Cresce il numero di sacerdoti e teologi che mettono in guardia il Sommo Pontefice dai suoi falsi amici, anche correndo tutti i rischi del caso, come Padre Thomas G. Weinandy

CRESCE IL NUMERO DI SACERDOTI E TEOLOGI CHE METTONO IN GUARDIA IL SOMMO PONTEFICE DAI SUOI FALSI AMICI, ANCHE CORRENDO TUTTI I RISCHI DEL CASO, COME PADRE THOMAS G. WEINANDY

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«Santità […] Lo Spirito Santo è dato alla Chiesa, e in particolare a lei, per sconfiggere l’errore, non per favorirlo. Inoltre, solo dove c’è verità può esserci amore autentico, perché la verità è la luce che rende liberi uomini e donne dalla cecità del peccato, un’oscurità che uccide la vita dell’anima»

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Autore
Giovanni Cavalcoli, O.P.

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Mi percuota il giusto e mi rimproveri; ma l’olio del peccatore non profumi il mio capo.

Sal 140,6

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il teologo statunitense Padre Thomas G. Weinandy, dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini

Ci hanno inviato da Washington una lettera di Padre Thomas G. Weinandy, Sacerdote e Frate Cappuccino. Questo confratello sacerdote e collega teologo è membro della Commissione Teologica Internazionale dal 2014. Il testo della sua lettera è riportato nella traduzione italiana dal vaticanista Sandro Magister, al quale rimandiamo [vedere testo della lettera QUI].

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Non commenterò questa lettera pacata e moderata nelle critiche, degna come tale di un autentico uomo di Dio; perché la sua chiarezza parla da sé, senza bisogno di note interpretative. Prendo invece atto che oltre oceano, un sacerdote e teologo, esprime argomentazioni che Padre Ariel S. Levi di Gualdo scrive e porta avanti da anni, per esempio indicando [lo ha fatto anche di recente assieme a me, vedere QUI], che «oggi, il grande problema, è costituito dall’episcopato». Ecco perché queste parole dirette al Pontefice regnante da questo nostro confratello statunitense mi sono suonate subito familiari, scrive infatti Padre Thomas G. Weinandy:

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«[…] i fedeli cattolici possono essere solo sconcertati dalle sue nomine di certi vescovi, uomini che non solo appaiono aperti verso quanti hanno una visione contrapposta alla fede cristiana, ma addirittura li sostengono e difendono».

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Una espressione che si ritrova in molti scritti del Padre Ariel [cf. nostri articoli QUI, QUIQUI, QUI, ecc..].

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E che dire di questa frase di Padre Thomas G. Weinandy:

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«[…] il suo pontificato ha dato a coloro che sostengono punti di vista teologici e pastorali rovinosi la licenza e la sicurezza di uscire in piena luce e di esibire la loro oscurità precedentemente nascosta».

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Sembra di leggere l’articolo nel quale Padre Ariel spiega che il Pontefice regnante, come il «pifferaio magico di Hamelin», ha un grande merito: «Avere fatto venire allo scoperto tutti i topi sino a poco prima nascosti» [cf. QUI]. 

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Se qualcuno mi avesse riportate frasi di questo genere e chiesto di individuare l’autore, sicuramente avrei risposto che si trattava di frasi estrapolate dagli scritti del Padre Ariel.

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Nel testo del Padre Thomas G. Weinandy affiorano varie argomentazioni da me espresse in diversi miei articoli, per esempio laddove scrive:

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«Lo Spirito Santo è dato alla Chiesa, e in particolare a lei, per sconfiggere l’errore, non per favorirlo. Inoltre, solo dove c’è verità può esserci amore autentico, perché la verità è la luce che rende liberi uomini e donne dalla cecità del peccato, un’oscurità che uccide la vita dell’anima».

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E ancora prosegue scrivendo:

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«Ma lei ha notato che la maggioranza dei vescovi di ​​tutto il mondo stanno fin troppo in silenzio? Perché è così?».

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Le similitudini tra noi e questo confratello sacerdote d’oltre oceano, sono tante è tali che mi sento quasi in dovere, a nome mio e del Padre Ariel, di informare i nostri numerosi Lettori che ci seguono da varie parti del mondo — diversi dei quali si sono affrettati a indicarci se eravamo in contatto con questo teologo cappuccino —, che non abbiamo mai avuto contatti con l’Autore di questa lettera e che tutto questo è frutto di pura casualità dovuta ad un modo per certi versi simile di analizzare alcuni gravi problemi intra-ecclesiali [vedere nostri articoli QUI, QUI, QUI].

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Il testo del Padre Thomas G. Weinandy parla da sé. Ciò che posso fare è di offrire ai nostri Lettori una riflessione sui nemici del Sommo Pontefice, i peggiori dei quali non sono coloro che lo criticano, spesso in modo anche duro, con stili e argomenti a volte giusti od a volte del tutto sbagliati; i peggiori sono coloro che lo lodano e che tentano di usarlo per imporre la loro personale dittatura all’interno della Chiesa.

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Che cosa è l’inimicizia

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Per trattare questo argomento occorre premettere alcune considerazioni sulla inimicizia in generale. Nemico è uno che, in disaccordo con un altro, gli vuole del male. Esiste un’inimicizia giusta e un’inimicizia ingiusta. La prima è l’essere nemici di una persona malvagia. Tuttavia, il male che gli si vuole, non è odio, ma una giusta pena. La seconda, è l’esser nemici di una persona buona. In questo caso, il nemico, è un odiatore.

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Un’inimicizia è giusta o ingiusta in base al motivo che la causa. Per quanto riguarda dunque il motivo, un’inimicizia può essere motivata o immotivata. È motivata, se si basa su di una buona ragione, ossia la costatazione della reale malvagità dell’altro. Si ha allora un’inimicizia giusta o giustificata. È immotivata, se basata su di una falsa ragione, ossia una malvagità non vera, ma supposta o apparente, sicché il nemico non è mosso da giustizia, ma da odio. Da qui nasce un’inimicizia ingiusta.

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Occorre considerare che il motivo dell’inimicizia può mettere in gioco o solo motivi umani oppure motivi che riguardano la fede. Nel primo caso, si è nemici o per amore della ragione o in odio alla ragione. Nel secondo, o per amore della fede o in odio alla fede. È giusto l’esser nemico per amore o della ragione o della fede, in nome della giustizia o in nome della carità. È invece ingiusta e peccaminosa l’inimicizia in odio o della ragione o della giustizia o della fede o della carità.

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Il concetto dell’amicizia e dell’inimicizia gioca un ruolo fondamentale nell’etica biblica. Nell’Antico Testamento il giusto è l’ «amico di Dio». Il demonio è il «Satàn», che significa il nemico, l’avversario. La prospettiva della salvezza e santità che ci offre Cristo, è diventare suoi «amici» [Gv 15,15]. E San Tommaso d’Aquino, basandosi appunto su questo passo di Giovanni, interpreta l’essenza della carità tra Dio e l’uomo con la categoria dell’amicizia, che implica l’idea di comunione tra i due amanti [Summa Theologiae, II-II, q.23, a.1].

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Tutta la dinamica della vita cristiana si risolve dunque in un’alternativa tra l’essere amici o nemici di Cristo: «chi non è con me, è contro  di me» [Mt 12,30]. Da qui viene che, essendo il Papa Vicario di Cristo, l’essere col Papa o contro il Papa non è indifferente per la salvezza. Naturalmente qui non si tratta dell’essergli amico o nemico per motivi umani, ma in relazione a Cristo.

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Una terza considerazione: un’inimicizia può essere solo apparente, ma può nascondere una reale amicizia. È proprio perché vogliamo bene all’amico, che può capitare che lo rimproveriamo o lo avversiamo, al fine di correggerlo, dandogli forse l’impressione di essergli nemici. Se infatti l’amico, per orgoglio, è attaccato al difetto che gli rimproveriamo, la prenderà male e penserà che gli siamo nemici, ed a volte, purtroppo, tenderà anche a comportarsi di conseguenza, ossia a trattarci da nemici.

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Così similmente un’amicizia può essere falsa, ossia può nascondere una reale inimicizia. Il falso amico è un simulatore che blandisce i difetti dell’altro come fossero virtù, evidentemente non perché gli vuol  bene, ma per fini disonesti, come per esempio ottenere favori, per corromperlo o per strumentalizzarlo o per altri disonesti motivi. Può capitare peraltro che all’altro piaccia essere amato in questo modo falso per disonesti motivi simili, sicché nasce tra di loro un legame disonesto da ambo le parti.

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Come regolarsi quando si tratta di giudicare un Pontefice?

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Padre Thomas G. Weinandy ce ne ha dato equilibrato esempio concreto, su come regolarsi quando si tratta di giudicare un Pontefice. Infatti, Nel caso del Romano Pontefice, bisogna aggiungere alcune distinzioni. Che vuol dire essere amico o nemico del Romano Pontefice? Quello del Romano Pontefice è infatti un caso specialissimo. Certo, nulla gli impedisce di coltivare virtuosamente o meno virtuosamente amicizie in senso umano e nulla può impedire che egli sia amato o avversato per motivi semplicemente umani, magari non sempre onesti. Può avere amici, che in realtà sono nemici; e può avere amici che sembrano nemici. Egli stesso può faticare e sbagliare nel discernimento. Qui certamente non ha il carisma di Pietro.

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Il Romano Pontefice può essere avvertito, consigliato, messo in guardia da veri amici, che però, se egli non comprende il loro intento, possono dargli fastidio. Anche lui, su questo piano, può non esser corretto e prudente nelle amicizie ed essere vittima involontaria o consenziente di amicizie discutibili per non dire false e dannose. E quindi può meritar rimproveri e avvertimenti. Dobbiamo infatti tener presente che ogni Pontefice è simultaneamente ed inscindibilmente il Romano Pontefice, ed il legittimo Pontefice è questo Romano Pontefice. Bisogna cioè distinguere il Pontefice in quanto Pontefice, maestro infallibile della verità evangelica e il Pontefice in quanto uomo, peccatore o santo, fallibile, redento da Cristo, con pregi e difetti psicologici, intellettuali, morali e culturali.

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Ma la vera e santa amicizia nei confronti del Pontefice, amicizia salvifica, non può non essere quella soprannaturale, di carità, basata sulla fede, che gli viene dai cattolici. Ed egli stesso, come Successore del Prìncipe degli Apostoli, non può non sentire un’amicizia privilegiata con i fedeli cattolici, anche se ad essi non è proibito correggerlo nella condotta morale. Falsa invece è l’amicizia di coloro che vorrebbero correggerlo nella dottrina.

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Egli dunque è tenuto ad amare di più i cattolici che sono in piena comunione con lui, soprattutto se virtuosi, anziché chi non è in piena comunione con la Chiesa, come per esempio i protestanti, i modernisti, i lefebvriani, o che addirittura è fuori, come per esempio gli ebrei ed i musulmani, o che a lui è contro, come i massoni o i comunisti. Invece, purtroppo qui si notano nel Romano Pontefice delle parzialità. Fa eccessive lodi e mostra familiarità indiscreta con chi dovrebbe andare più cauto e tenere a distanza, facendogli sempre più spesso grandi smancerie, ed al tempo stesso non esita a lesinare freddezza, durezza o scortesia con certi cattolici, anche di alto rango, magari conservatori, ma tutto sommato ortodossi e amanti del Vicario di Cristo in terra, solo perché si permettono di fargli qualche osservazione o di sollevare qualche dubbio.

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Come pure è falsa l’amicizia per il Romano Pontefice di quei cattolici che si allontanano dalla sana dottrina, della quale il Romano Pontefice è il sommo custode. Egli, da parte sua, è purtroppo trascurato in questo suo supremo ufficio e sembra troppo benevolo o accondiscendente verso costoro, che sono abilissimi simulatori, tanto che presso i modernisti si sono fatti la fama di “amici del Papa”, mentre i ”nemici” sarebbero coloro che lo richiamano al suo dovere di custode della sana dottrina. E su ciò, purtroppo, egli non interviene a rettificare, sia restando insensibile alle suppliche, sia permettendo che questa calunnia abbia credito, e sia anzi trattando con durezza chi giustamente e rispettosamente lo redarguisce, quasi gli sia nemico, mentre in realtà è vero suddito e devoto, che non desidera altro che il Romano Pontefice faccia il Romano Pontefice.

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Falsi amici e apparenti nemici

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È vero però che ci sono falsi amici che assomigliano ai farisei, cattolici che riconoscono l’ufficio petrino, al contrario degli ”amici” modernisti, che fingono di accettarlo, ma in realtà lo negano, perché sono dei cripto-luterani. Questi ultimi, cosiddetti “amici” o sedicenti tali, dogmatizzano infatti certe parole e certi gesti incauti e discutibili del Pontefice regnante come fossero interventi divini e per converso negano tranquillamente i dogmi della fede cattolica come fossero miti antiquati o stravolgono in senso modernista le dottrine del Concilio Vaticano II. Mettono in discussione l’insegnamento dogmatico del Sommo Pontefice e prendono i suoi sbagli e le sue imprudenze come oro colato, come alte profezie e valori indiscutibili e non negoziabili, sicché, toccati nel vivo, giudicano con disprezzo ”nemici del Papa” coloro che scoprono i loro altarini e non fanno altro che esercitare nella Chiesa il legittimo dissenso.

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Ma bisogna pur riconoscere l’azione nefasta dei suddetti cattolici farisaici che, in nome di un falso concetto della Tradizione e considerando “moderniste” le dottrine del Concilio, sono purtroppo animati nei confronti del Sommo Pontefice da uno zelo occhiuto ed amaro, inquisitoriale e saccente, privi di comprensione e carità e sempre interpretando in male tutto quello che egli fa, sempre lanciati nella ricerca di ogni suo passo falso vero o presunto e mai attenti alla sue virtù e buone qualità. Essi colgono bensì alcuni suoi difetti morali, ma poi passano il limite accusandolo di eresia, cosa gravemente calunniosa ed inammissibile per un cattolico e che lasciamo piuttosto a Lutero, anche se è vero che il Pontefice regnante ogni tanto scrive o si lascia scappare qualche frase, che potrebbe essere interpretata in quel senso, ma che si chiarisce con un’opportuna esegesi. Difetto però del Pontefice regnante — cosa che bisogna riconoscerlo con dispiacere —, è quello dell’imprudenza e quasi della doppiezza nell’esprimersi, senza rettificare o confutare le cattive interpretazioni.

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Questi cattolici piantagrane e retrivi, onde avere una scappatoia per rifiutare come errato il Magistero ordinario del Sommo Pontefice, sostengono che l’infallibilità pontificia è limitata alle sole definizioni solenni di nuovi dogmi, cosa che avviene rarissimamente. Per cui, per rendere ossequio alle omelie che il Pontefice regnante fa presso la Domus Sanctae Marthae, e per ritenerle non falsificabili, si direbbe che essi vogliano porre come condizione che ogni volta che le pronuncia egli le dichiari ipso facto verità di fede definita.

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Come si ama il Successore di Pietro? Anzitutto dicendogli sempre la verità, specie quella scomoda

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Che vuol dire allora amare il Successore di Pietro? Come possiamo essergli amici? Rispondiamo che occorre amare il Romano Pontefice in quanto Romano Pontefice, quindi di un’amicizia soprannaturale, fondata sulla consapevolezza che egli è il Vicario di Cristo, senza escludere la possibilità di nutrire per lui anche una simpatia umana o al contrario senza escludere la liceità che non ci sia umanamente simpatico [cf rimando a un vecchio articolo del Padre Ariel QUI]. La prima amicizia è dovere di carità basato sulla fede nell’ufficio petrino; la seconda, se c’è, è un bene, né dipende da noi ottenerla, anche se non è male desiderarla; ma non è cosa essenziale per la salvezza, come invece lo è la prima. È chiaro peraltro che se siamo nemici del Romano Pontefice in quanto Romano Pontefice, come fece Lutero, rischiamo l’Inferno; ma lo rischiamo anche se gli siamo nemici personali, ossia come semplice uomo o fratello.

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Come e in che senso il Sommo Pontefice ci può essere amico? Che tipo di amicizia possiamo ricevere da lui o donargli? Certamente, l’amicizia è sempre una benevolenza disinteressata di predilezione o di preferenza nei confronti di coloro con i quali ci sentiamo spontaneamente e particolarmente vicini, simili o affini; è un legame più stretto, più profondo e più gratificante di quello che è dato dal comune ed universale amore per il prossimo, obbligatorio per tutti. Invece l’essere amico non è un dovere che abbiamo verso tutti, ma solo con quelli con i quali abbiamo una affinità elettiva, come diceva Goethe, in ordine ad una maggior perfezione di vita. Il prossimo mi è comunque accanto senza che l’abbia scelto; invece le amicizie me le scelgo. Posso essere obbligato ad incontrare quel dato prossimo, ma nessuno può obbligarmi ad avere quel dato amico. Come però ci sono obblighi verso il prossimo, così ci sono obblighi verso l’amico e talvolta più stringenti.

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In tal senso è normale che il Sommo Pontefice abbia i suoi amici, mentre per noi non è esclusa la possibilità di diventare amici del Sommo Pontefice. Discorso simile va fatto per i nemici: sarebbe patologico che uno fosse nemico di tutti o sentisse tutti come suoi nemici. Ogni persona normale ha i suoi amici, anche se pochi. E il Sommo Pontefice, ovviamente, è tra queste. Se dunque parliamo di amici del Sommo Pontefice, intendiamo anzitutto quella cerchia limitata di persone, le quali, da un punto di vista umano o spirituale, per fortuiti eventi, si trovano ad essere predilette da lui, o si sentono in particolare sintonia con lui. In ciò non c’è nulla di male.

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Che differenza c’è tra l’essere nemico del Sommo Pontefice e l’avversarlo giustamente e legittimamente? Non qualunque opposizione o critica o disobbedienza al Sommo Pontefice è con ciò stesso mancanza di rispetto alla sua augusta persona di uomo e di Vicario di Cristo, ma può essere doveroso richiamo ai difetti o ai vizi dell’uomo o alle inadempienze del Vicario di Cristo. L’errore di Lutero non fu tanto quello di rimproverare al Romano Pontefice il suo fasto, il suo attaccamento al potere e alle ricchezze, e lo sfruttamento economico del popolo tedesco sotto pretesto di religione, ma fu quello di pretendere di correggerlo sul piano della dottrina e della morale. Un Pontefice che non accettasse osservazioni o appelli o suppliche o non ammettesse nessuna protesta o lamentela o di essere criticato, laddove è criticabile da veri amici e saggi e fidati consiglieri, mancherebbe di umiltà e sarebbe un tiranno, cosa molto incresciosa, oltre che danno suo e della Chiesa, cosa che avvilirebbe gravemente la dignità e il prestigio morale del Servus servorum Dei.

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Le contestazioni legittime

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L’odio è un cattivo consigliere. Le critiche livorose, anche se colgono nel segno, sono inefficaci od ottengono un effetto controproducente e fanno passare l’autore dalla parte del torto. Le correzioni vanno sempre fatte con amore, che però non esclude la severità e la combattività, perché a volte esse possono raggiungere quello che la mitezza non riesce a raggiungere. Chi parla a voce bassa non è udito dai sordi: bisogna alzar la voce. Gesù ha preso la frusta per cacciare i venditori dal tempio, perché non c’era altro mezzo.

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Santa Caterina da Siena, nello scrivere al Sommo Pontefice, lo intimorisce col ricordo delle sue tremende responsabilità. San Francesco di Sales diceva che si prendono più mosche con un cucchiaino di miele che con un barile d’aceto. È vero. Ma dipende anzitutto dalla circostanza, ed anche da che cosa vogliamo ottenere, perché si gusta molto meglio l’insalata dopo averla cosparsa con delle gocce di pregiato aceto balsamico di Modena, che non dopo avervi versato sopra del miele siciliano di Sortino, che pure è un miele di altissima qualità. Ma le contestazioni legittime possono essere fatte proprio perché si vuole bene al Sommo Pontefice e si vuole che il suo altissimo ufficio venga svolto bene, mentre i suoi falsi amici, che in realtà sono pericolosi nemici, si stracceranno le vesti contro i ”nemici del Papa”, perché vedono in pericolo la sedia episcopale ottenuta con tanta fatica per mezzo di molte incensazioni ai rahneriani e i favoritismi a loro concessi da un Papa ingenuo e manovrabile.

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Qui allora non si tratta di una pretesa presuntuosa di insegnare al Vicario di Cristo a guidare la Chiesa, ma è semplicemente il ricordargli ciò che egli stesso ci insegna sul suo ufficio di guida della Chiesa, sempre con la riserva di volergli essere sempre fiduciosamente sottomessi, anche se le sue direttive ci paiono a volte ingiuste.

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Certo, occorre modestia in queste opposizioni, perché, se è vero che lui può sbagliare, ancor di più possiamo sbagliare noi; e questa modestia l’ha dimostrata tutta quanta il Padre Thomas G. Weinandy attraverso la sua lettera amabile ed equilibrata. Certo non si possono escludere circostanze eccezionali nelle quali, per fatti gravi ed evidenti, abbiamo ragione contro il Sommo Pontefice. Allora occorrono molta parresia e coraggio profetico, pronti a subire  persecuzioni. Tali circostanze, però — si badi bene —devono riferirsi non al suo magistero dottrinale, ma alla sua condotta morale o pastorale o al governo della Chiesa. Perché nel primo caso, il Sommo Pontefice è infallibile, mentre nel secondo, può cadere sia in errore che in grave peccato. Nel primo caso, il Sommo Pontefice non può essere corretto, perché è solo lui che può correggere noi. Nel secondo caso, possiamo correggerlo noi, ma ancor più è lui che corregge noi.

Varazze, 2 novembre 2017

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4 thoughts on “Cresce il numero di sacerdoti e teologi che mettono in guardia il Sommo Pontefice dai suoi falsi amici, anche correndo tutti i rischi del caso, come Padre Thomas G. Weinandy

  1. «… non abbiamo mai avuto contatti con l’Autore di questa lettera e che tutto questo è frutto di pura casualità…»

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    “pura casualità”? Io invece credo siano sussurri dello Spirito Santo.

    Riguardo all’opera del Santo Padre, vi ravviso tre benefiche azioni per la Chiesa:

    – Fa in modo che vengano alla luce i lupi travestiti da agnelli.
    – Pota gli alberi fruttiferi perché portino più frutto.
    – Ribadisce, anche a rischio di sembrare buonista, che l’amore per i fratelli, tutti e senza eccezione, deve imitare quello del Padre per i suoi figli.

    1. anche a costo di essere buonisti?

      buonisti come insegna Matteo 35, 21-46:

      “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria … dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi … Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi…”

      ecco il ‘buonismo’ che ci raccomanda Papa Francesco…

  2. Cari Padri, debbo tristemente prendere atto che anche fatti recenti confermano l’immagine tragica che in molti hanno di una Chiesa allo sfascio.

    Lunedì 6 novembre, in piazza san Pietro, un camion vela con affissa sopra la foto del cardinale Caffarra e di san Giovanni Paolo II viene fermato dalla polizia italiana:
    il funzionario di polizia domanda:
    – perché girano con l’immagine di Caffarra, cardinale eretico non in linea con papa Francesco,
    – perché difendono la vita se la vita non è più un argomento di cui la Chiesa parla di questi tempi. 

    Il cardinal Carlo Caffarra un eretico e la Chiesa che non difende la vita?
    E’ questa l’immagine che sta dando oggi la Chiesa?

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