«Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla». Una riflessione sulla storia, la fede e la Chiesa

— l’angolo della memoria storica —

«CHI NON CONOSCE LA STORIA È CONDANNATO A RIPETERLA». UNA RIFLESSIONE SULLA STORIA, LA FEDE E LA CHIESA

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Dimenticare la storia o dichiararne la morte o il ridurla a semplice operazione meccanica — come nel caso della cattiva storia a volte insegnata come fosse un manuale di cronologia —, costituisce in realtà una grave minaccia al futuro della Chiesa e del mondo, ogni giorno sempre più avviluppato nelle reti di un soffocante tecnicismo, che rischia di farci cadere in una barbarie, sempre più dimentica dell’inestimabile ricchezza dell’humanitas.

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Autore
Paolo Milani *

 

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lo scrittore cattolico italiano Vittorio Messori

Nel lontano 1992 il Cardinale Giacomo Biffi, nell’introduzione al volume di Vittorio Messori Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana, scriveva:

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«Quando un ragazzo, educato cristianamente dalla famiglia e dalla comunità parrocchiale, di fronte agli asserti apodittici di qualche insegnante o di qualche testo comincia a vergognarsi della storia della sua Chiesa, è oggettivamente posto in grave pericolo di perdere la fede».

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Il testo proseguiva dicendo che questo è uno dei più pungenti problemi pastorali, al quale purtroppo, negli ambienti ecclesiali, si presta poca attenzione. Quasi trent’anni dopo il problema resta ugualmente grave o si è forse ulteriormente aggravato, sia pure in un contesto così diverso; voglio citare solo  due elementi di grande differenza rispetto a quei tempi, che sono: La crisi di partecipazione alla vita della Chiesa — mi riferisco in particolare alla situazione italiana—; una partecipazione che è precipitata in questi ultimi anni a percentuali davvero minimali — soprattutto nelle fasce di età giovanili —; la diversa trasmissione delle idee attraverso la rivoluzione digitale e la rete, che ha profondamente cambiato il modo di informarsi, di comunicare e di approcciarsi ai problemi.

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Come si pone dunque il cristiano di fronte alla questione “storia”? Subisce passivamente i vari attacchi, spesso del tutto pretestuosi o non fondati? Oppure rinuncia del tutto alla riflessione, in nome di un certo atteggiamento fideistico?

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La posizione più corretta non è certamente quella di astenersi dall’indagine sul passato, o peggio ancora, quella di una certa idea di superiorità morale del cristianesimo del tempo presente rispetto a quello del passato, come dire … “adesso si che noi siamo veramente evangelici, mica quelli di un  tempo”. Un atteggiamento mentale, questo, assai diffuso, circa il quale ci sarebbe  molto da discutere.

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Gilbert K. Chesterton

Il cristiano non deve mai rinunciare al pieno uso della ragione [cf. Giovanni Paolo II, Fides et Ratio], una ragione illuminata dalla fede e non oscurata da basse passioni e interessi di parte. Il dramma dell’uomo di oggi, infatti, non è che non crede più, ma piuttosto — come acutamente osservava già Gilbert K. Chesterton — crede in tutto:

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«Chi smette di credere in Dio non è vero che non crede in niente perché comincia a credere a tutto» [Emile Cammaerts, The laughing prophet; 1937, pag. 137].

 

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Per avere conferma di questo basta entrare in un social network per assicurarsi della realistica veridicità di questa drammatica affermazione.

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Possiamo prima di tutto riflettere, con qualche piccola osservazione, sulla natura stessa della Chiesa; credo infatti sia necessario avere bene in mente cosa anzitutto sia la Chiesa dal punto di vista teologico e non semplicemente storico e sociologico. La Chiesa — agli occhi di chi ha fede — non è unicamente un’organizzazione umana, od una grande società multinazionale; è innanzitutto il Corpo di Cristo [cf. Col 1, 18], il proseguimento dell’opera di Cristo nel mondo. Un corpo che ha di per sé una natura teandrica, cioè divina ed umana nello stesso tempo. Divino-umana nel suo Capo, il Cristo, e umana — ma chiamata alla divinizzazione — nei suoi membri. Sono le due dimensioni dell’essere ecclesiale unam realitatem complexam efformant, quae humano et divino coalescit elemento [LG 8, testo QUI]. Questa Chiesa che nella professione di fede chiamiamo «Santa», Sant’Ambrogio la definisce ex maculatis immaculata. Il Corpo  immacolato di Cristo nella storia è quindi composto di maculati, cioè di peccatori.

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Come insegna il Concilio Vaticano II, sempre nella Lumen Gentium [cf. n. 8]: «Dum vero Christus,sanctus, innocens, impollutus[cf. Hebr 7,26], peccatum non novit [cf. 2Cor 5,21], sed sola delicta populi repropitiare venit [cf. Hebr 2,17], Ecclesia in proprio sinu peccatores complectens, sancta simul et semper purificanda, poenitentiam et renovationem continuo prosequitur». Mentre Cristo «santo, innocente, immacolato» [cf. Eb 7,26], non conobbe il peccato [cf. 2 Cor 5,21], ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo [cf. Eb 2,17], la Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento.

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il Cardinale Giacomo Biffi [1928-2015] Arcivescovo Metropolita di Bologna dal 1984 al 2003

Questa natura non esclusivamente umana della Chiesa è in fondo confermata dai suoi stessi detrattori, il quali le chiedono conto di colpe — o presunte tali — di secoli e secoli addietro. Ciò significa che la Chiesa permane, al di là del volgere dei tempi e delle istituzioni umane che invece rapidamente cambiano o tramontano. Osservava quindi a tal proposito il Cardinale Giacomo Biffi:

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«[…] chi domanda conto all’odierna magistratura delle idee e dei comportamenti comuni ai giudici del secolo  XVII? O, per essere ancora più paradossale, a chi viene in mente di rinfacciare alla autorità politiche milanesi le malefatte dei Visconti o degli Sforza?»

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Fatte queste necessarie premesse occorre poi entrare nel merito preciso della questione, cioè la verifica a livello di scienza e di critica storica di ciò che viene riferito alla storia della Chiesa.

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La ricerca storica deve procedere seriamente, iuxta propria principia e non secondo il “sentito dire” o i variabili umori della pubblica opinione e nemmeno secondo astratti principi spiritualistici.

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Il testo Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, della Commissione Teologica Internazionale, approvato dall’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Cardinale Joseph Ratzinger, offre qualche utile spunto di riflessione [vedere testo, QUI]. Il testo ci mette in guardia:

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«bisogna evitare tanto un’apologetica che voglia tutto giustificare, quanto un’indebita colpevolizzazione, fondata sull’attribuzione di responsabilità storicamente insostenibili» [MR 4].

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il Santo Pontefice Giovanni Paolo II ed il Cardinale Giacomo Biffi

Decisivo il richiamo di Giovanni Paolo II ai partecipanti al Simposio Internazionale di studio sul tema Inquisizione, del 31 ottobre 1998, dove si precisa che agli storici:

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«[…] non viene chiesto un giudizio di natura etica, che sconfinerebbe dall’ambito delle loro competenze, ma di offrire un aiuto alla ricostruzione il più possibile precisa degli avvenimenti, degli usi, della mentalità di allora, alla luce del contesto storico dell’epoca»[vedere testo, QUI].

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Sempre se non si voglia scadere nel porsi a giudici del passato, in una funzione pseudo-moralizzatrice e catartica di tanti improvvisati Tribunali della Storia.

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Cercare di cogliere la testimonianza del passato significa tentare di raggiungerla per quanto umanamente possibile nella sua oggettività, non nell’illusione positivistica di una impossibile storia oggettiva, bensì nell’analisi scientifica delle fonti disponibili e nell’interpretazione rigorosa, sapendo con onestà intellettuale anche valutare i propri limiti e le proprie pre-comprensioni. Sia il credente sia il non credente devono e possono servirsi del metodo della ricerca storica in piena libertà di coscienza e con l’uso corretto degli strumenti della ragione, sine ira et studio.

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Nella Lettera Apostolica Tertio Millennio adveniente datata 10 novembre 1994 [testo, QUI], il numero 35 è in modo esplicito dedicato al problema della violenza. La citazione è un po’ lunga ma merita di esser riportata interamente:

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«Un altro capitolo doloroso, sul quale i figli della Chiesa non possono non tornare con animo aperto al pentimento, è costituito dall’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e persino di violenza nel servizio alla verità. È vero che un corretto giudizio storico non può prescindere da un’attenta considerazione dei condizionamenti culturali del momento, sotto il cui influsso molti possono aver ritenuto in buona fede che un’autentica testimonianza alla verità comportasse il soffocamento dell’altrui opinione o almeno la sua emarginazione. Molteplici motivi spesso convergevano nel creare premesse di intolleranza, alimentando un’atmosfera passionale alla quale solo grandi spiriti veramente liberi e pieni di Dio riuscivano in qualche modo a sottrarsi. Ma la considerazione delle circostanze attenuanti non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli, che ne hanno deturpato il volto, impedendole di riflettere pienamente l’immagine del suo Signore crocifisso, testimone insuperabile di amore paziente e di umile mitezza. Da quei tratti dolorosi del passato emerge una lezione per il futuro, che deve indurre ogni cristiano a tenersi ben saldo all’aureo principio dettato dal Concilio: « La verità non si impone che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente e insieme con vigore» [la citazione del testo conciliare, che ho proposto come motto iniziale: nec aliter veritatem sese imponere nisi vi ipsius veritatis, quae suaviter simul ac fortiter mentibus illabitur, in Dignitatis Humanae 1].

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lo storico francese Marc Bloch [1886-1944]

Può dunque permettersi la Chiesa di trascurare lo studio, nel senso più ampio del termine, della storia? Sarebbe un errore molto grave da parecchi punti di vista. Anche lo storico francese Marc Bloch, ricorda:

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«anche il cristianesimo è una religione di storici (i libri sacri sono libri di storia, vengono commemorati i santi e le loro storie terrene e il dramma del peccato e della redenzione si svolge nella durata e quindi nella storia)» [opera Apologia della storia o Mestiere di storico, pubblicata postuma nel 1949].

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Cristianesimo come fede che si incarna in una precisa storia; non si può dare una fede cristiana avulsa dalla dimensione e dalla prospettiva storica. Il cristiano ha il dovere della ricerca storica come espressione dell’amore che ha per la propria fede e per la propria umanità.

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il filosofo canadese Jean Vanier

Una frase di Jean Vanier, maturata in tutt’altro contesto, mi ha profondamente colpito, facendo come da catalizzatore, dando voce ed espressione a qualcosa che già percepivo come mio. Egli si riferisce all’attenzione che dobbiamo ad ogni persona, particolarmente a chi è stato profondamente ferito dall’esistenza: «Tu sei Qualcuno! Raccontami la tua storia!». Credo sia una frase illuminante e vera nelle varie dimensioni della vita: non possiamo dire di interessarci di una persona, né tanto meno di amarla, se non ci interessiamo alla sua storia, se — quantomeno — non siamo disposti ad ascoltare la sua storia, o ciò che di essa vorrà o potrà narrarci. “Mi interessi: narrami di te”, oppure: “Ti voglio bene, mi interessa la tua storia”. Non sarebbe verità se questo non avvenisse. Non potrei dire di voler bene a una persona ignorandone o rifiutandone la sua storia.

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Proviamo ora ad allargarne il senso: lo stesso possiamo dire dell’uomo in genere, di un popolo, di un territorio, di un gruppo, della Chiesa. La strada della storia è vista allora come interessamento appassionato dell’uomo, nelle sue molteplici declinazioni. E come la storia di una persona non sempre e necessariamente, mi verrà rivelata in maniera coerente ed esaustiva, anzi frequentemente in modo indiretto, frammentario, confuso, così anche la storia in generale seguirà lo stesso percorso, nel cercare di cogliere tutti quei segni rivelatori che possono essere utili e che gli studiosi chiamano fonti.

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Ancora Marc Bloch delinea lo stesso atteggiamento fondamentale dello storico con una metafora suggestiva:

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«Il bravo storico è come l’orco della fiaba. Egli sa che là dove fiuta carne umana, là è la sua preda».

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… lo storico orco

Lo storico-orco è il cacciatore onnivoro di dati, di tracce, di segni e testimonianze. La ricerca storica dunque come figlia di una straordinaria passione, che può essere declinata attraverso varie similitudini, tra le quali io preferisco quella sopra delineata: dell’innamorato.

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Dimenticare la storia o dichiararne la morte o il ridurla a semplice operazione meccanica — come nel caso della cattiva storia a volte insegnata come fosse un manuale di cronologia —, costituisce in realtà una grave minaccia al futuro della Chiesa e del mondo, ogni giorno sempre più avviluppato nelle reti di un soffocante tecnicismo, che rischia di farci cadere in una barbarie, sempre più dimentica dell’inestimabile ricchezza dell’humanitas.

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La consapevolezza e la conservazione della dignità della persona umana — una conquista faticosa e, come i doni più preziosi, custodita in fragili cocci — va costantemente difesa con una cultura dell’umano, che non si lasci soffocare dalle sia pur utilissime, e per certi aspetti indispensabili, acquisizioni tecnologiche.

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il tecnicismo in vignetta …

Un tecnicismo invadente ed una tecnocrazia onnicomprensiva metterebbero in seria discussione tutta una serie di postulati che permettono la piena valorizzazione della persona, rischiando di rendere improponibili certe domande, come il problema della sofferenza, della morte, della trascendenza; improponibili in quanto non traducibili nell’unico alfabeto della tecnicizzazione esasperata, mortificando e mutilando in questo modo l’uomo.

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Lo storico, come defensor humanitatis, lo storico cristiano, nello specifico, come appassionato ricercatore della “carne di Cristo”, che è la Chiesa nel suo cammino storico dalle origini ai nostri giorni. L’onesto storico cristiano come difensore della ragionevolezza della fede, al servizio della fede dei “piccoli”, di molti “poveri”, forse non nel portafoglio — anche se ultimamente sembra che l’unico criterio di povertà, anche nei discorsi ecclesiastici, sia quello economico —, quanto piuttosto nell’essere  ben poco provvisti di adeguati strumenti per una corretta lettura della storia della cristianesimo. Quindi — e qui si chiude  il cerchio con l’iniziale citazione del Cardinale Giacomo Biffi — posti oggettivamente in pericolo di allontanarsi dalla fede.

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Novara, 18 gennaio 2019

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* Presbìtero della Diocesi di Novara, storico e specialista in storia della Chiesa. Con questo primo articolo entra come Autore nella fraterna amicizia sacerdotale dei Padri de L’Isola di Patmos, operosi dall’ottobre del 2014 nella diffusione della dottrina e del magistero della Chiesa Cattolica attraverso la loro opera di apostolato sulla rete telematica.

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2 thoughts on “«Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla». Una riflessione sulla storia, la fede e la Chiesa

  1. Buonasera , la ringazio per la sua disponibilitá e l’opportunitá di poter leggere le sue lezioni. Mi trovo un po’ in difficoltá nel farle una richiesta perchè credo lei abbia giá programmato quelli che saranno i suoi interventi in questo sito. Però , credo di essere cattolico per tradizione ,o meglio , per imitazione , sopratutto dei miei nonni , i quali incapaci di discutere di teologia o diritto canonico , insegnavano con l’esempio , preoccupati di salvare se stessi prima di tutto. E arrivo alla richiesta : perchè i miei nonni erano contenti di alzarsi alle 4 di mattina per andare nei campi , pur non conoscendo il concilio di Calcedonia ma sapendo che Gesù è vero Dio e vero uomo ? Cosa cambia nel sociale , nelle istituzioni, nella vita di tutti i giorni , il fatto che Dio si sia incarnato , o che la Madonna sia sempre vergine , o il Papa sia infallibile etc.? A noi ignorantoni una volta ci mostravano i dipinti o le statue , magari commentandoli in modi un po’ bislacchi , per farci comprendere ciò che andava fatto nel reale. Capisco che l’infallibiltá papale sia importante , tanto da far sembrar infallibili anche chi la sostiene e chi la nega , però ..fine caratteri…

  2. Mi sono perso per strada mi scusi..
    É possibile nelle lezioni che pubblicherà avere anche un accenno pratico oltre a quello teologico delle varie dispute e soluzioni dei concili? Provo a spiegarmi; in un concilio , i padri conciliari hanno stabilito che  Cristo è due nature e due volontà,  e quindi credo che dal lato pratico dovrebbe significare che  indirettamente da questa risposta teologica si  permette all ‘ uomo di essere libero anche di fronte a Dio , che permette all ‘ uomo di partecipare attivamente alla costruzione di una civiltà secondo i dettami del Vangelo e non solo la semplice contemplazione , e che nega l’asservimento a qualsiasi potere umano che negasse una delle due volontà  che priverebbero l’uomo della sua libertà e metterebbero a rischio la sua  salvezza.
    Può darsi che io abbia inteso male le conseguenze pratiche di quel concilio ,e se così ,  fosse le sarei grato di una correzione . Per un non addetto ai lavori , come mé, le diverse posizioni teologiche possono sembrare tutte simili , ma se si riescono a portare ,alle loro conseguenze pratiche, avvicinerebbero di più un Dio che sembra sempre più diventare infinitamente lontano e non più definibile come…

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