I dilemmi tutt’altro che chiusi della Humanae Vitae, tra legittime speculazioni teologiche e giudici internetici specialisti in tuttologia, tra cui le parti più delicate della morale cattolica in materia sessuale

— Le Pagine di Theologica —

I DILEMMI TUTT’ALTRO CHE CHIUSI DELLA HUMANÆ VITÆ, TRA LEGITTIME SPECULAZIONI TEOLOGICHE E GIUDICI INTERNETICI SPECIALISTI IN TUTTOLOGIA, TRA CUI LE PARTI PIÙ DELICATE DELLA MORALE CATTOLICA IN MATERIA SESSUALE

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[…] In questo stile è stata scritta Humanae Vitae, nel tentativo di spiegare “perché no …” ma al tempo stesso perché “non più no come prima …” quindi perché “un po’ sì e un po’ no …”, o per meglio dire: la sessualità è finalizzata al dono della vita, però potete unirvi, purché non siate chiusi al dono della vita. I metodi artificiali per il controllo delle nascite sono proibiti, però ci sono metodi naturali non artificiali che possono essere usati da chi si unisce senza esser chiuso alla vita ma controllando al tempo stesso le nascite e impedendo una gravidanza.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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AUDIO LETTURA DELL’ARTICOLO

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Nel mio ultimo articolo [vedere QUI] ho parlato anche del tema della contraccezione con riferimento alla enciclica del Santo Pontefice Paolo VI Humanae Vitae [vedere testo, QUI]. Già nel titolo c’era un elemento provocatorio, ma tutt’altro che insensato, diretto a «quei cattolici depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo e che considerano il sesso come centro dell’intero mistero del male».

Questo argomento ebbi modo di sviscerarlo all’interno del mio libro E Satana si fece trino [vedere, QUI] nel quale, già dieci anni fa, analizzavo e scrivevo:

«Dopo avere a lungo sparato sul sesso come fosse il peccato dei peccati, oggi stiamo subendo il colpo di rinculo e per opere e omissioni, noi preti, potremmo apparire i meno indicati a parlare in modo credibile di morale sessuale […]»

Perché la mia battuta provocatoria rivolta a quei cattolici «depressi e deprimenti che rinchiudono la morale dentro un preservativo»? Presto detto: perché, per paradossale che possa apparire, ad accanirsi con un rigore ai limiti talora del disumano, non sono i vescovi e i sacerdoti, abituati per la gran parte ad avere a che fare con il concreto materiale umano, ma certi laici cattolici che oggi, sui social media, hanno trovato una portentosa e a volte anche pericolosa valvola di sfogo alle proprie frustrazioni. Praticare infatti la virtù della carità, dell’amore verso il prossimo e della misericordia, per taluni è talmente òstico che preferiscono accanirsi su quei peccati che vanno tutti e di rigore dalla cintura a scendere, mentre noi pastori in cura d’anime, confessori e direttori spirituali, studiosi e teologi, sappiamo bene che i peccati in assoluto peggiori vanno tutti quanti dalla cintura a salire. Anzitutto la superbia, che è la madre trainante di tutti i peccati capitali, per seguire con gli altri appresso. Eppure, questo genere di persone da me ribattezzate teologi da tastiera e quasi sempre connotati da scarse conoscenze sui fondamenti della dottrina cattolica, non esitano a passare con estrema disinvoltura su tutti gli altri peccati capitali, né interessa loro sapere ― forse perché ciò li tocca nel vivo? ―, che in linea di massima, un avaro, un invidioso e un accidioso, possono recare al prossimo molti più danni di un lussurioso. E spesso capita persino che proprio l’avaro, l’invidioso e l’accidioso, si erga a fustigatore dei vizi altrui prendendosela con l’unico elemento da egli considerato peccato: il sesso.

Una volta rimproverai severamente un cattolico duro e puro, di quelli tutti famiglia e tradizione, che lanciava fulmini e saette contro i peccati legati al Sesto Comandamento, affermando in toni odiosi: «Voi preti e il vostro Bergoglio non difendete più la morale e la famiglia, perché avete abbandonato i diritti non negoziabili e siete ormai schiavi del mondo». Gli ricordai che lui, come imprenditore edile, faceva lavorare in nero, sottopagati, diversi operai provenienti dal Nord dell’Africa, privi di contribuzione e di copertura assicurativa per gli infortuni sul lavoro. Divenne violaceo e mi urlò: «Questo non c’entra niente con la famiglia e la morale!». Risposi urlando più di lui: «Questo c’entra eccome, perché il non pagare la giusta mercede all’operaio, per la morale cattolica e la dottrina sociale della Chiesa è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio, mentre un preservativo o un rapporto sessuale consumato prima del matrimonio, non costituisce un peccato di tale gravità». Il giorno dopo mi recai presso il locale Ufficio del Lavoro e di persona presentati, direttamente con la mia faccia, s’intende, una segnalazione a suo carico, precisando ai responsabili dell’ufficio: «La cosa per me particolarmente grave, è che questo sfruttatore ha persino la sfrontatezza di dichiararsi un vero cattolico. Ma queste sono faccende che non riguardano certo voi, in ogni caso vi confido perché mi auspico, per questo soggetto in particolare, una sanzione esemplare». Appresso, feci in modo sapesse che la segnalazione l’avevo fatta io, con questo risultato: il difensore della morale e della famiglia contro il lassismo del Sommo Pontefice e dei preti, mi rivolse delle minacce da far impallidire un mafioso denunciato per estorsione.

Escludendo i tuttologi internetici da tastiera, specializzati nella qualunque, incluse le più delicate pagine della morale cattolica legate alla sessualità umana, debbo dire che è stato invece un piacere interloquire con diversi Lettori che hanno inviato commenti molto pertinenti, che potete trovare di seguito a quel precedente articolo, parlando ed esprimendosi a ragion veduta e con cognizione di causa. Ciò vuol dire che non solo si può discutere, ma che è sempre buono farlo, oltre che utile per i numerosi Lettori che ci seguono su questa nostra rivista.

Ciò che diversi commentatori hanno scritto è in sé corretto e giusto sia sul piano dottrinale che sul piano ecclesiologico. Dal canto mio ho anzitutto precisato che per il Santo Pontefice Paolo VI, questa enciclica, fu “terribile”, perché era perfettamente consapevole di andare contro la maggioranza dell’episcopato, del clero e dei teologi che speravano in una apertura misurata e ben calibrata a qualche forma di contraccezione. Numerosi di essi la davano poi a tal punto per certa che, quando questa enciclica uscì, reagirono alquanto male. E se loro reagirono male, Paolo VI, dinanzi alla storia, se non agì male fu però molto debole sul piano del governo pastorale, perché ragionevolmente, all’uscita del Catechismo Olandese, egli avrebbe dovuto destituire con un colpo di penna tutti i vescovi di quel Paese e procedere poi con nuove nomine. Invece Paolo VI piangeva e soffriva, soffriva e piangeva, mentre tutto il nord dell’Europa marciava verso la deriva neo-protestante. È presto detto che Paolo VI mostrò in più frangenti anche scarso spirito di aequitas, per esempio quando si ritrovò dinanzi al caso olandese e al caso del Vescovo Marcel Lefebvre, meritevoli entrambi di decisi e severi richiami. Invece, sul caso olandese Paolo VI piangeva e soffriva, soffriva e piangeva, mentre sul caso Lefebvre procedette a colpi di scure. E questo denota, nei casi specifici riportati, mancanza di prudenza e di equilibrio, come fecero notare da subito quanti sollevarono seri interrogativi sin dall’apertura del suo processo di beatificazione.

Detto questo sono costretto a chiarire nuovamente ciò che già ho chiarito nel mio recente libro La setta neocatecumenale [vedere, QUI] dove dinanzi alle critiche di carattere dottrinale rivolte a questo movimento e ai suoi iniziatori, è accaduto che, con crassa ignoranza, i diretti interessati hanno ribadito che Paolo VI e Giovanni Paolo II, sotto i pontificati dei quali erano cresciuti, sono stati entrambi canonizzati. Detto questo mi hanno accusato di essere «contro la Chiesa e contro i due Pontefici oggi entrambi santi». È necessario quindi ribadire oggi ciò che già ho chiarito all’epoca, in quel frangente diverso ma sotto certi aspetti simile: elevare un pontefice agli onori degli altari, non vuol dire dogmatizzare ogni suo atto, gesto o provvedimento amministrativo avvenuto sotto il suo pontificato, come per esempio il riconoscimento di questo movimento, avvenuto infine con uno stringato e asettico atto puramente amministrativo non firmato neppure dal Sommo Pontefice e senza alcun richiamo alla sua Augusta Persona, bensì dal Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici. Detto questo chiarisco che i Santi, nella loro vita, come tutti gli esseri umani sono nati con la macchia del peccato originale, non sono stati né esenti dal peccato né esenti dall’errore. E i loro errori commessi, non inficiano la eroicità delle loro virtù, a partire da Pietro che rinnegò Cristo per tre volte mentendo e imprecando [cf. Mt 26, 69-75] e, primo in testa a tutti, con l’intero collegio apostolico abbandonò il Cristo e fuggì [cf. Mt 26, 56].

Per inciso e al fine di chiarire: la postulazione della causa di beatificazione di Paolo VI fu affidata inizialmente alla Postulazione Generale della Compagnia di Gesù, diretta da due gesuiti della vecchia scuola che di questo Pontefice ebbero, non solo una conoscenza parecchio diretta, perché furono anche suoi collaboratori in diversi delicati frangenti. Per prima cosa, i due specialisti, sollevarono dei quesiti raccolti in nove punti molto precisi, chiarendo che, se prima non fossero stati evasi, non sussistevano i necessari requisiti per portare avanti un processo. E così accadde che, con un colpo di mano orchestrato dal Cardinale Giovanni Battista Re, il processo fu tolto alla Postulazione Generale della Compagnia di Gesù e affidato ad altri. E con questo ho detto in parte tutto, pur non avendo né voglia né intenzione di andare oltre.

La commissione teologica incaricata di studiare le bozze di Humanae Vitae, disse chiaramente a Paolo VI che non vi erano elementi per poter ricorrere a un pronunciamento del solenne magistero infallibile, pur sussistendo le ragioni per pubblicare questa enciclica, perché specie sul tema della contraccezione, vescovi e sacerdoti, teologi ma sopra a tutto fedeli, chiedevano da tempo una risposta. Quindi espressero a Paolo VI che con quella enciclica, il discorso sarebbe stato chiuso in modo definitivo, ma che sul piano teologico e morale i dibattiti sarebbero rimasti aperti nel tempo, non ultimo anche per il progredire molto veloce della scienza stessa. E, come ho spiegato nel precedente articolo, dibattere su verità non definite bensì definitive, è possibile. Ciò che non è possibile — come ho ben chiarito —, è metterle in discussione, o peggio rigettarle. E se questo lo facesse un confessore, un direttore spirituale o un teologo, sarebbe cosa particolarmente grave, anzi direi proprio di inaudita gravità.

Dibattendo negli ambiti in cui è lecito dibattere, il quesito che principalmente viene sollevato è il seguente: dire no alla contraccezione perché in essa sussisterebbe implicitamente una chiusura alla vita, non è affatto un discorso chiaro ma piuttosto un terreno molto scivoloso, specie se al tempo stesso si dichiarano leciti i rapporti sessuali tra coniugi nei periodi di infecondità o con il ricorso a quelli che nel lessico comune sono chiamati “metodi naturali” o, in modo del tutto improprio: “contraccezione naturale”.

Questo è infatti l’elemento innovativo che sfugge a molti di coloro che non conoscono questo documento: la liceità dei rapporti sessuali tra i coniugi anche se non finalizzati alla procreazione, purché non siano chiusi al dono della vita.

È però proprio in questa forma di apertura che alcuni studiosi tendono da sempre a leggere una contraddizione in termini, sostenendo che il testo di Humanae Vitae, al di là della sua sapiente e profetica dottrina, su certi temi non è poi così chiaro come vorrebbe essere. Per esempio: al n. 10 parla della «paternità responsabile» e al n. 11 riconosce che da ogni rapporto sessuale non deve derivarne necessariamente una vita e che i rapporti sessuali tra i coniugi:

«[…] non cessano di essere legittimi se, per cause mai dipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. Infatti, come l’esperienza attesta, non da ogni incontro coniugale segue una nuova vita».

quindi si prosegue a precisare:

«Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite. Ma, richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi: atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita».

Detta in modo semplice: il tutto equivale a dire che i coniugi possono unirsi nell’atto sessuale che non deve portare necessariamente a generare una nuova vita purché rispettino le leggi della natura e non siano chiusi al dono della vita. Quindi è lecito fare ricorso ai vari “metodi naturali” per il controllo delle nascite, come il metodo Knaus e il metodo Billings, grazie ai quali è possibile avere momenti di intimità coniugale senza fare ricorso alla contraccezione artificiale.

Moralmente bisognerebbe però porsi un quesito non propriamente irrilevante: non pochi coniugi cattolici usano metodi contraccettivi artificiali, non perché siano chiusi alla vita, anzi tutt’altro! Ma perché non sarebbero proprio in condizione di poter accogliere, almeno sul momento, un secondo o terzo figlio, perché non avrebbero proprio i mezzi per mantenerlo. Oltre a non essere chiusi alla vita, pregano e sperano di poter essere un giorno nella condizione, di figli, di averne un altro o altri due, cosa che a Dio domandano come una vera e propria grazia. Adesso segue invece il caso del tutto diverso di altre coppie cattoliche che, avendo pianificato di avere un solo figlio e mai più altri, pur potendosi permettere tranquillamente di generarne altri due o tre e poterli mantenere senza problema, svolgono la loro soddisfacente attività sessuale, in condizione di totale chiusura alla vita, usando i metodi naturali consentiti, quindi sentendosi perfettamente in pace con le loro coscienze cristiane perché non usano i contraccettivi artificiali.

Dinanzi a questi due diversi casi, tutt’altro che fantasiosi ma molto reali, chiunque speculi nell’ambito delle scienze teologiche o della morale cattolica, può porsi qualche serio quesito, oppure è proibito farlo?

Non pochi teologi hanno infatti sollevato questo quesito, tra di loro anch’io: quale differenza corre tra un metodo artificiale, i cosiddetti contraccettivi, ed i metodi cosiddetti naturali? Perché in ogni caso, sia gli uni sia gli altri permettono di poter avere rapporti sessuali evitando una gravidanza e quindi di poter “programmare la vita”, con la sola differenza che, nel primo caso, ciò avviene con un metodo artificiale, nel secondo caso, ciò avviene con un metodo naturale consentito dalla Chiesa. Detta in altre parole: i tanto decantati e consigliati metodi Knaus e Billings possono essere usati esattamente con lo stesso spirito con il quale è usato un preservativo o una pillola anticoncezionale, per darsi al puro sesso fine a sé stesso, con la sola differenza che in questo secondo caso la “contraccezione” è basata su un metodo artificiale e non naturale.

Signori, consentitemi una domanda: non è che per caso, anziché preoccuparci che il male esce dal cuore dell’uomo, ci si è spinti a pensare che il male è tutto quanto racchiuso solo dentro un preservativo di lattice? Perché Cristo Dio, a questo preciso quesito risponde:

«[…] Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» [Mc 7, 21-22].

All’esposizione contenuta nei n. 10 e 11, dove si riconosce la legittimità dei momenti di intimità tra coniugi non finalizzati alla procreazione, purché essi non siano chiusi al dono della vita e non ricorrano a metodi artificiali, segue il n. 12 che parla dei “due aspetti inscindibili tra unione e procreazione”, esponendo quanto segue:

«Tale dottrina, più volte esposta dal magistero della Chiesa, è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l’uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell’atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo. Infatti, per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi iscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna. Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore ed il suo ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo alla paternità. Noi pensiamo che gli uomini del nostro tempo sono particolarmente in grado di afferrare quanto questa dottrina sia consentanea alla ragione umana».

In questo stile è stata scritta Humanae Vitae, nel tentativo di spiegare “perché no …” ma al tempo stesso perché “non più no come prima …” quindi perché “un po’ sì e un po’ no …”, o per meglio dire: la sessualità è finalizzata al dono della vita, però potete unirvi, purché non siate chiusi al dono della vita. I metodi artificiali per il controllo delle nascite sono proibiti, però ci sono metodi naturali non artificiali che possono essere usati da chi si unisce senza esser chiuso alla vita ma controllando al tempo stesso le nascite e impedendo una gravidanza.

Domanda: sulla Humanae Vitae è stato scritto questo, oppure sono io che l’ho capita male? Perché se l’ho capita male, allora in tal caso, allo stesso modo in cui mi sono lanciato in certe speculazioni, provvederò a dichiarare pubblicamente di avere frainteso il testo, quindi spiegherò a chi in precedenza mi ha letto, la natura di certi miei errori interpretativi dovuti alla mia umana incapacità di comprendere la Humanae Vitae.

Dinanzi a questo testo chiaro, ma chiaro fino a un certo punto, i teologi e gli specialisti in morale cattolica, non dovrebbero discutere, pur senza porre in alcun modo discussione la disciplina? Perché, se così fosse, in tal caso bisognerebbe interrogarci: a che cosa è servito il grande concilio dei concili, il Vaticano II, forse a chiudere definitivamente le speculazioni teologiche nell’ambito della filosofia, delle scienze bibliche, della dogmatica, della sacramentaria, della dottrina sociale della Chiesa e via dicendo a seguire?

Concludendo aggiungo: questa enciclica risente totalmente, come tutte quelle di Paolo VI, del linguaggio e dello stile del Concilio Vaticano II, sul cui impianto di linguaggio a volte fumoso e non particolarmente chiaro, spesso ho avuto modo di discutere, come molti altri miei confratelli [tra le mie ultime esposizioni in proposito rimando a questa lectio in video, QUI].

Il Vaticano II, come vado appunto ripetendo da anni, ha scelto un linguaggio nuovo, che a mio parere risente molto dello stile del romanticismo tedesco decadente. Quasi temendo il precedente linguaggio diretto e deciso improntato sulla logica, la scolastica e la metafisica classica. Questo linguaggio lascia aperte molte interpretazioni e discussioni, a volte può creare persino disorientamento, come prova il fatto che, per decenni, vescovi di varie parti del mondo hanno interpellata la Congregazione per la dottrina della fede chiedendo lumi sulle espressioni non particolarmente chiare di diversi documenti; e quando questi “molti” hanno infine cessato di chiedere pareri, è stato solo perché, ciascuno di essi, ha deciso di fare più o meno quel che voleva e come meglio gli pareva. Questo al contrario dei precedenti documenti dei Concili e del Magistero, nei quali si cercava anzitutto di evitare in qualsiasi modo quella mancanza di chiarezza che avrebbe potuto portare proprio a interpretazioni diverse e soprattutto a discussioni su dottrine e discipline date in forma definitiva.

L’apice di questo stile è stato toccato nella esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia nella quale, un tema molto delicato e parecchio complesso sul piano strettamente teologico e non certo meramente disciplinare, tal è quello della eventuale ammissione dei divorziati risposati alla Santa Comunione Eucaristica, è stato “nascosto”, peraltro in modo molto ambiguo e non chiaro, in una noticina a fondo di pagina. Il tutto, si noti bene: in un testo che nella edizione ufficiale della Libreria Editrice Vaticana si compone di 194 pagine. Domanda: nella storia della Chiesa, si era mai visto trattare, o meglio nascondere un tema così straordinariamente delicato, in una nota a fondo di pagina, peraltro in un testo così lungo che tra un sociologismo e l’altro parla di tutto, comprese pagine e pagine dedicate alle cose più futili e irrilevanti (!?)

Faccio notare senza possibilità di facile smentita che se prendiamo un canone del Concilio di Trento e lo leggiamo, la sua precisione e la sua chiarezza è tanta e tale che neppure un illetterato, può non comprenderne il senso; se prendiamo invece un documento del Concilio Vaticano II, scopriremo che dietro di esso, spesso, sono stati scritti fiumi e fiumi di pagine che ne interpretano e ne chiariscono il senso, o il cosiddetto “spirito”, mentre molti tutt’oggi si domandano che cosa certi testi vogliano veramente dire.

I tuttologi specializzati nella qualunque e i giudici internetici con il pericoloso hobby della teologia e della morale cattolica, non amministrando le confessioni e non svolgendo il delicato ministero di direttori spirituali, forse non si sono mai ritrovati dinanzi a casi concreti, tutt’altro che “casi limite”, per esempio di questo genere:

1) donna giovane, con un ciclo mestruale irregolare sin dall’adolescenza, che dopo il primo parto avvenuto con grave rischio, non poteva e non doveva andare incontro a una seconda gravidanza perché ciò avrebbe messo gravemente a rischio la vita della madre, per salvare la quale l’unica “soluzione” sarebbe stato l’aborto;

2) un uomo affetto da sperma infetto per herpes genitale non curabile;

3) donna sieropositiva a causa di una trasfusione di sangue infetto avvenuta in ospedale dopo un intervento chirurgico;

4)  donna affetta da schizofrenia di tipo grave, curata e tenuta sotto controllo, con il precedente in famiglia della madre e della nonna schizofreniche entrambe, dinanzi alle quali gli specialisti stabilirono che si trattava di una evidente tara familiare e che il gene della schizofrenia era trasmesso in quella famiglia dalle donne alle donne e non dalle donne agli uomini, tanto che i due coniugi adottarono due figli, pur essendo entrambi fecondi e tutt’altro che sterili;

5) donna non in grado di portare avanti la gravidanza con alle spalle tre aborti spontanei e con sopraggiunte complicazioni dopo il terzo aborto spontaneo;

6) più donne in situazioni familiari molto particolari, sposate con uomini che, al di là della bontà e dell’amore nutrito verso la moglie, dimostravano scarsa maturità ed equilibrio e che per loro particolari situazioni di totale dipendenza dalla madre o dalle loro famiglie altamente invasive, non sarebbero stati in grado di gestire un figlio e di evitare forme di prevaricazione che avrebbero letteralmente distrutta la vita della madre partoriente assieme a quel nucleo familiare;

7) ecc … 

I tuttologi specializzati nella qualunque e i giudici internetici, trovandosi dinanzi a casi di questo genere, o altri con i quali mi sono ritrovato in contatto svolgendo il ministero di confessore e di direttore spirituale, avrebbero prontamente risolto il tutto dicendo agli interessati colpiti da certi problemi: «Semplice, dovete vivere da fratello e sorella!». Perché questa, ovviamente, è la finalità del matrimonio: che i coniugi vivano da fratello e sorella, per la gioia dei tuttologi e dei giudici internetici specializzati nella qualunque.

Concludendo non posso omettere di fare presente che se andiamo a indagare dietro certi spietati e impietosi giudici da tastiera, blogghettari paladini della vera tradizione cattolica e via dicendo, pronti ad aggredire anzitutto i sacerdoti con accuse di ereticale lassismo morale e altre accuse altrettanto gravi, scopriremo dietro di essi un esercito di divorziati, di conviventi, di genitori che hanno figlie che già a sedici anni tornavano a casa il sabato sera alle tre di notte e che saltavano da un rapporto sessuale all’altro senza la possibilità di essere controllate e ammansite, per seguire con genitori che hanno figli conviventi fuori dal matrimonio e avanti ancóra chi più ne ha più ne metta. Forse è proprio questo che li rende rigidi e impietosi sulle tastiere, dalle quali non esitano a entrare a gamba tesa nelle camere da letto degli altri. O ritenete forse ragionevole che un celebre e noto blogghettaro, con ben due divorzi alle spalle e convivente con una giovane divorziata, possa permettersi di lanciare pubblicamente tuoni e fulmini contro vescovi e preti che a suo parere non difendono i sacri valori non negoziabili della famiglia?

Ecco la differenza che corre tra un buon pastore in cura d’anime e gli impietosi giudici da tastiera con il pericoloso hobby della teologia e della morale cattolica; che rigorosi lo sono, sempre e puntualmente, sulla pelle degli altri:

«Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» [Mt 23, 4].

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dall’Isola di Patmos, 10 agosto 2020

 

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38 thoughts on “I dilemmi tutt’altro che chiusi della Humanae Vitae, tra legittime speculazioni teologiche e giudici internetici specialisti in tuttologia, tra cui le parti più delicate della morale cattolica in materia sessuale

  1. Complimenti!
    Trent’anni fa espressi cose simili parlando con i seminaristi, quando insegnavo nel nostro seminario diocesano, chiuso ormai da anni ( attualmente abbiamo 2 seminaristi), e lo feci attenendomi con scrupolo alla disciplina di Humane Vitae.
    Mi chiamò il vescovo e mi disse a tu per tu che la pensava esattamente come me, e detto questo mi pregò di non affrontare più certi discorsi, perchè si trattava di temi molto sensibili e “pericolosi” da trattare sotto quel pontificato.
    Terminai l’anno di insegnamento e l’anno successivo non insegnai più in seminario, il vescovo mi dette un altro incarico in ambito diocesano, oltre al ministero di parroco che già svolgevo.
    Mentre iniziavo a svolgere altro incarico, ad Assisi, durante quello che tu hai definito “il carnevale delle religioni”, sciamani, animisti, buddisti atei etc.. etc .. celebravano strani riti dentro le chiese della città di San Francesco all’ombra del SS. Sacramento.
    Dissi a tu per tu al vescovo “finiremo per affogare dentro un preservativo”, e a tu per tu il vescovo mi rispose “sono d’accordo con te”.
    Nel mentre girava per l’Italia un non meglio precisato “priore” che di discorso in discorso minava i fondamenti delle verità della fede cattolica, e anche in questo il vescovo era d’accordo con me, sino al punto di invitarlo a parlare al suo clero.
    Il mio vescovo divenne poi cardinale.
    Nel 2014 ho saputo da alcune “gole profonde” che 2002 fui segnalato come “presbitero dal profilo episcopale”. Quando per una vicina diocesi il mio nome fu proposto per la terna di candidati, venne escluso perché fui definito “carente sulla formazione nella morale sessuale e non in linea con il magistero del pontificato”.
    Se fossi anche stato scelto come vescovo, e in particolare per quella diocesi, mi sarei rifiutato immediatamente di accettare.
    Nel 2016 un gruppo di miei confratelli mi propose al nuovo vescovo come vicario generale, altri confratelli dissero al vescovo che non ero “in linea con il magistero pastorale aperturista di Amoris Laetitia”. E’ stato scelto un vicario che a colazione, pranzo e cena parla solo di immigrati e di “chiesa in uscita”.
    Ho 72 anni e spero di essere in linea, quando Dio vorrà, dopo meritato purgatorio, con il paradiso.

    Sappi che hai tutta la mia stima e il mio affetto sacerdotale, inutile dirti che neppure tu diventerai mai vescovo e cardinale, lo sai benissimo, non occorre te lo dica io.

    Lettera Firmata

    1. Che nella chiesa c’è e c’è sempre stata una certa sessuofobia è noto. Ed è proprio questa sessuofobia, a mio avviso, che ha portato agli eccessi della rivoluzione sessuale. Per assurdo, più proibisci, condanni etc, più rendi quella cosa agli occhi degli uomini desiderabile.
      Come un po’ dice San Paolo quando parla del discorso della conoscenza della legge e del peccato. Un’ ossessione che non ha eguali verso nessun altro peccato, quando è ben chiaro che una sessualità “non ordinata” è spesso espressione di qualcos’altro, magari di atteggiamenti e/o peccati di avarizia, egoismo, gola, idolatria etc.. con quest’ossessione la chiesa si è giocata gran parte dei cristiani, dei giovani, che vedono nei preti solo vecchi repressi che stanno lì a dire semplicemente che il sesso è male.
      Adesso forse un po’ meno, ma sentendo le testimonianze di confessioni di un po’ di anni fa, era terrificante come i preti si fissassero solo su quel punto andando ad indagare spesso con domande inopportune e imbarazzanti, volte solo ad alimentare i loro pruriti. La sessualità è cosa complessa. Spesso in essa si “nascondono” tare psichiche e patologie di vario genere, che lì vanno a “sfogare”. Pensare di ridurre tutto a “questo si fa, questo non si fa” ha veramente poco senso.

      1. Caro Andrea,

        a proposito del suo commento, oltre al mio libro E Satana si fece trino del 2010 riedito nel 2019 dalle Edizioni L’Isola di Patmos, nel 2016 scrivevo su queste nostre colonne un articolo nel quale mi rifacevo in parte alla “triste storia” in parte alla mia esperienza di confessore:

        «Confessori illuminati: quando dormi, dove tieni le mani?»

        http://isoladipatmos.com/confessori-illuminati-quando-dormi-dove-tieni-le-mani/

      2. È vero io conosco persone che si sono allontanati dalla chiesa,fine anni 50, inizio ’60, perché in confessione da ragazzini che confessavano episodi di masturbazione, venivano interrogati e intimiditi,stile commissariato di polizia….

    2. Caro padre Ariel, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II,la morale sessuale era quasi retrocessa alla Casti connubi di Pio XI, Benedetto XVI, nonostante sia stato sulla linea del suo predecessore, almeno disse che in caso di prostituzione il preservativo era il male minore,con Bergoglio anche i pastori (preti), hanno allentato la rigidità,sulla morale sessuale,ma ancora oggi la Humanae vitae, è usata dai conservatori come una clava, dimenticando o ignorando,come diceva padre Ariel,che non tutti gli sposi hanno identiche esigenze, alcuni per ragioni di salute, età,ecc. non possono seguire l’H.V. alla lettera, purtroppo mentre la chiesa è di manica larga con l’ecumenismo, sulla contraccezione siamo, a settant’anni fa’…
      … anche se non l’ha conosco personalmente la stimo per la sua integrità!!!

  2. … e a quelli che, quando obietti al “dovete vivere come fratello e sorella”, ti rispondono che san Giuseppe fu castissimo sposo, bisogna replicare: “Vero! Ma per convincere san Giuseppe che quella fosse la cosa giusta da fare, ci è voluto l’intervento diretto di un angelo del Signore, e non i consigli un tanto al chilo di chicchessia.

    1. «Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto» [Mt 1, 18-24].

      … e il castissimo sposo cui si riferiscono «quelli che danno consigli un tanto al chilo», come narrano i Santi Vangeli ebbe non pochi problemi, prima di ricevere l’illuminazione divina che poi ricevette. Tanto che «pensò di ripudiarla in segreto», evitando in tal modo che la Beata Vergine potesse finire lapidata.
      Se il Beatissimo Patriarca Giuseppe non fosse stato illuminato, il castissimo sposo avrebbe agito esattamente come i Santi Vangeli ci narrano: ripudiando Maria in segreto.

      Mi complimento per la sua saggezza.

    2. Io credo che il Beatissimo Patriarca Giuseppe,
      proprio perché Uomo Giusto,
      se la Sapienza dell’Altissimo non avesse scelto la sua famiglia per dare carne umana al Salvatore,
      avrebbe onorato,
      “conoscendola” al momento stabilito dalle usanze matrimoniali ebraiche del tempo,
      le sue nozze con la Semprevergine Maria.

    3. S. Giuseppe non aveva ancora la Grazia Santificante che ci ha ottenuto Gesù Cristo e che ogni cristiano ottiene con il Battesimo e che successivamente rafforza con gli altri sacramenti, quindi partendo da una condizione svantaggiata è stato “molto bravo” . Inoltre il peso che si dà all’apparizione di un angelo dipende dalla fede che uno ha, come è già stato scritto : “…Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi” (Luca nella parabola del ricco Epulone).

  3. Grazie padre Ariel per queste delucidazioni.
    Devo ammettere di non riuscire ancora a capire perché i cosiddetti metodi “naturali” sono ammessi, mentre quelli “artificiali” no. Anch’io ho conosciuto persone che fanno uso dei metodi “naturali” – e li propongono anche agli altri – , senza validi motivi, sentendosi in pace con la coscienza solo perché sono metodi permessi.
    Non sarebbe meglio limitarsi a vietare i metodi abortivi e insistere sulla retta intenzione nella decisione di unirsi evitando la gravidanza?
    Se tu potessi fare qualche altro commento a riguardo, te ne sarei grato.

  4. Padre Ariel, mi scusi le faccio una domanda che mi assilla da tanto tempo, ma se un uomo e una donna di 40/45 anni si sposano, magari quella donna per età, salute, o precedenti gravidanze, non può rischiare di rimanere incinta, senza peggiorare la salute, questi sposi sono obbligati ad avere almeno un figlio? Ugualmente se no, il loro matrimonio senza generare, lascia il sacramento nullo?
    Oppure anche senza figli dopo una certa età il matrimonio resta valido?
    Io non riesco a trovare soluzione a questo quesito.
    Grazie, per l’eventuale risposta.

    1. Caro Michele,

      la impossibilità di avere figli non rende in alcun modo nullo il matrimonio.
      Una delle principali finalità del matrimonio è indubbiamente la procreazione, ma se per motivi di età o di salute ciò non può avvenire, la validità del matrimonio non ne è in alcun modo intaccata.
      In caso contrario, io stesso mi sarei prestato alla celebrazione di un matrimonio viziato in origine da nullità, quando accolsi il consenso di due sposi che celebrarono le loro nozze alla rispettiva età di 68 e 72 anni.

      Per chiarire il suo dubbio basta prendere e leggere il rito stesso del matrimonio, nel corso del quale il sacerdote deve procedere alla “interrogazione pubblica” prima che i due si scambino il consenso. Le domande rivolte sono le seguenti:

      N. e N.,
      siete venuti a celebrare il Matrimonio
      senza alcuna costrizione, in piena libertà e consapevoli
      del significato della vostra decisione?

      Siete disposti, seguendo la via del Matrimonio,
      ad amarvi e a onorarvi l’un l’altro per tutta la vita?

      Siete disposti ad accogliere con amore
      i figli che Dio vorrà donarvi
      e a educarli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa?

      Il rito prevede che questa terza domanda riguardante i figli, in alcuni casi possa essere omessa, per esempio quando gli sposi sono avanzati in età.

      Colgo anche l’occasione per dirle che non è vero, che l’antica Legge Mosaica, intesa come Legge rivelata da Dio, prevedeva il ripudio della moglie sterile. Semmai è vero che gli autori della antica legge rabbinica hanno fatto spesso rivelare a Dio ciò che mai Dio ha rivelato.
      Che fosse possibile ripudiare la moglie, questo era previsto, ma a tal proposito Cristo Dio chiarisce senza pena di equivoco la sua contrarietà al ripudio affermando:

      «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”». Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Gli obiettarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?”. Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio”».

      Se poi la sterilità fosse motivo di ripudio, in tal caso dovrebbero essere le mogli a ripudiare i mariti – cosa che per l’antica legge ebraica non potevano affatto fare – perché la scienza dimostra ampiamente che i casi di sterilità, per una percentuale di 7 su 10, dipendono dall’uomo e non dalla donna.

      Altro discorso sono invece i patti stipulati tra gli sposi prima del matrimonio, condizionando lo stesso a non avere figli, perché siffatti patti, in linea di massima, rendono il matrimonio viziato all’origine quindi nullo.
      Affinché questo si concreti, è necessario che una delle due parti imponga all’altra, come condizione per il matrimonio, l’impegno a non avere figli e che essa accetti. Oppure che tutti e due, di comune accordo, si sposino con l’intenzione di non avere mai figli.

      Anni fa, venendo a sapere che due miei conoscenti erano in procinto di sposarsi in chiesa, allo scopo di accontentare le rispettive madri che volevano la “tradizionale parata”, parlai con loro domandando se erano sempre dell’intenzione di non avere figli. Loro ribadirono ciò che più volte mi avevano detto in passato: che non intendevano assolutamente avere figli e che, in caso contrario, se uno dei due li avesse invece voluti, non si sarebbero sposati.
      Ovviamente informai del tutto quel superficialone del parroco di quella chiesa invitandolo a rifiutarsi di accogliere in consenso per due motivi: primo, perché i due non erano degli autentici credenti, secondo perché avevano patteggiato di non avere mai figli. Ovviamente lui fece orecchie da mercante, come di solito fanno certi preti con quei loro confratelli considerati dei “rigidi cavillosi”. In fondo, i matrimoni, per certe parrocchie, sono l’unico redditizio mercatino che consente degli introiti…

      … alcuni anni dopo il matrimonio andò in crisi, i due si separarono molto male e, oltre al divorzio civile, vollero che la loro unione matrimoniale fosse “cancellata” anche dalla Chiesa, di cui a entrambi non poteva interessare di meno, era però per una loro questione di principio.
      I tribunali ecclesiastici sono molto cauti quanto si ritrovano con persone che chiedono la sentenza di nullità adducendo come motivo di avere condizionato il matrimonio al non avere figli. I testimoni da loro portati non furono infatti presi come credibili, anche perché si contraddirono tra di loro cominciando a dire “mi pare…”, “si, forse dissero così ma non ricordo bene…”; e quando i testimoni cominciano a contraddirsi, i giudici del tribunale ecclesiastico vanno sempre parecchio cauti.
      Lo sposo ebbe infine l’illuminazione, ricordandosi dei discorsi fatti con me e dell’invito da me rivolto a entrambi a non sposarsi in chiesa, se quelle erano le loro intenzioni.
      In concreto, la sentenza di nullità, fu data in base alla mia testimonianza reputata altamente veritiera e quindi affidabile. Ovviamente, non mancai di domandare ai giudici se intendevano irrogare qualche sanzione a un parroco di lungo corso che sebbene informato e da me pregato, accolse ugualmente il consenso.
      Il matrimonio, fu dichiarato nullo, per quanto invece riguarda l’agire di quel parroco e il quesito da me rivolto ai giudici del tribunale ecclesiastico, a distanza di tre anni, sono sempre qua ad attendere risposta, anche perché, nel mentre, è diventato vicario generale di quella diocesi ed ha ampiamente compensato certe sue lacune dottrinali e pastorali dedicandosi a tempo pieno ai migranti.

      1. Caro padre,la ringrazio per la risposta e si è spiegato benissimo, però l’esempio che mi ha fatto dei sposi anziani , è logico che non possono avere figli perché una donna come sa dopo una certa età va in menopausa,ma nel caso che la donna abbia 45 anni è ancora fertile ma non più fisicamente pronta per avere figli,in questo caso questi sposi commettono peccato a evitare gravidanze?? …mi perdoni se la disturbo ancora,e grazie per l’eventuale risposta!

  5. I metodi naturali non sono mai contraccettivi perché non possono rendere l’atto infecondo. Sul piano morale, poi, un conto è astenersi da un atto buono, altro è snaturarlo, svilendolo, o addirittura dissacrarlo. Cosa più importante, i metodi naturali favoriscono l’unità, non solo e non tanto per gli effetti dell’atto coniugale nei periodi infecondi, quanto per l’amore derivante ai coniugi dal rispetto dei loro ritmi biologici. Infatti la continenza è coessenziale al matrimonio almeno quanto l’atto coniugale. Si tratta dello stesso amore che si esprime in forma diversa, a fasi alterne, con pulsazioni che seguono i ritmi che il Creatore ha inscritto nel matrimonio, sua immagine. Trascurare la continenza non solo viola la castità matrimoniale, ma cancella almeno metà dell’amore coniugale che un matrimonio può irradiare, col rischio, paradossalmente, di mettere addirittura a rischio la sua unità (come, purtroppo, l’esperienza quotidiana ampiamente dimostra).

    Questo è l’insegnamento di Humanae Vitae che la Chiesa dovrebbe riscoprire: rilanciare la castità matrimoniale come valore, e non come rinuncia. Che non succeda che essa diventi un ferrovecchio della teologia morale, o che una persona fisiologicamente normale e senza particolari costrizioni materiali o psicologiche, debba invidiare chi è portatore di qualche patologia o vittima di oggettivi impedimenti, perché dispensato dal suo direttore spirituale dall’osservare in tutto o in parte il divieto dei metodi contraccettivi, potendo così godere, lui sì, di una vita sessuale finalmente appagante. Ci riporterebbe al paganesimo.

    Credo sia opportuno precisare che, nel difendere l’unità sostanziale dell’atto coniugale (unitivo e procreativo), non due finalità equipollenti attingibili singolarmente, la Humanae Vitae non si limiti a condannare alcune pratiche illecite, ma, nell’insieme, tutta la moderna mentalità contraccettiva, cioè contro l’accoglimento (contra accipere). Si tratta di quell’attitudine spirituale che invalida persino il sacramento del matrimonio se contratto nella prospettiva di una totale chiusura alla vita, indipendentemente dalle modalità con cui si intenda perseguire tale malvagio proposito.

    Tuttavia, a causa della scelta infelice del linguaggio ambiguo sdoganato dal Concilio Vaticano II, la Humanae Vitae appare in contraddizione quando, da un lato, condanna la mentalità contraccettiva, dall’altro, usa l’espressione “metodo” (cioè una tecnica per il perseguimento di un fine) per indicare ciò che da sempre è conosciuta come una virtù, la continenza (un tranello linguistico, forse adoperato dalla Commissione di studio, per mettere tutte le erbe nell’unico fascio del tecnicismo modernista).

    Il messaggio subliminale che ne scaturisce (certamente non voluto da Paolo VI) è che alcuni metodi sarebbero buoni in quanto “naturali”, altri meno perché artificiali, argomento del tutto inconsistente.

    Col senno di poi, possiamo dire che, anche a voler mantenere il termine “metodi”, sarebbe stato forse più esatto nonché efficace qualificarli, anziché naturali, metodi “connaturali”, da opporre a quegli altri, non in quanto artificiali, ma in quanto non connaturali all’uomo redento.

    1. Non per spirito polemico, ma mi viene da chiedere una cosa, ovviamente per conto di un amico: ma se la moglie di questo amico, in ossequio alla natura, non provasse particolare desiderio sessuale nel suo periodo non fertile e dovesse forzarsi a tal riguardo, anche con effetti fisiologici (o meglio, l’assenza di tali) ben precisi, in che modo il metodo naturale favorirebbe ” l’unità, non solo e non tanto per gli effetti dell’atto coniugale nei periodi infecondi, quanto per l’amore derivante ai coniugi dal rispetto dei loro ritmi biologici”. Perchè così sembra di riportare la questione in un ambito in cui la donna deve sacrificarsi a meno che non vi sia un rapporto mirato a generare vita.
      Sicuramente vedo la cosa in modo troppo materiale e sensuale, ma non riesco ad esimermi dal chiedere.

      1. E’ sbagliato equiparare la sessualità umana a quella animale. Il desiderio sessuale umano è caratterizzato da una fortissima componente psicologica, decisamente prevalente su quella ormonale. In ogni caso, non capisco perché lei voglia per forza vedere nella castità matrimoniale un sacrificio per la donna e non, semmai, per l’uomo; il periodo fecondo della donna è di 4-5 giorni, una settimana a volersi prendere anche dei margini, per cui, con le sue premesse, a scegliere i metodi naturali chi si sacrifica di più è l’uomo, non le pare?
        Però, come ho cercato di spiegare nel mio precedente intervento, secondo la HV, per una coscienza cristianamente (cioè umanamente) formata, la cosiddetta “rinuncia” è in realtà un dono di amore al pari dell’atto sessuale. E’, al pari di quello, un rapporto coniugale, cioè di intima unione nell’amore di Cristo. (Va da sé che una coscienza cristianamente formata saprà valutare in modo giusto e adeguato tutti i “ma se…” che le varie circostanze della vita potranno presentare, mentre una coscienza non formata né umanamente, né cristianamente potrà solo arrivare a chiamare amore ogni suo surrogato o aberrazione).

  6. Gentile Stefano, non discuto il senso generale del suo intervento, che condivido.
    Riguardo ai metodi naturali, mi sia concesso proporre questa riflessione personale: nessuno nega che il loro significato intrinseco non equivalga a quello di un contraccettivo in senso proprio.
    Tuttavia, il loro utilizzo sistematico da parte dei coniugi, quale surrogato della contraccezione, non va esente da responsabilità soggettiva, in virtù del fatto che, all’atto pratico, in definitiva si finisce per negare una delle finalità naturali essenziali del matrimonio, e cioè quella procreativa, procedendo dalla sotterranea pretesa di essere gli arbitri ultimi, in luogo della Provvidenza, sui figli effettivi da dare al mondo.
    Con questa ulteriore differenza, però: mentre gli utenti del preservativo, in varia misura, sono consci di porsi in rottura con l’insegnamento morale cristiano, quanti invece si fanno di un vanto l’uso continuativo dei metodi naturali, sub specie contracceptionis, non sono avvertiti di essere in peccato comunque,anzi: magari si sentono dei santi…

    1. Gentile Giuseppe, per essere consci di porsi in rottura con l’insegnamento morale cristiano bisogna prima conoscerlo ed accettarlo come vero insegnamento divino, quindi anche volerlo praticare nella propria vita. Ciò implica due cose: a) che la Chiesa si mantenga fedele al suo vero insegnamento, e, b) che i fedeli si formino e crescano nella perfezione in tale insegnamento; in caso contrario, si verificheranno sempre i due casi da lei contemplati, cioè l’abuso ipocrita della legge naturale e l’uso della contraccezione nella convinzione ingenua di non violare la morale cristiana.

  7. Grazie per i molti spunti di riflessione molto ben argomentati.
    La chiusura finale non mi è piaciuta poiché i teologi da tastiera potrebbero essere irreprensibili nel qual caso…
    Buona giornata

  8. E’ vero che i metodi naturali possono essere usati con mentalità contraccettiva.Ma è vero anche cheS.Giovanni Paolo II essendone consapevole disse in un suo discorso del 1984 quanto segue: “L’usufruire dei periodi infecondi nella convivenza coniugale può diventare sorgente di abusi, se i coniugi cercano in tal modo di eludere senza giuste ragioni la procreazione abbassandola sotto il livello moralmente giusto delle nascite nella loro famiglia. Occorre che questo giusto livello sia stabilito tenendo conto non soltanto del bene della propria famiglia, come pure dello stato di salute e delle possibilità degli stessi coniugi, ma anche del bene della società a cui appartengono, della Chiesa e perfino dell’umanità intera”.Ora è evidente che il livello della procreazione, almeno in Italia e in Europa è sotto il livello giusto,pertanto il problema è la denatalità non le eccessive nascite.

  9. E’ Paolo VI stesso a spiegare la differenza tra contraccezione e metodi naturali nella Humanae Vitae: “Questi atti… non cessano di essere legittimi se, per cause indipendenti dalla volontà dei coniugi, sono previsti infecondi, perché rimangono ordinati ad esprimere e consolidare la loro unione. Infatti, come l’esperienza attesta, non ad ogni incontro coniugale segue una nuova vita. Dio ha sapientemente disposto leggi e ritmi naturali di fecondità che già di per sé distanziano il susseguirsi delle nascite” (HV 11)”.

    Non è che la Chiesa sia contraria al piacere sessuale o sia sessuofoba,il punto è che anche tante coppie cattoliche,vivono la sessualità solo dal punto di vista del piacere perchè viviamo in un epoca nella quale si è ossessionati dal sesso,dal piacere,dall’edonismo e anche il sesso viene vissuto in modo edonistico escludendo,a priori, la natalità.Infatti si pratica il sesso libero,ma c’è una denatalità spaventosa,specie in Italia.

  10. Caro Don Ariel pur condividendo la sua stigmatizzazione di chi giudica gli altri e li condanna,non bisogna giudicare mai nessuno,ci tengo però a ricordare,come lei saprà benissimo che l’enciclica Humanae Vitae al n.11 afferma: “qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita” e che “è altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione dei figli”.Ricordo anche il Vademecum per i confessori del Pontificio Consiglio per la famiglia si legge che: “la Chiesa ha sempre insegnato l’intrinseca malizia della contraccezione, cioè di ogni atto coniugale intenzionalmente infecondo”. Questo insegnamento è da ritenere come dottrina definitiva ed irreformabile. La contraccezione si oppone gravemente alla castità matrimoniale, è contraria al bene della trasmissione della vita e alla donazione reciproca dei coniugi ferisce il vero amore e nega il ruolo sovrano di Dio nella trasmissione della vita umana”.Non è quindi una cosetta da nulla.

    1. … a riprova che lei commenta senza avere letto quello che ho scritto, pertanto la informo che quanto ha citato, dal n. 11 di Humanae Vitae alla direttiva data dalla Santa Sede ai confessori, si trova tutto citato e riportato fedelmente nel mio articolo.

      Comunque sono certo che quanto di sapiente ha enunciato, lo applicherà da sempre anzitutto a se stesso, perché questa è la testimonianza cristiana da sempre migliore, più che ricordare a me che sono celibe e casto quelle che sono delle direttive che conosco meglio e da prima di lei, visto e considerato che io esercito il ministero di confessore, lei no.

  11. Caro Don Ariel anche io sono casto e celibe, benchè non sia sacerdote nè abbia l’autorità di confessare, non essendo un sacerdote,ma ciò non significa certo che posso esprimere la mia opinione.Non mi permetto certo di giudicare nessuno, tanto meno il suo operato in confessione, me ne guarderei bene.Mi è capitato però di sentire consigli, dati in confessione a coppie di mia conoscenza,che sono hanno destato in me una certa perplessità.Qualche sacerdote consiglia la contraccezione permettendola, come male minore.Fermo restando che la misericordia è sempre la medicina migliore e che ogni caso fa storia a se,non posso certo nascondere le mie perplessità.Non voglio certo dire che questo sia il suo operato,anche se fosse, riguarderebbe solo lei,la sua coscienza,però sa meglio di me quanto disse G.P.II sulla contraccezione cioè:“gli sposi si attribuiscano un potere che appartiene solo a Dio: il potere di decidere in ultima istanza la venuta all’esistenza di una persona umana.Si attribuiscono la qualifica di essere non i co-operatori del potere creativo di Dio, ma i depositari ultimi della sorgente della vita umana.In questa prospettiva la contraccezione è da giudicare oggettivamente così profondamente illecita da non potere mai, per nessuna ragione, essere giustificata”.Ovviamente questo è il criterio oggettivo,poi bisogna tenere conto della situazione soggettiva, come lei dice.Però lei sa meglio di me anche cosa dice la Veritatis Splendor (67) e la Familiaris Consortio.Il peccato resta peccato e non può certo essere giustificato come male minore,anche la HV lo dice.

    1. Caro Andrea,

      come vede a volte, una delicate e pedagogica provocazione, può dare vita a risposte intelligenti come la sua, edificante per chi legge e quindi importante per queste nostre colonne.

      Lei mi darà sicuramente atto del fatto che nei miei scritti su Humanae Vitae ho spiegato in lungo e in largo che bisogna ben distinguere tra:

      a) le discipline e le direttive date dalla Santa Chiesa con dovere e obbligo di osservanza da parte dei fedeli;
      b) le disputazioni teologiche basate su ipotesi cosiddette accademiche.

      Nel primo caso – ho spiegato – un confessore o un direttore spirituale che insegnasse dottrine o discipline morali in contrasto con gli insegnamenti della Chiesa «commetterebbe qualche cosa di terribilmente grave».
      Nel secondo caso, speculare invece in ambito teologico o avanzare ipotesi o studiare delle ipotesi, non solo è lecito ma auspicabile, sempre muovendosi nel pieno rispetto degli insegnamenti della Chiesa.

      Per secoli, prima che fosse proclamato il dogma della Immacolata Concezione, le diverse scuole teologiche giungevano a scambiarsi persino vicendevoli accuse di eresia tra “concezionisti” e “anti-concezionisti”, sostenendo gli uni ragioni opposte agli altri. Poi il Beato Pontefice Pio IX definì il dogma della Immacolata Concezione ed a quel punto, dinanzi a una verità di fede dogmaticamente definita, ogni discussione è cessata.

      Le faccio un esempio, lei cita il Santo Pontefice Giovanni Paolo II che afferma in modo definitivo:

      «In questa prospettiva la contraccezione è da giudicare oggettivamente così profondamente illecita da non potere mai, per nessuna ragione, essere giustificata»

      Dei teologi, sempre nell’ambito delle ipotesi, potrebbero ipotizzare casi eccezionali nei quali non solo la contraccezione potrebbe essere giustificata ma persino auspicabile?
      Si, se parliamo di dottrine definitive è possibile farlo, ma solo sul piano della pura e ipotetica speculazione accademica, senza certo trasformare le loro ipotesi di studio in dottrine o in elementi di liceità, anzi tutt’altro: ribadendo sempre la dottrina della Chiesa, il suo rispetto e chiarendo che il loro è solo uno speculare e un disputare sul piano accademico. Ciò su cui non si può discutere o avanzare ipotesi accademiche, sono le verità definitorie, ossia i dogmi della fede.

      Mi rendo conto che, per quanto certe cose si cerchi di spiegarle bene, molti non intendono proprio capirle. Ovviamente non è il caso suo, che anzi ringrazio per il suo commento.

      1. Se prendiamo le opinioni di alcuni teologi,tanto come speculazioni,ciò si può anche accettare, ma sempre come esercizio di discussione accademica, non mettendola sullo stesso piano dell’insengamento del Magistero. Tutti i battezzati,debbono farsi illuminare solo dal Magistero della Chiesa,perchè solo esso è autentico e viene dal Signore.Gesù ha promesso particolare assistenza dello Spirito Santo.Giovanni Paolo II° affermò che Quanto è insegnato dalla Chiesa sulla contraccezione non appartiene a materia liberamente disputabile tra i teologi.L”esempio del Dogma dell’Immacolata Concezione non mi trova del tutto d’accordo ,infatti,fino alla promulgazione definitiva,le discussioni erano lecite,anche i dibattiti violenti.Ma nel momento in cui la Chiesa ha promulgato il dogma queste discussioni sono terminate.Nel caso della contraccezione,l’insegnamento della Chiesa è irreformabile e non sarà soggetto a cambiamenti.Oggi tante coppie ricorrono alla contraccezione,perchè è la via più facile,ma lei mi insegna,che non è la via migliore.Chi vive in castità sa quanto è facile cadere e agire contro questa virtù,dopo ogni caduta si ricorre alla misericordia di Dio.Il problema nasce quando l’eccezione diventa la regola e il peccato diventa la regola,mentre la virtù l’eccezione o anzi viene consigliato, come una soluzione.

        1. «Nel caso della contraccezione,l’insegnamento della Chiesa è irreformabile e non sarà soggetto a cambiamenti»

          Nel mio articolo che lei sta commentando ho portato l’esempio di numerose discipline irriformabile date a suo tempo con tanto di anathema sit se fossero state toccate e persino di canoni sanciti da concili ecumenici che sono state riformate, persino nel delicato ambito della disciplina dei Sacramenti, che se permette è più importante di un contraccettivo.

          1. Però credo che noi dobbiamo stare al dato di fatto, non alle ipotesi. Credo che sarebbe meglio stare sempre con i piedi ben piantati nel presente rimanendo in umile abbandono ed ubbidienza alla Chiesa?Solo così abbiamo la certezza di stare nel giusto.Non possiamo basarci su quello che pensiamo succederà nel futuro. Forse la Chiesa potrà cambiare opinione,personalmente ci credo poco,data la natura non positiva della contraccezione ,ma il presente è quello che conosciamo.Lei mi insegna, che alcuni tipi di contraccettivi,tipo le pillole contraccettive,spirali etc, hanno una azione blandamente abortiva.Basta leggere il bugiardino farmaceutico per rendersene conto.Ovviamente non tutti i contraccettivi sono così, ma perlopiù i contraccettivi agiscono in modo abortivo anche se in modo indiretto e ciò li rende ancora più sospetti.La Chiesa si è pronunciata in modo definitivo ed irreformabile su questo tema,pertanto credo che i binari sui quali noi dobbiamo restare siano quelli..S.Paolo VI nella HV n.25 dice saggiamente:”E se il peccato facesse ancora presa su di loro,non si scoraggino ma ricorrino con umile perserveranza alla misericordia di Dio…”. il peccato però non può diventare la norma.Conosco coppie con due figli,con il marito spesso lontano da casa per lavoro, alle quali è stata permessa la contraccezione, data la forzata astinenza dovuta alla lontananza del coniuge.Quindi la contraccezione è la norma della vita di questa coppia giovane. Mi lascia perplesso tutto ciò e mi chiedo che senso abbia l’assoluzione se manca la volontà di non ripetere il peccato?Sono…

          2. Non a caso io ho ribadito nei miei due ultimi articoli ciò che vado spiegando e ripetendo da anni: la Humanae Vitae del Santo Pontefice Paolo VI «è un testo lungimirante e profetico»

  12. Scusate (e sono serio) dopo le ultime esternazioni pontificie domando: ma la ricerca del punto G è atto diabolico o dovuta ricerca del divin piacere e, al contempo, il kamasutra , visto che è ampiamente illustrato all’esterno dei templi indù formando dei significatici yantra , è erotica mistica o ricerca del godimento fino a se stesso?
    Perchò a questo punto mi sembra che che Berglgio abbia sdoganato i tantra e quindi ammesso una ricerca di Dio attraverso il piacere.
    Il che sarebbe una rivoluzione non da poco
    Sul tema, a questo punto, ho le idee un poco confuse.

  13. Sig Andrea se lei ha capito tutto mi illumini o ci illumini io in tema di rapporti coniugali.
    Ero rimasto al Gattopardo e dintorni “!Non lo fo per piacer mio, ma per far piacere a Dio” o al massimo a Gandolfini .
    Ora siccome sono vecchio e cadente e dell’illusione della divina felicità seccuale ” nun me ne po’frega de meno” ho sul tema ho solo dei pruriti conoscivi d’ordine intellettuale

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