Sacramenti.
      Certamente essi devono fare il proposito di non più peccare ogni volta che peccano. Ma la situazione nella quale si trovano li spinge a peccare spesso, per cui prima o poi peccano, anche se, trattandosi di spinte al peccato che non possono evitare in considerazione della situazione nella quale vivono, i loro peccati hanno delle attenuanti e la colpa da mortale può abbassarsi al livello di veniale.

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