Dal celebre gigolò Francesco Mangiacapra a Cristo che passando per la strada chiama tra la folla Zaccheo che per vederlo s’era arrampicato su un albero di sicomoro: «Oggi devo fermarmi a casa tua»

– attualità ecclesiale –

DAL CELEBRE GIGOLÒ FRANCESCO MANGIACAPRA A CRISTO CHE PASSANDO PER LA STRADA CHIAMA TRA LA FOLLA ZACCHEO CHE PER VEDERLO S’ERA ARRAMPICATO SU UN ALBERO DI SICOMORO: «OGGI DEVO FERMARMI A CASA TUA» 

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È anzitutto fondamentale operare una distinzione che è peculiare nell’agire di Cristo verso gli uomini: dobbiamo saper separare il peccato dalla persona che lo compie: il peccato si condanna sempre e condannandolo si rigetta, mentre il peccatore non si rigetta, tutt’altro: si accoglie e si perdona. Separare infatti il male oggettivo del peccato dal bene intrinseco che la persona creata a immagine Dio continua a possedere, è un elemento sul quale nessun cristiano e soprattutto nessuno sacerdote può sorvolare.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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libro intervista di Francesco Mangiacapra

Il 7 novembre l’emittente Rete 4 di Mediaset ha trasmesso una nuova puntata del programma di Paolo Del Debbio, Dritto&Rovescio, all’interno del quale si è affrontato il secondo round del pruriginoso tema riguardante le performance sessuali degli uomini di Chiesa. Un dubbio mi sorge a riguardo: perché devo fare le ore piccole per assistere a determinate tematiche ― più adatte a un pubblico adulto ―, se poi all’indomani posso visionare sul sito Mediaset la puntata intera accessibile anche ai telespettatori più giovani e indifesi?

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Protrarre la trattazione di certi argomenti all’interno di una fascia oraria protetta, così da salvaguardare i semplici dagli scandali, ha perso ogni ragion d’essere. Non sarà forse perché ― dulcis in fundo i telespettatori sono sedotti con argomenti intriganti tali da prolungare la visione del programma fino alla fine del programma e tener così alto l’audience? Strategie televisive mi direte, certamente, ma che a mio modesto parere non sono in grado di appagare fino in fondo l’autentico senso di curiosità dell’uomo anche di fronte a fatti indiscutibilmente scabrosi come questi. La curiosità è un attributo fondamentale dell’intelligenza umana e non si appaga di certo attraverso il gossip nudo e crudo.

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Se tale lettura corrispondesse al vero, si potrebbe utilizzare un’altra locuzione latina più adatta al caso, cioè in cauda venenum [il veleno sta nella coda], per significare come spesso siamo condotti nostro malgrado dentro dinamiche che ci lasciano il più delle volte con l’amaro in bocca, con tanto di stoccata mortale finale. Insomma, certi argomenti, così come sono presentati oggi, non ci fanno solo del male ma non ci servono, allora perché insistiamo nel vederli?

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Dobbiamo riconoscere che argomenti simili ghermiscono i sensi di un buon collettivo di telespettatori che, per citare una massima sapienziale biblica, mai si saziano di vedere attraverso i loro occhi, né mai si saziano di udire attraverso i loro orecchi [cf. Qoe 1,8] storie di questo tipo. In queste persone vige una sorta di dipendenza psicologica da una certa narrazione hot proibita che un tempo, tra le pagine discrete dei romanzi rosa, non si azzardava mai a superare la soglia della camera da letto. Oggi non solo ha superato la camera da letto, ma è scesa in piazza … una piazza mediatica.

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Francesco Mangiacapra alla puntata di Dritto e Rovescio del 7 novembre 2019 [per aprire il frammento del filmato cliccare sull’immagine. La puntata intera è QUI a partire da 02:06:36]

A tarda ora i telespettatori sono stati condotti da Paolo Del Debbio, come un novello Guy de Maupassant, nelle stanze del piacere di una rivisitata Maison Tellier televisiva condita in salsa ecclesiastica. Protagonisti del dibattito in studio Gianluigi Nuzzi, Luigi Amicone, Giuseppe Cruciani, Giuliano Costalunga e il nostro caro Padre Ariel S. Levi di Gualdo, che hanno saputo dibattere i temi in modo molto meno accalorato della puntata del 31 ottobre [cf. vedere QUI da 02:11:10].

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Come special guest star, tra i tanti ospiti il giovane gigolò napoletano Francesco Mangiacapra, autore e protagonista del Dossier Mangiacapra consegnato alla diocesi di Napoli in relazione alle frequentazioni amicali poco ortodosse di certi esponenti del clero locale e non solo. Perché dunque non riconoscerlo? Sotto un altro aspetto Francesco Mangiacapra è stato utile per portare allo scoperto una rete di sacerdoti indegni e con problemi morali e spirituali abnormi, costringendo le Autorità Ecclesiastiche a procedere a loro carico. Bene disse in tal senso Giuseppe Cruciani nella puntata del 31 ottobre, perché visto il tutto sotto altre angolature «A Francesco Mangiacapra bisognerebbe dare un premio».

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Con le poche e brevi battute di prassi consentite da un programma televisivo, il nostro Padre Ariel ha inquadrato il cuore del problema di certi frequenti e gravi scandali che coinvolgono membri del clero dicendo: «La Chiesa, da cinquanta, sessant’anni a questa parte è caduta in una profonda crisi dottrinale che ha generato una crisi della fede, che a sua volta ha generato per triste e logica conseguenza la grave crisi morale che oggi abbiamo sotto gli occhi». Inutile ribadire — merita però farlo —: questo nostro confratello, dieci anni or sono analizzava con ampio anticipo il problema,  esploso anni dopo, nella sua opera E Satana si fece trino, libro dato di nuovo alle stampe con le nostre Edizioni L’Isola di Patmos il 7 luglio 2019.

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Sono sincero: in questa puntata sono stato molto colpito da Francesco, tanto da soffermarmi a riflettere su di lui e così astrarmi da giudizi e critiche riguardanti la sua professione e le vicende che lo hanno visto protagonista di ben circostanziati fatti riguardanti i suoi particolari clienti.

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foto: Francesco Mangiacapra

Davanti a simili tematiche è prudente sollevare l’asta della nostra intelligenza e elevarci a livelli superiori alla media. Accantonare i pregiudizi e cercare per quanto è possibile di andare oltre, seguendo quella pedagogia che Cristo ha attuato con alcuni personaggi del Vangelo e che ci testimonia la capacità del Signore nel gestire e risolvere alcuni aspetti complessi insiti nella nostra umanità.

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È anzitutto fondamentale operare una distinzione che è peculiare nell’agire di Cristo verso gli uomini: dobbiamo saper separare il peccato dalla persona che lo compie: il peccato si condanna sempre e condannandolo si rigetta, mentre il peccatore non si rigetta, tutt’altro: si accoglie e si perdona. Separare infatti il male oggettivo del peccato dal bene intrinseco che la persona creata a immagine Dio continua a possedere, è un elemento sul quale nessun cristiano e soprattutto nessuno sacerdote può sorvolare.

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Dio, in quanto sommo bene, non può che creare nel bene ogni opera uscita dalle sue mani: tra le varie opere comprendiamo ovviamente anche l’uomo. Il peccato è invece un male in quanto privazione di Dio, è un pericoloso offuscamento del bene che produce un disordine naturale, spirituale e morale che tende a nascondere il bene e allontanare l’uomo da Dio. Da qui possiamo anche comprendere come mai, acceso come una tanica di benzina dentro la quale era stata gettata una torcia accesa, nella puntata del 31 ottobre il nostro Padre Ariel perse apparentemente le staffe, quando il sacerdote veronese Giuliano Costalunga, oggi appartenente a una non meglio precisata “Chiesa” progressiva, affermò che «Dio mi ha creato così come sono» [cf. precedente articolo, QUI]. Padre Ariel, che come teologo dogmatico e storico del dogma ha studiato per lunghi anni la connessione tra la libertà e il libero arbitrio dell’uomo in rapporto al mistero del peccato originale, tirò fuori tutto il suo pathos tosco-romano gridando: «Questa è una aberrazione! Dio non può creare il male», sottintendendo che lo permette, perché rientra nell’esercizio della libertà dell’uomo, ma non lo crea. Premessa questa necessaria per capire il senso del ragionamento che segue … 

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foto: Francesco Mangiacapra

… leggendo con attenzione il Vangelo, possiamo capire che per Cristo uomini come Zaccheo e Levi [cf. 5, 27-32] non sono solo dei peccatori pubblici in quanto pubblicani [cf. Lc 19, 1-10]; donne come l’Adultera [cf. Gv 8,1-11], la Samaritana [cf. Gv 4, 1-26] e la pubblica peccatrice [cf. Lc 7, 36-50] non sono solo delle fedifraghe; e infine Disma ― il buon ladrone ― [cf. Lc 23, 35-43] non è solo l’esponente di una falange politico religiosa di matrice terroristica che si oppone all’Impero Romano. Tutti costoro, sebbene si trovino in una condizione di disordine causata dal peccato, continuano a restare uomini amati da Dio e a possedere una ben specifica dignità divina derivante da colui che li ha creati.

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In Cristo l’uomo e la donna non si identificano più attraverso l’origine nazionale, il ruolo sociale o peggio col proprio peccato. Per Cristo tutte queste persone sono anzitutto figli del Padre e come tali oggetto di premura e tenerezza, affinché si compia la salvezza che recupera una lontananza dal Padre che trova nel male e nel peccato la sua origine. Capito e chiarito questo, ecco che come pastore in cura d’anime e come teologo che osserva il giovane Francesco Mangiacapra posso cogliere la sua più profonda identità solo nell’amore che Dio prova per lui. La verità di Francesco non risiede nella sua professione, neanche nel suo orientamento sessuale: egli è creatura di Dio che ha bisogno di Dio per essere felice ed esprimere quel bene che il Signore gli ha donato nel crearlo attraverso l’opera di Gesù Cristo. Questo discorso vale per lui, così come per me, per noi e per chiunque altro.

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Non stiamo portando avanti una apologia omosessualista, nel pericoloso stile di Padre James Martin S.J. Questa doverosa prima sottolineatura di carattere antropologico sul valore della persona umana creata da Dio è fondamentale per comprendere il passo successivo. Se l’uomo è sempre realtà molto buona, il peccato ― qualunque peccato ― non ha l’ultima parola sull’esistenza umana e può essere spodestato. In Adamo tutti abbiamo peccato e siamo privi della gloria di Dio ma in Cristo tutti siamo stati giustificati gratuitamente in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. [cf. Rm 3,23-24]. Questo significa che nessuno di noi in terra può vantare ― davanti a Dio e agli uomini ― un pedigree d’impeccabilità o pretendere una patente di santità da esibire all’occorrenza: davanti al male del peccato, l’unica realtà di salvezza consiste nella giustificazione.

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foto: Francesco Mangiacapra

Per essere giustificati è necessario accettare Cristo in tutte le sfaccettature e le pieghe della propria umanità, anche in quelle più oscure e controverse. Il pubblicano, l’adultera, il fariseo, il figlio prodigo, il ladro, l’assassino, colui che vive una sessualità disordinata e travagliata può essere costituito giusto solo attraverso l’opera di Cristo. Ciò significa operare un mutamento radicale nella vita personale di ciascuno di noi e si costituisce come alternativa sensibilmente più efficace della semplice conversione a cui siamo abituati. Il verbo greco della conversione è μετανοέω [metanoéō], esso non esprime semplicemente una sottrazione del male e del peccato ma include la necessaria esigenza a lasciarsi innestare in Cristo e a rivestirsi di lui.

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Se io tolgo il peccato ma non scelgo l’opzione fondamentale che è Cristo, resto nudo e la mia conversione risulta inefficace. L’insegnamento paolino in tal senso, nell’epistola ai Romani è chiaro a riguardo quando afferma che «Se con la tua bocca proclamerai: ”Gesù è il Signore!”, e con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» [cf. Rm 10,9]. Per essere salvi, giustificati, convertiti dobbiamo compiere una appropriazione indebita, un salto d’audacia e appropriarci di quella redenzione che Cristo ha compiuto morendo sulla croce, e che ci viene data come dono gratuito e immeritato dallo Spirito Santo quando caliamo, all’interno della nostra esistenza la persona del Redentore.

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foto: Francesco Mangiacapra

Quando questa appropriazione della gloria salvifica di Cristo avviene, così come è stato per tanti uomini che hanno vissuto nel peccato, la vita muta, fiorisce e si rinnova assumendo un carattere nuovo. Questa è una necessaria sottolineatura, affinché capiamo che pur salvaguardando il valore e la dignità creaturale dell’uomo che si è smarrito dentro il peccato, spicchi l’affermazione di una volontà, illuminata dalla grazia, che si sveste del peccato e indossa i panni dell’uomo nuovo che è Cristo.

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Perdendomi in queste divagazioni, mi sono posto la domanda: come mai Francesco Mangiacapra, uomo amato da Dio e che ha ricevuto dal Signore tanti doni per realizzare e portare a termine il suo bene, ha scelto la carriera del gigolò o, come lui stesso ama definirsi, di marchettaroPossiede la giovinezza, la bellezza della giovane età, una acuta intelligenza che gli ha permesso di ottenere una laurea in giurisprudenza e l’abilitazione all’avvocatura, la multiformità del talento e dell’estro partenopeo e il dono della fede ricevuta nel battesimo e vissuta anche attraverso la frequentazione di scuole cattoliche. Padre Ariel, che è stato a contatto diretto con lui, mi ha parlato di Francesco come un giovane uomo dotato di talento, intelligenza, sensibilità e bontà interiore. Non solo si è trattenuto con lui assieme al nostro editore Jorge Facio Lince, ma si è proposto di fargli visita a Napoli appena possibile, per approfondire diversi discorsi avviati durante quegli incontri. A maggior ragione viene da chiedersi: come mai un giovane con tante prospettive sceglie di percorrere una strada del genere? E questa non è certo una domanda banale, soprattutto non è una domanda sciocca in quanto interpella profondamente il vissuto, la libertà e l’intimità di una persona.

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foto: Francesco Mangiacapra

Non credo che i fondamenti di questa scelta risiedano nella sola brama di denaro facile o nell’orientamento omosessuale. I soldi sono un miraggio per molti giovani d’oggi, è vero, ma sappiamo che sono una realtà piuttosto labile, possono esser guadagnati con facilità ma persi altrettanto facilmente. I soldi vanno e vengono con rapidità, chi pratica un certo tenore conseguente a uno stile di vita come quello del gigolò ha bisogno di spenderne molti per mantenere il proprio outfit e assecondare le esigenze di un certo mercato che è spietato e non fa sconti per nessuno.

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Se è pur vero che il mercato della prostituzione riesce a mantenere floridi gli introiti dei suoi professionisti è anche vero che sono correlati tanti rischi, non ultimi gli accertamenti fiscali da parte delle autorità competenti. In Italia, com’è noto, la prostituzione non è un lavoro riconosciuto e come tale non è oggetto di tassazione e regolamentazione fiscale attraverso il pagamento di tasse, ciò significa che tutto quello che si guadagna è in nero. Di fatto significa essere degli evasori fiscali totali.

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Mi sia permessa un’altra considerazione, alla professione di gigolò è fissato ovviamente un limite anagrafico. Il mercato del sesso richiede corpi seducenti e giovani per poter essere competitivo e appetibile alla clientela e quando si raggiunge la fatidica soglia dei quarant’anni si è ben consapevoli che la carriera sta per volgere al termine. Per quanto riguarda l’orientamento omosessuale reputo che esso non rappresenti un incentivo sufficiente a praticare il mestiere di gigolò: in Italia tanti illustri esponenti dello spettacolo, della musica, della letteratura, della moda e della cultura sono omosessuali, eppure si sono affermati e hanno manifestato magnificamente i propri talenti senza sottolineare a ogni piè sospinto il proprio orientamento sessuale e senza arrotondare i profitti facendo gli escort.

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foto: Francesco Mangiacapra

Queste sono solo considerazioni personali che rivolgo a me stesso e che non rappresentano assolutamente un giudizio sulla persona di Francesco o una volontà direttiva nei suoi confronti. Egli è libero di spendere la libertà che Dio gli ha donato come meglio crede, anche compiendo delle scelte che lo pongono al di fuori di quella pienezza di vita che il Vangelo e la dottrina della Chiesa propongono. Nessuno può essere obbligato a seguire il Vangelo e la Chiesa, se non vuole, tuttavia esiste un di più che fa la differenza e che costituisce quella perla preziosa che arricchisce immensamente la vita umana.

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Si potrebbe forse partire da una rivalutazione differente della propria esistenza e delle proprie doti, constatando il bello e il buono che vi è presente. Vendere il proprio corpo non implica la svendita della propria intelligenza, ma proprio per questo motivo è bene utilizzare la propria intelligenza per cercare di salvaguardare anche il proprio corpo che è la realtà materiale più immediata e fragile con cui possiamo interagire e comunicare con il mondo.

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Francesco possiede un certo talento per la scrittura, perché non esercitarlo e coltivarlo per esprimere ciò che ha dentro e manifestare le sue convinzioni più importanti? La sua intelligenza profonda e la sua preparazione culturale possono servire, assieme alla sua sagacia, a generare idee capaci di aiutare il prossimo. E le idee, caro Francesco, sanno essere più potenti e seducenti dei corpi nudi e, sebbene non siano esenti dall’essere criticate, sono lo specchio di una personalità unica e irripetibile e la dimostrazione tangibile che esiste un Dio che ci ha creato in modo originale e nel bene ci ha donato ciò che è necessario per raggiungere la felicità.

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Il Vangelo, da duemila anni a questa parte, insegna che l’uomo anche se lontano da Dio per scelta personale o a causa della malizia del peccato, può sempre tornare indietro e operare una scelta differente. Nessuno è perduto o impossibilitato a scegliere il bene. E questo, caro amico, il bene che può giovare a noi e agli altri, mentre il bene auto-prodotto, auto-diretto per interessi personali presto o tardi stanca e resta sterile.

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Icona bizantina: Cristo Signore si rivolge a Zaccheo arrampicato sul sicomoro per vederlo passare: «Zaccheo, oggi devo fermarmi a casa tua» [Lc 19, 5]

Come giovane che vive un orientamento sessuale omo-diretto, se avrai il coraggio di compiere il salto d’audacia nella giustificazione di Cristo troverai quelle grazie di cui abbisogni per recuperare la tua vera, intima e singolare felicità che ha in Dio la sua origine. Chi trova Dio, trova la felicità, chi possiede la felicità, possiede anche il dono della pace ed è questo ciò che ti auguro. Ma tutto questo dipende solo e unicamente dalla tua libertà e dal tuo libero arbitrio, sul quale neppure Dio sindacherebbe mai, tanto rispetta la libertà dell’uomo.

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Mi piacerebbe vederti in televisione caro Francesco, non più come ospite di qualche programma di gossip che ti vede e usa solo come gigolò ma come protagonista in qualche dibattito utile e costruttivo; ne sei pienamente all’altezza, perché possiedi intelletto, talento ed elevata cultura.

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Sei avvocato, hai la grande opportunità di essere il difensore e l’uomo di fiducia per tante persone, con la determinazione di cui sei capace lotta per una società migliore, lotta per la tua Napoli che ha dato all’Italia giovani talentuosi che hanno saputo elevarsi sopra la mediocrità di un mondo che preferisce comprare i corpi e violentare le menti anziché nobilitare le anime.

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Sappi infine che i Padri de L’Isola di Patmos ti sono vicini e, quando prossimamente ti incontrerai a Napoli con Padre Ariel, egli ti porterà anzitutto i saluti e il ricordo nella preghiera di tutti quanti noi, che ti saremo sempre vicini come sacerdoti e come pastori in cura d’anime. 

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Laconi, 19 novembre 2019

 

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28 thoughts on “Dal celebre gigolò Francesco Mangiacapra a Cristo che passando per la strada chiama tra la folla Zaccheo che per vederlo s’era arrampicato su un albero di sicomoro: «Oggi devo fermarmi a casa tua»

  1. Raramente mi è capitato di leggere o ascoltare parole simili. Questo breve articolo, che testimonia i limiti della condizione umana e l’immensa libertà della Fede, è un vero modello di invito alla fede cristiana. Il tutto esposto con carità sincera, che non ha timore di chiamare le cose col loro nome e accompagnarle a considerazioni profondamente razionali. Non so se certi cantori “Chiesa in uscita” (magari pluridottorati) saprebbero trasmettere un decimo del senso di questo invito di Padre Ivano. Perchè è fatto servendo la Verità, non distorcendola o peggio infischiandosene del prossimo (a meno che non rientri nelle categorie di povero, migrante, indigeno… e comunque in termini materiali).

    Acuto il cenno alla dimensione psicologica morbosa di certi format televisivi. Dateci 10, 100, 1000 Padre Ivano! Anzi: clonatelo!

    A Francesco non posso augurare altro che compiere il passo decisivo. Non puoi nemmeno immaginare la gioia che ti attende. Avendo personalmente conosciuto alcuni Padri dell’Isola, sono felice che si sia sviluppato un dialogo e noto per l’ennesima volta che le coincidenze non esistono.
    Padre Ariel nella diretta ha fatto una figura veramente splendida, unendo autorevolezza e ironia…

  2. Non mi stupisce che padre Ivano abbia scritto un articolo (bellissimo, veramente!) su un personaggio così particolare appartenente a un mondo più ancora particolare.
    Non mi stupisce che padre Ariel passando per Napoli approfitti per incontrarlo (premesso che poi deve fare una visita anche a me,chiariamo).
    Non mi stupisce che l’altrettanto massiccio giovane domenicano padre Gabriele, si unisca nei saluti a Francesco Mangiacapra e alle preghiere per lui.
    No, non mi stupisce il tutto, anzi mi onora, e dovrebbe onorare tutto ciò che di buono sopravvive nel nostro clero.
    A un personaggio come il mio conterraneo Francesco, possono avvicinarsi solamente preti-uomini al di sopra di ogni sospetto. E i benemeriti Padri dell’Isola di Patmos sono al di sopra di ogni possibile sospetto, basta solo guardarli in faccia.
    E questa, quell’anima partenopea sveglia di Francesco, lo ha capito subito, incontrando padre Ariel, e immagino pure che si siano voluti anche bene.
    Prevedo la nascita di buone cose future.
    Grazie padre Ivano per questo articolo da grande uomo di fede e da grande uomo libero.

    1. Concordo con Don Ciro.
      I sacerdoti che dinanzi a soggetti che potremmo definire “a alto rischio” fuggono a gambe levate, hanno bisogno di ripararsi dietro a varie foglie di fico. La foglia che va per la maggiore è la “opportunità” per non dire la “prudenza”.
      Per caso, N.S. Gesù Cristo, aveva frequentazioni inopportune e imprudenti?
      Altra è la triste realtà: con un’anima più o meno smarrita ma amata comunque da Dio, come il giovane Francesco, si possono avvicinare e confrontare solo preti che non hanno paure, ma soprattutto scheletri nascosti negli armadi, perché, in questo caso, il giovane Francesco, rischia di fungere da loro cattiva coscienza.
      Questa temo sia la verità, purtroppo!

      1. Carissimo confratello,

        completo il tuo commento operando alcune puntualizzazioni. Anzitutto non definirei Francesco Mangiacapra un soggetto ad “alto rischio” o peggio ancora un “rivelatore di sacerdotali scheletri da armadio”, questo è il gioco che ruota attorno al suo eccentrico personaggio e che la maggioranza di coloro che lo avvicinano o lo rifuggono intende fare.

        A parer mio è un gioco che bisogna far saltare quanto prima, è necessario avere il coraggio di scavare sotto la crosta. Per me egli è solo un uomo, anzi ti dirò di più, è un maschio che ha un disperato bisogno di trovare l’Amore di Dio e che può essere avvicinato solo da coloro che non si reputano perfetti ma da chi, come lui, ha fatto l’amara esperienza di quanto l’amore possa essere fallace, controverso, ingannevole e a volte subdolo se non viene informato dalla presenza di Dio.

        Nella pastorale sanitaria si fa largo uso dell’immagine del “Guaritore Ferito” che rappresenta il modello utile a spiegare la necessità di una cura integrale proprio a partire da coloro che possiedono le stesse ferite dei fratelli che intendono risanare.

        Cristo è il vero guaritore ferito che assumendo nell’incarnazione la nostra natura, si compromette con i limiti e le debolezze degli uomini tanto profondamente da risanare ciò che appariva perduto. Solo colui che si rende guaritore ferito per l’altro può manifestare quell’empatia evangelica che recupera l’individuo senza dimenticare la pericolosità e malizia del peccato. Ti auguro ogni bene nel Signore.

  3. Scusi Padre,

    Lei scrive: “Chi trova Dio, trova la felicità, chi possiede la felicità, possiede anche il dono della pace ed è questo ciò che ti auguro. Ma tutto questo dipende solo e unicamente dalla tua libertà e dal tuo libero arbitrio, sul quale neppure Dio sindacherebbe mai, tanto rispetta la libertà dell’uomo.

    Ma lei prende i mezzi pubblici, la macchina, è andato mai a un’assemblea di condominio, gli sono mai entrati i ladri dentro casa? Se è così, è fortunato. L’uomo è semplicemente pazzo, si vernicia la faccia come si vernicia l’anima per sembrare quello che non è ma il suo quid essenziale è la cupidigia, la sua essenza.

    Io questa felicitò che lei riscontra non l’ho mai incontrata, o meglio l’ho incontrata quando la ragazza che amavo mi ha detto si, l’ho incontrata vedendo il volo di un gabbiano dietro la barca, ma poi è svanita perchè, appunto, la felicità umana è impermanente, un dono fugace e per questo in tutte le persone che ho incrociato, mi creda, non ho trovato traccia di Dio, perchè non ho mai visto persone “felici” riempite della perfetta letizia francescana.
    Mai.
    Dio, lo dico con mestizia,resta una dolorosa illusione.
    AB

    1. Io sono tranquillo e sereno
      come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
      come un bimbo svezzato è l’anima mia. (Sal 130.2)

      Se Dio, per te, “resta una dolorosa illusione”, non posso che provare mestizia nei tuoi confronti.

      1. Gent Sig Orenzo
        Anch’io sono sereno e tranquillo ma quando vedo un animale vivisezionato per cosmesi, una foresta bruciare per hamburger, bambine di cinque anni consegnate ai bordelli, aborti a nove mesi legali (ma anche dopo un giorno) etc. etc. etc. per un mio limite sicuramente dettato dal mio grado di inferiorità creaturale mi intristisco e non mi basterebero le presunte coccole trascendetali a risollevarmi.

        Il suo ragionamento sembra essere una volta che sto bene io stanno bene tutti, per cui non si dia pena al mio lato spirituale ho provveduto da un pezzo ma, ipoteticamente salvando me, non salvo le creature.
        Comprende?

        1. Un conto è la serenità anche nelle difficoltà e nei dolori della nostra vita, un conto è l’empatia, la compartecipazione e la condivisione del dolore altrui.
          Attribuire però a Dio la colpa del male perché ha donato all’uomo il libero arbitrio, mi sembra un po’ troppo.

          1. Gent . Sig Orenzo
            Questa sua risposta dimostra quanto mi sia spiegato male e per spiegarmi meglio le porgo un brano dell’epistola ai Romani di San Paolo fulcro della mia riflessione. Le chiose sono del commentatore. ”La creazione è stata sottoposta all’imperfezione [: alla vanità oppure allo stato caotico, al divenire] non per suo volere [: per sua intima natura e aspirazione; oppure non come Satana] ma per volontà di chi l’ha assoggettata [Dio? Lucifer? L’Adamo peccando?], con la speranza che la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione nella libertà e gloria [detto alla semitica, cioè: nella libertà della gloria, nella condizione di pura forma formante] dei figli di Dio […] Noi sappiamo infatti che finora tutta la creazione sospira insieme [tutta insieme? Oppure insieme: insieme a noi?] e soffre delle doglie del parto [:si avvia verso un incendio totale che la trasformerà in oro liquido o pietra filosofale; o sta per partorire un uomo – seme cosmico, un cosmo come forma mformatrice e non più formata, puro archetipo].
            Così ho detto tutto

          2. Gent. sig. Antonio Bonifacio,
            questa la corretta lettura del brano:
            “essa infatti (la creazione nella sua totalità, dalla materia inanimata fino all’uomo)
            è stata sottomessa alla caducità (alla fragilità, al degrado, alla morte)
            – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa (il peccato voluto dall’uomo, culmine della creazione, ha sottomesso alla caducità anche tutta la creazione)
            – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, (del deterioramento, della dissoluzione, del perire)
            per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. (la libertà di vita, di bellezza, di perfezione e lo splendore della gloria della vita umana trasfigurata la quale, essendo l’essere umano il culmine della creazione, trasfigura tutto ciò che è stato creato)
            Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; (è l’anelito della creazione che attende l’arrivo di quello stato di perfezione cui era destinata prima del peccato dell’uomo)”

            Il male, pertanto, non è entrato nel mondo per volontà di Dio ma per volere dell’uomo, e Dio, dopo aver annientato il male, annienterà anche la…

          3. Il male, pertanto, non è entrato nel mondo per volontà di Dio ma per volere dell’uomo, e Dio, dopo aver annientato il male, annienterà anche la morte.

    2. Carissimo amico,

      sebbene frate da vent’anni e sacerdote da dieci non mi reputo un marziano o una persona fuori dal mondo. La vita comunitaria che ho scelto di condividere con altri fratelli e che costituisce la mia vocazione non è priva di fatiche e di situazioni molto più complicate di quelle che possono vivere le persone che hanno scelto una vita matrimoniale forse più lineare della mia.

      Vede, io non la conosco, ma da quello che lei dice, si intravede una delusione e un pessimismo profondo che conduce verso una pericolosa insidia, quella che ci fa disperare di Dio e disperare nella salvezza.

      La felicità vera e duratura per i cristiani corrisponde solamente alla persona di Cristo che ha detto di sé: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

      La pienezza della vita, che ci dona gioia, non esiste in nessun’altra realtà, filosofia, religione o ideale terreno, solo Cristo riempie il cuore dell’uomo in quanto ne è il suo creatore e signore.

      Tutte le altre felicità umane che lei enumera sono felicità parziali, transitorie che acquistano senso solo se vissute in un’ottica di fede e unite alla persona del Signore.

      Se noi disgiungiamo il Creatore dalla creatura, saremo sempre condannati alla delusione, in quanto cerchiamo nella creatura ciò che solo Dio può donarci.

      Ad esempio, quando il proprio coniuge non diviene immagine dell’amore di Dio per me, attraverso la dimensione della pazienza, della sollecitudine, del perdono, della perseveranza amorosa alle promesse e all’unione feconda di due vite, presto o tardi l’altro diventerà per me un peso, si cadrà nella noia e si cercherà qualche altra cosa per uscire da un rapporto che è diventato sterile e invivibile. Spesso la noia è alla base di molti tradimenti, in altre relazioni invece manca il riconoscimento della persona amata e della sua dignità o della persona di Dio che costituisce due persone in un solo corpo.

      La stessa natura se non è contemplata con occhi pieni di fede, diventa un bene che sottostà al mio egoismo che sfrutto e deturpo in base alle voglie del momento e il bel gabbiano che sorvola un romantico porticciolo, domani può essere agonizzante a causa della plastica che io ho buttato o della nafta fuoriuscita dai motori di un natante.

      Invece di cercare la felicità nell’uomo per trovare Dio, cerchi quella realtà che rende felice l’uomo, cerchi Dio senza paura e preconcetti.
      Il fatto che lei sia ancora in ricerca non l’autorizza a concludere che una realtà non esiste solo perché lei non la vede. Proviamo a cambiare lo sguardo sul mondo … chissà.

      1. Grazie per la gentile risposta ma vede non vorrei buttarla sul personale. Io guardo il mondo standomene fuori il più possibile , una condizione particolarmente felice e mi sono permesso o concesso una riflessione su ciò che vedo intorno a me e a cui, infine, se mi consente non mi ha risposto.

        Ribadisco. Non vedo questa “felicità” diffusa fra i cristiani , nè in quelli della domenica, nè in quelli del sabato. Tra atei agnostici e “ferventi” cristiani il comportamento è identico una volta che un evento svernici la facciata posticcia.

        Riguarda le altre religioni, domando: lei le conosce? Vede per quello che ho studiato e molto brevemente le dirò che “altrove” si procede per stazioni e non per stadi, superato il guado il fiume è alle spalle non c’è necessità di questo pendolarismo peccato/perdono, peccato/perdono, quando si avvelenano i “pozzi del peccato” esso non ha più modo di ripresentarsi per cui … Mi risulta che molti abbiano affermato che prima che arrivassero “i cristiani noi eravamo felici” e qui mi fermo.

        Riguardo al mio mancato ottimismo caro padre, sono anziano e molto malridotto, io vedo il mondo per com’è e come peggio sarà a breve il mio è…

        1. il comportamento è identico una volta che un evento svernici la facciata posticcia

          Ci sono un sacco di cattolici di facciata, effettivamente. Comprendo che questi diano controtestimonianza. Tuttavia ce ne sono anche altri. Vede, per esempio: viviamo un tempo in cui Satana si sta impadronendo di tutto, anche della Chiesa visibile. Questa, per un cattolico, è peggio della somma di tutte le tragedie, anche di quelle che ha descritto. Eppure io vedo intorno a me cattolici che hanno compreso i tempi, stanno combattendo come possono (sapendo di non avere mezzi, né speranze umane), eppure si fidano di Cristo e sono comunque lieti (*). Se prima giocavano a palla e si raccontavano barzellette, ora oltre a combattere continuano a giocare a palla e raccontarsi barzellette, e questo non contraddice minimamente la consapevolezza della tragicità dei tempi. Ogni tanto vedo stanchezza, che è fisiologica e si recupera, ma nessuna amarezza.

          (*) Ho scritto “lieti” e non “felici”, perché la felicità continuata non è cosa di questa vita.

  4. I preti sono Este umani, è: pur rispondendo a una chiamata o alla vocazione sacerdotale, possono incorrere in debolezze. Dietro c’è l’arma del diavolo pronto a tentare e sedurre le vittime. Poi, il marchettaro dei preti, laureato in giurisprudenza, pseudo scrittore etc. etc. piace anche a lui andare con gli uomini, perché si eccita nel farlo. Scegli i preti, per farsi pubblicità, ma alla fine è un essere meschino, senza dignità !

    1. Carissimo Antonio Moretti,

      come autore dell’articolo tengo a precisare alcune cose. Anzitutto il tenore dell’articolo non affronta in prima battuta la dolorosa situazione della gestione della genitalità da parte del clero, ho detto genitalità e non sessualità in quanto sono due concetti differenti.

      Ovviamente questi sacerdoti hanno commesso degli errori e nessuno vuole sostenere il contrario.

      L’articolo considera la figura di un giovane con tendenze omosessuali che ha scelto di intraprendere il lavoro di escort. L’articolo risponde a una ben precisa domanda: cosa resta della dignità di figlio di Dio a questo giovane che ha scelto, facendo uso della sua libertà, di allontanarsi da Dio con scelte oggettivamente concrete?

      La risposta che spero si evinca dallo scritto consiste nel sottolineare il bene che Francesco Mangiacapra possiede, non già in base al suo orientamento sessuale e nemmeno all’esercizio della sua “professione”, ma in base a una figliolanza divina che anche io e lei possediamo.

      Se non partiamo da questa base non è possibile proporre un discorso di conversione dal male e di recupero della persona.

      La giustificazione di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani si basa proprio sul fatto che «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» [cf. Gv 3,17]. Quel mondo che deve essere purgato con forza dal peccato ma che non può permettersi di perdere uno solo di questi figli amati da Dio.

      La dignità del battezzato, grazie al cielo, si mantiene malgrado il cumulo di rifiuti e di spazzatura che con l’esercizio della nostra libertà accumuliamo.

      Altra cosa importante, non ho inteso santificare Francesco ne confermarlo in quello che fa, ci mancherebbe, ma, come qualunque sacerdote della Chiesa Cattolica che conosce la morale e la pastorale, il mio discorso è volto al recupero della persona e al tentativo umano supportato dalla grazia di lasciare agire lo Spirito Santo dentro un anima evidentemente in difficoltà.

      Facciamo attenzione a dire che uno è «un essere meschino senza dignità» perché tra coloro che hanno esercitato la prostituzione, basta prendere tanti esempi dalle comunità di Don Oreste Benzi, si sono scoperti animi generosi che io ho visto ben di rado all’interno delle sacrestie.

      Non dobbiamo essere troppo ansiosi di elargire morte spirituale e giudizi, perché se Dio ha vietato la vendetta contro Caino un motivo c’è. Noi possiamo forse conoscere più profondamente il cuore dei nostri fratelli?

      Cordialità.

    2. Santa Margherita da Cortona, patrona e protettrice delle prostitute pentite …
      Servo di Dio Oreste Benzi, prossimo alla beatificazione, una vita interamente passata in mezzo a prostitute, senza dimenticare i transessuali …
      L’una e l’altro, rigettando il peccato in se, al tempo stesso avrebbero sempre accolto il peccatore, sempre! E l’una e l’altro hanno accolto personaggi e figure dinanzi alle quali Francesco Mangiacapra è un autentico angioletto.
      Ho conosciuto Padre Oreste perché ho lavorato con lui per anni come medico volontario, fino a che non mi sono gravemente ammalato, e oggi mi preparo al grande incontro con Dio, forse più “prima” che “poi”. Parlo, credo, con cognizione di causa, e perciò ribadisco: Francesco Mangiacapra, a confronto delle persone che Padre Oreste era abituato a trattare e accogliere è un angioletto.

      Complimenti a Padre Ivano, prova vivente che per quanto invasi da pastorale manageriale e pastorale surreale, non tutto è ancora perduto, non tutti i preti, sono ancora perduti …

      Un saluto da Rimini da un anziano medico

  5. Grazie padre Ivano per la delicatezza e l’esaustività con le quali ha affrontato il tema della distinzione tra “peccato” e “peccatore”.
    Al giorno d’oggi c’è abbastanza confusione su questo, io ho dovuto documentarmi e leggere molto da sola perché l’istruzione che avevo ricevuta non teneva assolutamente in conto tale distinzione.
    Ad un certo punto però ho iniziato a sentire che questo non poteva essere, perché se le due cose sono inscindibilmente unite, se amo il peccatore amo anche il peccato e viceversa.
    Mi ha molto aiutata lo spirito con cui ha scritto l’articolo.

  6. Sig. Orenzo
    Io sono, come si dice, un quisque de populo e pertanto prima di ogni considerazione teologica, che non saprei fare, mi servo dell’osservazione empirica. Ciò mi conduce a notare che il meccanismo della creazione impone necessariamente comunque una spendita enorme di dolore per funzionare, identicamente ripartito tra le creature e quindi tra chi mangia (o non mangia) e chi è mangiato (banalizzo). Sa, anche gli animali soffrono come ci ha spiegato, tra gli altri, Konrad Lorenz e soffrono sia fisicamente che psicologicamente. Al meccanismo inevitabilmente doloristico, seppur mirabile, si aggiunge la malvagità immensa dell’uomo sterminatore che agisce per connaturata cupidigia. E prima che l’uomo fosse? Era uguale. Il carnivoro mangiava l’erbivoro sennò moriva di fame. In merito alle chiose al brano paolino, non sono mie ma le condivido e l’autore delle medesime non è un quisque de populo tutt’altro quindi il commento proposto non è corretto perchè lo dice lei, è corretto nella sua insindacabile opinione (in ogni caso non avevo alcuna intenzione di ragionare di teodicea ma solo “scattare” una foto al mondo) .
    AB

    1. La foto del mondo l’hanno scattata taluni nostri progenitori che, ragionando sul problema del male, hanno prodotto il racconto mitico del peccato originale;
      quanto segue, in breve e molto succintamente, quale potrebbe essere stato il loro ragionamento:
      – il male e la morte non esistono di per sé stessi ma solo in quanto sono “degradazione” del bene e della vita (in un modo in cui tutti hanno una gamba sola, avere una gamba sola non è male; può morire solo ciò che prima era vivo);
      – ogni cosa, se non interviene un qualcos’altro a modificarne lo stato, permarrebbe nello stato in cui è, e, pertanto, il bene rimarrebbe sempre bene e la vita rimarrebbe sempre vita;
      – a quella “interferenza” a motivo della quale il bene può “degradare” in male e la vita in morte, quei nostri progenitori hanno dato il nome del “peccato originale”.
      *Poi venne al mondo Gesù Cristo che, affermando di essere Dio (prendere o lasciare) istruì i suoi discepoli sul fatto che era venuto per cancellare il “peccato originale” e, per ultima, la morte.

  7. Sig Orenzo

    Io comprendo che quando s’intavola un discorso ognuno ha i propri argomenti da mostrare e finora, fin troppo benevolmente, questo sito mi ha dato possibiltà di esprimermi. Detto ciò le aggiungo che non voglio convincerla di alcunché perchè io stesso ho poche convinzioni anzi praticamente nessuna, però vorrei permettermi di sottolineare che se per male intendiamo “comportamento volontario frutto di una libera scelta non consentita ad altri esseri sensibili oltre l’uomo” siamo d’accordo, se invece per male intendiamo il dolore intriseco che consente di mantenere l’omeostasi naturale, ebbene questo ‘male’ con tutta evidenza, c’era prima dell’uomo il quale, mi par di capire, non era destinato “naturalmente” all’immortalità in quanto oltre all’interdizione alla fruizione dell’albero del bene e del male, aveva ricevuto il medesimo divieto per l’albero della vita. Detto ciò, sempre ragionando terra terra, così com’è alla mia portata, osservo che il serpente c’era già nel perfetto giardino edenico, era una creatura intrinsecamente malvagia che stava lì senza che se ne comprenda la ragione.

    Resta da capire e individuare quale fosse d’aspetto questo uomo primordiale una volta uscito dall’Eden.
    AB.

    Ps quando guardavo negli occhi il mio cane vedevo in lui una fiducia incondizionata nei miei confronti e capivo che tra noi due il bastardo potevo essere solo io.

    1. Tu scrivi “.. se invece per male intendiamo il dolore intriseco che consente di mantenere l’omeostasi naturale..”.
      Tuttavia, indipendentemente dal fatto che tu creda che le regole che permettono all’universo di essere ciò che è si siano stabilite da sole o che siano state stabilite da Qualcuno, non potendo tu conoscere il fine per cui tale regole esistono, come potresti opinare se sono buone o cattive, se producono il male o il bene se tu non avessi la “conoscenza del bene e del male”?
      Riguardo ancora al racconto mitico della Genesi, nessun divieto sussisteva riguardo al “albero della vita”, ma era stato solo detto che mangiare de “l’albero della conoscenza del bene e del male” avrebbe prodotto la morte.
      Il serpente, invece, rimanda a forze spirituali create anteriormente all’uomo e che si erano opposte a Colui che li avevano creati.
      L’aspetto dell’uomo primordiale è affare di scienza.

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