«Io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio». Quei cattolici depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo e che considerano il sesso come centro dell’intero mistero del male (con postilla finale aggiunta il 12 settembre)

— Le Pagine di Theologica —

«IO SONO ROBERTO BOLLE, NON UN POLLO CHE RAZZOLA NEL POLLAIO». QUEI CATTOLICI DEPRESSI E DEPRIMENTI CHE RINCHIUDONO LA MORALE DENTRO UN PRESERVATIVO E CHE CONSIDERANO IL SESSO COME CENTRO DELL’INTERO MISTERO DEL MALE

con postilla finale aggiunta il 12 settembre

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Il video nel quale il Sig. Carlo Borghesi (in foto) accusa Padre Ariel S. Levi di Gualdo di eresia è visibile  QUI, QUI

«Come promesso compatibilmente con i miei impegni ho provveduto a fare un video in risposta alle sue eterodosse affermazioni sulla contraccezione. Convinto che personalmente conosca cosa è sana dottrina e quindi da ritenersi e cosa da scartare. Certamente tornerà utile ai tanti fedeli che da anni ci seguono e che hanno l’obbligo di conoscere la verità su questioni di tale importanza». Dal canto mio intendo chiarire che se un laico accusa di eterodossia sulla pubblica piazza dei social media un ministro in sacris e un teologo, è quanto meno doveroso difendere la propria dignità di sacerdote e di studioso dalle accuse di un soggetto rivelatosi alla prova dei fatti un teologo dilettante che tenta di dogmatizzare un preservativo stravolgendo il magistero morale della Chiesa e i suoi documenti che trattano il tema della contraccezione, a partire dalla enciclica Humanae Vitae del Santo Pontefice Paolo VI.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita negli articoli la audio-lettura per i Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono loro la lettura e fornendo al tempo stesso un servizio a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire della audio-lettura

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Roberto Bolle

… una breve premessa: un vescovo mio sapiente formatore, che ha servita per tanti anni la Chiesa e la Santa Sede in giro per vari Paesi del mondo, mi spiegò ― quindi di riflesso mi insegnò ― come mai egli non si fosse mai difeso, quando in alcune occasioni fu reso oggetto di attacchi assurdi. Due i principali motivi: il primo è che spesso, chi attacca, lo fa proprio per scatenare una polemica. Il secondo perché, quando si è persone pubbliche più o meno conosciute, può accadere che soggetti che sono molto meno pubblici e conosciuti, cerchino di ricavarsi della visibilità sulla pelle altrui, semmai attaccandoti.

Intendiamoci meglio ancora. Il nostro grande ballerino Roberto Bolle è stato baciato dalla natura, indubbiamente e in tutti i sensi: ha un viso bello ed espressivo, un corpo statuario, è alto di statura, ma soprattutto è dotato di straordinaria bravura, oltre a essere un giovane uomo amabile e di animo profondamente buono. Roberto Bolle, con la somma di tutte le sue doti naturali, avrebbe potuto mettere seriamente in ombra, su un palcoscenico, persino the flying tatar, il grande Rudolf Nureyev, detto appunto il tataro volante. Eppure esiste un esercito di ballerini, con serie difficoltà a entrare come comparse danzanti in una compagnia di balletto che, su Roberto Bolle, esprimono le peggiori cose, riscontrando in lui i difetti e le incapacità più improbabili. Tutto questo per dire, col tono provocatorio che mi contraddistingue: io sono Roberto Bolle e, come tale salto in alto, non raspo nel cortile con i polli. A maggior ragione mi sono sempre attenuto allo stile di comportamento del mio sapiente formatore e, persino quando alcuni mi hanno subissato di insulti nel pollaio dei social, non mi sono difeso, se non in unico caso: quanto sono stati superati tutti i limiti della umana decenza.

Nessuno può accusarmi pubblicamente di ciò che mai ho fatto e di ciò che mai ho detto. E se ciò avviene, non è che io intervengo per difendere me stesso, ma per indicare la menzogna e la manipolazione. E purtroppo, in questa nostra società sempre più schizofrenica, la manipolazione è un esercizio molto diffuso e basato perlopiù su taglia e cuci, sino a far dire alle persone ciò che nei concreti fatti non hanno detto.

Ma veniamo al caso specifico. È accaduto che alcune mie frasi sono state estrapolate da pubblici discorsi e scritti molto articolati, poi è stata presa la mia immagine da alcune mie video conferenze e, scindendo il tutto dal preciso e articolato contesto, è stata riportata una frase per farmi dire quel che mai ho detto, quindi per supportare una vera e propria azione demolitiva nei miei riguardi basata sul falso.

A realizzare questo è stato un Tale appartenente a quei pensatori che non trovano di meglio da fare che usare la morale cattolica, nella delicata e complessa sfera della sessualità umana, per racchiudere nel sesso e nella sessualità, o se preferite dentro un preservativo, l’intero mistero del male.

Questo dilettante della teologia e della teologia moralemi presenta e mi tratta pubblicamente come un avvelenatore di anime dalle idee molto confuse sulla morale sessuale, accusandomi di avere scempiata, sempre in virtù della mia ignoranza dottrinale, la enciclica Humanae Vitae del Santo Pontefice Paolo VI, nella quale è sancita la proibizione per i fedeli cattolici di ricorrere ai mezzi contraccettivi. Insomma: sono pubblicamente accusato di eterodossia, vale a dire di eresia.

Sulla Humanae Vitae ho fatto e pubblicato nel corso degli anni diverse lezioni e interventi, che però costui non ha ascoltato e letto, tanto era impegnato a imputare a Roberto Bolle ciò che mai egli ha detto. Il tutto ripeto: con maldestri taglia e cuci.

Nei pubblici articoli in cui ho trattato lo specifico tema, ho sempre proceduto a collocare anzitutto questa enciclica nel suo giusto contesto e a contestualizzarla nel suo ambito storico-sociale ed ecclesiale. Non ho mancato di spiegare che quella enciclica costituì, per il Santo Pontefice Paolo VI, un autentico trauma dal quale mai egli si riprese, n’è prova che fu l’ultima da lui redatta. Seguirono poi, prima del suo ritorno alla Casa del Padre, altri dieci anni di pontificato che attraversarono uno dei periodi storico-sociali più delicati della modernità, senza che mai più desse però alle stampe altre encicliche. Questo basta per capire che la Humanae Vitae ha lasciato un segno indelebile addosso anzitutto a chi l’ha scritta e per la quale egli dovette subire persino il grave affronto di una pubblica ribellione da parte di varie frange dell’episcopato nord europeo.

In questa nostra infelice stagione che marcia all’insegna del rimettere tutto in discussione, del rileggere, del reinterpretare e del riscrivere, ma soprattutto del rivoluzionare ― parola come più volte ho spiegato incompatibile con l’essenza stessa del Cristianesimo ―, anche la Humanae Vitae doveva essere sottoposta a questo processo, come dimostra l’intervento che il Reverendo Professore Maurizio Chiodi fece presso la Pontificia Università Gregoriana nel 2018, durante una lectio magistralis dedicata alla «rilettura» di questa sofferta enciclica del Santo Pontefice Paolo VI [cf. QUI]. E qui è bene ricordare che, proprio sulle colonne della rivista telematica L’Isola di Patmos, sia l’accademico pontificio Giovanni Cavalcoli, sia io, contestammo molto garbatamente ma molto duramente quel tentativo di “rimessa in discussione”.

Sono a dir poco basito che un Tale mi accusi di avere affermato che la Humanae Vitae è un documento che racchiude una semplice disciplina ecclesiastica, eventualmente riformabile da un altro eventuale Sommo Pontefice, perché tutt’altre sono state le mie speculazioni, i miei discorsi teologici e le mie risposte circa il concetto di riformabilità.

Ribadisco allora ciò che più volte ho affermato, scritto e spiegato in passato, sempre in modo dettagliato e chiaro:

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«Il testo della Humanae Vitae è destinato a rimanere un discorso chiuso sul piano della disciplina, ma aperto su quello della speculazione teologica. Infatti, la proibizione dell’uso dei contraccettivi, per quanto sia espressione del sommo magistero supportata sul diritto naturale e sulla traditio catholica, non può essere, oggi e neppure domani, sorretta su elementi dogmatici tali da ricorrere ex cathedra ad un pronunciamento definitorio del magistero infallibile. Infatti, in tutta la letteratura vetero e novo testamentaria, non c’è un solo elemento di solido appoggio per tenere in piedi a livello dogmatico la disciplina che sancisce la proibizione dell’uso dei contraccettivi; che è una disciplina a mio teologico parere molto sapiente e opportuna, ma che non può essere dogmatizzata. E chi oggi la dogmatizza, mostra veramente di non sapere che cosa sia il dogma, o che cosa invece sia, diversamente, il supporto dogmatico che sorregge una disciplina ecclesiastica o canonica».

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Queste e altre mie affermazioni hanno sconvolto quel certo teologo dilettante che dal canto suo, per evidente e crassa ignoranza, pare non avere chiaro che cosa sia un dogma della fede, come tutti i suoi sodali che in modo improvvido e viepiù davvero ridicolo tentano in modo ossessivo-compulsivo di dogmatizzare un preservativo.

Detto questo chiariamo: chi mi ha gravemente accusato di eterodossia ha dimostrato di non avere proprio idea di che cosa sia, sul piano logico, metafisico e teologico, una espressione definitoria e una espressione definitiva, infatti, in tutto il suo argomentare fanta-teologico e fanta-morale, egli confonde l’una con l’altra, mostrando così alla prova dei fatti scarsa dimestichezza con il linguaggio teologico che, specie nell’ambito della teologia dogmatica, è di una precisione assolutamente chirurgica. E mancando della corretta proprietà di linguaggio dogmatico, egli si dimostra del tutto ignaro di una fatto non passibile di teologica smentita: riguardo la dottrina contenuta nella Humanae Vitae che vieta l’uso dei contraccettivi, la Chiesa non ha mai espresso un giudizio nella forma solenne della definizione, come quello del primo grado che ha per oggetto tutte quelle dottrine attinenti al campo dogmatico e morale, che sono necessarie per custodire ed esporre fedelmente il deposito della fede. A tal proposito basti leggere la Lettera Apostolica del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, Ad tuendam fidem, del 29.05.1998 [testo QUI].

Questa disciplina sancita dal Santo Pontefice Paolo VI è da intendersi come una dottrina proposta infallibilmente. E con ciò è presto detto che nessun teologo, più o meno ferrato nelle precise materie dottrinarie e morali, dovrebbe mai confondere un pronunciamento legato alla infallibilità di cosiddetto “secondo grado”, ossia definitivo, con la definizione di un nuovo dogma della Fede Cattolica, ossia definitorio. Questo è il grave errore nel quale rischiano di cadere certi cosiddetti rigoristi: inventare dogmi che non esistono, sino a giungere al punto di dogmatizzare un preservativo, dopo avere fatta una grande confusione tra definitorio definitivo, semplicemente perché non conoscono proprio il lessico della teologia dogmatica.  

Due dei nuovi “dogmi” proclamati con formula definitoria di questi tempi da certi soggetti affetti da sessuofobia, sono il n. 84 della Familiaris Consortio, lungimirante esortazione apostolica post-sinodale del Santo Pontefice Giovanni Paolo II, a cui fa seguito il “dogma” del «no alla Santa Comunione ai divorziati risposati». Tra poco costoro, nelle nostre chiese, o forse nelle loro, cominceranno a recitare un Simbolo di fede Niceno-Costantinopolitano più o meno così integrato: “Credo in Dio Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili; credo che i divorziati risposati debbano essere esclusi dalla Santa Comunione Eucaristica”. Ma soprattutto: “Credo nel dogma sulla contraccezione”, una “verità di fede” da essi inserita poco prima della chiusa che recita: «Credo nella risurrezione dei morti e nella vita del mondo che verrà». Oppure inseriranno, direttamente prima della parte dove la Professio Fidei acclama il mistero dell’Incarnazione del Verbo e la sua consustanzialità col Padre, il ben più importante articolo di fede: “Credo nel dogma della proibizione della contraccezione”. Perché a questo siffatti soggetti mirano: a racchiudere l’intera morale cattolica dentro un preservativo.

Detto questo posso proseguire chiarendo che elementi quali errore, eresia e peccato ― tutte cose di cui sono stato accusato da quel certo Tale ―, hanno una loro scala in rapporto sia col concetto in sé, sia col dato oggettivo della loro gravità, il tutto legato alla conoscenza, alla volontà e al deliberato consenso. Insomma, l’etica del buon Aristotele trasposta poi a supporto delle verità di fede da San Tommaso d’Aquino. E, pur senza ricorrere a esempi che sarebbero molti e articolati, dico «conoscenza» perché non tutti sono consapevoli che certi atti e azioni sono gravemente peccaminose, specie in quei soggetti nei quali il senso naturale del bene e del male è molto ridotto, in alcuni gravi e particolari casi è pressoché inesistente. E in questi specifici casi, il concetto di “colpa reale” come lo giochiamo? Posto che la colpa non è un gioco utile a dar lavoro ai moderni redivivi della neoscolastica decadente, bensì un dato oggettivo che nasce dall’agire cosciente soggettivo?

Ma veniamo al discorso degli errori dottrinari o delle stesse eresie, per esempio: da Gioacchino da Fiore, santo uomo di Dio, sino al più recente Antonio Rosmini, oggi Beato, è accaduto che anche dei santi e degli indubitabili uomini di Dio siano caduti inavvertitamente in pensieri ereticali, dai quali poi si sono corretti, senza che questi pregiudicassero la loro santità. Dello stesso Gioacchino da Fiore, la cui eresia fu condannata nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, proprio mentre era in corso la sua causa di beatificazione, i Padri della Chiesa riuniti in quell’assise conciliare, nell’indicare gli errori contenuti in un suo famoso libello, non mancarono di mettere chiaramente in luce anche la sua indubbia santità di vita.

Tutto questo per introdurre un semplice quesito: è più grave mettere in discussione e de-costruire i dogmi della Santa Fede Cattolica, od è più grave proclamare dei nuovi dogmi che non esistono? Indubbiamente è più grave la seconda cosa. Infatti, chi sbagliando e seminando confusione tra il Popolo di Dio, mette in discussione i dogmi attraverso la rilettura e la reinterpretazione, sino a giungere alla loro de-costruzione, non è detto però che sia animato da intenzioni diaboliche, perché il tutto può essere anche frutto di quella cattiva formazione teologica che è stata trasmessa e acquisita senza alcuna colpa oggettiva da presbiteri e teologi che hanno ricevuto insegnamenti errati. E se ciò è accaduto, è forse colpa della loro volontà e del loro deliberato consenso prestato scientemente all’errore?

Resta in ogni caso certo che quanti proclamano dogmi che non esistono, compiono un errore maggiore, perché agiscono ponendosi al di sopra dell’autorità stessa della Santa Chiesa mater et magistra, detentrice di un’autorità che a essa deriva da Cristo in persona. E quest’ultimo sì, che è un dogma della Fede Cattolica, al quale non si è giunti per logica deduzione di fede, ma sulla base di chiare e precise parole pronunciate dal Verbo di Dio fatto uomo [cf. Mt 13, 16-20]. E quando si proclamano dogmi che non esistono e che non possono neppure esistere, in quel caso siamo davvero nel diabolico, perché qui entra in scena la peggiore superbia umana. È infatti il caso di ricordare che nella cosiddetta scala dei peccati capitali, la superbia occupa il primo posto assoluto, con triste pace di chi, in modo invero ostinato e incorreggibile, vorrebbe invece concentrare nella lussuria ― che ricordiamo non figura affatto al primo posto, ma neppure al secondo e al terzo ― l’intero mistero del male, incuranti del fatto che i peggiori peccati vanno tutti quanti e di rigore dalla cintura a salire, non invece dalla cintura a scendere, come in tono ironico ma teologicamente molto serio scrissi svariati anni fa.

Con argomentazioni che denotano mancanza di conoscenza della teologia dogmatica e terribili lacune sull’impianto logico e filosofico che la sorregge, un teologo rivelatosi alla prova dei fatti dilettante mi accusa così d’eresia, per avere sostenuto che domani un Pontefice «potrebbe anche decidere di rivedere questa disciplina». Sicché, non tanto per smontare, ma per attaccarmi con fredda e pacata ferocia, egli incomincia a sciorinare documenti per dimostrare la “dogmatica irriformabilità” di certe discipline, mostrando, tra le varie cose, di non saper leggere i documenti della Chiesa né di comprendere il loro linguaggio sul piano storico ed ecclesiologico. Il tutto a riprova che stiamo a parlare di un emerito ignorante nel senso etimologico del termine. Facile come tale da smentire con pochi esempi legati alla storia e alla evoluzione della parte più delicata in assoluto della dogmatica: la dogmatica sacramentaria. Procediamo allora con gli esempi: per secoli, la Confessione, non era un Sacramento ripetibile ma poteva essere amministrato una sola volta nella vita e mai più. Se andiamo a leggere i testi di certi Santi Padri e dottori della Chiesa dell’epoca, incluse dichiarazioni dei Romani Pontefici, scopriremo che quando si cominciò a ventilare la possibilità di rendere questo Sacramento ripetibile, da una parte si urlò all’eresia, dall’altra anathema sit! Come mai, alla fine, questo Sacramento divenne ripetibile? Semplice: lo dobbiamo alla discesa dei barbari dal Nord dell’Europa che, a poco a poco, si convertirono in massa al Cristianesimo.

Per molti secoli la Santa Comunione frequente non era solo sconsigliata ma proprio proibita, anche se il Santo dottore della Chiesa Agostino vescovo d’Ippona ne ipotizzò la necessità spirituale della ricezione frequente, ma senza esito alcuno. A religiose e religiosi che vivevano in monasteri di vita contemplativa, era concesso come vero e proprio privilegio di ricevere la Santissima Eucaristia una volta alla settimana e non di più. Certe antiche consuetudini sopravvivono tutt’oggi in diverse leggi della Chiesa che raccomanda come precetto stabilito dal IV Concilio Lateranense di confessarsi almeno una volta all’anno, quindi di comunicarsi, sempre almeno una volta all’anno, per Pasqua [Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 2041-2042].

Con un canone impresso nei suoi atti solenni, sempre nel 1215, il IV Concilio Lateranense stabilì la proibizione della fondazione di nuovi ordini religiosi. Ebbene riflettiamo: ci rendiamo conto che cosa è, a livello teologico ed ecclesiologico, l’autorità di un concilio ecumenico? Eppure, poco dopo, alla fine del 1216, il Sommo Pontefice Onorio III approvava la fondazione dell’Ordine dei Frati Predicatori di San Domenico di Guzmàn, che in ottemperanza a quanto disposto dal Concilio Lateranense, adottarono inizialmente la regola già esistente dei Frati Agostiniani. Anni dopo, con la bolla Solet annuere del 1223, il Sommo Pontefice Onorio III approvava la Regola dei compagni di San Francesco d’Assisi, senza che questi, come avvenuto inizialmente per i Domenicani, dovessero adottare una regola già esistente, perché sembra che in precedenza, attorno al 1210, il suo Sommo Predecessore Innocenzo III avesse approvata oralmente la regola, di cui però non esiste traccia, perché è andata perduta. La narrazione della visita fatta dal Serafico Padre Francesco al Sommo Pontefice che, decorsi tre mesi di attesa, lo ricevette dopo avere sognato la notte prima un poverello che sorreggeva la chiesa in rovina di San Giovanni in Laterano ― altri parlano invece di una visione avuta dal Sommo Pontefice ― e che approvò oralmente la prima regola, è un fatto racchiuso nella leggenda aurea narrata da San Bonaventura di Bagnoregio, non è propriamente un fatto storicamente documentato. È invece documentato storicamente che Santa Chiara, che in seguito fondò il ramo femminile francescano, dovette invece adottare una regola già esistente, prendendo quella delle Monache Benedettine.

Il canone XIII del IV Concilio Lateranense aveva infatti solennemente sancito:

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«Perché l’eccessiva varietà degli ordini religiosi non sia causa di gravi confusioni nella Santa Chiesa di Dio, Noi proibiamo in modo rigoroso che in futuro si fondino nuovi ordini. Chi quindi volesse abbracciare una forma religiosa di vita, scelga una di quelle già approvate. Ugualmente chi volesse fondare una nuova casa religiosa faccia sua la regola e le istituzioni degli ordini religiosi già approvati» [traduzione dal latino mia].

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Domando al mio accusatore: com’è stato possibile che il canone di un concilio ecumenico convocato e presieduto dal Sommo Pontefice Innocenzo III, sia stato in tal modo disatteso parzialmente con alcuni escamotage a partire dal suo Sommo Successore Onorio III? Ma, sopra a tutto, com’è possibile che in seguito sia stato proprio in tutto disatteso e quindi totalmente cancellato dai successivi pontefici, che permisero sia la fondazione di nuovi ordini sia l’approvazione di nuove regole specifiche? Chiarito ciò, forse qualcuno sarebbe sicuramente capace a rispondere … “Ah, ma perché lì si trattava di ordini religiosi, mica di sesso! Perché, sul sesso non si discute”.

Quando il Santo Pontefice Pio V pubblicò il messale, lo definì intangibile e irriformabile con tanto di anathema sitEbbene, il primo che vi mise mano fu il suo Sommo Successore Clemente VIII appena trent’anni dopo, modificando sostanzialmente numerose rubriche e mutando in modo anche radicale la gestualità del celebrante durante la Preghiera Eucaristica. Chiarito ciò, forse qualcuno sarebbe sicuramente capace a rispondere … “Ah, ma perché lì si trattava solo della celebrazione del Sacrificio Eucaristico, cosa del tutto secondaria, rispetto ciò che può essere una verità di fede definitoria come la proibizione dell’uso dei preservativi”.

Da tempi immemorabili, è nota nell’ambito ecclesiale ed ecclesiastico una frase, le cui prime tracce storiche le ritroviamo in epoche davvero molto lontane, nell’XI secolo, ai tempi di certe accese dispute di San Pier Damiani in tema di morale, ossia la seguente: «Un Papa bolla e un altro Papa sbolla». Cosa s’intende dire, con una simile espressione? Una cosa è certa: ciò non significa che il Beato Pontefice Pio IX bollasse il dogma della immacolata concezione e che il suo Sommo Successore Leone XIII lo potesse sbollare, perché in questo caso stiamo parlando di solenni definizioni dogmatiche sulle verità della fede. Però, tutto ciò che non era strettamente legato alle definizioni dogmatiche, è sempre stato bollato e sbollato, anche se chi a suo tempo aveva bollato usò termini solenni sulla irriformabilità nei secoli dei secoli con tanto di ricorso ad anathema sit! E questo, tanto per essere chiari con l’esercito di teologi improvvisati: non lo dico io, lo dimostra la storia della Chiesa senza possibile pena di smentita. Sempre a riprova che, senza una solida e profonda conoscenza storica, non si può giocare né con la teologia dogmatica, né con la liturgia sacramentaria, né con la esegesi e via a seguire…    

È presto detto: il mio accusatore, dimostra di non avere neppure idea di dove alberghi la storia della teologia dogmatica e la storia del dogma. Infatti, molti di quegli elementi che nei primi grandi Concili dogmatici della Chiesa erano bollati con anathema sit, successivamente sono divenute dottrine della Chiesa, sino al loro pieno sviluppo nel Concilio di Trento prima, infine nel Concilio Vaticano II a seguire. E con questo ho ribadito e ulteriormente dimostrato quali cantonate possano prendere certi ballerini dilettanti che si mettono a fare le pulci a Roberto Bolle.   

Che per la Humanae Vitae non si potesse ricorrere alla solenne formula dogmatica definitoria era un problema molto chiaro anzitutto al suo Augusto estensore. Detto questo ricordo e chiarisco a chi mi ha accusato di eterodossia, che rifiutando una formula dogmatica definitoria, si è ipso facto fuori dalla comunione della Chiesa, perché l’assenso e l’ossequio che a essa il fedele è prestato a tenere, si fonda direttamente nell’autorità della Parola di Dio, o come si dice in linguaggio teologico: dottrine de fide credenda. Mentre invece, discutendo, o persino dissentendo, su un pronunciamento definitivo che pure implica l’esercizio del ministero infallibile, non si è invece fuori dalla Comunione della Chiesa mediante palese eresia, ma si è semplicemente in errore, perché le verità definitive si fondano sulla nostra fede nell’assistenza dello Spirito Santo al magistero e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del magistero, o come si dice in linguaggio teologico: dottrine de fide tenenda. Per quanto riguarda tutto l’altro resto, la storia della Chiesa, non certo io, dimostra in che modo «un Papa bolla e un Papa sbolla», anche se chi prima aveva bollato aveva fatto solenni richiami alla irriformabilità, con tanto di «anathema sit!».

Il Pontificio Consiglio della Famiglia, emanò un Vademecum per i confessori il 12 febbraio 1997 all’interno del quale si chiarisce:

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«La Chiesa ha sempre insegnato l’intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale intenzionalmente infecondo. Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irriformabile».

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Come sacerdote e confessore, mi sono sempre attenuto con scrupolo a questa dottrina. Come teologo e mente speculativa dotata di qualche decente conoscenza sulla storia della Chiesa, dei concili, della dogmatica e della sacramentaria, non posso invece omettere di dire, come del resto ho fatto, che anche la confessione non ripetibile, era una dottrina definitiva e irriformabile, allo stesso modo in cui un concilio, in modo definitivo e irriformabile, impresse in un canone che non era possibile fondare nuovi ordini religiosi, salvo permettere, nei secoli a seguire, la nascita di altri ordini e di centinaia di congregazioni religiose. Anche il Messale di San Pio V promulgato nel 1570, era irriformabile, sempre con tanto di «anathema sit!». E irriformabile lo fu a tal al punto che, a partire dagli inizi del 1600 fino al 1962, è stato corretto per la bellezza di diciotto volte, sino a giungere alla riforma liturgica delineata dalla Sacrosanctum Concilum che, detta apertis verbis, quel Venerabile Messale irriformabile nei secoli dei secoli con tanto di corredata minaccia «anathema sit!», fu fatto letteralmente in pezzi dal braccio armato di Annibale Bugnini e dei suoi collaboratori, infine promulgato con l’approvazione e la firma del Santo Pontefice Paolo VI.

Dunque, di che cosa vanno parlando certi dilettanti della teologia, dinanzi al cui parlare e agire possiamo solo prendere atto che per loro, la Chiesa, pare essere nata agli inizi del Novecento con il Santo Pontefice Pio X, che non perdono occasione di dimostrare, tra l’altro, quanto di fatto non conoscano neppure?

Affermare cose di questo genere, non vuol dire essere pericolosi traviatori di anime, ma dire semplicemente ciò che è storicamente, teologicamente ed ecclesialmente vero. È altresì vero che, se la Humane Vitaeanziché della sessualità umana, avesse trattato delle scienze bibliche o della dottrina sociale della Chiesa, certe polemiche inscenate da eserciti di soggetti sessuofobici che reputano il sesso e solo il sesso, l’origine e il centro dell’intero mistero del male, non sarebbero mai state scatenate.

È viepiù lecito, sempre speculando, domandarsi e domandare: pagare le dovute tasse, è un imperativo dato da Cristo Dio in persona [cf. Mt 22, 21]. Infatti, Cristo stesso, pagò la tassa al Tempio, reputandola legittima e doverosa. A tal proposito incaricò Pietro di versarla «per te e per me» [cf. Mt 17, 22-27]. Quindi è un imperativo fondato direttamente sulla autorità della Parola di Dio, o come si dice in linguaggio teologico: dottrine de fide credenda. Come mai, non si è ancora proceduto con un solenne pronunciamento definitorio del più alto magistero infallibile? Il tutto, sempre parlando e procedendo per speculazioni tutt’altro che peregrine.

Quei teologi duri e puri, per non parlare dei laici praticoni che di blog in blog si sono improvvisati teologi dogmatici e oggi pretendono di dogmatizzare la Humanae Vitae elevandola a rango di solenne pronunciamento definitorio, non solo rendono pessimo servizio a questa splendida enciclica, ma pongono in discussione le capacità teologiche e dottrinarie di chi l’ha scritta e poi donata alla Chiesa, mostrando di non saper neppure distinguere i gradi ben diversi che corrono tra un pronunciamento definitorio e un pronunciamento definitivo; o ciò che vuol dire rifiutare il primo e ciò che invece vuol dire discutere sul secondo, senza mai mettere in discussione la dottrina data dalla Chiesa e soprattutto applicandola sempre e con scrupolo nell’esercizio del sacro ministero sacerdotale.

Questa enciclica, alla Chiesa, è stata peraltro donata da un Santo Pontefice che era perfettamente consapevole di non poter “blindare” con la solenne formula dogmatica definitoria la proibizione dell’uso dei contraccettivi. Basterebbe solo conoscere la storia della Humanae Vitae e quindi sapere, per esempio, che la maggioranza dei membri dell’episcopato e gli esperti teologi erano favorevoli a un uso moderato della contraccezione. Tra i favorevoli c’era anche l’allora Vescovo di Vittorio Veneto, Albino Luciani, divenuto poi Patriarca di Venezia e in seguito successore del Santo Pontefice Paolo VI con il nome di Giovanni Paolo I. Finite le discussioni e promulgata l’enciclica, il Vescovo Albino Luciani convocò il suo clero diocesano e disse ai suoi presbiteri riuniti in assemblea:

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«Molti di voi sanno, come io la pensavo. Adesso il Sommo Pontefice ha emanata una enciclica e ci ha data una dottrina e una disciplina alla quale tutti noi dobbiamo prestare devoto ossequio e diffonderne l’insegnamento tra i fedeli cattolici».

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In questa frase è contenuta, tra le varie cose, la differenza che corre tra un uomo di Dio e un bigotto che investe il mondo intero a suon di … «Non se ne discute! Eterodosso … eretico!». Invece no, perché su certe discipline nate da pronunciamenti definitivi, si può discutere eccome. Quello che invece non si può e che mai si deve fare, è di rigettarle e di non applicarle, questo non si può fare, mai e in alcun caso.

Anni fa, proprio interloquendo in modo provocatorio con degli ossessionati sulla sessualità umana, di quelli per i quali i Sette Peccati Capitali si riducevano unicamente alla lussuria e che consideravano e presentavano come dogma definitorio intangibile della fede la proibizione della contraccezione, ricordai che i preservativi non furono inventati e immessi nel commercio a inizi anni Settanta del Novecento, ma che erano già usati da egizi e greci, molto abili, tra l’altro, a produrli con vesciche animali molto sottili. Eppure, Gesù Cristo, che di ciò era sicuramente a conoscenza, nella sua predicazione pubblica non fece mai riferimento a ciò, né mai lanciò alcun divieto imperativo. Al contrario invece, Gesù Cristo, disse in modo chiaro e preciso che era doveroso pagare le tasse a Cesare. Quindi, Gesù Cristo, si è espresso a tal proposito in modo chiaro. Pero, pur malgrado, non mi risulta che il pagamento delle tasse – che è un dovere e un obbligo al quale adempiere – sia stato solennemente definito come dogma della fede. Quindi, che cosa possiamo e dobbiamo dire?

A questo aggiunsi altro: due coniugi cattolici che contravvenendo alle disposizioni della Chiesa usano i contraccettivi dentro la loro chiusa camera da letto o altro luogo privato idoneo, alla collettività intera, recano forse i gravi danni a essa recati dall’esercito di evasori fiscali? Perché, chi non paga le tasse, non solo deruba l’intera collettività e obbliga lo Stato ad aumentare il gettito fiscale su quelli che le pagano e che non le possono evadere, essendo lavoratori a stipendio fisso o pensionati, ma evadendo il fisco fanno mancare i soldi necessari che nel nostro sistema servono per garantire a tutti l’istruzione e l’assistenza sanitaria gratuita, per pagare le pensioni agli anziani che per una vita hanno lavorato e versato contributi e via dicendo a seguire.

Se la disciplina che vieta l’uso dei metodi contraccettivi non si supporta e non può supportarsi sul dogma ― Cosa che, ripeto, il Santo Pontefice Paolo VI sapeva benissimo ―, essa può però supportarsi su molti altri passi dei Santi Vangeli, a partire dal seguente:

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«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» [Mt 7, 13-14].

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Partendo da questo brano evangelico, vorrei tornare a spiegare ciò che sempre ho spiegato ogni volta che ho presentata o illustrare questa enciclica, chiarendo come mai, oggi, più ancora di cinquant’anni fa, quando nel 1968 fu promulgata, essa racchiude al proprio interno un messaggio attuale, profetico e come tale da seguire. La chiave di lettura della Humanae Vitae, non è infatti lo spirito misogino o sessuofobico, o peggio ancora la cosiddetta ossessione sul sesso e la sessualità umana da parte di certi dilettanti della teologia e della morale: tutt’altro. La Humanae Vitae esalta ciò che è dato ed è fatto per amare. E ciò che è dato ed è fatto per amare, non si sporca, come dissi una volta in un salotto privato a un celebre porno-attore che si trovava tra gli ospiti, replicando a certi suoi concetti strampalati improntati su una falsa idea di “libertà sessuale”, che lui non liberava proprio niente, a partire anzitutto dalla donna, trattata in qualsiasi film pornografico come un oggetto di piacere, spesso anche con tutto il disprezzo del caso. Perché la figura del tutto privilegiata e più di tutte attenzionata nella Humanae Vitae è proprio la donna, mi dispiace che negli anni Settanta, le femministe inferocite sulle piazze, non abbiano mai capito in che modo il Santo Pontefice Paolo VI, con questa sua enciclica, disse un clamoroso e straordinario “no, alla donna-oggetto!”.

E oggi, sia quelli che battono il chiodo sul rileggere la Humanae Vitae, sia quelli che, affetti da incorreggibile sessuofobia, considerano la proibizione della contraccezione un dogma della fede cattolica al di sopra del dogma della incarnazione del Verbo di Dio, di questo testo profetico e lungimirante non hanno capito proprio niente. Perché l’insegnamento e il ministero della Chiesa pellegrina sulla terra, non si basa affatto, né mai s’è basato sulla castrazione freudiana dell’uomo, ma tutt’altro sulla piena liberazione di un uomo chiamato da Dio a usare la propria sessualità per amare, sino a giungere al culmine dell’amore attraverso il dono della vita.

La mia modesta esperienza di persona che studia e che si dedica alla ricerca incessante nell’ambito delle scienze filosofiche, storiche e teologiche, è sempre stata accompagnata dall’esercizio del sacro ministero sacerdotale, in particolare come confessore e direttore spirituale, in un rapporto reale e incessante con i Christi fideles e lo stretto contatto con le vite umane e le loro storie spesso anche molto complesse. Questo mio vivere da sempre la teologia calata nel mondo del reale, mi ha portato a toccare con mano un elemento veramente drammatico quanto pernicioso: quei sedicenti cattolici, nonché teologi praticoni più o meno improvvisati che si accaniscono sul sesso e la sessualità umana come se essa fosse il centro dell’intero mistero del male. E se andiamo ad analizzare questi soggetti, scopriamo perlopiù degli infelici che, nelle loro povere esistenze, non sono mai riusciti a sviluppare una serena ed equilibrata dimensione affettiva e sessuale. Spesso, se non quasi di prassi, dietro queste figure si celano grandi frustrazioni e insoddisfazioni, che costoro sfogano poi attraverso una morale a dir poco disumana, mediante un Santo Vangelo privato della sua essenza e ridotto a un arido codice della strada. E proprio a queste persone, Cristo Dio, rimproverava a suo tempo:

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«Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [Mt 23,4]

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A tutti i quesiti qui espressi, frutto di speculazioni tutt’altro che passibili di censura canonica, i teologi dilettanti non hanno mai risposto, si sono limitati a ribattere, facendo disonesti tagli e cuci su mie parole o estrapolando frasi al di fuori del loro preciso contesto, sino ad accusarmi pubblicamente di essere contro la Humanae Vitae, le leggi e i … “dogmi” della Chiesa.

Pur non avendo tempo da perdere, sono purtroppo obbligato, dinanzi a certi materiali che circolano sui social media, a chiarire che mai ho fatto di simili affermazioni e, chi me le imputa, è veramente un disonesto. Perché io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio dei social. Quindi come tale ho una immagine, ma soprattutto ho dei talenti a me dati da Dio che, in devoto ossequio a Dio, devo difendere, restituendoli infine a Dio dopo averli fatti fruttare, proprio come ci insegna il Santo Vangelo mediante la Parabola dei Talenti [cf. Mt 25, 14-30].

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dall’Isola di Patmos, 6 agosto 2020

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NOTA POSTUMA DEL 12 SETTEMBRE 2020

Un certo Sig. Carlo Borghesi invia nel mese di luglio una comunicazione a L’Isola di Patmos per informarci che avrebbe provveduto a fare un video su mie affermazioni a suo dire eterodosse da me mai espresse sulla enciclica Humanae Vitae del Santo Pontefice Paolo VI. Ignoro il messaggio. Come promesso egli realizza un video nel quale, con autentica disonestà intellettuale, ma soprattutto con palese mancanza di conoscenza di queste specifiche materie dottrinali, formula questa ingiustificata e insussistente accusa a mio carico, facendo taglia e cuci su miei scritti e video. Pur avendo cercato di ignorare questo ricercatore di polemiche e liti e pur avendo cercato in ogni modo di rifuggire la polemica, mi trovo così costretto a difendermi da una pubblica e non lieve accusa di eterodossia. 

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I Padri de L’Isola di Patmos hanno inserita negli articoli la audio-lettura per i Lettori colpiti da quelle disabilità che impediscono loro la lettura e fornendo al tempo stesso un servizio a coloro che trovandosi in viaggio e non potendo leggere possono usufruire della audio-lettura

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così è stato presentato Ariel S. Levi di Gualdo sul blog di Carlo Borghesi che poi ha lamentato che il sacerdote e teologo, rispondendo nel merito delle sue accuse, avrebbe “osato” usare la sua immagine per presentare ai lettori la faccia della persona che lo accusa pubblicamente di eterodossia [vedere QUI].

A questo mio articolo ne ha fatto seguito un secondo il 12 agosto [vedere, QUI] dove torno ad approfondire il tema della Humanae Vitae e il divieto del ricorso alla contraccezione, spiegando alla luce della storia del dogma i concetti di riformabilità e irriformabilità. Il mio Accusatore non ha risposto nel merito delle questioni da me sollevate sorrette da prove storiche [vedere, QUI], si è limitato a dichiararsi offeso per alcune mie risposte colorite — come io stesso ho ammesso di avere dato in sede privata —, frutto non di irriverenza ma della mia tipica ironia tosco-romana. Imperterrito ha seguitato a fare taglia e cuci su miei scritti e video-lezioni per attribuirmi ciò che mai ho detto e negando di disputare nel merito la questione da lui sollevata, per gettarla sul personale o attaccandosi a “paroline” a suo dire fuori posto. Così agendo ha tentato di colpire un sacerdote e un teologo attaccandolo sul personale e dando giudizi gravi sulla mia coscienza e la mia vita sacerdotale. Infatti, non potendo smentirmi nel merito delle questioni storico-teologiche e dottrinarie da me esposte, con spirito davvero farisaico ha tentato di attaccarsi alla forma, alla “parolina” ironica. E qualcuno c’è persino cascato, ahimè … Così agendo ha tentato di colpire un sacerdote e un teologo attaccandolo sul personale e dando giudizi gravi e severi sulla mia coscienza e la mia vita sacerdotale, esulando completamente dal merito della questione teologica da lui sollevata e da me contestata in spirito di totale aderenza al deposito della fede e alla dottrina cattolica.

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Infelice fuori di umana misura la strumentalizzazione de-contestualizzata fatta nel suo video circa uno scambio teologico avvenuto nel 2015 tra il compianto presbitero e teologo Antonio Livi e me. Inutilmente ho cercato di chiarirgli con un messaggio privato che questo insigne teologo e mio caro confratello che egli tenta di usare contro di me, mi ha sempre voluto bene e durante la sua malattia sono stato il primo ad accorrere e adoperarmi per aiutarlo sul piano materiale, organizzativo e umano, come possono confermare numerosi ecclesiastici, laici e suoi diretti collaboratori [vedere mio articolo commemorativo, QUI].

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Dunque attacchi personali esulanti dal tema teologico mirati a eludere la disputa intavolata dal mio Accusatore che si ostina a conferire rango di dogma di fede immutabile nei secoli dei secoli alla proibizione della contraccezione e accusando me di eterodossia per averlo in tal senso decisamente smentito. Ribadisco infatti che la proibizione dell’uso dei contraccettivi non è un dogma di fede né un pronunciamento del magistero definitorio. Che questo divieto dato in forma definitiva possa essere in un futuro rivisto da un altro Sommo Pontefice — cosa che ritengo molto improbabile —, l’ho spiegato in via puramente ipotetica portando a uno a uno tutti gli esempi legati a divieti dati in forma definitiva ma pur malgrado radicalmente modificati nel corso della storia della Chiesa, come spiego in questo articolo del 6 agosto. Ecco, a tutte queste cose espresse non con ironia, ma con precisione storica e teologica, il mio Accusatore non ha risposto, semplicemente perché si è dimostrato un dilettante della teologia e non ha che rispondere, per questo si è limitato ad attaccarsi alla “parolina” ironica. Ripeto: attaccare una persona che poi risponde nel preciso merito dottrinale smontando le inesattezze dell’accusato, eludere la questione di merito perché non si vuole ammettere “io ho sbagliato a dare uno schiaffo a Mike Tyson e lui mi ha stordito con una sberla”, quindi attaccarsi per tutta risposta alla “parolina” ironica, equivale a un disputar teologico da far impallidire sofisti e farisei! Purtroppo però, questi soggetti, talvolta trovano credito persino presso certi ecclesiastici che umanamente e culturalmente sono forse messi ancora peggio di loro.

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il sito del Sig. Carlo Borghesi che accusa Padre Ariel di eterodossia è «sotto il patrocinio e l’apostolica benedizione di S.E.R. Luigi Negri», questo potrebbe bastare per avvertire un ragionevole fumus tale da indurre a ipotizzare il possibile mandante e il possibile esecutore … Se infatti Padre Ariel fosse stato un notorio e allegro libertino della fatta di Silvio Berlusconi e come tale fosse stato indicato pubblicamente, l’Eccellentissimo Presule avrebbe ritirata firma e benedizione urlando all’attentato di lesa maestà o dichiarando, come già fece a suo tempo, che «un politico si giudica dalle sue azioni di governo e non dalla sua vita privata».

Resta provato che mai ho polemizzato col mio Accusatore che non conoscevo né mai avevo sentito nominare, mi sono limitato a difendermi da una pubblica accusa di eterodossia, perché è stato lui ad attaccare me, non io lui. Credo che non dovrebbe lamentarsi. Invece ha avuto di che lamentarsi e dichiararsi oltraggiato avendo io inserita nel mio articolo la sua fotografia, che a suo dire sarebbe stata una violazione della sua privacy, sino a scivolare nel ridicolo al punto da importunare il mio santo vescovo per minacciarmi di querele (!?). Se ciò non fosse tragico sarebbe ridicolo, perché non solo il mio Accusatore ha usato la mia immagine pubblica, ma l’ha abusata sino a usare frammenti de-contestualizzati di miei video lezioni, per seguire con la pubblicazione di una mia foto con didascalia che mi attribuisce quanto mai ho affermato e scritto, ossia che la Humanae Vitae sarebbe una mera disciplina ecclesiastica, perché ben più profondi e articolati sono i miei discorsi contenuti in articoli e video-lezioni, a partire dagli ultimi due ai quali rimando i nostri Lettori [vedere QUI, QUI].

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Alla mia richiesta di rimuovere anche lui la mia immagine accompagnata da didascalie e frammenti de-contestualizzati di miei video, come su sua richiesta io avevo provveduto a rimuovere la sua e a eliminare alcune espressioni ironiche per nulla offensive e infamanti [vedere QUI], il mio Accusatore ha risposto mostrando un tale rispetto per la dignità del sacerdote sino a intimarmi che avrei dovuto scrivere:

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«mi scuso di quanto faccio schifo come persona visto che utilizzo parole e modalità degni di un pappone di prostitute non certo di un sacerdote di Cristo».

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Al mio Accusatore, che prima mi ha mollato uno schiaffo sulla pubblica piazza e poi ha cominciato a reclamare la mia testa vagando da un vescovo all’altro, titolare e emerito, dopo che mi sono difeso da una sua gravissima accusa, «bisogna porgere i migliori auguri per avere inscenato un gioco del genere con un soggetto come te», ha replicato un alto magistrato del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica prendendo visione del tutto. E chi ha orecchie per intendere che intenda, nell’interesse e per il bene di tutti, ma proprio di tutti, perché se la mia integrità di uomo e di prete che mai ha dato problemi di natura dottrinale, morale e patrimoniale non la difende chi di dovere, in tal caso la difendo io con tutta la consapevolezza di quanto la dignità del sacerdote, anche del peggiore sacerdote di questo mondo, sia e rimanga sempre un dono divino inviolabile …

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dall’Isola di Patmos, 12 settembre 2020

 

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One thought on “«Io sono Roberto Bolle, non un pollo che razzola nel pollaio». Quei cattolici depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo e che considerano il sesso come centro dell’intero mistero del male (con postilla finale aggiunta il 12 settembre)

  1. Ho visionato il video del teologo laico in erba.

    Provi a farlo visionare da quel suo amico psichiatra svizzero. Potrebbe semplicemente avere dei disturbi mentali, e magari, bisognoso di aiuto.

    Saluti

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