Gesù Cristo nel sofferente. La teologia pastorale sanitaria narrata da chi vive la dimensione della malattia nella quotidiana esperienza di vita sacerdotale

— pastorale sanitaria —

GESÙ CRISTO NEL SOFFERENTE. LA TEOLOGIA PASTORALE SANITARIA NARRATA DA CHI VIVE LA DIMENSIONE DELLA MALATTIA NELLA QUOTIDIANA ESPERIENZA DI VITA SACERDOTALE

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La malattia ha il vantaggio di ridimensionare l’orgoglio dell’uomo e la debolezza fisica induce ad essere sostenuto dagli altri nelle pratiche corporali, anche in quelle più intime. Purtroppo, esiste la remota possibilità che il sacerdote malato – così come Cristo nell’Orto degli Ulivi – conosca l’abbandono dei confratelli e dei familiari in fuga davanti alla desolazione che la malattia comporta.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp. *

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San Leopoldo Mandic, riconosciuto dall’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana come protettore degli ammalati di tumore [cf. QUI]

Inizio a collaborare con L’Isola di Patmos con una riflessione sul ministero più bello e delicato nella vita di un sacerdote: la cura pastorale degli infermi. Questo articolo è tratto da un incontro coi seminaristi del Pontificio Seminario Regionale Sardo, dove mi sono intrattenuto con un gruppo di futuri sacerdoti in un momento di dialogo, rifuggendo la tentazione di condurre una lezione di teologia pastorale.

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Voglio chiarire da subito cosa significhi «si opera bene solo se si crede bene», un concetto di estrema importanza che riguarda ogni tipologia di pastorale. Spesso ed erroneamente, la pastorale è identificata con la sola prassi; quasi fosse una realtà pratica chiamata a realizzare il solo “operare”. Vista in questi termini, la pastorale sembra quasi la naturale antagonista della teologia dogmatica, vista come la realtà statica della verità. In realtà, è invece necessario fare uno sforzo di logica e comprendere che per poter “operare bene” è necessario “credere bene”. La stessa cosa viene vissuta nel campo della divina liturgia, in cui celebriamo nei riti e nei segni quello che crediamo fermamente nel cuore [cf. Rm 10,10]. In forza di ciò, non posso pretendere di operare una buona pastorale – qualunque essa sia – senza partire dalla solidità del dato rivelato e dal magistero della Chiesa. È necessario coniugare la verità al fare, la fede alle opere, l’essere alla prassi, affinché la teologia pastorale divenga:

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«presenza e azione della Chiesa finalizzata all’evangelizzazione del mondo […] attraverso l’attualizzazione della presenza liberatrice, sanante, e salvatrice di Cristo, nella potenza dello Spirito Santo» [cf. Brusco – Pintor, Sulle orme di Cristo medico, EDB, Bologna 1999, p.37].

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San Leopoldo Mandic

La pastorale così correttamente intesa, mi trasforma in un cercatore di Dio, di quel Dio che sempre entra in dialogo con gli uomini per farsi conoscere intimamente e che nella pienezza dei tempi si comunica pienamente attraverso il Figlio parola di Verità [cf. Eb 1,1-2]. La pastorale è l’annuncio gioioso che Dio abita il tempo dell’uomo e in questo contesto, in modo gratuito e definitivo, opera la salvezza. E in questo tempo di grazia in cui l’uomo cerca Dio, si viene guidati dallo Spirito Santo a comunicare alle fonti della salvezza, che sono i Sacramenti; a vivere relazioni trasfiguranti all’interno della Chiesa comunità dei credenti; a testimoniare e proclamare che ogni uomo dal battesimo appartiene a Cristo risorto tanto da essere da lui assimilato, secondo le belle parole che troviamo nelle Confessioni di Sant’ Agostino:

«Non sarai tu che assimilerai me a te, ma io che assimilerò te a me» [cf. S. Agostino, “Confessioni”, VII, 10].

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Poste in essere queste considerazioni, la teologia pastorale è la più pura presa di coscienza dell’azione di Dio nell’identità di fede – già espressa dalla teologia dogmatica – che la Chiesa propone all’uomo che vuole incontrare Dio. La pastorale non è il contenitore di strategie accattivanti per annunciare Cristo o guadagnare discepoli, ma comunicazione del depositum fidei nel cuore di un’umanità che sull’esempio del beato Pietro apostolo proclama:

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«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» [cf. Gv 6,68-69].

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Proprio per questo affermiamo che la pastorale è un cammino di fede e di conoscenza di Cristo.

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UNA PASTORALE DEI SOFFERENTI PER INCONTRARE IL “SOFFERENTE”

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San Leopoldo Mandic

Chiarito a grandi linee il discorso sulla pastorale nel suo rapporto alla verità rivelata, passiamo ad analizzare ora la cura pastorale dei fratelli infermi e sofferenti. Da sempre, questa è una tipologia di attività tipicamente cristiana, in quanto Cristo ha identificato la sua persona con l’infermo [cf. Mt 25,36ss] e nel momento della sua passione si è fatto carico non solo dei peccati, ma  di ogni sofferenza fisica [cf. Is 53,4]. Il suo corpo santissimo e il suo sangue preziosissimo che noi adoriamo nel  pane e nel vino costituisce sacramentum cioè segno sacro, velo di una presenza reale; similmente nel corpo sofferente del malato Cristo è velato ma presente nel segno di colui che soffre per la sua infermità. A questo proposito, si narra che Pascal alla fine della sua vita, non potendo ricevere il santo viatico a causa di un male allo stomaco che avrebbe comportato il pericolo di profanare l’eucaristia, chiese di poter ricevere il Signore attraverso il segno-presenza dei poveri malati dell’ospedale degli incurabili.

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Per noi sacerdoti e per i futuri sacerdoti, la cura pastorale del malato è prosecuzione naturale della celebrazione eucaristica dove abbiamo avuto la possibilità di incontrare e farci adoratori e ascoltatori di Cristo sull’esempio di Maria di Bethania, per poi diventarne suoi miti servitori come Marta. Per questo mi sento di affermare – senza timore di smentita –  che il sacerdote che nella sua giornata non visita e serve gli infermi sofferenti, svilisce seriamente il sacrificio eucaristico che celebra. Purtroppo nel dialogo fraterno con diversi confratelli sacerdoti e parroci, ho maturato la sensazione di come la visita agli infermi stia diventando uno tra i doveri sacerdotali più trascurato e dimenticato. E quanto ho appena detto trova solida testimonianza nell’esperienza dei santi. Il beato San Francesco d’Assisi fece esperienza sacramentale di Cristo redentore proprio nel segno del malato di lebbra che incontra sul suo cammino:

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«Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo» [cf. S. Francesco d’Assisi, “Testamento” 1-3, FF. 110].

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San Leopoldo Mandic

Prima ancora dell’incontro e del dialogo con il Crocifisso di San Damiano, Francesco d’Assisi è folgorato da Cristo attraverso il segno della malattia del fratello lebbroso [cf. 1Cel17, FF. 348; 3Comp11, FF. 1407-1408]. Così, seguendo l’esempio del suo fondatore, la prima fraternità francescana scelse di stare con i malati di lebbra e di servirli come immedesimazione a coloro che nella malattia, causa di marginalità, sono imago Christi.

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Prima ancora della scelta pauperistica, San Francesco sceglie come via di riavvicinamento a Cristo la categoria di infermi più spaventosi del suo tempo: i lebbrosi [cf. Manselli, San Francesco d’Assisi, Ed. San Paolo, pp. 109-110].

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LA CURA DEL SOFFERENTE È CAUSA DI CONVERSIONE PER IL SACERDOTE

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Attraverso l’esempio di San Francesco che incontrando il lebbroso si converte, voglio ora sottolineare come questa tipologia di pastorale è condotta non solo in vista di una dinamica assistenziale ministeriale verso i sofferenti, ma come occasione di grazia e conversione personale per la persona del sacerdote.

         

San Leopoldo Mandic

Visitare l’infermo, ripropone l’ineludibile certezza della condizione di fragilità della nostra natura umana contratta con il peccato originale. Devo tener presente che, nel trascorrere del tempo e delle stagioni, un domani la condizione di infermità sarà anche la mia. Nell’esperienza come cappellano ospedaliero, mi sono occupato diverse volte dell’assistenza di confratelli ammalati ricoverati che hanno sperimentato nella propria carne quello che nel tempo della loro giovinezza vivevano solo indirettamente attraverso la pratica pastorale. In tale condizione di debolezza e di infermità, le insegne sacerdotali esteriori e le bardature cerimoniali che spesso nutrono la vana gloria restano mute e vengono meno. Nel sacerdote malato, si rende presente con tutta la crudezza del realismo una spogliazione necessaria che rende fulgida l’immedesimazione a Cristo sacerdote e vittima [cf. Fil 2,7; Mt 27,35]. A seconda della gravità della malattia e delle condizioni di accudimento personali, il sacerdote malato specchia la propria immagine in quella del Servo sofferente di JHWH:

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«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto» [cf. Is 53,2].

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La malattia ha il vantaggio di ridimensionare l’orgoglio dell’uomo e la debolezza fisica induce ad essere sostenuto dagli altri nelle pratiche corporali, anche in quelle più intime. Purtroppo, esiste la remota possibilità che il sacerdote malato – così come Cristo nell’Orto degli Ulivi – conosca l’abbandono dei confratelli e dei familiari in fuga davanti alla desolazione che la malattia comporta. Eventualità questa che potrebbe riguardare ogni ammalato. Ma è nel sacerdote che assume un valore particolarmente identitario con Cristo in virtù della sacra ordinazione. A questo proposito, basta ricordare gli episodi di infermità che hanno toccato la lunga vita di Giovanni Paolo II per capire il ruolo conformante a Cristo che la malattia assume nella persona del sacerdote malato.

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San Leopoldo Mandic

Il sacerdote infermo, a volte non è più in grado di offrire il pane e il vino ma solo la sua persona al Padre. Dio accetta questo sacrificio in unione a quello di Cristo in vista di una purificazione personale e per la redenzione del mondo. Non già dunque come realtà cruenta che ricerca il dolore per il dolore così da estinguere la coppa dell’ira della divinità [cf. René Girard, Il capro espiatorio].

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Ricordo molto bene le parole di un sacerdote anziano dopo avergli amministrato il sacramento degli infermi:

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«Riferisci al vescovo che offro tutto questo per i sacerdoti e i bisogni della Chiesa!».

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Già San Paolo aveva espresso questo concetto con le parole: «completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» [cf. Col 1,24]. Ecco come la malattia chiama a conversione, a rivedere le proprie priorità e posizioni personali, a verificare la propria vita così come l’oro è purificato e raffinato nel crogiolo [cf. Sir 2,4-5].

     

Guardando alla nostra debolezza di ministri di Dio, nel momento in cui soffriamo con Cristo non è più tempo di mettere le nostre mani tra quelle del vescovo come nel giorno dell’ordinazione sacerdotale ma in quelle stesse del Padre come segno di unione all’obbedienza del Figlio sulla croce. E ripetendo con San Bernardo diciamo:

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Non fu la morte di Cristo che piacque a Dio Padre, ma la sua volontà di morire spontaneamente per noi» [cf. San Bernardo di Chiaravalle, Epistola 90, De Errore Abelardi, 8,21-22 PL 182, 1070, «Non mors, sed voluta placuit sponte morientis»].

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Questa riflessione sulla malattia nella persona del sacerdote, non solo produce il proposito di una vera e concreta conversione, in quanto acuisce il desiderio di essere ben preparato ad affrontare l’infermità e la morte con le armi della fede. Ma anche rende presente come la malattia di coloro che serviamo come ministri, acquista un senso solo attraverso la sapienza della fede che troviamo espressa nelle scritture:

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«Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» [cf. Lc 13 2-5].

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LA SALUTE MESSIANICA È COMPITO CHE CRISTO CONSEGNA AL SACERDOTE.

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San Leopoldo Mandic

Il sacerdote che si occupa della cura pastorale degli infermi intraprende un cammino di guarigione insieme al fratello sofferente, che è il soggetto messianico a cui Gesù si rivolge all’inizio del suo ministero pubblico:

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«Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella» [cf. Lc 7,22].

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Siamo di fronte a un nuovo tipo di pastorale, Gesù opera una pastorale terapeutica, capace di coinvolgere gli uomini in un cammino di guarigione e di riavvicinamento a Dio proprio perché  richiede la conversione [cf. Mc 1,14-15]. Questo tipo di pastorale compie un salto che non è solo metodologico ma ontologico: si passa da una pastorale centrata solo sulla malattia ad una pastorale della salute che richiede il prendersi cura del malato. E Gesù non è forse il Salvatore, colui che ci si cura della salus e la realizza? San Pietro Crisologo esprime questo pensiero così:

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«Cristo è venuto a prendere le nostre infermità e a conferirci le sue virtù, a farsi carico dell’umano e a donarci il divino, ad accogliere le ingiurie e a rendere merito, a sopportare il fastidio e a restituire la salute. Il medico infatti che non si fa carico delle malattie non le sa curare e colui che non è malato con il malato non gli può dare la salute. [cf. S. Pietro Crisologo, Sermones,  PL 52, 50].

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Quando il cristianesimo parla di salvezza, usa la parola latina salus. Ogni domenica nel Credo diciamo propter nostram salútem, cioè per la nostra salvezza. La salute cristiana, quella che vediamo nei Vangeli è tale nel momento in cui Cristo mi strappa dall’infermità voluta dal diavolo – origine e causa di ogni peccato e male – e mi introduce dentro la guarigione pasquale ottenuta a prezzo del suo sangue. Dentro questa logica ogni guarigione e liberazione che ha Cristo come autore diviene momento pasquale dove l’opera del demonio è sconfitta e l’uomo è restituito in salute secondo il piano salvifico di Dio.

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San Leopoldo Mandic

L’agire terapeutico che Cristo compie nel suo ministero pubblico è anticipazione di quel ministero definitivo di salvezza e di salute che si realizza con la sua passione, morte e risurrezione. La pietà popolare ci viene incontro in questo ragionamento con la bella preghiera attribuita a Sant’Ignazio di Loyola: Anima ChristiAd un certo punto della preghiera l’orante si esprime così:

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«Sangue di Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami».

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Siamo messi davanti a Gesù crocifisso sul Golgota, i soldati controllano i corpi dei condannati e secondo la prassi della crocifissione romana spezzano le gambe ai condannati per impedire una lenta agonia e anticiparne la morte, ma a Gesù questa sorte non spetta poiché è già morto, tanto che per sicurezza gli viene inferta una ferita al costato che versa sangue e acqua [cf. Gv 19,31-36]. Il lavacro che mi guarisce e mi strappa dal potere del diavolo è certamente quello battesimale figura dell’acqua che sgorga dal costato del redentore. Ma esiste un secondo lavacro, quello nel sangue di Cristo che il sacerdote amministra ogni volta che assolve i peccati.

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San Leopoldo Mandic

Il sangue e l’acqua sono così i due torrenti dove l’uomo può mondare tutta la sua vita e acquistare con la salvezza anche la guarigione. Interessante notare che del sangue di Cristo nella preghiera Anima Christi viene detto che inebria. A cosa allude l’autore? Non penso di sbagliare se interpretiamo queste parole in riferimento allo Spirito Santo, presenza discreta che inebria la vita dei credenti con lo stesso amore che unisce il Padre e il Figlio. Il sangue che Cristo ha versato è segno di obbedienza al Padre, segno dell’amore di fedeltà più alto che un figlio può manifestare al proprio genitore. Nel momento stesso in cui il sangue di Cristo mi purifica dai peccati, mi lava dalle colpe, vengo anche raggiunto dallo stesso amore che il Figlio ha per il Padre. Vengo riempito di Spirito Santo che mi dona la dolcezza inebriante della sua presenza vitale che mi rende la vita [cf. Ez 37,9]. Non per nulla l’apostolo Matteo dice che Gesù al momento della sua morte restituì lo spirito [cf. Mt 27,50]. A chi lo restituisce? Al Padre come totale consegna della sua persona e all’uomo come dimostrazione e insegnamento di un amore che si spinge fino alla fine [cf.  Gv 13,1]. Nel momento in cui Cristo mi salva con il suo sangue, mi concede anche la caparra del suo amore inebriante che è lo Spirito Santo, facendomi gustare la salvezza e il bene che Dio Padre mi vuole. Il sacerdote è reso da Gesù strumento di questa grazia per i fratelli, fino al dono totale della sua persona, del suo tempo e del suo ministero.

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Estrema unzione, oggi Sacramento dell’Unzione degli infermi [dipinto di Rogier van der Weyden, 1445]

Concludo citando il sacramento di guarigione che la Chiesa concede ai fratelli infermi. Questo sacramento è la sintesi mirabile della passione del Cristo e del suo amore offerto a ogni infermo. Nel ministero a favore degli infermi, il sacerdote è chiamato ad amministrare con sollecitudine il sacramento dell’Unzione dei malati. Sacramento che unisce il carattere terapeutico e salvifico dell’azione di Cristo sui corpi e sulle anime dei sofferenti. L’efficacia terapeutica e remissoria di questo sacramento sui mali del corpo e dello spirito comporta un lavacro spirituale che agisce sempre in virtù di quel sangue sgorgato dal costato aperto del redentore. L’imposizione delle mani del sacerdote sul capo del malato prima dell’unzione è il richiamo esplicito al dono dello Spirito Santo che in quel momento viene effuso come linimento all’uomo oppresso dalle sofferenze.

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La fedeltà del sacerdote a compiere questi gesti salvifici nel suo ministero, rendono presente l’azione salutare e salvifica di Cristo tra i fratelli. Il dovere-compito del sacerdote di donare la salvezza è identico a quello di Cristo. E se Gesù è venuto a donarci la vita in abbondanza [cf. Gv 10,10], lo stesso è chiamato a realizzare il sacerdote: donare la vita, non possederla; operare per una guarigione degli uomini, non per aumentarne le ferite.

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Cagliari, 4 dicembre 2018

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* Frate e presbìtero dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, svolge il sacro ministero sacerdotale come cappellano nell’Ospedale di Cagliari, dopo avere approfondito negli anni della formazione e nel corso del tempo gli studi in teologia pastorale ed in particolare nella pastorale sanitaria.

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