Da Lucio Battisti a Giovanni Battista, la Chiesa allo sbando: «Confusione, mi dispiace, se sei figlia della solita illusione e se fai confusione»

DA LUCIO BATTISTI A GIOVANNI BATTISTA, LA CHIESA ALLO SBANDO: «CONFUSIONE, MI DISPIACE, SE SEI FIGLIA DELLA SOLITA ILLUSIONE E SE FAI CONFUSIONE» 

La confusione sta caratterizzando la vita della Chiesa visibile, noi Padri de L’Isola di Patmos da anni ne scriviamo e chissà per quanti altri anni proseguiremo a scriverne, il tutto nella consapevolezza che oggi, l’esperienza di fede, è costretta a muoversi e purificarsi in due spazi ben precisi: il deserto e le catacombe.

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Autore
Ariel S. Levi di Gualdo

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Lucio Battisti, foto di repertorio

Nel mondo delle varie arti, ci sono opere che possono trasmettere percezioni e stimoli diversi da un tempo all’altro. Caratteristica delle espressioni di vera arte è di parlare attraverso il tempo, ciò vale per la letteratura e per il teatro, la pittura e la musica. Lo stesso vale anche per i nostri sensi, in particolare per gusto e olfatto, non è infatti raro che col correr del tempo dei cibi che venivano rifiutati, per esempio nel periodo dell’infanzia, divengano in seguito molto graditi e apprezzati, o viceversa; similmente può accadere che delle essenze aromatiche che una volta piacevano, in futuro diano invece fastidio, o viceversa.

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Difficilmente ascolto la musica leggera, benché consapevole che l’Italia ha donato al mondo alcuni tra i più celebri cantautori, specie tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento. Molte le canzoni dei nostri autori tutt’oggi diffuse a distanza di decenni, tradotte in numerose lingue e conosciute dal pubblico mondiale. E tra questi autori di talento, spicca Lucio Battisti. Così, ascoltando per caso la canzone «Confusione», invece di ripensare ai tempi della mia fanciullezza ―  dato che quando i miei cugini allora ventenni la cantavano io avevo nove anni, correndo all’epoca l’anno 1972 ―,  sono stato indotto ad una riflessione tutta teologia. La frase che mi ha acceso la cosiddetta “lampada” sulle parole di questa canzone è stata quella del ritornello:

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«Confusione, mi dispiace, se sei figlia della solita illusione e se fai confusione. Confusione, tu vorresti imbalsamare anche l’ultima più piccola emozione» [cf. video QUI, testo QUI]. 

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Lucio Battisti, foto di repertorio

La confusione sta caratterizzando la vita della Chiesa visibile, da anni ne scrivo e chissà per quanti altri proseguirò a scriverne, nella consapevolezza che oggi, l’esperienza di fede, è costretta a muoversi e purificarsi in due spazi precisi: il deserto e le catacombe.

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Partiamo dall’immagine del deserto, che nell’esperienza di fede non è solo un territorio, ma un preciso spazio metafisico che emerge nell’Antico Testamento, acquisendo poi un senso proprio nel Nuovo Testamento. Il deserto che l’antico Popolo d’Israele deve percorrere, segna un cammino di fede verso la speranza di una terra promessa da Dio. Gli spazi silenti e sconfinati, aiutano a percepire quanto il deserto sia un luogo di grazia e di incontro con Dio che si prende cura dell’uomo [cf. Dt 2,7]. Attraverso quelle azioni di grazia sanante e salvifica accolte dall’uomo in ascolto, Dio muta il deserto da situazione di pericolo e di morte in un luogo di salvezza e di rinascita della vita, sino a renderlo una terra fruttuosa [cf. Is 35,1.7].

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Nel Nuovo Testamento il deserto è il luogo dal quale il Precursore, Giovanni il Battista, prepara la strada al Signore, che è anzitutto via di conversione: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la via del Signore”, come disse il profeta Isaia» [Gv 1, 22-23]. E nel deserto, lo stesso Verbo di Dio fatto uomo, Cristo Signore, provò quelle tentazioni che in quegli stessi spazi desertici l’antico Popolo d’Israele non seppe invece vincere. Sconfiggendole, Egli mostra in che modo le insidie di Satana vadano superate attraverso l’ascolto e l’obbedienza nella fede, mutandoci in docili strumenti guidati dalla Parola di Dio che parla, apre e spazza via le sabbie dei deserti delle nostre anime.

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Lucio Battisti, foto di repertorio

Se il deserto spirituale è il luogo silenzioso nel quale la fede si accresce ed è benedetta dai doni di grazia, le moderne catacombe sono il luogo nel quale la fede si sviluppa, si manifesta e si trasmette. Quelle moderne alle quali siamo chiamati, od a volte costretti, non sono più le catacombe romane dei primi cristiani perseguitati, perché il concetto di catacomba e di persecuzione è mutato nella sua forma accidentale esterna, anche se poi, nella sostanza, la persecuzione rimane sempre la stessa. Oggi, chi conserva la fede e la vive, non è più gettato tra le belve del Colosseo durante i grandi giochi, ma ucciso dall’indifferenza del nuovo paganesimo decadente, il tutto con una differenza di non poco conto: ciò non avviene più al di fuori della Chiesa, ma dentro la Chiesa, perché quando il mondo non ci reputa neppure più meritevoli di essere sbranati, tanto ci reputa invece ridicoli, sprofondati come siamo «nella satira che tutto quanto annega nel ridicolo» [cf. mio precedente articolo, QUI], a quel punto cominciamo a sbranarci tra di noi, ignari che il Beato Apostolo Paolo ci ammonisce: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!» [Gal 5,15]. Per ciò le catacombe non sono più luoghi nascosti, avvolti dal silenzio e dal buio; le nostre catacombe moderne sono in mezzo alla confusione generata da un uomo che vive di effimere illusioni, dopo avere dichiarato che Dio è morto. Sono queste le parole pesanti e in parte profetiche che Friedrich Nietzsche esprime nella Parabola del folle: «Gott ist tot! Gott bleibt tot! Und wir haben ihn getötet!» [Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso!]. E sulla “morte di Dio” l’uomo ha imbalsamato il feticcio del superuomo, tanta è la sua paura della morte, da sempre temuta da coloro che sono completamente privi di fede, di speranza e di carità.

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Il nostro deserto metafisico e le nostre moderne catacombe, sorgono nel rumore di un mondo in confusione generato da illusioni; e se all’uomo che ha ucciso Dio e che oggi si sente fieramente libero di Dio qualcuno osa toccare i feticci delle sue grandi illusioni, ecco che egli le imbalsamerà, perché chiunque è privo di una prospettiva eterna, tenta sempre di difendersi dalle proprie paure cristallizzando il presente nel museo delle moderne mummie egizie.

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Lucio Battisti, foto di repertorio

Le due opposte sponde costituite dai cosiddetti tradizionalisti lefebvriani e per contro dai cosiddetti progressisti di marcata radice modernista e filo-luterana, nella loro antitetica diversità costituiscono il letto del fiume che raccoglie il correre delle acque stanche e inquinate della Chiesa visibile, il flusso delle quali dovrebbe essere mosso dalla purezza della grazia, non dai rifiuti tossici. Ecco allora che, la prima sponda, vorrebbe mummificare un passato che non deve passare; un passato che spesso non è neppure mai esistito, poiché frutto delle loro fantasie, in nome di una «conservazione senza progresso» [cf. Giovanni Cavalcoli, O.P, QUI]. La seconda sponda, che mira ad un «progresso senza conservazione» [cf. Giovanni Cavalcoli, O.P, supra], vorrebbe invece paralizzare per sempre un presente che non deve passare ed evolvere, rendendo di fatto statica la vita di un Corpo Mistico formato da un Popolo in cammino che con Cristo suo capo e noi membra vive dà vita alla Chiesa pellegrina sulla terra. Ecco quindi che a quel punto, la Chiesa visibile, da fiume di grazia si muta in un fiume morto.

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Il Verbo di Dio è stato chiaro e di una chiarezza senza tempo, perché la sua verità è eterna, contenendo al proprio interno la vita eterna stessa [cf.  Gv 3,36]. E con chiarezza Egli ci ha avvisati: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia» [Gv 15, 18]. Esattamente come odiò Giovanni il Battista, che dinanzi alle opere del Prìncipe di questo mondo [cf. Gv 16,11], non tentò di mediare in alcun modo, ma con chiara decisione intimò ad Erode: «Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello» [Mc 6,18]. Il seguito della storia è noto, val però la pena ricordarla: «[…] Per questo Erodìade gli portava rancore e avrebbe voluto farlo uccidere […] Venne però il giorno propizio, quando Erode per il suo compleanno fece un banchetto per i grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea.  Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla ragazza: “Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò”. E le fece questo giuramento: “Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno”. La ragazza uscì e disse alla madre: “Che cosa devo chiedere?”. Quella rispose: “La testa di Giovanni il Battista”. Ed entrata di corsa dal re fece la richiesta dicendo: “Voglio che tu mi dia subito su un vassoio la testa di Giovanni il Battista” […] Subito il re mandò una guardia con l’ordine che gli fosse portata la testa» [Mc 6, 19-27].  

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Lucio Battisti, foto di repertorio

Mostrando sino alla morte di essere di Cristo e non del mondo, consapevole che essere di Cristo può comportare essere odiati dal mondo, il Battista si guardò dal mediare in modo accomodante tra Erode ed Erodiade, né omise di dire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è morale e ciò che è immorale. Che dire: forse oggi il Battista sarebbe considerato poco accogliente e per nulla includente, troppo rigorista e poco misericordioso, insomma, una sorta di vero e proprio proto-pelagiano reso arido dalle sabbie del deserto, dal miele selvatico e dalle locuste di cui a lungo si era cibato, un arido idolatra della legge …

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Dall’esperienza del Battista passiamo adesso alle parole del Battisti per capire qual è quella «illusione» che nella Chiesa visibile genere «confusione», sino a spingerla a cercare il plauso del mondo, anziché il suo odio, costasse pure come prezzo la nostra testa deposta su un vassoio dopo una danza di Salomè, per il capriccio satanico di Erodiade.

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Lucio Battisti, foto di repertorio

La «figlia della solita illusione» che fa «confusione» nasce dalla odierna incapacità di distinguere la singola persona, non di rado buona, da aggregazioni religiose, politiche o ideologiche contenenti al proprio interno errori gravi e pericolosi. Procediamo allora con gli esempi per meglio chiarire: sono io il primo ad avere ottime relazioni con singoli musulmani dotati di bontà, umanità e rispetto per il prossimo, con i quali è per me un piacere intrattenere relazioni. Ciò non può spingermi però ad un pericoloso errore: confondere il singolo scisso dal gruppo, con quelli che sono gli errori ed i pericoli contenuti nella struttura stessa dell’Islam, che non prende vita da un uomo di Dio, ma dal falso profeta Maometto. Detto questo non va dimenticato un altro passaggio di non poco conto: quando in certi periodi storici, anche recenti, in alcuni Paesi arabi furono scatenate persecuzioni contro le minoranze costituite da ebrei e cristiani, è accaduto che alcuni singoli si siano preoccupati di mettere in salvo loro amici ebrei e cristiani, però è anche accaduto che altri, sino a poco prima amici sinceri, abbiano invece denunciato dove erano stati nascosti, perché al momento in cui è stato scatenato l’odio, in loro non ha prevalso né il senso di umanità né l’amicizia, ma da una parte lo spirito tribale, dall’altra l’assoggettamento collettivo alle autorità religiose e politiche; e come la storia ci insegna e ci documenta, questi secondi hanno sempre costituito le grandi maggioranze, lo documenta soprattutto il numero dei morti, perché per fare molti morti occorrono molti carnefici e intere popolazioni che dei carnefici si fanno complici.

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Qualcuno pensa forse che io non intrattengo relazioni con esponenti del Protestantesimo, diversi dei quali molto più amabili e degni di tanti cattolici di mia conoscenza, in particolare di certi miei confratelli sacerdoti? Questo non può indurmi però ad un errore clamoroso, tale sarebbe il trasferire qualità umane e bontà del singolo su quella corrente scismatica ed ereticale che è il Protestantesimo. Infatti, che io conosca e sia in sinceri rapporti di amicizia con diversi singoli degni luterani, non implica che in modo irragionevole, surreale ed emotivo, mi metta a proclamare degne e buone le velenose eresie di Martin Lutero e dei suoi seguaci, o peggio a conferire a questo eresiarca il titolo di «riformatore» e di persona «animata da buone intenzioni».

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Lucio Battisti, foto di repertorio

Qualcuno pensa forse che io non abbia amici, anche molto cari, colmi di premure verso le loro mogli ed i loro figli, sinceri e fedeli con gli amici, con due divorzi alle spalle ed uno stile di vita totalmente opposto a ciò che sono i valori della vita cristiana? Certo che ho e che frequento questo genere di amici, ma la bontà del singolo non può portarmi però ad approvare e dichiarare buone e giuste certe condotte di vita immorali e dissolute.

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Qualcuno pensa forse che sin dalla giovinezza, specie frequentando certi ambienti della cosiddetta alta società, io non abbia conosciuto un fitto esercito di omosessuali, disseminati tra l’ambito della vecchia aristocrazia, del mondo delle arti e delle libere professioni, diversi dei quali ricolmi di amabilità, simpatia e premure umane? Certo, che li ho conosciuti. E di molti conservo anche teneri ricordi, ma ciò non può indurmi a definire la pratica dell’omosessualità come una «naturale variante delle sessualità umana», meno che mai giuste le istanze delle lobby gay, né definire legittima la estensione del matrimonio alle coppie dello stesso sesso, alla adozione dei figli da parte di queste coppie o peggio all’acquisto da parte di certi egoisti ricchi&ricchioni di bambini comprati da uteri in affitto. Nel modo gay non si può credere che con i soldi chiunque possa permettersi davvero tutto, salvo scatenare per reazione la gaia e feroce caccia alle streghe contro chiunque osi dissentire dagli agguerriti e politicizzati lobbisti di Sodoma&Gomorra, per i quali la altrui libertà di espressione e di dissenso, finisce dove costoro pretendono di imporre il proprio egoismo assieme alla loro cultura di morte a suon di schiaffi mollati al diritto naturale, con uno spirito spesso degno di una vera e propria gaystapo. Vorrei infatti fosse chiaro che due ricchi&ricchioni, tipo Elton John ed il suo marito-moglie o moglie-marito, che si acquistano due bimbi da degli uteri in affitto, non segnano il trionfo della vita, ma il trionfo della cultura della morte dell’uomo, della società e di una intera civiltà. E se io affermo questo, non è perché sono insensibile e disumano, ma perché seguo l’esempio del Battista, a cui riguardo, Cristo Dio, non affermò affatto “Ah, quant’era rigorista, poco misericordioso e proto-pelagiano”, ma su di lui disse: «Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni […]» [Lc 7,28].

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Salomè con la testa di Giovanni il Battista, opera di Guido Reni

Con questo credo di avere illustrato, dal Battisti al Battista, l’errore venefico che ormai da decenni ha infettato la Chiesa visibile, ridotta ad un fiume che corre mosso da acque inquinate e tossiche: l’errore è di non distinguere più il peccato dal peccatore, l’errore dall’errante. Il peccato, come l’errore, ancor più l’eresia, vanno decisamente e duramente condannati, sempre, senza mai nutrire alcuna paura verso questo mondo ed i suoi figli. Diversamente invece, il peccatore e l’errante, vanno accolti e invitati nel nostro deserto, per poter udire la voce della Parola di Cristo e preparare  ad esso le strade, dopo essersi purificati dalla lordura del peccato.

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Negli ultimi anni la Chiesa visibile ha scelto invece di piacere al mondo, negando in tal modo l’essenza stessa del Vangelo, «imbalsamando» nel mondo e col mondo anche «la nostra ultima più piccola emozione», come canta il Battisti, mentre la testa del Battista è sempre lì, come eterno monito sopra un vassoio, mentre la Chiesa visibile sempre più sfigurata oggi è applaudita dai suoi più feroci e peggiori nemici di sempre, che applaudono alla sua auto-distruzione interna, al suo essere precipitata nella satira decadente, mentre quella grandissima mignotta di Erodiade continua a vendere a caro prezzo le danze di sua figlia Salomè, che non è come la tenera ragazza della canzone «Balla Linda» del Battisti: «Ti cerco e tu mi dai quel che puoi, non fai come lei, no non fai come lei, tu non prendi tutto quello che vuoi» [cf. QUI e QUI]. Erodiade vuole prendersi tutto, perché a muoverla è il Prìncipe di questo mondo, colui che «è stato precipitato, l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte» [Ap 12,10], ma che è stato vinto «per mezzo del sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire» [Ap 12, 11].

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«Confusione, mi dispiace, se sei figlia della solita illusione e se fai confusione. Confusione, tu vorresti imbalsamare anche l’ultima più piccola emozione» [cf. video QUI, testo QUI]. 

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dall’Isola di Patmos, 26 aprile 2018

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