I malati terminali, i disabili e il sacerdote-medico dinanzi a una “sorella” tanto temuta: quella morte alla quale si grida «O morte dov’è la tua vittoria?»

—  pastorale sanitaria —

I MALATI TERMINALI, I DISABILI E IL SACERDOTE-MEDICO DINANZI A UNA “SORELLA” TANTO TEMUTA: QUELLA MORTE ALLA QUALE SI GRIDA «O MORTE DOV’È LA TUA VITTORIA?»

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È cosa grave e profondamente sbagliata, quando i familiari dei malati gravi o dei morenti evitano di chiamare il sacerdote, sostenendo che … «altrimenti, vedendo il prete si spaventa!». Ma come può spaventare, colui che al malato grave o al morente porta la grande medicina della grazia di Dio? La verità è che a essere spaventato non è il malato grave o il morente, ma i suoi familiari che scaricano su di lui le loro paure. Forse perché non hanno mai visto morire le persone in pace con Dio, né hanno visto il bene che imprime sul malato grave o sul morente questa grazia, questa ultima medicina che solo dei ciechi e degli scellerati possono negare a coloro ai quali, tra l’altro, dicono di volere anche bene.

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Autore:
Gabriele Giordano M. Scardocci, O.P.

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raffigurazione di San Francesco d’Assisi e Sorella Morte

In un Paese come l’Italia, dove da quattro decenni le nascite sono inferiori rispetto alle morti, noi Padri de L’Isola di Patmos non possiamo, come teologi e pastori in cura d’anime, omettere di dar risalto al fenomeno della vecchiaia e della disabilità fisica, quindi al delicato àmbito dei malati in fase terminale. Partiamo dunque dal Vangelo di San Giovanni Apostolo dove leggiamo:

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«In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita» [Gv 5, 24].

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Tutti conosciamo il bel Cantico delle Creature di San Francesco D’Assisi. La semplice bellezza di questa dichiarazione d’amore per la creazione risuona ancora dopo più di otto secoli. Eppure, c’è un passaggio che sembra poco splendente, anzi alcuni cattolici lo trovano inquietante. Proviamo allora a ricordare quei versi, dove a un certo punto il Santo di Assisi scrive:

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«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare».

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San Francesco ringrazia Dio per la morte del corpo. Cosa che in sé può sembrare paradossale, assurda e quasi senza senso. Di tutta la creazione, perché ringraziare pure della morte del corpo? Per comprendere questo “sonetto” bisogna ricordare che per fede noi crediamo che la morte è conseguenza del peccato originale. Come scrive il teologo medievale San Giuliano di Toledo, riprendendo a sua volta San Gregorio Magno:

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«l’uomo stabilito nel Paradiso ricevette un precetto, per cui ebbe nella sua natura il potere di non morire e il potere di morire: se fosse stato trovato obbediente per l’adempimento del precetto vitale, sarebbe diventato immortale; se fosse stato trovato disobbediente per la sua prevaricazione avrebbe cominciato ad essere mortale […]» [Prognosticum futuri saeculi, libro I, III]. 

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Dunque questo è uno dei temi principali della nostra fede. E adesso, immersi nel tempo di Quaresima, viaggeremo insieme per quaranta giorni fino al momento della morte corporale di Gesù come passaggio alla resurrezione e alla vita eterna. Gesù ha affrontato, nella sua natura umana, l’evento della morte e l’ha sconfitto, essendo il primo dei risorti: in tal modo, permette a noi, un giorno, di risorgere in lui.

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Quando noi sacerdoti ci avviciniamo agli ammalati gravi, o ai morenti, compito nostro non è di dar loro «l’ultima illusione», come pensano a volte certi medici, ma dar loro quella medicina in grado di salvare le loro anime per sempre, per l’eternità. Il sacerdozio, sotto certi aspetti, può essere considerato come l’ultimo estremo grado della medicina: l’unica e sola medicina che può salvare le anime. In questi casi il sacerdote-medico, lungi dal confortare in modo illusorio, darà al malato grave e al morente la certezza di fede che la morte è un momento di passaggio. Per questo, insieme a San Francesco possiamo dire che questa «temibile Signora», come la chiamavano i sapienti medievali, è nostra sorella.

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La morte è un evento di passaggio che prima o poi tutti dobbiamo percorrere, perché è una realtà alla quale nessun umano può scampare. Al tempo stesso, però, proprio perché la morte non era un evento voluto da Dio né contemplato nell’ordine naturale perfetto da Lui creato, il solo pensiero di essa ci dà una certa tristezza, perché la morte è qualche cosa di “innaturale”, se letto alla luce della creazione. E tale è proprio perché la morte non è opera di Dio, ma conseguenza del peccato dell’uomo, che è il vero creatore della morte. Allo stesso tempo, la morte, incute in noi un certo timore. Perché dopo non sappiamo quale sarà la nostra destinazione, o perché temiamo la nostra destinazione. Nel malato grave e nel morente, questo comprensibile timore si affievolisce, o scompare del tutto, quando con certezza di fede riceve dal sacerdote-medico la grande medicina della grazia di Dio.

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Molti medici e specialisti impegnati nelle terapie del dolore e nel trattamento dei malati terminali, hanno visto pazienti sino a prima prostrati e impauriti riacquistare serenità, dopo essere stati curati dal sacerdote-medico e, non pochi medici e paramedici, compresi tra di loro persino non credenti, spesso sono i primi a dire ai familiari che forse il loro caro avrebbe bisogno del conforto del sacerdote.

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Con tanta sensibilità e spirito contemplativo, dopo aver provato ad intuire il grande mistero della morte, proviamo allora semplicemente a pregarlo, a entrare in sintonia con questa grande sorella, al tempo stesso temuta e quasi volutamente dimenticata, pensando che con essa sarà la nostra Pasqua, il nostro passaggio alla vita eterna. In fondo al tunnel dell’esistenza non c’è il vuoto più assoluto, ma il trampolino del “salto finale” nell’eterno infinito di Dio. Dopo il salto, c’è il tempo definitivo. Potremo allora, con Gesù, fare nostre i versi del letterato e poeta inglese John Donne

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«La morte non sarà più morte. E tu, morte morrai».

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È cosa grave e profondamente sbagliata, quando i familiari dei malati gravi o dei morenti evitano di chiamare il sacerdote, sostenendo che … «altrimenti, vedendo il prete si spaventa!». Ma come può spaventare, colui che al malato grave o al morente porta la grande medicina della grazia di Dio? La verità è che a essere spaventato non è il malato grave o il morente, ma i suoi familiari che scaricano su di lui le loro paure. Forse perché non hanno mai visto morire le persone in pace con Dio, né hanno visto il bene che imprime sul malato grave o sul morente questa grazia, questa ultima medicina che solo dei ciechi e degli scellerati possono negare a coloro ai quali, tra l’altro, dicono di volere anche bene.  A tal punto bene da pensare che, l’estremo conforto della grazia di Dio che sana le ferite dell’anima, possa persino spaventarli.

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Roma, 4 marzo 2020

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One thought on “I malati terminali, i disabili e il sacerdote-medico dinanzi a una “sorella” tanto temuta: quella morte alla quale si grida «O morte dov’è la tua vittoria?»

  1. Assolutamente vero e consolante. Peccato che siano così pochi i sacerdoti che parlano chiaro e con fede autentica come in questo articolo. Peccato che ci sia troppo sale insipido il quale non fa che blaterare di miserie terrene, sale insipido che non parla mai di eternità, sale insipido il quale insiste che il diavolo non c’è, che gli unici problemi dell’umanità sono l’inquinamento, l’accoglienza degli islamici come cari fratelli, e la necessità di tutelare i preziosissimi peccatori contro natura (tanto sarebbe Dio a farli così). Comunque andiamo avanti perché porta inferi non praevalebunt.

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