Dalla Santa Messa al bidet del maresciallo: quel sottile confine spesso valicato in cui i figli insegnano al padre l’arte del generare

— la Chiesa e la grave emergenza coronavirus —

DALLA SANTA MESSA AL BIDET  DEL MARESCIALLO: QUEL SOTTILE CONFINE SPESSO VALICATO IN CUI I FIGLI INSEGNANO AL PADRE L’ARTE DEL GENERARE. 

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Onestamente, c’è da sorridere amaramente nell’apprendere della cura maniacale con cui gli Ordinari hanno caldeggiato ai loro sacerdoti la scrupolosa osservanza del protocollo ministeriale, quando in un passato non tanto lontano si faceva fatica anche solo ad osservare l’Ordinamento Generale del Messale Romano con le corrispondenti rubriche, tanto da dover reputare necessario produrre l’istruzione Redemptionis Sacramentum per correggere i numerosi sacerdoti, religiosi e laici da frequenti errori e fantasticherie che attenevano all’ossequio dovuto alla Santissima Eucaristia e alla sacra liturgia. Sicuramente, il curatore – o i curatori del protocollo – hanno fatto come il maresciallo dei carabinieri della nota barzelletta, il quale dopo aver notato il parroco del paese con il braccio ingessato e appreso da quest’ultimo che l’incidente era occorso per l’urto sul bidet, alla domanda dell’appuntato rispondeva con candore di non conoscere il bidet in quanto la sua latitanza dalla chiesa era vecchia di trent’anni.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Oggi, Deo volente, si potranno riprendere a celebrare le Sante Messe con la presenza del popolo. Una buona notizia, a lungo attesa, che sarà accolta con gioia da tutti i fedeli cristiani cattolici, soprattutto da coloro che in chiesa ci sono sempre andati e che non smetteranno di andarci neanche nel prossimo futuro.

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Cristiani fedeli – di nome e di fatto – che non hanno timore di affermare che la Celebrazione Eucaristica è la fons e il culmen di tutta la vita liturgica della Chiesa [cf. Sacrosantum Concilium, 10]. Cristiani fedeli che, benché vissuti al tempo del “tanto temibile” Vaticano II, sono stati educati comunque da buoni sacerdoti a dare a Dio il meglio della propria vita e non gli scarti di tempo e di opportunità, facendo dell’Eucaristia il fulcro della propria vita spirituale.

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Cristiani fedeli che sono cresciuti con l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e con convinzione non hanno problemi ad affermare che è sempre l’Eucaristia a nutrire, edificare e a mandare avanti la Chiesa [cf. Ecclesia de Eucharistia, 26; 32; Redemptor hominis, 20; Sacramentum Caritatis, 14] così come sempre è stato, non solo prima dell’arrivo del Covid-19 ma anche quando si arriverà alla fine dell’attuale emergenza epidemiologica.

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Davanti alla fede semplice ma concreta di questi fratelli ci siamo noi, i loro sacerdoti che – lungi dal voler condurli verso ribellioni, moti passionali stravaganti o sterili polemiche – non possiamo rinunciare al nostro ruolo di pastori che utilizzano la ragione illuminata dalla fede per insegnare, dibattere e chiarire questioni vitali per la vita soprannaturale della Chiesa che ancora non sembrano essere comprese così come ci si aspetterebbe.

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Nel periodo storico che stiamo vivendo è necessario portare avanti una pastorale dell’ovvio, riaffermando con pazienza e umiltà le basi della fede cristiana fondata sulla Tradizione Apostolica e sul Magistero bimillenario della Chiesa Cattolica così spesso dimenticato e bistrattato dai nostrani laici e chierici adulti ai quali ben si addicono le parole di San Paolo ai Corinzi: «siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re» [cf. Cor 4,8].

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Nel riaffermare tale insegnamento, è giusto sottolineare l’importanza del sacrificio eucaristico così come esso ci è stato trasmesso, in modo particolare il cattolico è consapevole che:

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  1. Non è possibile negare la presenza vera, reale, sostanziale di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia [cf. DS 1636; Mysterium fidei, 40], così come non si può mettere in discussione e quindi rigettare l’importanza del sacramento del Corpo e del Sangue del Signore tanto da pretenderne impunemente un ridimensionamento a livello sacramentale ed ecclesiale;
  2. Non è possibile insinuare un’equipollenza dell’Eucaristia con altre realtà, sebbene sacramentali. Questo perché dobbiamo operare un distinguo tra presenza reale dinamica e presenza reale personale di Cristo. Infatti, gli altri sacramenti possiedono una efficacia a partire dal momento in cui essi sono ricevuti, invece il sacramento dell’Eucaristia possiede un’efficacia «ante usum», ossia prima ancora di essere ricevuta nella comunione [cf. DS 1639; G.L. Müller, Dogmatica Cattolica, p. 829, San Paolo, 1999];
  3. Non è possibile vantare una superiorità o una uguaglianza di una presenza figurativa, analogica, simbolica, storica o semplicemente ideale di Cristo rispetto al suo adorabile Corpo e al suo preziosissimo Sangue. Questo perché quando Gesù nell’Ultima Cena dice chiaramente «Questo è il mio corpo», non dice «Questo significa, è il simbolo, è un analogia, è un rimando del mio corpo», no, dice espressamente «Questo è il mio corpo». Perciò questo «è» va preso molto sul serio in quanto è dalle parole stesse del Salvatore che si cela il significato più profondo e autentico dell’Eucaristia e del suo effetto.

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Riaffermare oggi un insegnamento come questo non significa negare dispettosamente l’affinità che ci può essere tra il messaggio di Cristo e altre realtà umanamente meritorie come l’amicizia tra gli individui, il sostegno vicendevole, l’assistenza e l’accoglienza ai bisognosi. Riaffermare oggi il credo eucaristico vuol dire testimoniare, finanche al martirio, che l’Eucaristia non è un orpello cerimoniale opzionabile che si può dismettere in tempo di catastrofe o di crisi a favore di altre presenze surrogate ma è Gesù stesso nel suo vero corpo, sangue, anima e divinità [cf. Gv 6,51; DS 1640] che si rende realmente presente, per noi uomini e per la nostra salvezza, come segno sacramentale di grazia fruibile solo e soltanto attraverso le mani del sacerdote [cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1131], presenza reale che santifica sempre, già ancor prima di riceverla, in quanto è in essa presente l’autore stesso della santità [cf. DS 1639]. Tale presenza reale sacramentale non fu mai disconosciuta dai santi della Chiesa Cattolica, anche da coloro che ricordiamo come i campioni della carità come i Santi Vincenzo de Paoli, Vincenzo Maria Pallotti, Camillo de Lellis, Madre Teresa di Calcutta, i quali non mancarono mai di essere anime profondamente ed essenzialmente eucaristiche e da tale identità e consapevolezza irradiarono la loro Charis.

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Da francescano desidero rievocare un episodio della vita di Sant’Antonio di Padova – altro campione nella carità a cui è legata la pratica devozionale del “Pondus pueri” meglio conosciuta come Pane dei Poveri – che come vero pastore e nemico dell’eresia recuperò il cataro Bonovillo attraverso il miracolo della mula affamata. Il povero animale lasciato a digiuno per giorni dopo essere stata messa davanti alla biada e al Santissimo Sacramento, non tardò a inginocchiarsi davanti all’Eucaristia recata dal santo nell’ostensorio invece di dare sfogo al bisogno naturale del nutrimento, riconoscendo la presenza del Signore. Sia chiaro, nulla avrebbe potuto impedire al santo di Padova di convertire l’eretico cataro in altra maniera, ad esempio, attraverso la testimonianza della presenza di Cristo nella comunità ecclesiale, nella Sacra Scrittura o nella carità eroica eppure, egli scelse proprio l’Eucaristia per convincere colui il quale pertinacemente la osteggiava, negandone la persona divina in essa contenuta. Solo l’Eucaristia è il segno vivo e vivificante «di quel mistero di fede […] nel quale […] sono contenute con singolare ricchezza e varietà di miracoli, tutte le realtà soprannaturali» [cf. Mysterium fidei, 15].

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Dopo aver ricordato brevemente alcuni elementi di teologia dogmatica sacramentaria, è bene trarre delle conclusioni in forma di interrogativi che possano guidare la riflessione. Perciò:

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  1. se per alcuni l’Eucaristia non è così importante tanto da poterla trascurare, equiparare o sostituire con altro, come spiegare e intendere il discorso di Gesù sul Pane di Vita presente nel Vangelo di Giovanni? [cf. Gv 6,1-71]. «Questo pane di vita, sacramento del Corpo e del Sangue di Cristo, viene a noi donato gratuitamente nella mensa dell’Eucaristia. Attorno all’altare troviamo ciò che ci sfama e ci disseta spiritualmente oggi e per l’eternità. Ogni volta che partecipiamo alla Santa Messa, in un certo senso, anticipiamo il cielo sulla terra, perché dal cibo eucaristico, il Corpo e il Sangue di Gesù, impariamo cos’è la vita eterna» [cf. Papa Francesco, Angelus, domenica 19 agosto 2018, Piazza San Pietro, vedere QUI];
  2. Come spiegare e giustificare ai neofiti l’importanza dell’Eucaristia e del sacrificio della Messa se siamo pronti a sospenderla all’occorrenza o a rinunciarvi giustificando tale scelta con la motivazione che in alcune zone del pianeta permangono comunità cristiane che non possono celebrare l’Eucaristia perché prive di sacerdoti? Tale motivazione appare come un falso problema che propone di sospendere l’eucaristia invece di lavorare e favorire le vocazioni e avere così sacerdoti sufficienti per celebrare il santo sacrificio là dove manca.
  3. Perché affermare, gesuiticamente parlando, che nella storia della Chiesa sono esistiti beati e santi che sono morti senza aver potuto celebrare l’Eucaristia o partecipare ad essa se tali episodi, effettivamente noti, costituiscono di fatto delle particolarità da contestualizzare sia storicamente che pastoralmente, tanto da rappresentare delle eccezioni?

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Forse sarebbe il caso di dire, una volta per tutte, che tali situazioni non hanno rappresentato – e non rappresentano – la normalità ma che costituiscono una deroga che è sbagliato e pericoloso promuovere a norma, proprio perché dobbiamo ricordarci che l’asticella della perfezione evangelica ci rende perfetti come il Padre [cf. Mt 5,48] solo se sappiamo abbandonare tutto per lui e cambiare quella mentalità farisaica che al tempo era capace di comunicare santità e iniquità nel medesimo atto. Purtroppo, oggi esiste la tendenza a normalizzare tutto, e in questa normalizzazione non ne è esente il peccato con il conseguente disordine che ne deriva. Sulla scorta di quel proverbio antico che dice di fare di necessità virtù, si misura con il metro dell’eccezionalità anziché con quello della regola, imponendo de facto al prossimo quella presunta virtù non liberamente accettata senza prima aver tentato di porre rimedio alla necessità.

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A partire da tali considerazioni, pur vedendo la presenza di Cristo in tutte le cose create secondo l’insegnamento dell’Apostolo Paolo che dice che: «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» [cf. Col 1,16], e riaffermato il principio del Prologo giovanneo secondo il quale Cristo è l’origine e il fine dell’universo così che: «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» [cf. Gv 1, 3], non possiamo dimenticare quella promessa fatta da Gesù in Matteo 18,20 che dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Versetto che San Tommaso analizza molto bene interpretandolo secondo Origene il quale spiega che: «Non dice, infatti, sarò in mezzo a loro, ma sono: subito (mox), infatti, quando alcuni sono in comunione, Cristo si trova in mezzo a loro» [cf. Catena Aurea, Commento a Matteo, XVIII, n. 5]. Viene allora da sé che tale subitanea e immediata comunione di presenza di Cristo si può gustare in tutta la sua reale pienezza e autorità quando la Chiesa è radunata per celebrare la Pasqua domenicale. Dice Giovanni Paolo II

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«l’intrinseca dimensione ecclesiale dell’Eucaristia si realizza ogni volta che essa viene celebrata. Ma a maggior ragione si esprime nel giorno in cui tutta la comunità è convocata per fare memoria della risurrezione del Signore. Significativamente il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che “la celebrazione domenicale del Giorno e dell’Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa» [cf. Dies Domini, 32].

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Dove se non nella domenica, sacramento della Pasqua usando la terminologia agostiniana, è possibile fare comunione con Cristo e con la Chiesa? In modo ancora più specifico, questa comunione di presenza, si realizza nelle comunità ecclesiali dalla persona del parroco il quale

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«faccia in modo che la Santissima Eucaristia sia il centro dell’assemblea parrocchiale dei fedeli, si adoperi perché i fedeli si nutrano mediante la celebrazione devota dei sacramenti e in special modo perché si accostino frequentemente al sacramento della Santissima Eucaristia e della penitenza» [cf. Redemptionis Sacramentum, 32].

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Dovrebbe essere chiaro a tutti come nessuna cosa, tanto meno il servizio e l’impegno verso i poveri e i sofferenti può essere condotto ed esercitato senza una fede che si alimenti alle sorgenti della vita sacramentale e che ha proprio nell’Eucaristia il suo cuore pulsante e il suo massimo vertice [cf. Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, la posizione della Conferenza Episcopale Italiana, vedere QUI]. Per questo motivo davanti alla pubblicazione del Protocollo del Ministero dell’Interni, siglato insieme alla Conferenza Episcopale Italiana il 7 maggio scorso, un cristiano non può che trovarsi a disagio, specie se sacerdote, davanti a un testo redatto da specialisti totalmente digiuni di teologia e di disciplina dei Sacramenti nonché di quella disciplina canonica e liturgica utile da conoscere per poter garantire insieme alla sicurezza sanitaria anche la dignità del sacramento celebrato senza svilimento.

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Onestamente, c’è da sorridere amaramente nell’apprendere della cura maniacale con cui gli Ordinari hanno caldeggiato ai loro sacerdoti la scrupolosa osservanza del protocollo ministeriale, quando in un passato non tanto lontano si faceva fatica anche solo ad osservare l’Ordinamento Generale del Messale Romano con le corrispondenti rubriche, tanto da dover reputare necessario produrre l’istruzione Redemptionis Sacramentum per correggere i numerosi sacerdoti, religiosi e laici da frequenti errori e fantasticherie che attenevano all’ossequio dovuto alla Santissima Eucaristia e alla sacra liturgia. Sicuramente, il curatore – o i curatori del protocollo – hanno fatto come il maresciallo dei carabinieri della nota barzelletta, il quale dopo aver notato il parroco del paese con il braccio ingessato e appreso da quest’ultimo che l’incidente era occorso per l’urto sul bidet, alla domanda dell’appuntato rispondeva con candore di non conoscere il bidet in quanto la sua latitanza dalla chiesa era vecchia di trent’anni.

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Non possiamo che rassegnarci al fatto che oggi tanti vestono i panni dell’ignaro maresciallo dei carabinieri della barzelletta e ignorando l’esistenza del bidet, ignorano un popolo di credenti che sinceramente vuole rendere culto al proprio Dio in libertà, seguendo quelle consuetudini bimillenarie della Chiesa che attendono al cielo e non alla terra e perciò non possono essere comprese e normate adeguatamente a chi solo è il garante di una immanenza passeggera. Al che sarà bene ricordare come la Chiesa non esercita solo una maternità premurosa ma possiede anche una paternità autorevole con la quale guida i suoi figli alla santità che comprende sacrifici, cioè gesti sacri di grazia. Purtroppo, invece di trovare figli obbedienti, da un po’ di tempo si ritrova ad avere a che fare con figli che pretendono di insegnare l’arte di generare e di dettare la linea educativa.

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Voglio ora soffermarmi su alcuni punti del protocollo ministeriale che mi lasciano perplesso, che manifesta una redazione ufficiale senza nessuna “mano ecclesiastica” a dirigerla:

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2.2 «Al termine di ogni celebrazione, i vasi sacri, le ampolline e altri oggetti utilizzati, così come gli stessi microfoni, vengano accuratamente disinfettati»

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Tutto l’arredo liturgico che viene utilizzato per la celebrazione del culto consta di una particolare dignità e decoro tanto da riceverne una speciale benedizione. Tra le cose usate per il culto spiccano, in modo particolare, il calice e la patena che hanno una propria benedizione che manifesta – davanti alla comunità dei fedeli – la volontà di destinare questi vasi unicamente alla celebrazione eucaristica [cf. Rituale Romano – Benedizionale, Cap XLII, 1287-ss]. I materiali con cui sono confezionati tali vasi, eletti per il sacrificio dell’altare, sono di norma preziosi e robusti, tale condizione è dettata dalla sublimità del contenuto che dovranno accogliere e conservare nel tempo [cf. Ordinamento Generale del Messale Romano, 328].

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Tali premesse conducono a comprendere che una pratica di disinfezione efficacie e con prodotti specifici, se operata dopo ogni Messa, potrebbe causare danni al vaso sacro, diminuendone la preziosità e il prestigio artistico e producendo delle lesioni ai materiali tanto da poter condurre a una situazione di profanazione. Inoltre, c’è da ricordare che i vasi sacri non devono essere manipolati da tutti e che la vigilanza sulla pulizia e sulla cura spetta al ministro che ne provvederà all’astersione e all’abluzione versando poi l’acqua utilizzata nell’apposito sacrario in sagrestia [cf. Ordinamento Generale del Messale Romano, 334] o in altro luogo adatto.

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3.1«Per favorire il rispetto delle norme di distanziamento è necessario ridurre al minimo la presenza di concelebranti e ministri, che sono comunque tenuti al rispetto della distanza prevista anche in presbiterio».

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Anche questo punto del protocollo appare nebuloso. Si richiede il minimo di presenza degli attori alle celebrazioni liturgiche senza tuttavia quantificarne il numero e senza determinarne l’autorità competente al controllo. Sicché ci auguriamo che tale controllo non autorizzi implicitamente altri episodi spiacevoli verificatisi nelle scorse settimane dalle benemerite Forze dell’ordine.  Per questo è doveroso chiedersi: può un documento statale normare la presenza e l’attività in presbiterio, cosa che non attiene evidentemente allo Stato in quanto atto di culto, senza peraltro specificare – così come ci si era precipitati a fare nel Triduo Pasquale – quelle figure ministeri essenziali conosciute dalla liturgia? Perché la mancanza di chiarezza, ahimè, provoca solo un’applicazione discrezionale delle norme che creerà confusione e tensione, cose di cui non abbiamo minimamente bisogno in questo momento.

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3.4 «La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso; gli stessi – indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli».

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In questa parte del protocollo è consigliata una pratica di distribuzione dell’Eucaristia molto pericolosa. Secondo questa prassi operativa si presuppone il serio e il fondato rischio di profanazione e irriverenza dell’Eucaristia che non è bene né tacere né silenziare. Difatti, nella ricezione della Santissima Eucaristia con le mani guantate – sia che si tratti del ministro o del fedele – si profila la possibilità reale che il materiale plastico di cui sono fatti i guanti trattenga dei frammenti di particola consacrata nella quale resta sempre la presenza reale del Signore [cf. DS 1653; 1654]. Ciò deve portare a prestare la massima attenzione al modo con cui ci si avvicina a fare la comunione, preoccupazione che è stata già presa in esame quarant’anni fa nella lettera Dominicae cenae.

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Giova a questo punto ricordare l’intervento illuminante di Giovanni Paolo II il 24 febbraio 1980 che resta vincolante anche per l’oggi:

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«In alcuni paesi è entrata in uso la comunione sulla mano. Tale pratica è stata richiesta da singole conferenze episcopali ed ha ottenuto l’approvazione della sede apostolica. Tuttavia, giungono voci su casi di deplorevoli mancanze di rispetto nei confronti delle specie eucaristiche, mancanze che gravano non soltanto sulle persone colpevoli di tale comportamento, ma anche sui pastori della Chiesa, che fossero stati meno vigilanti sul contegno dei fedeli verso l’eucarestia» [cf. Dominicae cenae, 11].

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Testo dal quale appare chiaro come il Pontefice desideri preservare i fedeli e i pastori da deplorevoli mancanze circa l’attenzione necessaria con cui l’Eucaristia deve essere offerta e ricevuta. Per questo motivo, consci delle discipline sui Sacramenti e delle raccomandazioni magisteriali, il protocollo sulle precauzioni sanitarie stilate dello Stato, partendo da una visione sostanzialmente laica dello status quaestionis, in riferimento ai guanti monouso da usare in ogni celebrazione, ne incoraggia lo smaltimento secondo i criteri previsti dalla legge per i materiali plastici non biodegradabili, costituendo di fatto un illecito liturgico, canonico e morale.

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Tutto questo appare inaccettabile non tanto perché si voglia fomentare una polemica o un contrasto Stato-Chiesa ma perché appare reale lo sconfinamento delle competenze statali dentro quelle propriamente ecclesiastiche. Ci si auspica nell’immediato che la Conferenza Episcopale Italiana entri nel merito della questione di modo da scongiurare spiacevoli crisi di coscienza nei ministri e nei fedeli.

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Laconi, 18 maggio 2020

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4 thoughts on “Dalla Santa Messa al bidet del maresciallo: quel sottile confine spesso valicato in cui i figli insegnano al padre l’arte del generare

  1. caro padre Ivano
    ho letto il documento, con il quale uno stato laico, e per niente preparato in materia(disgraziatamente con il concorso della cee, che lo ha adottato e firmato)e’ entrato a gamba tesa contro (non le religioni) ma la religione cattolica,.Non ho mai sentito e visto nulla di simile in 74 anni (ad agosto) di primavere.Ma non ho visto neanche mai una gerarchia cosi prona,e un vaticano cosi assente-il diritto canonico quello ecclesiastico, e il concordato sono stati azzerati.Per molto meno uno stato ritira il proprio ambasciatore quando ritiene che non siano state rispettate alcune norme…ricordo che quel graduato che ha interrotto la santa messa a mio avviso e’ incorso in una scomunica latae sententia oltre ad avere infranto un articolo del codice penale…..ad ogni modo non sopporto la mascherina per piu di un quarto d’ora..figuriamoci i guanti di plastica…e poi non accetto per niente cio’ che si sta ordendo contro NOSTRO SIGNORE SACRAMENTATO……pertanto le chiedo…….PUO VOSTRA REVERENZA DISPENSARMI DALLA MESSA DOMENICALE……per continuare ad ascoltarla in diretta sui social fino a quando si potra’ tornare alla normalita’ (quale) ? la ringrazio mi benedica e mi ricordi nelle sue preghiere
    affettuosamente
    Domenico Maggiore
    bagheria 18 maggio 2020

    1. In base alle norme contenute nel documento del “dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione” della nuova chiesa di stato direi proprio di si, perché tu hai già superato i 65 anni: 5.2. Si ricorda la dispensa dal precetto festivo per motivi di età e di salute.

  2. Quando ho sentito un gesuita affermare, pontificando, che ” in Italia, da domani si potrà celebrare la Santa Messa con il popolo; ma per favore, andiamo avanti con le norme, le prescrizioni che ci danno ( quelli del “dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione” della nuova chiesa di stato), per custodire così la salute di ognuno e del popolo.”,
    ho capito il senso delle parole di chi non le “disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò”: ” Oggi nel mondo c’è un grande sentimento di orfanezza: tanti hanno tante cose, ma manca il Padre.”… La Chiesa Cattolica sembra infatti essere veramente rimasta senza il Santo Padre.

  3. Caro Padre Ivano,

    grazie per questa sapiente articolazione che, come a me, penso sia stata di aiuto e conforto anche a molti altri sacerdoti che vi seguono con molto interesse.
    Un fraterno saluto

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