The concept of divine punishment in Christianity and in the greek-Roman paganism

– Theologically –

THE CONCEPT OF DIVINE PUNISHMENT IN CHRISTIANITY AND PAGANISM GREEK-ROMAN

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The memory of the suffered punishment or the fear of the threatened punishment, but does not restrict the sinner will, It is a useful stimulus for the sinner to turn from sin and turn to God. God attracts us with awards, with his gifts, its benefits and mercy, but to turn from sin and lead us to repentance, there afflicts, It intimidates us with the punishments and misfortunes.

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Author John Cavalcoli OP
Author
John Cavalcoli, OP

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Chastising his sin you correct man [Will 38,12]

The chastisement of our peace was upon Him [Is 3,5]

The fear of the Lord is the beginning of wisdom [Will 110, 10]

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giudizio-universale-ramazzani-1597
Il Giudizio universale, opera di Ercole Ramazzani, 1517

Riguardo peccato e castigo, all religions recognize the divinity the attribute of justice, which gives it the right and duty to punish infallibly the crime and reward virtue. What varies is the criterion of divine justice. In certain cases, il dio può essere troppo severo o persino crudele, come Huizilopoctli nell’antica religione messicana o Moloch nell’antico Israele o in quelle religioni che ammettono il Fact, o viceversa può esser troppo permissivo e lassista, as for example Dionysus, Venus or Priapus in orgiastic cults or erotic. In the case of gooders Catholic, as we shall see, under the pretext of "mercy", sometimes we even come to deny the existence of the divine punishments and are punished rather Catholics faithful to sound doctrine [following full text …]

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10.01.2017 John Cavalcoli, OP — IL CONCETTO DEL CASTIGO DIVINO NEL CRISTIANESIMO E NEL PAGANESIMO GRECO-ROMANO

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One thought on "The concept of divine punishment in Christianity and in the greek-Roman paganism

  1. Il titolo mi sembra perfino riduttivo per questo “vademecum”, vista la concisa ma ricca panoramica. Posso storcere il naso su una cosa? Mi sembra che l’articolo rifletta un’immagine troppo unilaterale dello stoicismo. In my opinion, almeno sul versante dell’etica, proprio certo stoicismo si avvicinò moltissimo al Cristianesimo, giacché la Stoa (come d’altra parte l’epicureismo, l’altra filosofia di “massa” della Roma imperiale) fu un universo vasto, con dentro tutto e il suo contrario. Pensiamoci bene: anche il cristiano potrebbe essere visto come un fatalista, on the contrary, spesso è stato accusato di ciò, e in qualche modo pure esserlo, ma nel senso positivo del termine: giacché nel caso suo egli non vede in ciò che gli accade la volontà di un Fato solo onnipotente e onnisciente cui opporsi è vano (e quindi anche deresponsabilizzante); ma la volontà di un Dio onnipotente, onnisciente, father, che ama e corregge i suoi figli in vista del sommo bene, un Dio cui opporsi non è solo vano (ultimately, nel senso che chi liberamente lo fa, lo fa a proprio danno) ma anche empio e contro-natura. Nell’abbandonarsi alla volontà di Dio vi è, per usare un ossimoro, una specie di fatalismo fiducioso e attivo che scruta e cerca risposte. Dico questo perché in realtà in certo stoicismo la contrapposizione tra il Fato e Giove/Zeus fu risolta con una più profonda comprensione del divino: l’implacabilità del Fato acquisiva sembianze provvidenzialistiche, acquisiva cioè senso, e veniva aggiogata alla volontà di Zeus. Ciò, of course, nei limiti di una filosofia che non aveva conosciuto la Rivelazione propriamente detta, a philosophy pre-Christian (mentre è ovvio che oggi un neo-stoicismo post-cristiano si configurerebbe implicitamente in senso anti-cristiano).

    Here's an example. Seneca nel “De vita beata” scrive: «Avrà sempre in mente l’antica massima: segui Dio. Invece chi si lamenta, piange e si dispera è costretto a forza a eseguire gli ordini ed è obbligato lo stesso a obbedire, anche controvoglia. Ma che sciocchezza è questa di farsi trascinare invece di seguire? Thus, per Ercole, è stupidità e incoscienza della propria condizione affliggerti se qualcosa ti manca o ti è difficile da sopportare e stupirsi o indignarsi di quanto capita ai buoni come ai malvagi: intendo malattie, lutti, infermità e tutte le altre traversie della vita umana. Affrontiamo dunque, con grande forza d’animo, tutto quello che per legge universale dobbiamo sopportare. And’ un dovere che siamo tenuti ad assolvere: accettare le sofferenze umane e non lasciarsi sconvolgere da quello che non è in nostro potere evitare. Siamo nati sotto una monarchia: libertà è obbedire a Dio.» Questo brano potrebbe essere compatibile con il saggio che si identifica col Fato classicamente inteso (se non fosse, add, che tutto il tono del trattatello, in my opinion, smentisce tale ipotesi).

    And’ lo stesso Seneca che però scrive nel “De providentia” (significativamente sottotitolato “perché ai buoni capitano talune disgrazie se esistente una provvidenza”): «Ti riconcilierò con gli dei, che sono molto buoni con chi è molto buono. Infatti la natura non permette mai che ciò che è buono possa nuocere ai buoni; tra gli uomini buoni e gli dei esiste un’amicizia favorita dalla virtù. Ho detto amicizia? Anzi anche un legame e una somiglianza, giacché un uomo buono è diverso da Dio soltanto per il tempo, è suo discepolo, emulo e genuina progenie, che quel magnifico genitore, severo esattore di virtù, educa con un certo rigore come i padri severi. Therefore, quando vedrai uomini buoni ed accetti agli dei soffrire, sudare, inerpicarsi per ardue vie, mentre i cattivi si danno all’allegria e sovrabbondano di piaceri, pensa che noi traiamo gioia dal decoro dei nostri figli e dalla licenza dei giovani schiavi: quelli sono tenuti a freno da una disciplina alquanto severa, di questi si alimenta l’insolenza. Abbi la stessa chiara idea di Dio: egli non mantiene l’uomo buono in mezzo alle delizie, lo mette alla prova, lo tempra, lo prepara per sé. (…) Sappi dunque che i buoni devono comportarsi nello stesso modo, non temere le difficoltà e le avversità né lamentarsi del fato, qualsiasi cosa accada la ritengano un bene e la trasformino [si noti: “la trasformino”] in un bene; ciò che è importante non è ciò che tu sopporti ma in che modo lo sopporti.» E a proposito del rapporto tra il Fato e Zeus sopramenzionato ecco questo interessante passaggio: «Lo stesso creatore e reggitore di tutte le cose ha prescritto il destino ma lo segue: lo ha voluto una volta ma gli obbedirà sempre.» Echiara qui la subordinazione del Fato a Zeus: Zeus “obbedendo” al Fato, non fa altro che obbedire a ciò che egli stesso ha decretato.

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