«Cantate inni al Signore, cantate inni». Commento all’Inno “Christe Redémptor Ómnium”

— l’angolo della memoria storica —

«CANTATE INNI AL SIGNORE, CANTATE INNI». COMMENTO ALL’INNO: CHRISTE, REDÉMPTOR ÓMNIUM

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Qualche tempo fa leggevo un saggio introduttivo al Liber divinorum operum di santa Ildegarda di Bingen. Tra le varie affermazioni, sono stato colpito da questa parole: «Una volta distrutto nel volgere di pochi anni il patrimonio secolare della liturgia latina, come se tutte le cattedrali d’Europa fossero state rase al suolo». Segnato interiormente da questa immagine, ho pensato di poter dare un piccolo contributo a tenere vivo qualche frammento dell’immenso patrimonio liturgico in lingua latina, qualche piccolo vivaio all’interno della grande devastazione di quella che fu rigogliosa foresta.

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Autore
Paolo Milani 

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A questo articolo, che è il primo di una serie, unisco la mia intenzione generale. Qualche tempo fa leggevo un saggio di Marta Cristiani introduttivo al Liber divinorum operum di santa Ildegarda di Bingen. Tra le varie affermazioni, sono stato colpito da questa parole: «Una volta distrutto nel volgere di pochi anni il patrimonio secolare della liturgia latina, come se tutte le cattedrali d’Europa fossero state rase al suolo …». Così, segnato interiormente da questa immagine, ho pensato di poter dare un piccolo contributo a tenere vivo qualche frammento dell’immenso patrimonio liturgico in lingua latina; conservare e coltivare qualche pianticella, qualche piccolo vivaio all’interno della grande devastazione di quella che fu rigogliosa foresta. In ciò sono stato spinto a alcuni motivi: anzitutto l’amore per la lingua latina, per la sua bellezza, la sua eccezionale capacità sintetica, il suo esser portatrice di un patrimonio culturale difficilmente delimitabile. A seguire: la passione per la storia, per tutto quanto i nostri padri hanno elaborato e ci hanno trasmesso; una eredità che va continuamente arricchita, non depauperata. Infine: la fedeltà alle indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II, le quali mi coinvolgono particolarmente in quanto presbitero, cioè appartenente ai clerici, laddove esprime: «Iuxta saecularem traditionem ritus latini, in Officio divino lingua latina clericis servanda est» [Sacrosanctum Concilium, n. 101: trad. It. «Secondo la secolare tradizione del rito latino, per i chierici sia conservata nell’ufficio divino la lingua latina». testo integrale, QUI]. Tre spunti, tre idee, per un piccolo segno: il commento ad alcuni inni latini della Liturgia delle Ore.

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Paolo Milani, tra i Padri de L’Isola di Patmos è l’attento  storico e il profondo latinista

L’inno Christe, redémptor ómnium si canta ai Vespri nel Tempo di Natale, sino alla solennità dell’Epifania esclusa. Il testo risale probabilmente al VI secolo, l’autore resta sconosciuto. Il metro è il dimetro giambico:        ˘ˉ˘ˉ|˘ˉ˘ˉ.

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Christe, redémptor ómnium,

ex Patre, Patris Unice,

solus ante princípium

natus ineffabíliter,

Tu lumen, tu splendor Patris,

tu spes perénnis ómnium,

inténde quas fundunt preces

tui per orbem sérvuli.

Salútis auctor, récole

quod nostri quondam córporis,

ex illibáta Vírgine

nascéndo, formam súmpseris.

Hic præsens testátur dies,

currens per anni círculum,

quod solus a sede Patris

mundi salus advéneris;

Hunc cælum, terra, hunc mare,

hunc omne quod in eis est,

auctórem advéntus tui

laudat exsúltans cántico.

Nos quoque, qui sancto tuo

redémpti sumus sánguine,

ob diem natális tui

hymnum novum concínimus.

Iesu, tibi sit glória,

qui natus es de Vírgine,

cum Patre et almo Spíritu,

in sempitérna sæcula. Amen.

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Ad ogni strofa segue una traduzione meramente conoscitiva, senza alcun valore metrico o ritmico, e di seguito un commento spirituale che si fonda su elementi linguistici e storici.

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Christe, redémptor ómnium,

ex Patre, Patris Unice,

solus ante princípium

natus ineffabíliter

[O Cristo, Redentore di tutti,

Unico del Padre,

il solo nato dal Padre prima del principio,

in modo inesprimibile]

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L’inno è rivolto a Gesù Cristo, con un collegamento tra la prima e l’ultima strofa, attraverso due vocativi: Christe è la prima parola della prima strofa, Iesu è la prima parola dell’ultima strofa.

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L’inizio del componimento sottolinea innanzitutto il mistero della generazione eterna del Verbo, prima della creazione, ante principium. Il movimento di questa prima strofa ci riporta nel cuore del Vangelo, attraverso il Prologo giovanneo: In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum [Gv 1,1]. Questa strofa dell’inno diviene quasi una poetica trasposizione della splendida verità di fede della Divinità del Figlio, solennemente proclamata dal Concilio di Nicea, attraverso il Simbolo Niceno, approvato il 19 giugno 325 (in seguito perfezionato nel Simbolo Niceno-Costantinopolitano): Credimus […] et in unum Dominum Iesum Christum Filium Dei, natum ex Patre unigenitum, hoc est de substantia Patris, Deum ex Deo, lumen ex lumine, Deum verum de Deo vero, natum, non factum, unius substantiae cum Patre [Crediamo […] in un solo Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, unigenito nato dal Padre, ciò è della sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, nato, non creato, dell’unica sostanza con il Padre]. Il legame tra l’eternità del Verbo, la sua Incarnazione e la Redenzione da Lui operata, viene evidenziato con l’inciso redémptor ómnium — Redentore di tutti — che proclama la dimensione universale della salvezza.

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La verità della duplice natività del Verbo, una prima del tempo e la seconda nella storia, viene splendidamente proclamata nel II Concilio di Calcedonia nell’anno 553, nello stesso secolo in cui probabilmente venne composto l’inno. Recita il Concilio Calcedonese:

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Si quis non confitetur Dei Verbi duas esse nativitates, unam quidem ante saecula ex Patre sine tempore incorporaliter, altera vero in ultimis diebus eiusdem ipsius, qui de caelis descendit, et incarnatus de sancta gloriosa Dei Genitrice et semper Virgine Maria, natus est ex ipsa, talis anathema sit [Se qualcuno non confessa che sono due le nascite del Verbo di Dio, una prima dei secoli dal Padre, senza tempo e incorporalmente, l’altra in questi nostri ultimi tempi, quando è disceso dal cielo ed incarnato nella santa gloriosa Genitrice e sempre Vergine Maria, nato da essa, sia anatema. Canone II].

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Il profondo mistero della divina generazione prima del tempo viene poi reso con il dolce avverbio di modo ineffabíliter, ineffabilmente, ossia in modo non umanamente esprimibile, con cui si chiude la prima strofa.

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Tu lumen, tu splendor Patris,

tu spes perénnis ómnium,

inténde quas fundunt preces

tui per orbem sérvuli

[Tu lume, tu splendore del Padre,

tu speranza perenne di tutti, ascolta le preghiere

che i tuoi servi effondono per l’orbe]

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La seconda strofa funge come da collegamento tra l’altezza della divinità e la fragilità della condizione umana, che troverà la perfetta mediazione nella persona di Cristo, vero Dio e vero Uomo.

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Il primo versetto innalza lo sguardo verso la sublimità di Cristo, cantato sotto l’immagine della luce: lumen/splendor. Un tema che, a partire soprattutto dal Vangelo di Giovanni e dalle riflessioni di alcuni Padri della Chiesa, sarà caro a varie scuole teologiche medievali, traendo spunto decisivo dagli scritti dello Pseudo-Dionigi del V secolo, fino alle riflessioni di Ugo di San Vittore e a quelle dell’Abate Sugero che, attraverso la costruzione della chiesa abbaziale di Saint-Denis, darà forma architettonica alla teologia della luce. Scrive a tal guisa Ugo di San Vittore:

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«Cosa c’è di più bello della luce che pur non avendo in sé colore, nondimeno illuminandole colora le cose di tutti i loro colori?».

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Il secondo versetto, tu spes perénnis ómnium, coniuga la luce, in sé altissima, come motivo di speranza per gli uomini, per tutti gli uomini. Ancora una volta si rileva l’universalità della Redenzione: ómnium; come dovrà ribadire il Concilio di Quierzy nel 853, al canone 4:

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Christus Iesus […] nullus est, fuit, vel erit homo, pro quo passus non fuerit [non vi è, non vi è stato, non vi sarà nessun uomo per il quale Gesù Cristo non abbia patito].

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Contro ogni restrizione alla possibilità di partecipare della salvezza e della vita nuova in Cristo.

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Gli altri due versetti della strofa si soffermano invece sulla condizione umana; l’uomo, in ogni parte della terra — per orbem —, è un mendicante che chiede, che implora, un servo, anzi un servulus, che poteva significare un piccolo schiavo, ma che spesso era inteso con significato dispregiativo. Il paradigma di questa condizione ce lo offre la magnifica scena del cieco Bartimeo, narrata dal vangelo di Marco:

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«Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare; costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”» [Mc 10,46-47].

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L’unica cosa vera, ragionevole, è quella di tendere la mano, di innalzare la nostra preghiera. Molto bello il verbo usato per invocare l’ascolto da parte del Signore inténde, imperativo del verbo intendo, che nel suo senso proprio significa “tendere verso, protendere” e quindi “rivolgere la mente, attendere a, occuparsi”. Non si tratta di una semplice richiesta di ascolto, ma di una vero e proprio coinvolgimento esistenziale; come se dicessimo a Dio: “occupati di noi, prenditi cura di noi”.

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Salútis auctor, récole

quod nostri quondam córporis,

ex illibáta Vírgine

nascéndo, formam súmpseris

[Autore della salvezza,

considera che un tempo assumesti la forma del nostro corpo,

nascendo da una vergine inviolata]

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In questa strofa si esprime un accorato appello al Signore, ponendo l’Incarnazione come causa della nostra salvezza. Possiamo ancora riferirci alla Professione di fede Niceno- Costantinopolitana:

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Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis [Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo].

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Risulta interessante notare come ogni supplica, preghiera, richiesta diretta, debba esser espressa, sia nella lingua latina così come quella italiana, attraverso l’imperativo: un segno della potenza della preghiera? Il verbo che esprime la supplica in questo caso è il verbo récolo — imperativo recole —, che ha tra i suoi significati derivati certamente anche quello di ricordare, ma nella sua origine ha il significato di “coltivare di nuovo, restaurare”, come iterativo del verbo colo, cioè “coltivare, avere cura”, da cui deriva anche la parola culto nell’ambito religioso.

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Diciamo quindi al Signore: ricordati! Ma dentro questo ricordare ci sta la richiesta dell’uomo — dentro la promessa divina — di una restaurazione dell’immagine originaria dell’umanità, prima del peccato. Quindi il Signore viene invocato attraverso il bel titolo di Salútis auctor. I due termini, splendidi nel loro accostamento, manifestano una duplice profondità. Salus racchiude in sé il senso della salute fisica, della sanità del corpo, del benessere, ma anche quello della salvezza. Auctor è certamente l’autore, il fondatore, quindi colui che crea, ma la parola deriva dal verbo augeo, e propriamente significa “colui che fa crescere”; cioè segnala come la Redenzione sia un cammino, un percorso di crescita e di cambiamento: un percorso di Dio ed un percorso dell’uomo. Salútis auctor, che possiamo tradurre “autore della salvezza”, è portatore di un senso ampio, come di Colui che fa crescere l’uomo nel suo cammino di salvezza globale, di tutta la persona.

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Di cosa deve dunque ricordarsi, l’autore della nostra crescita? Da dove parte la restaurazione dell’uomo?

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Si riparte dalla nascita dalla Vergine, dal fatto che Egli ha preso forma del nostro corpo. L’ispirazione di nostri  […] córporis […] formam súmpseris si trova certamente nel versetto paolino della lettera ai Filippesi [2,7b]: formam servi accipiens [la traduzione italiana della Cei suona: “assumendo una condizione di servo”]. Il termine forma in latino — che traduce il greco μορφή morphé — ha una grande pluralità di accezioni: forma, aspetto, conformazione, immagine, ritratto, fantasma, apparizione, bellezza, piano, pianta, abbozzo, modello, stampo, idea, esempio, regola, norma; tuttavia si collega alla radice del sanscrito  dhar radice della parola dharma, di grande rilevanza nelle religioni dell’India, una parola anch’essa polisemica — che significa “tenere, sostenere, mantenere in essere”, da cui l’idea fondamentale di una “figura stabile”.

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Cristo ha assunto stabilmente la nostra umanità, non come semplice apparenza, o come fase transitoria, destinata ad esser superata: Egli, pur rimanendo Dio — e questo bisogna ricordarlo—, è Uomo per sempre.

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Proprio nel centro dell’inno — se escludiamo la dossologia finale — troviamo l’indicazione della via che Dio ha scelto per compiere quest’opera: ex illibáta Vírgine. L’aggettivo illibata, che significa “intera, intatta, integra, inviolata”, sta a segnalare la perpetua verginità di Maria, come ben ricorda Sant’Agostino:

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Concipiens virgo, pariens virgo, virgo gravida, virgo feta, virgo perpetua [Vergine nel concepimento, Vergine nel parto, Vergine incinta, Vergine puerpera, Vergine perpetua. Sermo 186, 1].

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La totale verginità di Maria è bene espressa anche nell’antifona Alma Redemptoris Mater, dove si esplicita: Virgo prius ac posterius. Purtroppo la traduzione liturgica in lingua italiana perde gran parte della sua forza esplicativa attraverso l’espressione “madre sempre vergine”. Come canta il prefazio verginitatis gloria permanente [oggi nel Messale Romano il prefazio I della Beata Vergine Maria, che così suona nella traduzione liturgica “sempre intatta nella sua gloria verginale”].

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Hic præsens testátur dies,

currens per anni círculum,

quod solus a sede Patris

mundi salus advéneris

[Questo giorno presente attesta,

 ricorrendo per il circolo dell’anno,

che solo sei venuto come salvezza del mondo,

dalla dimora del Padre]

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Nella quarta strofa si entra in una dimensione liturgica del tempo. Possiamo scoprire come in questo inno siano presenti almeno tre dimensioni del tempo: prima del tempo, in riferimento alla generazione del Verbo prima della Creazione; nel tempo storico, in riferimento alla nascita dalla Vergine; nel tempo liturgico, che assume una dimensione circolare — currens per anni círculum, anzi per meglio dire a spirale, in quanto il ripetersi dell’anno liturgico si inserisce nella linearità del tempo storico, tendendo alla Parusia.

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Questo giorno presente, cioè la ricorrenza liturgica del Natale, attesta la verità dell’evento salvifico. Con forza viene illustrato il valore fondamentale dell’azione liturgica, che sa renderci misticamente contemporanei agli eventi della storia della salvezza. Celebrando il Natale nella liturgia noi siamo effettivamente presenti alla nascita del Redentore a Betlemme!

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Hunc cælum, terra, hunc mare,

hunc omne quod in eis est,

auctórem advéntus tui

laudat exsúltans cántico

[Il cielo, la terra, il mare

 e tutto ciò che è in essi lodano,

esultando con il cantico,

questo autore della tua venuta]

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Dopo il tempo anche lo spazio entra a far parte di questo canto. Tutti gli elementi della creazione — non dimentichiamo che anche il tempo è creatura di Dio — entrano a lodare il Creatore. Il cielo, la terra, il mare, tutto ciò che in essi è presente loda l’autore della venuta di Cristo, cioè il Padre. Adventus tui, il tuo avvento, il tuo arrivo, perché tutto il componimento è rivolto a Cristo.

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Cielo, terra e mare, rappresentano i tre elementi fondamentali del mondo; già nella mitologia classica le divinità si erano suddivisi questi tre regni. Così il canto si fa universale nel coinvolgere tutto il creato. Una vasta corrente spirituale ha sempre saputo unire all’attesa degli uomini l’attesa di tutti gli elementi della creazione. Anche a livello popolare si sono riletti i segni messianici, già presenti nella tradizione biblica, attraverso una partecipazione quasi ingenua, ma in realtà molto profonda, alla nascita del Redentore.

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Il bellissimo canto popolare Quanno nascette Ninno, scritto nel 1754 da sant’Alfonso Maria de’ Liquori, sa esprimere questo ampio coinvolgimento alla Natività; recita la seconda strofa del canto:

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De pressa se scetajeno ll’aucielle

Cantanno de na forma tutta nova:

Pe ‘nsí agrille – co li strille,

E zompanno accà e allà;

È nato, è nato,

Decevano, lo Dio, che nc’ha criato.

[Subito si svegliarono gli uccelli

Cantando in una forma tutta nuova:

Persino i grilli con gli strilli,

saltando di qua e di là;

È nato, è nato,

Dicevano, il Dio, che ci ha creato]

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Oppure alla quinta strofa:

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No ‘nc’erano nemmice pe la terra,

La pecora pasceva cu ‘o lione;

Cu ‘o capretto – se vedette

‘O liupardo pazzeà;

Ll’urzo e ‘o vitiello

E co lo lupo ‘n pace ‘o pecoriello.

[Non c’erano nemici per la terra,

La pecora pascolava con il leone;

Con le caprette si vide

Il leopardo giocare;

L’orso e il vitello

E con il lupo in pace l’agnellino]

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Dove la dimensione della creazione viene recuperata attraverso la citazione del profeta Isaia, il grande profeta dell’Incarnazione:

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Habitabit lupus cum agno, et pardus cum haedo accubabit, vitulus et leo simul saginabuntur, et puer parvulus minabit eos [“Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. Is. 11,6].

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Secondo san Francesco d’Assisi, innamorato del mistero della Natività, anche gli animali, nel giorno di Natale, partecipi della gioia universale, dovevano ricevere doppia razione di cibo.

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Nos quoque, qui sancto tuo

redémpti sumus sánguine,

ob diem natális tui

hymnum novum concínimus

[Anche noi,

che siamo stati redenti dal tuo santo sangue,

cantiamo un nuovo inno,

per il giorno della tua nascita]

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Questa strofa inizia con la locuzione nos quoque la quale indica il nostro reale coinvolgimento: oggi, ovverossia nell’oggi liturgico — a distanza di secoli dalla composizione di questo cantico, ed ancor più dalla Natività di Gesù — siamo realmente partecipi di ciò che viene narrato e cantato.

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Il coinvolgimento è reale proprio perché inserito nel mistero pasquale; ecco dunque il prezioso collegamento che mostra la stretta unione tra il mistero dell’Incarnazione e il mistero della Morte redentrice di Cristo. Noi infatti siamo inseriti nel gioioso evento della nascita terrena del Signore grazie al sangue sparso sulla croce: qui sancto tuo redémpti sumus sánguine.

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L’azione del soggetto viene espressa dal verbo concínimus; il verbo concino, quando è transitivo come in questo caso,  significa “far risuonare, intonare, accompagnare col canto, glorificare, celebrare, vaticinare”. L’oggetto del cantare è hymnum novum, un nuovo inno. Si noti che tutta la strofa è una reminiscenza del passo del libro dell’Apocalisse:

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et cantant novum canticum dicentes dignus es accipere librum et aperire signacula eius quoniam occisus es et redemisti nos Deo in sanguine tuo [Ap. 5,9] [traduzione conoscitiva: “e cantano un cantico nuovo dicendo: tu sei degno di ricevere il libro e di aprire i suoi sigilli, perché sei stato ucciso e chi hai redenti per Dio nel tuo sangue”].

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Il termine hymnum, che sostituisce il canticum di Apocalisse, nel latino classico è riferito esclusivamente al mondo religioso, si intende cioè un canto, una lode rivolta alla divinità; solo in tempi più recenti ha ampliato il suo campo semantico, per cui abbiamo gli inni nazionali, delle squadre di calcio, di partito, etc…

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Interessante notare infine la motivazione per cui tutti noi redenti cantiamo l’inno ob diem natális tui: ob, seguito dall’accusativo diem, esprime un complemento di causa. Noi cantiamo non tanto in onore della Natività, quanto a causa di essa. Un delicato modo con cui, anche attraverso le regole della grammatica latina, si esprime il primato dell’azione di Dio e della sua Grazia.

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Iesu, tibi sit glória,

qui natus es de Vírgine,

cum Patre et almo Spíritu,

in sempitérna sæcula. Amen.

[A te sia gloria, Gesù,

che nascesti dalla Vergine,

con il Padre e lo Spirito che dà vita,

per i secoli eterni. Amen]

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La strofa conclusiva, come quasi in ogni inno liturgico, si rivolge alle tre Divine Persone, alla Santissima Trinità. Si apre glorificando il nome di Gesù Iesu, tibi sit glória, mettendo in risalto il mistero che si celebra, cioè la nascita dalla Vergine qui natus es de Vírgine, e si prosegue nell’unire nella glorificazione il Padre e lo Spirito, che viene qualificato con l’aggettivo almus, che si connette al verbo alo, ossia “alimentare, nutrire, far crescere”; almus dunque significa: “che nutre, che fa crescere, che dà vita” ed in modo derivato “buono, benigno”.

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Il piccolo percorso compiuto ci può aiutare a gustare la bellezza e la profondità del testi che la tradizione liturgica ci ha trasmesso, senza dovervi rinunciare in nome di una comprensione immediata, che spesso lascia il tempo che trova, costringendo all’uso di testi banali e improvvisati. Naturalmente per una piena spirituale comprensione è necessario immergere il testo nel suo alveo proprio, che è la liturgia vissuta e celebrata nel canto della Chiesa.

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Novara, 28 gennaio 2019

Memoria di San Tommaso d’Aquino

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