Dinanzi al mistero del Cristo Risorto non possiamo rinunciare a vivere e ridurci a sopravvivere

L’angolo dell’omiletica dei Padri de L’Isola di Patmos

DINANZI AL MISTERO DEL CRISTO RISORTO NON POSSIAMO RINUNCIARE A VIVERE E RIDURCI A SOPRAVVIVERE 

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La mia coscienza di uomo, di cattolico, di sacerdote e di cittadino italiano mi impone quindi di prendere la seguente decisione: questa è l’ultima volta che celebro la Santa Messa in diretta televisiva, perché non voglio diventare complice di un modo di fare assurdo e mortificante. Altri decideranno in modo diverso, ma io non posso, non debbo e non voglio fare altrimenti, perché io voglio vivere e non ridurmi a sopravvivere, voglio essere testimone responsabile di Cristo risorto, l’unico che ci libera dal terrore del male e della morte. 

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Giovanni Zanchi

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Fratelli,

la effige di Santa Maria del Conforto, venerata nella Diocesi di Arezzo

celebriamo questa Santa Messa a gloria di Dio e in onore di Santa Maria nella resurrezione del Signore (cf Raccolta delle Messe della beata Vergine Maria 15). Il giorno di sabato è particolarmente consacrato alla devozione mariana, perché nel giorno del Sabato Santo la Madonna rimase sola sulla faccia della terra a credere e a sperare nella resurrezione di Gesù dai morti; nel giorno del Sabato Santo tutta la fede della Chiesa si “racchiuse” in Maria Santissima, sempre unita nella fede obbediente al suo Divin Figlio. Per questo, appena resuscitato, Gesù apparve innanzitutto alla sua Santa Madre; a questo proposito, rileggo parte di quanto insegnò san Giovanni Paolo II nel corso dell’Udienza generale del 21 maggio 1997:

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«I Vangeli riferiscono un piccolo numero di apparizioni di Gesù risorto e non certo il resoconto completo di quanto accadde nei quaranta giorni dopo la Pasqua. La Vergine, presente nella prima comunità dei discepoli (cf At 1, 14), come potrebbe essere stata esclusa dal numero di coloro che hanno incontrato il suo divin Figlio risuscitato dai morti? È anzi legittimo pensare che verosimilmente la Madre sia stata la prima persona a cui Gesù risorto è apparso. L’assenza di Maria dal gruppo delle donne che all’alba si reca al sepolcro (cf Mc 16, 1; Mt 28, 1), non potrebbe forse costituire un indizio del fatto che Ella aveva già incontrato Gesù? Questa deduzione troverebbe conferma anche nel dato che le prime testimoni della resurrezione, per volere di Gesù, sono state le donne, le quali erano rimaste fedeli ai piedi della Croce e quindi più salde nella fede. Il carattere unico e speciale della presenza della Vergine sul Calvario e la sua perfetta unione con il Figlio nella sofferenza della Croce, sembrano postulare una sua particolarissima partecipazione al mistero della risurrezione. Presente sul Calvario durante il Venerdì Santo (cf Gv 19, 25) e nel Cenacolo a Pentecoste (cf At 1, 14), la Vergine Santissima è probabilmente stata testimone privilegiata anche della risurrezione di Cristo, completando in tal modo la sua partecipazione a tutti i momenti essenziali del Mistero pasquale».

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San Giovanni Paolo II dunque insegna che, tra i singolari privilegi soprannaturali che la Madonna ebbe da Dio, vi fu anche l’apparizione del Figlio appena risorto dai morti. Per noi ora l’incontro con Gesù risorto avviene innanzitutto nel sacramento dell’Eucaristia, celebrato nella Santa Messa e ricevuto nella Santa Comunione; sotto le apparenze del pane e del vino consacrati è infatti presente veramente, realmente e sostanzialmente Gesù risorto, in corpo, sangue, anima e divinità; quello stesso e medesimo Cristo risorto che i beati godono già in Paradiso, quello stesso e medesimo Cristo risorto che la Madonna e i primi discepoli contemplarono qui in terra nei 40 giorni della prima Pasqua, quello stesso e medesimo Cristo risorto ora si comunica a noi nel Santissimo Sacramento dell’altare; l’unica differenza fra i beati in cielo, la Madonna e i primi discepoli e noi è che essi lo contemplano e lo contemplarono in visione, noi per ora solo nella fede sotto il velo del Sacramento.

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Nella Santa Messa e nella Comunione sacramentale noi godiamo quindi della presenza di Gesù risorto che ci assimila a sé e ci comunica la sua vita gloriosa. Ma a causa della pandemia in corso, la stragrande maggioranza dei fedeli è da ormai troppo tempo privata della grazia della partecipazione alla Santa Messa e della ricezione della Santa Comunione. In principio i nostri vescovi hanno giustificato tale gravissima privazione come un doloroso sacrificio e un atto di responsabilità da parte della Chiesa, per favorire la comune lotta contro il diffondersi della malattia e, nel sorgere dell’emergenza, questo poteva anche essere del tutto condivisibile, in attesa di potersi organizzare in sicurezza. Ma ora, continuare a negare per un tempo indefinito la partecipazione alla Santa Messa e la ricezione dei Sacramenti, espone il nostro popolo a gravissimi rischi spirituali, più pericolosi di quelli fisici; ne elenco alcuni: innanzitutto il pericolo di credere che la fede possa essere ridotta ad una semplice opinione soggettiva da vivere solo nel privato, senza forma pubblica e sociale e che anzi una pratica religiosa senza riti e manifestazioni pubbliche e ridotta al compimento di preghiere solitarie e atti filantropici sarebbe più pura e matura; poi il pericolo che la Chiesa sia totalmente asservita allo Stato, senza più alcuna libertà di predicazione e di azione, né al proprio interno né a livello sociale, come avviene per esempio nella Cina comunista, origine di questa pandemia che ci affligge; quindi il pericolo che le nostre chiese siano falsamente considerate i luoghi più pericolosi per la salute pubblica e le nostre Liturgie fonte principale di diffusione del contagio virale  ― mentre le chiese sono i luoghi dove con  più facilità si possono osservare le norme della profilassi e la celebrazione dei Sacramenti sono gli atti meno pericolosi per la salute ―; infine il pericolo che la gente si convinca erroneamente della inutilità della fede cristiana e della esistenza stessa della Chiesa.

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Ormai è chiaro che molti politici e i loro sedicenti esperti, molti giornalisti, molta ― troppa ― gente comune vuole sfruttare la pandemia per annientare la presenza e l’opera della Chiesa in Italia, costringendo i cattolici a praticare la fede nemmeno nelle chiese, ma i preti nel chiuso delle sacrestie e i fedeli nel chiuso di casa propria, isolati gli uni dagli altri.

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Finora ci siamo adattati con grande sofferenza a tante rinunce spirituali anche in cose importantissime, ma ora la situazione è cambiata ― grazie a Dio e al sacrificio di tanti ― e non è più possibile continuare a vivere così, cioè: per paura della morte fisica ridursi a sopravvivere e rinunciare a vivere; morire di disoccupazione per non morire di contagio virale; morire come Chiesa per continuare a sopravvivere come singoli credenti appena tollerati dal mondo incredulo. Chi non crede in Cristo risorto dai morti finisce sempre e inevitabilmente a sopravvivere invece che a vivere: «Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Cor 15, 32), così pensano e vivono gli atei; ma noi cristiani siamo i testimoni di Cristo risorto dai morti e non ci è possibile rinunciare a vivere per ridurci a sopravvivere, né come uomini né come cristiani.

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Questo significa anche che le Messe solo teletrasmesse hanno fatto il loro tempo e non è più né necessario né opportuno continuare a celebrare in chiese deserte con tutto il nostro popolo ridotto ad una massa informe di telespettatori più o meno coinvolti; in tanti altri Paesi afflitti dalla pandemia hanno continuato a celebrare la Santa Messa col popolo, certamente con i dovuti accorgimenti; ora è possibile ricominciare a farlo anche in Italia, senza bisogno di permessi da parte di chicchessia ― tanto meno le autorità civili, che non hanno il potere di proibirci o di permetterci quello che dobbiamo fare nelle chiese ―; ora è possibile ricominciare a celebrare i Sacramenti col popolo in chiesa, senza mettere in pericolo la salute fisica di nessuno, certamente facendolo con quella responsabilità che noi cristiani abbiamo sempre abbondantemente dimostrato e insegnato agli altri in tempi di calamità. Pertanto la diretta televisiva della Santa Messa deve tornare quanto prima ad essere un fatto eccezionale e sporadico a servizio spirituale unicamente di coloro che per malattia o vecchiaia sono impediti a partecipare personalmente; tutti gli altri fedeli devono quanto prima poter tornare in chiesa a celebrare e ricevere i Sacramenti.

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Gesù dice: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno … Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». (Gv 6, 51. 54). Gesù dice «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19); Gesù non dice: «Statevene rintanati in casa ognuno per conto suo per paura di morire perché tanto fa lo stesso; ognun per sé e Dio per tutti».

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La mia coscienza di uomo, di cattolico, di sacerdote e di cittadino italiano mi impone quindi di prendere la seguente decisione: questa è l’ultima volta che celebro la Santa Messa in diretta televisiva, perché non voglio diventare complice di un modo di fare assurdo e mortificante. Altri decideranno in modo diverso, ma io non posso, non debbo e non voglio fare altrimenti, perché io voglio vivere e non ridurmi a sopravvivere, voglio essere testimone responsabile di Cristo risorto, l’unico che ci libera dal terrore del male e della morte.

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Santa Maria, allietata dal tuo Divin Figlio appena risorto dai morti all’alba della Pasqua, intercedi per noi e ottienici dal Signore glorioso la liberazione dalla pandemia e il coraggio di professare la nostra fede sempre e in ogni luogo e circostanza (sicura o pericolosa) e soprattutto ottienici la libertà dalla tirannia del potere mondano e dal ridurci a sopravvivere, prigionieri e paralizzati dalla paura della morte.

Sia lodato Gesù Cristo! 

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Chiesa Cattedrale di Arezzo, 2 maggio 2020

Missa de Sancta Maria in Sabbato

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Le video-meditazioni del Presbitero Mons. Giovanni Zanchi sono disponibili nella nostra pagina

VIDEO

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6 thoughts on “Dinanzi al mistero del Cristo Risorto non possiamo rinunciare a vivere e ridurci a sopravvivere

  1. Decisione lodevole. Purtroppo ormai i danni incalcolabili sono stati fatti, e in modi e misure diversi ne siamo tutti più o meno colpevoli, ma con capofila la CEIP (P=Patriottica), che (minimo esempio) addirittura ci ha spacciato per Devozione in trasmissione diretta del 1° maggio un “evento televisivo” registrato 5 giorni prima.

  2. Grazie per questa vigorosa testimonianza. Sono molto rattristata dalla situazione attuale, ma continuo a coltivare una tenace speranza fondata su Nostro Signore che “sarà con noi fino alla fine dei tempi”

  3. Reverendo Padre, una domanda diretta: visto che da domani, 18 maggio, potranno riprendere le sante Messe coram populo, Lei intende distribuire la Santa Comunione con guanti monouso?

    1. Nessuno può obbligarmi a fare una cosa del genere, quindi, ciò che non si può comandare poiché contrario al sacro rispetto verso la Santissima Eucaristia, io non lo farò.
      Anche perché l’Autorità Ecclesiastica dovrebbe poi spiegarmi e rispondere in modo chiari a preciso a questo quesito: e i guanti monouso, dopo l’uso degli stessi, che fine faranno? Forse dovranno essere gettati nella raccolta differenziata?
      Figurarsi se io getterei nella raccolta differenziata guanti usati per toccare il Santissimo Corpo di Cristo.
      Sia chiaro: non si tratta di disubbidire, tutt’altro! Si tratta di non attenersi a ciò che oltraggia la Santissima Eucaristia, verso la quali, di oltraggi, ne sono stati recati fin troppi.

      Le faccio un altro esempio: una volta, mentre soggiornavo in una diocesi italiana, il vescovo diocesano mi disse: «Non portare la veste talare, perché i miei preti, che non la portano, sono infastiditi che uno porti la talare in pubblico». Risposi: «Vostra Eccellenza ha modificato il Codice di Diritto Canonico e le disposizioni date a tal proposito da Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e dalla Conferenza Episcopale Italiana?» Dunque: io porto la talare come previsto, pertanto, che i suoi preti non protestino e che Vostra Eccellenza non si permetta mai più di suggerirmi cose contrarie alle leggi e alle disposizioni della Chiesa»

      Ecco, sempre per chiarire ciò che non è affatto disubbidienza.

      1. Reverendo Padre, grazie. Sono rincuorata dalla sua risposta. Tuttavia, nella mia diocesi di appartenenza (Padova), le disposizioni del vescovo sono molto chiare e non certo identiche alle Sue. (http://www.diocesipadova.it/ripresa-delle-messe-con-il-popolo-il-decreto-del-vescovo-per-la-diocesi/).
        Le chiedo: se io accetto la S. Comunione con questa modalità, sono anch’io in qualche modo colpevole di un ‘oltraggio’ – se non altro perché lo permetto – oppure no? E cosa dice del divieto di ricevere la comunione in bocca? Grazie in anticipo per la Sua risposta

        1. Cara Adriana,

          legga l’ultimo articolo di Padre Gabriele, perché al suo interno troverà molte risposte ai suoi quesiti.
          Per quanto mi riguarda le ribadisco che nessun vescovo può obbligarmi a distribuire la Santa Comunione con i guanti di lattice; guanti che poi andrebbero smaltiti, presumo nella raccolta differenziata di rifiuti, perché una cosa simile mi fa letteralmente inorridire.

          Una cosa molto importante, alla quale prestare attenzione, perché è una insidia nella quale è bene proprio non cadere, è l’uso ideologico e polemico della Santissima Eucaristia.
          Sappiamo infatti che si sono gruppi di persone, oggi accompagnati anche da seguiti blog e siti, che fanno battaglie contro la Comunione data sulla mano. A questi ideologi – perché tali sono – non poteva capitar di “meglio” del coronavirus per incentivare le proprie polemiche.

          Come spesso ho spiegato ai lettori: personalmente, la Comunione sulle mani, non l’ho mai data a nessuno, pur prestando totale ossequio alle disposizioni date in tal senso a suo tempo dalla Conferenza Episcopale Italiana. Infatti, il decreto in questione, autorizza a poter amministrare la Santa Comunione sia sulle mani o sulla bocca a scelta del fedele, sia a discrezione del celebrante sotto le due specie, ossia intingendo la sacra ostia nel Sangue di Cristo e porgendola al fedele sulla bocca. E così io ho sempre fatto sin da quando sono diventato prete: ho sempre dato la Santa Comunione sotto le due specie.

          Le battaglie portate avanti da certe persone, siti e blog, non stanno né in cielo né in terra, perché ricevere con sacra devozione la Santa Comunione sulle mani, non è affatto il sacrilegio che loro vanno sbraitando in giro, quasi sempre attaccandosi a pseudo-teologie o a visioni catastrofiche di qualche mistico o mistica mal compresa.

          La Comunione sulle mani, da laico, io non l’ho mai ricevuta. La prima volta che ho toccata la Santissima Eucaristia è stato dopo essere divenuto diacono. Ho sempre preferito riceverla in bocca, ma sempre ribadendo che, riceverla devotamente sulle mani, non è il sacrilegio che molti vanno dicendo in giro.

          I fedeli hanno sensibilità diverse, come le ho espresso portandole come esempio me stesso, prima da laico e poi da prete. Quindi lei non deve sentirsi obbligata in alcun modo a ricevere la Santa Comunione in una modalità che potrebbe crearle disagio. In tal caso, faccia ciò che la sua coscienza le suggerisce di fare, per esempio rinunciando, nel caso, a fare la Comunione.

          La disciplina della Chiesta stabilisce che il fedele si confessi almeno una volta all’anno e che riceva la Santa Comunione a Pasqua (Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2041-2043).
          La Chiesa non stabilisce, né mai ha stabilito, che è dovere del fedele fare di frequente la Comunione. Tutt’altro, come infatti chiarisce sempre il Padre Gabriele nel suo ultimo articolo, “la Comunione frequente” è cosa molto recente, risale all’epoca del Santo Pontefice Pio X, per l’esattezza al 1905.

          Ciò che invece non va fatto è di dare vita a proteste e aggressioni verso l’episcopato, che per quanto riguarda la disciplina dei Sacramenti, non può e non deve certo prendere direttive e ordini da blogghettari, siti vari e giornalisti anziani che si sono messi a fare i teologi, i liturgisti, i canonisti … senza averne né la preparazione, né la sensibilità, né l’autorità.

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