Amoris Laetitia. “La castità degli eretici è più impura dell’adulterio”. Quel grande pifferaio magico del Santo Padre Francesco ha portato allo scoperto i topi e la loro “teologia della mutanda”

AMORIS LÆTITIA. «LA CASTITÀ DEGLI ERETICI È PIÙ IMPURA DELL’ADULTERIO». QUEL GRANDE PIFFERAIO MAGICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO HA PORTATO ALLO SCOPERTO I TOPI E LA LORO “TEOLOGIA DELLA MUTANDA

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La morale cattolica – a meno che non si voglia cadere nel calvinismo più cupo e nel puritanesimo più furibondo – per essere tale, deve interamente strutturarsi sulla carità; perché la morale cattolica non è una clava ferrata, ma una via verso il percorso di salvezza. Ed a colpi di spranga sulle ginocchia o sui denti non è mai stato redento nessuno, inclusi coloro che questi moralisti d’assalto chiamano con sprezzo «concubini» e «adulteri».

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Autori Ariel S. Levi di Gualdo Jorge A. Facio Lince
Autori
Ariel S. Levi di Gualdo
Jorge A. Facio Lince

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bergoglionate fumetto
il “ludico” blog Bergoglionate, nasce dalla esperienza trentennale di una catechista e dalla profonda devozione della sua socia a San Pio da Pietrelcina ed a San Josemaria Escrivà de Balaguer, due santi che, solitamente, passavano il tempo a sbeffeggiare il Romano Pontefice

In un blog il cui nome è già un programma di cattolicità, visto che in ossequio alla augusta persona del Pontefice Regnante è stato chiamato Bergoglionate, è uscito l’ennesimo attacco rivolto a Giovanni Cavalcoli, questa volta accusato di avere manipolato, alterato, ma soprattutto smentito ciò che il Beato Apostolo Paolo ha affermato nel suo Epistolario [il testo di Giovanni Cavalcoli è leggibile QUI, il testo di accusa a lui rivolto QUI].

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Con le due Signore che gestiscono questo ludico blog abbiamo avuto in passato lunghi colloqui che si sono ripetuti anche in questi ultimi tempi nei quali, dinanzi alla esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia, dalle colonne di questo blog sono state diffuse imprecisioni che fanno anzitutto male a chi scrive, quindi a chi, raspando in giro per la rete telematica, prende certi dati per buoni, leggendoli e poi diffondendoli semmai come verbum Domini. E le imprecisioni sono rese particolarmente gravi dal fatto che si giunge a manipolare la dottrina al fine di sostenere «io ho ragione»; ed ho ragione perché il primo a proferire Bergoglionate è appunto il Successore di Pietro, accusato più volte nei recenti scritti passati e pubblicati in questo blog, di essere pieno di lacune sul Catechismo della Chiesa Cattolica, parola di catechista con esperienza trentennale.

Dalle colonne dell’Isola di Patmos – attraverso scritti che possono essere condivisibili o meno, ma che restano materiali d’indubbia dignità teologica –, più volte abbiamo spiegato che è cosa pericolosa improvvisarsi teologi, ecclesiologi, canonisti e via dicendo, in particolare su temi articolati e complessi che richiedono una approfondita conoscenza d’insieme. Se infatti la Chiesa è un corpo, in certi frangenti è necessario conoscere in tutta la sua articolata complessità l’anatomia; che non vuol dire avere sommariamente presente lo scheletro del corpo umano. E quando si rende necessario fare accurate indagini sui vari organi interni del corpo, ciò richiede sia strumenti sia specialisti in grado di effettuare ecografie, tac, encefalogrammi e via dicendo. A meno che qualcuno non intenda curare un tumore con metastasi diffuse facendo uso delle portentose ricette alle erbe di nonna Pina. Abbiamo anche spiegato – ma va da sé: inutilmente – che certi temi inducono persino i teologi più esperti, raffinati e dotati, a muoversi sulla più elevata prudenza. Teologi che, proprio in virtù della loro sapienza, partono dall’umile consapevolezza della complessa delicatezza di certe tematiche, variamente legate ad alcuni dei fondamenti del depositium fidei. Il risultato è stato che queste Due copiaincollatrici professioniste, tramite confusi copiaincolla hanno scritto immani strafalcioni senza né capo né coda, assembrati assieme dopo essere stati presi a pezzi da vari atti del Magistero e dal Catechismo della Chiesa Cattolica.

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Duole molto a dirsi, ma quella adottata contro Giovanni Cavalcoli è la stessa tecnica attraverso la quale, i Testimoni di Geova ed i Mormoni, si presentano nelle nostre case per spiegare, con brandelli di scritti estrapolati dalla Sacra Scrittura, che la Chiesa Cattolica e le sue gerarchie sono in grave errore e che da secoli hanno tradito Cristo e la vera fede. Se poi andiamo a indagare, scopriamo che questi solerti “evangelizzatori” provengono da ceti culturali spesso molto bassi ed hanno serie difficoltà a leggere la Sacra Scrittura per come di rigore andrebbe letta e analizzata; ma pur malgrado sono sicuri, anzi granitici, nel reputarsi depositari e unici interpreti fedeli dell’unica e sola Verità Rivelata.

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In queste ultime settimane, in occasione dell’uscita della esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, abbiamo dovuto sorbirci eserciti di “Pie Donne” e di “teologi internetici” improvvisati che hanno tentato di entrare col bilancino dell’orefice dentro le camere da letto altrui, concentrando l’intero mistero del male nella “teologia della  mutanda”, mostrando di non conoscere la complessità di quella dottrina e di quella morale che seguitano a brandire come una clava, contravvenendo anzitutto agli elementi più basilari della carità cristiana. E pure in questo caso – ma va sé, inutilmente – più e più volte abbiamo spiegato che la regina di tutti i peccati capitali è la superbia, non la lussuria, che resta fuor di discussione un peccato capitale, ma che non è certo il primo, meno che mai quello sul quale si reggono tutti gli altri, che è appunto la superbia. E chi ha esperienza sia di confessore sia di direttore spirituale, sa quanto sia più facile riportare sulla retta via un lussurioso che un superbo, semmai, questo secondo, persino casto e puro. Quanti di questi soggetti, ai confessori, hanno riportato alla mente la dura frase pronunciata dal Santo Padre della Chiesa Gregorio Vescovo di Nissa: «La castità degli eretici è più impura dell’adulterio». Anche perché la castità non è una stoica rinuncia, ma un dono di grazia di Dio. E se noi separiamo la castità dal dono di amore per concentrarsi su quel legalismo da “teologia della mutanda” legato tutto alla genitalità, si può giungere solo al non-amare, od a quella terribile durezza di cuore sulla quale il Santo Padre Francesco ha fatto ripetuti e pertinenti richiami apostolici; ma soprattutto, perseguendo certe strade, si giunge diritti tra le braccia dell’eresia origenista e dell’eresia pelagiana.

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A questo punto vorremmo lasciare la parola ad una donna dotata di una saggezza non comune. Si tratta di una delle donne che aiutano da sempre in modo prezioso il lavoro apostolico dei Padri dell’Isola di Patmos, perché le nostre preziose donne sono pie sul serio, non pie tra virgolette. Infatti, alcune religiose – questa come delle monache di clausura che ci seguono e che tanto pregano per il Padri dell’Isola di Patmos – sono straordinarie figure femminili che attraverso la scelta e il dono della castità amano veramente, ed amando insegnano ad amare.

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Questa donna, Suora Domenicana, per anni segretaria di Padre Giovanni Cavalcoli e tutt’oggi sua e nostra preziosa consigliera, ha capito il nostro dispiacere per questo ennesimo attacco sconclusionato rivolto all’insigne teologo domenicano; attacco messo in piedi da una “Pia Donna” male infarcita di Catechismo, nonché improvvida copiaincollatrice, la quale presumerebbe di smentire in modo erroneo sulla pubblica piazza telematica un accademico d’indubitabile sapienza e ortodossia cattolica. La nostra Suora Domenicana ci ha risposto con la sua tipica amorevolezza, scrivendoci in privato queste parole che reputiamo opportuno rendere pubbliche e fare nostre:

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Purtroppo non c’è peggior sordo di chi non vuol capire. Soprattutto quando sono in gioco valori molto importanti e articolati. Riguardo al matrimonio, Padre Giovanni ha sempre davanti a sé l’esempio sereno dei suoi genitori. E riguardo al rapporto uomo-donna ha cercato sempre di sottolinearne la dignità e la complementarietà, mettendone in luce gli aspetti psicologici, spirituali, culturali e sociali. Forse le Autrici di questo articolo non conoscono sufficientemente gli studi di Padre Giovanni e il suo pensiero e quindi possono facilmente fraintendere quanto dice. Sappiamo infatti bene che San Paolo, come altri Autori della Sacra Scrittura, spesso alternano espressioni diverse, riguardo alla donna, esprimendo anche i limiti legati alla loro cultura e conoscenza scientifica del tempo; limiti che il Signore in qualche modo ha rispettato e rispetta. La donna talvolta è vista come la causa di ogni male, in specie il male visto nascosto nella sessualità. Altre volte è elevata a simbolo del rapporto con Dio stesso, visto come Sposo dell’anima. Non riesco proprio a capire bene dove risieda lo “scandalo” dato da Padre Giovanni, che ha comunque già scritto molto sull’argomento uomo-donna.

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Il dramma psicologico e spirituale delle Autrici di questo blog appartenenti ad un male inteso mondo della cosiddetta “tradizione”, è che credono di vivere una fede che alla prova dei fatti – perché è sui fatti concreti che si fanno le analisi – non giunge neppure alle altezze ed alla riconosciuta dignità della fede popolare dei semplici; quella fede che spesso, nel corso della storia, ha salvato a suo modo il sentire cattolico nel Popolo di Dio, molto più di quanto non abbiano talvolta contribuito a salvarlo i grandi teologi della storia, alcuni dei quali non di rado seminatori di autentiche eresie.

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I sacerdoti, teologi inclusi, sono infatti consapevoli che la Santa Chiesa, come Patrono, non ha dato loro né Sant’Anselmo d’Aosta né San Tommaso d’Aquino, ma Giovanni Maria Vianney, curato ad Ars, un lupanare di ubriachi, ladri, mignotte e bestemmiatori. Giovanni Maria Vianney divenne prete per il rotto della cuffia dopo avere studiato un po’ di teologia a bastonate, duro di comprendonio, difettoso nella conoscenza del latino e balbuziente sulle righe del Messale.

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Ciò di cui riteniamo giusto ringraziare con profonda devozione il Sommo Pontefice Francesco è il fatto che oggi, queste persone, grazie proprio a lui che s’è rivelato in questo un provvidenziale pifferaio magico, [cf. intervista del 2013 ad Ariel S. Levi di Gualdo, QUI] sono venute allo scoperto come i topi della celebre fiaba del suonatore di Hamelin, manifestando tutta quella ignoranza che le porta ad affogare nella superbia aggressiva, ma soprattutto nella loro drammatica chiusura all’ascolto e quindi alla grazia. E qui è bene ricordare che la grazia passa attraverso un ascolto che va’ prestato anche a coloro che la Chiesa ha consacrato come propri sacerdoti, riconoscendo in alcuni di loro dei valenti teologi; e Giovanni Cavalcoli è uno di questi, non perché lo diciamo noi, ma perché lo dice la Chiesa che lo ha rivestito per grazia di stato nel sacro servizio del munus santificandi e del munus docendi.

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Affermare: «Ma io insegno catechismo da trent’anni», quindi reagire bordando copiaincolla insensati ignorando cosa sia la esegesi delle Sacre Scritture, per aggredire con lo sberleffo saccente un sacerdote e un teologo anziano con la pubblica accusa di essere caduto nel modernismo e nelle derive rahneriane, negando gravemente mezzo secolo di suoi studi e ricerche, è cosa oggettivamente stolta. Affermare questo vuol anche dire poi ignorare dolosamente i prezzi che questo eminente teologo ha pagato per le sue dure battaglie portate avanti contro il modernismo ed i teologismi di Karl Rahner; il tutto con uno spirito degno della tempra e della sapienza dei grandi Padri della Chiesa.

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Una Signora che si è auto-investita del munus santificandi e del munus docendi della catechista con esperienza trentennale, la quale accusa a questo modo l’eminente teologo domenicano dalla cattedra omni-teologica del blog Bergoglionate, nei concreti fatti dimostra per un verso di essere priva del comune senso del ridicolo, per altro verso mostra di essere chiusa ermeticamente all’azione di grazia, che passa attraverso l’ascolto dei maestri, tali riconosciuti e incaricati dalla Chiesa, sia attraverso il sacramento di grazia del sacro ordine sacerdotale sia attraverso la missio canonica all’insegnamento dell’alta teologia specialistica. Il tutto, beninteso, con buona pace della Signora Catechista, che per quanto “forte” della propria esperienza trentennale, non è stata rivestita dalla Chiesa né di questo munus né di questa missio, per non dire poi della sua manifesta “sapienza” che parla tutta quanta da sé tra le righe dei suoi sproloqui fanta-dottrinali.  

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Ricordiamo alla Signora ed alla sua socia in Bergoglionate, quanto numerosi sono stati nel tempo loro articoli nei quali, dietro pretesti di falsa ironia, mettevano alla berlina il Sommo Pontefice, i Vescovi ed i Cardinali che, a loro catechistico giudizio inattaccabile, in quanto suffragato dai loro copiaincolla, non erano ortodossi, o perlomeno fuori da quelle che dovrebbero essere le verità di fede annunciate dalla Chiesa.

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Sia Giovanni Cavalcoli sia Ariel S. Levi di Gualdo hanno firmato diversi articoli nei quali hanno criticato, sul piano strettamente teologico, alcune figure considerate da taluni come dei cosiddetti mostri sacri, per esempio il Cardinale Carlo Maria Martini, altrettanto hanno fatto nei riguardi della teologia delle Loro Eccellenze Rev.me Nunzio Galantino, Bruno Forte ed altri. Ma sempre “attaccando” le loro idee, mai, le loro persone, meno che mai con la finta ironia. E in vari articoli particolarmente mordenti di Ariel S. Levi di Gualdo, è chiaramente espressa e ribadita in ogni modo la devozione dovuta a uomini che sono e che restano per mistero di grazia depositari della pienezza sacramentale del sacerdozio; una pienezza che non ci risulta essere mai stata conferita ai laici che si cimentano in amene Bergoglionate.

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L’articolo sconclusionato scritto e diffuso contro Giovanni Cavalcoli e già richiamato nelle prime righe di apertura, è interamente strutturato su una successioni di vari brani e passaggi di testi scritturali e magisteriali che non sono stati presi tramite un corretto e scientifico filo conduttore, ma solo per il semplice fatto che all’interno di questi “brandelli” sono racchiusi vocaboli che vorrebbero riportare a concetti simili; come se fossero stati pescati attraverso indicazione di specifiche parole scritte su un motore di ricerca Google. Pertanto, per dimostrare il palese errore delle Autrici, andrebbero presi a uno a uno tutti i segmenti da esse estrapolati per procedere poi ad una loro corretta contestualizzazione, spiegando in tal modo il senso vero del testo ricavato da un articolato contesto, quindi spiegare il suo senso reale all’interno della complessità del tema, o se preferiamo dentro la complessa anatomia di quel Corpo che è la Chiesa di cui Cristo è capo e noi membra vive [cf. Col 1,18]. Ma fare questo, al teologo serio, comporterebbe l’onere di scrivere decine di pagine di spiegazioni, cosa che riteniamo non valga la pena di fare con persone che rimangono purtroppo chiuse a monte all’ascolto.

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La più palese mancanza di carità cristiana esercitata da queste Autrici consiste nell’uso di termini come «figli di Dio», «Chiesa», «lavoro in comune» e suvvia dicendo a seguire. Questi termini sono enunciati sempre all’apertura e fungono da preludio a una valanga di citazioni e di esempi attraverso i quali si cerca di porre la persona presa di mira nel ruolo di uno scolaretto privo di adeguata formazione e capacità di discernimento teologico cristiano, che in questo caso è il teologo anziano Giovanni Cavalcoli, da loro criticato, giudicato e infine condannato con la grave accusa di derive moderniste e di rahnerismo.

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Detto questo passateci adesso alcuni esempi davvero ironici: accusare di modernismo e di deriva rahneriana Giovanni Cavalcoli, equivale ad accusa la Beata Teresa di Calcutta di avere sfruttato la manodopera minorile indiana a fini di lucro; equivale ad accusare San Giovanni Paolo II di essere stato un uomo messo dal Soviet di Mosca sul libro-paga dell’Internazionale Comunista; equivale ad accusare il Servo di Dio Padre Oreste Benzi di sfruttamento della prostituzione minorile … e via dicendo. Per questo ribadiamo che le due socie del benemerito blog Bergoglionate, oltre a non conoscere la dottrina cattolica, sono totalmente prive del comune senso del ridicolo, il problema è che noi ridiamo sulla loro ridicolaggine, ma loro ignorano totalmente di essere ridicole, tanto si sentono paladine lanciate in difesa della vera fede e della vera traditio catholica deturpata dalle eresie moderniste di un teologo come Giovanni Cavalcoli, incapace di fare una esegesi su certi passi del Beato Apostolo Paolo, come lamenta e come bacchetta la solerte catechista con esperienza trentennale tuonando verso l’eminente accademico pontificio.

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Sovente, le Autrici, fanno uso delle sentenze dell’Aquinate o dei testi dell’Ipponate cercando d’imitare i due Padri della Chiesa nella formulazione delle famose questiones disputatae de veritate. Nel fare questo, in modo grossolano e pedestre, o per così dire casalingo, dimenticano che queste sentenze erano frutto di una speculazione e di un dibattito estremamente rigoroso e specifico che attraverso l’argomentare confuso dei loro testi mostrano invece di non conoscere assolutamente. E dalla evidente mancanza di conoscenza si passa alla ostinata ignoranza che si esprime attraverso la tipica superbia dei neo-intellettuali che con una infarinatura di Catechismo mal compreso, lungi dall’aver faticato per lunghi anni attraverso lo studio e la seria ricerca scientifica, pensano di aver capito tutto e il contrario di tutto con la semplice lettura di un manuale introduttivo o di un libro di pietas popolare dedicato a due giganti come Sant’Agostino d’Ippona e San Tommaso d’Aquino.

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Vogliate quindi concederci un altro esempio calzante: il tutto equivale alle persone che, all’interno dei propri salotti, sfoggiano l’enciclopedia Treccani e l’opera di Dante Alighieri stampata in preziosi e costosi volumi, ma che non sarebbero mai in grado di fornire una spiegazione elementare, per non dire teologica, a queste due terzine che in rima poetica evidenziano il mistero della Santissima Trinità:

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Ne la profonda e chiara sussistenza 
de l’alto lume parvermi tre giri 
di tre colori e d’una contenenza;

e l’un da l’altro come iri da iri 
parea reflesso, e ‘l terzo parea foco 
che quinci e quindi igualmente si spiri.

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Nel veemente attacco a Giovanni Cavalcoli, le Autrici affermano che prendere un solo brano della Sacra Scrittura e spiegare il suo contesto e senso, può portare alla negazione stessa dell’Autore; detto questo tornano appresso a riaffermare, ma soprattutto a domandare – il tutto sempre attraverso brandelli estrapolati per supportare i loro attacchi – di fare richiamo a dei testi o a degli Autori che abbiano seguita la stessa procedura adottata dal teologo domenicano. Cosa questa in sé impossibile, perché all’interno della Sacra Scrittura esistono, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento, dei brani che sono in sé e di per sé unici, quali ad esempio: il peccato originale [cf . Gen 3,1-13; 3, 22-24], il diluvio universale [cf. Gen 6, 5-9, 17], la vocazione di Samuele [cf. I Sam 3, 1-10. 19-20], l’annuncio dell’Angelo alla Beata Vergine [cf.  Lc 1, 26-38], la Risurrezione di Cristo Dio [cf. Lc 24, 1-12; Mt 28, 1-7; Mc 16, 1-7; Gv 20, 1-18], la Pentecoste dello Spirito Santo [cf. At 2, 1-11], il dibattito tra i Beati Apostoli Paolo e Pietro ad Antiochia [cf. Gal 2, 1-2. 7-4]. Pertanto, i testi che possono essere presi come “uguali”, sono ben pochi, tanto per chiarire il tutto alla nostra battagliera catechista con esperienza trentennale. Volendo si possono prendere altri testi per dare una maggiore comprensione a un testo che manca di chiarezza propria, ma difficilmente si potrà prendere un altro testo che sia uguale al dialogo avvenuto tra l’Angelo e la Beata Vergine Maria per dimostrare la correttezza delle esegesi sull’Incarnazione del Verbo di Dio. Dunque esiste di fatto questo impedimento a livello esegetico e storico a fronte del quale, fare uno studio e una ricerca di Autori o dei documenti che abbiano fatto questa stessa procedura, conduce inevitabilmente nel complesso mondo degli alti studi teologici specialistici, pertanto si tratta di entrare in materie molto complesse che non sono né conosciute né praticate da tutti. Rivolgere quindi simili domande davvero peregrine, sicure di avere finalmente “incastrato” il “povero” teologo domenicano, ormai novello modernista e rahneriano, sfidandolo a citare passi simili, sarebbe come chiedere a un professore di fisica classica un paragone che sia uguale – per non dire esatto – a quello che c’è nella ricerca di una teoria unitaria tra la fisica delle particelle e l’astrofisica.

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L’errore più grave nel quale cadono le due indomite copiancollatrici, chiuse a ogni genere di richiamo e di spiegazione, anzi rifiutando le spiegazioni dei teologi specialisti ai quali più e più volte hanno risposto mandando dei brandelli tratti dal Catechismo della Chiesa Cattolica, con invito sarcastico a studiarli e impararli bene, consiste nel fatto ch’esse finiscono col fare un processo all’intenzione del soggetto e alla dignità dell’accusato. E tutto questo non per il bene del “povero” teologo caduto come una pera matura nell’eresia modernista e nel rahnerismo, bensì per il semplice divertimento morboso e malsano di ergersi a giudici. E nel caso di specie stiamo tra l’altro a parlare di giudici elettisi nei concreti fatti tali senza conoscere neppure i rudimenti del Codice di diritto e di procedura penale, ma soprattutto la storia attraverso la quale quel Codice è giunto alla sua formulazione. Le due Autrici compiono a questo modo lo stesso errore di quegli storici dilettanti i quali affermano che la Santa Inquisizione avrebbe … «bruciato milioni di donne accusate di stregoneria» (!?). Mentre tutt’altra è la realtà storica e giuridica: il processo inquisitorio, lungi dall’aver «bruciato milioni di donne», nasce come garanzia di massima tutela per l’imputato, ed un vizio di forma, anche minimo, comportava l’invalidamento ex tunc dell’intera azione processuale.

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Poi, che una delle due copiancollatrici, ad ogni occasione propizia si rifaccia al Santo Dottore della Chiesa Caterina da Siena, a sommo suffragio delle proprie amenità, getta un alone di non lieve inquietudine, a ben considerare che costei, tra l’altro, è pure una Terziaria domenicana! E l’inquietudine è generata dal fatto che costei mostra di non conoscere la figura, la storia ed i testi della celebre domenicana senese; e casomai li avesse letti, allora la cosa è più grave ancora, perché mostra nei concreti fatti di non averli proprio capiti. È presto detto il perché: quando, dove e in quale frangente, Caterina Benincasa, ha osato farsi beffa ed ha invitato a prendersi beffa del Romano Pontefice bacchettandolo sulla dottrina e sul suo sommo magistero? Quando, dove e in quale frangente, Caterina Benincasa, con incontenibile spocchia, ha mandato ad Avignone un messaggio nel quale invitava il Romano Pontefice a leggere e studiare bene il Catechismo della Chiesa Cattolica? E soprattutto dove, Caterina Benincasa, scriveva libelli – posto che tra l’altro era analfabeta – nei quali indicava il Sommo Pontefice Urbano VI al pubblico dileggio come Urbanbischero? [ricordiamo che in vernacolo toscano, bischero, equivale in tutto a … Bergoglione/Bergoglionate]. E strumentalizzare per certi fini e per certe auto-legittimazioni una donna come Caterina Benincasa, equivale all’esercizio della più grave disonestà intellettuale. Per non parlare dell’altra socia della Terziaria, pronta a dichiararsi ad ogni piè sospinto devotissima a San Pio da Pietrelcina ed a San Josemaria Escrivà de Balaguer. Nessuno, a questa seconda “Pia Donna”, ha mai spiegato quali bastonate le avrebbe dato il primo – e ancora ripeto: bastonate – e quante sberle le avrebbe dato invece il secondo – e ripeto ancora: sberle –, casomai si fosse presentata dinanzi a questi due santi uomini di Dio ed alla loro presenza avesse definito il Romano Pontefice … Bergoglione , posto che Bergoglione suona come chiaro sinonimo facente rima con c ……?

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Queste “Pie Donne”, di fatto, dinanzi all’attuale Pontefice Regnante che s’è rivelato fuor di dubbio anche destabilizzante e provocatorio, attraverso il loro mal reagire hanno purtroppo mostrato nei fatti concreti una fede immatura, infantile, fatta di tradizioni friabili, di manierismi e di estetismi. È così presto detto: dinanzi ad un Francesco hanno subito mostrato di non reggere, di non avere tutta la grazia degli anticorpi per agire e reagire con quella fede, speranza e carità che non è affatto una filastrocca, perché questi tre pilastri sono le virtù teologali che stanno a fondamento della nostra santa fede [cf I Cor, 13]; e la nostra santa fede si riconosce sia dal pensare, sia, soprattutto, dal concreto agire, oltre che dal modo di rapportarsi col prossimo tuo.

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Queste persone, senza rendersene conto, anche e soprattutto attraverso copiaincolla di testi di dottrina e di magistero estrapolati dai loro contesti e di rigore non compresi, manifestano di avere racchiuso in sé lo stesso tarlo che rose Martin Lutero; ed il loro approccio con il papato contemporaneo, con la dottrina e la scrittura, è di fatto un approccio tutto quanto luterano. E la morale cattolica – a meno che non si voglia cadere nel calvinismo più cupo e nel puritanesimo più furibondo – per essere tale, deve interamente strutturarsi sulla carità; perché la morale cattolica non è una clava ferrata, ma una via verso il percorso di salvezza. Ed a colpi di spranga sulle ginocchia o sui denti non è mai stato redento nessuno, inclusi coloro che questi moralisti d’assalto chiamano con sprezzo «concubini» e «adulteri». E il problema, per inciso, non è il fatto che esistano sia i concubini sia gli adulteri, i quali ovviamente esistono, bensì che questi due termini siano usati per aggredire e insultare molte persone che, spesso con grande sofferenza e disagio interiore, vivono delle situazioni di cosiddetta irregolarità che vorrebbero invece poter non vivere. Questo il motivo per il quale bisogna distinguere la severità e la ponderata durezza frutto della carità e all’occorrenza suo efficace medicamento e strumento correttivo, dall’aggressione di chi, in modo spietato e senza sentire ragioni, sentenzia con autentica durezza farisaica: «Voi siete concubini e peccatori in stato di indubitabile peccato mortale. E se non vi imprigionate i genitali con la cintura di castità vivendo da fratello e sorella come comanda il supremo dogma di fede contenuto nel n. 84 della Familiaris Consortio, andrete all’inferno, perché così è, punto e basta!».   

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Questi laici battaglieri, che tra una Bergoglionata e l’altra lanciano veleno e livore sul Romano Pontefice, vivaddio sono venuti tutti allo scoperto coi loro rancori, con le loro fedi infantili e con le loro presunte dottrine granitiche costruite però in verità come case sulla sabbia [cf. Mt 7,21. 24-29]. E domani, di rabbia in rabbia, di livore in livore, con loro grande stupore si sentiranno dire dagli stessi lefebvriani della Fraternità di San Pio X, attraverso una loro decisa e severa presa di distanza: «Il vostro non è un ragionare cattolico e noi con voi non abbiamo nulla a che fare e soprattutto niente da spartire». E questo, i lefebvriani per primi, glielo diranno proprio perché verso di loro, il Santo Padre Francesco, si è avvicinato come il Capo della Chiesa Cattolica che intende dialogare con dei cattolici, cercando come tale di capirli anziché giudicarli, anche se avrebbe tutta la potestas e volendo tutta la ragione per dare su di loro dei giudizi anche molto severi, considerati i palesi errori che seguitano a permanere tra di essi. E con questo suo agire, il Santo Padre, forse sta cercando di insegnarci che a colpi di spranga sulle ginocchia e sui denti è molto improbabile ricondurre dentro l’ovile le pecore. Anche se, in alcuni frangenti ed in precise situazioni che lo richiedano per il bene loro, non certo per il livore soggettivo del pastore arrabbiato, può essere necessario e soprattutto provvidenziale prendere le pecore anche a colpi di bastone. Ma si tratta appunto di decisioni che competono alla grazia di stato ed alla potestas dei Pastori, non certo delle pecore insolenti con esperienza trentennale di catechiste.

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Le Signore del ludico blog Bergoglionate, oltre alla grazia dovrebbero avere anche l’onestà intellettuale di firmare i loro articoli, come fanno da sempre i Padri dell’Isola di Patmos, abituati in virtù della loro fede, della loro speranza e della loro carità, ad assumersi dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini tutta la responsabilità di ciò che affermano e di ciò che scrivono, in modo particolare quando rivolgono critiche alla altrui dottrina e teologia.

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E se le due Signore, che da mesi lanciano tuoni e fulmini contro i «concubini» che contravvenendo al sacro dogma di fede del n. 84 della Familiaris consortio vivono fuori dallo stato di grazia ed in stato di sempiterno peccato mortale, volevano una prova di carità cristiana e di nobile signorilità, da parte nostra l’hanno avuta anche in questo frangente. Infatti, pur conoscendole bene, evitiamo volutamente di indicare i loro nomi. E se le Signore pensano che seguitando a lanciare pietre ed a ritirare la mano, senza presentarsi col loro nome e senza assumersi le loro responsabilità, sia segno di alta dignità cristiana, ebbene in tal caso sappiano che i «concubini» che contravvengono al sacro dogma del n. 84 della Familiaris consortio, moralmente parlando, peccano meno di loro, in virtù del fatto che, la castità degli eretici, è peggiore dell’adulterio.

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Parola di teologi cattolici a devoto servizio della Parola di Dio, di cui siamo servitori, non certo arbitrari padroni.

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24 thoughts on “Amoris Laetitia. “La castità degli eretici è più impura dell’adulterio”. Quel grande pifferaio magico del Santo Padre Francesco ha portato allo scoperto i topi e la loro “teologia della mutanda”

  1. Articolo come sempre perfetto. Tuttavia penso che una delle cause di questa teologia della mutanda (che io chiamerei con termini meno raffinati), almeno in Italia, sia imputabile anche a quanti pubblicano periodicamente le geremiadi oscene di qualche agiografa da pasticceria, sulla quale lei già si espresse, invitando così una certa frangia femminilbigotta a emularne il tono saccente ed esortativo. Sarebbe interessante studiare questo fenomeno, che trae le proprie radici da un Ratzinger forse mal compreso, passando per le vicende lette più o meno bene dei francescani dell’immacolata, Albenga ecc. fino ad arrivare all’esortazione recente.

  2. Caro confratello, i complimenti sono superflui ( te li meriti eccome!), quindi molto meglio la condivisione. E ti dico che condivido, visti i richiami da te fatti, come pastore in cura d’anime e confessore.
    Tremendo, questo periodo, nel quale molti laici “impegnati” sono sempre più clericali, dove chi ha studiato un po’ di catechismo si erge a teologo raffinato, ma, soprattutto, dove con quella che tu hai definito più volte “disumanità”, si entra con codicilli e sofismi nelle … camere da letto degli altri, camere spesso gravate di tanti drammi che andrebbero più compresi e meno giudicati con simile spocchiosità. Senza niente togliere al peccato e al disordine.
    Credo tu abbia detto tutto con una frase concisa e precisa … “a colpi di spranga sulle gambe e sui denti, non si salva nessuno”.
    E se noi, preti, senza nulla togliere, ripeto, al peccato e al disordine, cerchiamo di capire, curare, accogliere, ecco la … “catechista con esperienza trentennale” che ti da dell’eretico e del traditore della vera dottrina.

  3. … ti prego, toglio ogni riferimento alla “teologia della mutanda”, sai … qua a Napoli sono talmente originali, che c’è il caso che qualcuno istituisca una cattedra apposita presso il nostro studio teologico!

  4. Questo tuo solo periodo …

    E la morale cattolica – a meno che non si voglia cadere nel calvinismo più cupo e nel puritanesimo più furibondo – per essere tale, deve interamente strutturarsi sulla carità; perché la morale cattolica non è una clava ferrata, ma una via verso il percorso di salvezza. Ed a colpi di spranga sulle ginocchia o sui denti non è mai stato redento nessuno, inclusi coloro che questi moralisti d’assalto chiamano con sprezzo «concubini» e «adulteri». E il problema, per inciso, non è il fatto che esistano sia i concubini sia gli adulteri, i quali ovviamente esistono, bensì che questi due termini siano usati per aggredire e insultare molte persone che, spesso con grande sofferenza e disagio interiore, vivono delle situazioni di cosiddetta irregolarità che vorrebbero invece poter non vivere“.

    … è una cattedra di teologia morale!

  5. Finchè non ce l’han “rubato” i liguri, andavo al convento di Bologna a confessarmi una tantum da Padre Giovanni Cavalcoli. Oggi ch’è altrove, continuo ad averlo vicino coi suoi scritti.
    … il discorso sarebbe enciclopedico, sicchè non meniamo il can per l’aia: ho 81 anni, entrai in seminario a 11, la bellezza di … 70 anni fa.
    Ricordo ancora con terrore (e lo dissi anche a Cavalcoli anni fa) i confessori incontrati quando avevo 15 anni.
    Poi, Dio sia lodato, le cose sono cambiate.
    Padre Ariel, hai centrato il problema, con la tua ironia sulla “teologia della mutanda”, che in svariati articoli hai indicata in modo sardonico come “centro dell’intero mistero del male”.
    Che dispiacere ritrovarsi, oggi, a 81 anni, con il clero che, con tutti i suoi pregi e difetti, è cambiato, e ritrovare però, nella vecchiaia, quei vecchi e terrorizzanti confessori non più nei preti, ma … nei laici! Nei laici e, peggio, nelle laiche …
    Tanti auguri all’Isola e ai suoi Padri.

    don Elio

    1. Caro confratello “anziano”, i sacerdoti come Te, con la loro storia, esperienza e saggezza, molto rincuorano tanti di noi vicini alla “mezza età” (chi scrive ha 46 anni).
      E saggiamente hai colpito con una freccia di precisione il cuore del problema: ieri, erano molti preti, e particolarmente certi confessori, a essere di un rigore sovente perfino imbarazzante, oggi, invece, sono certi laici che, se cerchiamo di capire e accogliere (e capire e accogliere non vuole dire accettare il peccato e benedirlo) ci ritroviamo, di frequente, a essere bacchettati dai laici … e soprattutto dalle laiche cui sfugge un passaggio fondamentale: dobbiamo curare i malati, non certo i sani. E non è opportuno, a certi malati, dire in modo aggressivo che sono malati, perché è molto meglio parlare loro della malattia e dei pericoli della malattia, quindi aiutarli, quando e se possibile, a uscirne fuori e a sanarsi.
      Prega per noi.

  6. Padri Cavalcoli e Levi di Gualdo.
    Devo molto ai vostri scritti, in un momento di notevole confusione che aleggia nella chiesa, essi mi hanno riportata sulla retta via, e anche nella mia originaria serenità.
    Se noi donne, dentro la chiesa, perdiamo il nostro ruolo, rischiamo di diventare delle persone molto peggiori degli uomini, perchè, i ruoli che non sono nostri, ci rendono per natura aggressive e competitive fino all’assurdo.
    Auguri.

  7. Cari Padri (sia p. Giovanni, sia p. Ariel, sia i sacerdoti intervenuti a commento), trovo sempre gli articoli dell’Isola di Patmos improntati ad alcune virtù di cui oggi si sente fin troppo il bisogno:

    la ragionevolezza,
    l’equilibrio,
    la sapienza,
    la carità’.

    E perche’ no anche un sano umorismo piacevolmente ruvido, vero p. Ariel? Ecco il motivo per cui, da laico, ritorno spesso e volentieri sulla Vostra pagina telematica. Ed ogni volta traggo dai Vostri interventi due importanti insegnamenti:

    – che prima di scrivere (o di parlare) tentando di pontificare su alcunchè, ho ancora molto da imparare;
    – che prima di curarmi delle pagliuzze negli occhi altrui, e’ bene che mi occupi delle travi nei miei.

    Per questo vi dico un sentito “Grazie”.

    P.S. per quanto riguarda la “castità degli eretici” non conoscevo la frase di san Gregorio Nisseno ma la trovo verissima. Penso ad esempio ai catari: astensione dalle carni, digiuni assurdi, castità assoluta, ed il bel ricavato di tutto questo fu una delle più’ blasfeme eresie che si possano pensare.

  8. Impegnatissimo!
    Sono veramente impegnatissimo a salvarmi l’anima ed a salvare le anime per opera della grazia di Dio.
    E come disse il Padre Filippo Neri al Sommo Pontefice Sisto V che nella vecchiaia voleva elevarlo alla dignità cardinalizia: «Paradiso, Paradiso! No, Santità, grazie, preferisco il Paradiso!».

    Comunque non temere, c’è un esercito sempre più fitto di presbìteri che da tempo si sono disimpegnati da questo genere di impegni; e stai certo che uno di questi – ed in specie con i tempi che corrono – sarà il tuo futuro vescovo. E sarà mediocre quanto basta a non irritare la calma piatta totale che ammorba l’episcopato della tua regione, che come sai conosco alquanto bene.

    Stai certo che a breve ti doneranno l’ennesimo vescovo conforme alle direttive pastorali del Santo Padre Francesco, il quale tra una “periferia esistenziale” e l’altra, avrà i “poveri” sempre pronti sulla bocca; e la sua omiletica sarà un tripudio di “profughi” e di “inni all’accoglienza”, ignaro che non si può chiamare “accoglienza” l’invasione e la colonizzazione da parte dei maomettani dell’Europa ormai scristrianizzata. Dialogherà quindi con i mussulmani dimenticando di essere il pastore dei cristiani, si farà fare un bel pastorale di legno dal falegname e ostenterà una crocetta di legno al collo,

    Si inventerà e racconterà di provenire da una famiglia di contadini, anche se in verità proviene da una famiglia di imprenditori agricoli che guadagnano in un giorno quello che un direttore di banca guadagna in un mese, ecc … ecc …

    Consiglio non richiesto ma in fraternità sacerdotale comunque offerto e del quale puoi fare l’uso che vuoi: più mediocre e più inadatto sarà il vescovo che a breve ti doneranno, più devi portare a lui devoto e filiale rispetto, vedendo sempre e sempre venerando in lui – al di là della sua miseria e della compiacente piaggeria camaleontica attraverso la quale è giunto all’episcopato – il mistero di Cristo e della Chiesa, di cui il vescovo regge tutte le membra.

    Perché questi, mio caro Confratello, sono allo stato dei fatti i vescovi che ci stanno regalando, principalmente mediocri e ruffiani, ma comunque sempre vescovi, per grazia di Dio vescovi.

    1. Scusi, padre, una domanda, se poi la imbarazza rispondermi pubblicamente, mi dia una risposta privata, anche in poche parole, perchè vorrei capire … e la domanda è questa: ma se quelli come lei si fanno indietro, a noi, che cosa ci rimane?
      Grazie!

      1. Caro Stefano.

        Quelli come me non «si fanno indietro», molto semplicemente non si fanno proprio avanti né ci pensano affatto a farsi avanti.
        Mentre a voi rimane Cristo ed il mistero della Chiesa una, santa cattolica e apostolica,

  9. Purtroppo il web opera come un “venticello rossiniano” alimentato dal “passaparola“. La diceria, la voce sovente maligna edita su un blog – di cui spesso sono ignoti autori e curatori e quindi la loro autorevolezza, il rigore nella redazione e selezione dei testi da essi pubblicati, la serietà e l’affidabilità dei commenti e l’accuratezza nella citazione delle fonti – viene subito ripresa da altri blog, recepita come buona, a volte riaggiustata e nuovamente rivenduta ad altri come “verità assoluta“. Una sorta di catena, a cascata, piramidale i cui effetti “mistificatori” si diffondono rapidamente lungo rigagnoli incontrollabili. E’ successo anche in questa occasione.
    Del resto gli indomiti Padri dell’Isola non sfuggono alle regole del mondo, combattono la buona battaglia con i loro articoli, le loro prese di posizione, suscitando tante simpatie e moltissime antipatie… ma anche grandissima indifferenza.
    Alla lunga distanza, faticosamente, emergerà la “verità” ?

    Che sia una sorta di punizione di Dio: l’ostinazione di voler cavare il sangue dalle rape?
    Ricordo il versetto Luca 18, 27 [Ndr. «Le cose impossibili agli uomini son possibili a Dio»]
    Solo l’intervento di Dio può ottenere risultati apprezzabili da chi è palesemente incapace di produrli.

  10. Gent. Sig, Ettore.
    dalle sue righe traspare la saggezza del laico cattolico, e per noi preti, la possibilità di rapportarci con laici dotati di cristiana “docilità” e “ragionevolezza”, è sempre più difficile. Una volta a settimana m’incontro la sera con i tre parroci del mio circondario, oramai è una “tradizione”, ceniamo assieme, poi si rimane a parlar tra noi. Non dico che quasi sempre ci piangiamo sulle spalle gli uni gli altri, ma più o meno …
    Siano pur date ai preti tutte le colpe, anche grandi, che noi preti abbiamo, ma credete: ritrovarsi a dover lavorare nelle parrocchie con laici che vogliono spadroneggiare e dettar legge, e perfino imporre al prete loro “regole”, “dottrine” o “regole liturgiche”, e che al primo delicato “no, ciò non è possibile a farsi”, si precipitano a strepitar dal vescovo lamentato d’aver sofferto attentati di lesa maestà da parte del parroco, capite bene … non è possibile! E non è possibile andar avanti a ‘sta maniera.
    A quel punto, il vescovo, non ti da torto, ma neanche ragione, e, soprattutto, non da mai torto ai laici, da ragione a tutti e non la da a nessuno, e così cade sempre in piedi, mentre il prete resta come una canna sbattute, ma non dal vento … sbattuta dai capricci dell’intoccabile laicato.
    Ciò che lei descrive, può essere trasferito dalla rete telematica a certe realtà parrocchiali, dove le “pie donne” stimmatizzate in questo articolo da p. Ariel, non sono due, ma venti! E tutte in carne e ossa, pronte, alla bisogna, a dar battaglia al parroco che non fa ciò che voglion loro, che non decide ciò che voglion loro, che non dice ciò che voglion loro.
    Rimane per me memorabile, l’articolo sul “dogma delle tasse” di p. Ariel. Memorabile perché, in tutta la prima parte descrive con precisione chirurgica di tipo storico, pastorale e sociale la deriva del laicato legato a certi movimenti, che, a molti noi parroci, spesso han reso la vita nelle parrocchie un inferno.

    [ Ndr. http://isoladipatmos.com/amoris-laetitia-siate-casti-pero-pagate-le-tasse-perche-il-pagamento-delle-tasse-e-un-vero-dogma-di-fede/ ]

    Io, prete di 58 anni, con i miei modesti studi teologici, 30 anni di ministero sacerdotale, e un po’ di esperienza pastorale, avanti a un uomo di scienza come il professore domenicano p. Giovanni Cavalcoli, mi metterei in ascolto come uno scolaretto, perché m’è chiara la levatura del personaggio. Ma anche con p. Ariel, che ha qualche anno meno di me e ch’è prete da meno di 10 anni, farei lo stesso, consapevole che, nemmeno tra altri 30 anni di ministero, io riuscirei a predicare ai livelli suoi, ancor meno a tener conferenze della sua portata, perchè io non ho la sua cultura, e non ho i doni (carismi) che il Signore ha dato a lui.
    E’ mai possibile che una catechista, in quanto catechista, prenda il fucile da caccia e tiri a raffica su teologi di questa caratura come nel tiro al piccione, per indicar le loro … “eresie moderniste”?
    Si, è possibile, purtroppo!! E’ possibile perché noi preti siamo usciti fuori dal nostro seminato, e perché i laici, sono usciti, forse anche per molta passata colpa nostra, dal seminato loro. E tutto questo, in modo intelligentissimo e precisissimo, p. Ariel lo ha spiegato in quell’articolo succitato, un articolo che forse, a Roma, non ha letto nessuno, purtroppo !!
    Tutto questo per dirle, Gent. Sig. Ettore, che spesso, noi preti, siamo proprio costretti, a cercar di cavar fuori sangue dalle rape, come lei scrive, in fidente attesa che il Signore operi ciò ch’è impossibile all’uomo ( Luca 18,27).

    don Michele L.

    1. Rev. Don Michele, ,
      comprendo benissimo le situazioni,le difficoltà, le mortificazioni del suo ministero. Ella mi insegna che ogni cristiano è chiamato nella vita a portare la croce. Ella sa che Dio non chiede mai un sacrificio superiore alle capacità che ci ha dato. Ella conosce meglio di me:
      Mt 19,27-29 “… E Gesù disse loro: … Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna.” E le parole di S Paolo. 2 Tim 2, 1-13 “… prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù….il Signore certamente ti darà intelligenza per ogni cosa”
      2 Cor 9, 6-9 ” … chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene…”
      Preghi per me, per la croce che porto. Io lo farò per Lei.

  11. Il trio Cavalcoli, Ariel e Facio Lince indulgono troppo “nell’arte dell’autoerotismo” per cui non sanno neppure di cosa vanno blaterando. Consiglio ai tre “pippari” di dedicare maggior tempo alla Preghiera.

    1. Sig. Bazzorini,
      Bentornato!
      Nessun «auto-erotismo», per la carità divina! Siamo uomini adulti, mica adolescenti.
      In verità noi siamo un trio di donnaioli impenitenti, grazie anche a Padre Giovanni, che è solo un domenicano “di copertura“, perché in verità egli non vive in un convento della Liguria ma in Ucraina, dove gestisce una agenzia internazionale di escort denominata “Romagna mia s.r.l“, con sede fiscale a Kiev e con deposito degli utili a Panama, dove Jorge A. Facio Lince provvede a portare i soldi degli utili della Società versandoli in un conto intestato al nome fittizio di Tommy Aquins jr.
      Però non lo dica a nessuno, per favore, altrimenti l’Autorità Ecclesiastica ci sospende a divinis.

      1. Questa mattina/mi son Svegliato/ … e invece di dire “bella ciao” come cantava il non-compianto don Gallo, sono andato a consegnare dei certificati in un ufficio della curia di Napoli, un prete e un laico ridevano dentro la stanza davanti al computer. Il prete mi ha chiesto “hai letto la risposta del tuo amico”? Ho domandato … “ma chi?” E sul computer mi ha fatto vedere questo botta/risposta.
        Sai, dalle nostre parti le cose molto serie non sfuggono mai a nessuno.

      2. Padre Ariel, devo smettere di leggere i suoi commenti e interventi in pubblico, altrimenti finisce che le gente mi prende per pazzo, tanto rido… !! “Romagna mia srl” e “Thomas Aquinas jr“, strepitoso!!

  12. Salve amici, riguardo concubini e adulteri segnalo questo http://www.comunedipignataro.it/?p=28056
    E questo
    Cito dal secondo link http://www.laciviltacattolica.it/it/quaderni/articolo/3461

    “Ma che cosa si intendeva nella Chiesa antica per «indissolubilità»? Nei primi secoli essa contrapponeva alla legge civile, che considerava legittimo il ripudio e il divorzio, l’esigenza evangelica di non infrangere il matrimonio e di osservare il precetto del Signore «di non dividere ciò che Dio ha unito». Tuttavia anche al cristiano poteva accadere di fallire nel proprio matrimonio e di passare a una nuova unione; questo peccato, come ogni peccato, non era escluso dalla misericordia di Dio, e la Chiesa aveva e rivendicava il potere di assolverlo. Si trattava proprio dell’applicazione della misericordia e della condiscendenza pastorale, che tiene conto della fragilità e peccaminosità dell’uomo. “.

    Insomma, pare che nel passato, esattamente come sta succedendo oggi, si fosse assai più cauti nel definire certe situazioni come situazioni permanenti di peccato mortale. Poi c’è stato un inasprimento, ma ciò che sta accadendo oggi non è contrario alla Tradizione, a quanto pare.

    1. Il peccato confessato viene perdonato alla condizione di “non peccare più”. Se uno ruba e confessa il proprio peccato, non vuol dire che da quel momento è autorizzato a rubare! Andare a cercare situazioni, casi particolari non è che può trasformare ciò che è male in bene, i cristiani , tutti indistintamente, hanno a che fare con il peccato, anche quelli che sembrano “incontaminati” per cui in apparenza poco misericordiosi! Non c’è nessuno che possa far passare per bene ciò che è male, nemmeno Dio ( che non può contraddirsi!).

      1. Caro Antonio.

        Se ben capisco, lei vuole tornare indietro alla antica disciplina che regolava questo Sacramento, ossia quando la assoluzione dai peccati poteva essere data una sola volta nella vita e mai più, sulla base dell’ovvio e coerente principio: … va’ e non peccare più.
        Ma siccome, i Sacramenti, non sono stati istituiti per gli spiriti angelici ma per gli uomini che nascono con il peccato originale, la Chiesa rese questo Sacramento ripetibile.
        Vai e “non peccare più”, non vuol dire, se ricadi nello stesso peccato, non puoi essere assolto, in quanto peccatore impenitente e recidivo …
        Ma lei, sinceramente, si rende conto di quello che ha scritto e affermato?

        1. Evidentemente non mi sono espresso bene! So benissimo che anche reiterare lo stesso peccato, ma confessato con le giuste disposizioni , viene perdonato. Ma il proposito di non peccare piu’ e’ ineludibile! Il convincimento di non poter modificare la situazione inficia la giusta disposizione! Se non fosse cosi’ una infinita’ di peccati non sarebbero piu’ vinti!

  13. Caro don Ariel, le premetto che seguo molto L’isola di Patmos, e come laico apprezzo molto il suo contenuto. Ma in quest’ultimi tempi noto una sua asprezza nei confronti di chi prova, nella sua limitatezza, a esprimere una sua opinione, ed il fatto che a volte il commento non sia tanto garbato, non condivido il rispondere a tono con termini non direi proprio cristiani: “ che merito hai, non fanno così anche i pagani?”. Non trovo molto elegante rinfacciare la scarsa o inesistente preparazione teologica, faccio presente che il “ sensus populi” ( non so se il latino è corretto) ha tante volte dato origine a dei veri trattati teologici. Il voler a tutti i costi dissertare teologicamente, si cerca la pagliuzza e non si vede la trave, come ad esempio: non è secondario il matrimonio tra due uomini o donne davanti a un sindaco o chi per lui, piuttosto che condannare l’accoppiamento tra due “omo” di cui nessuno più accenna ( per timore, ormai siamo a questo punto!)? La croce che dobbiamo abbracciare è proprio questa: soffrendo vincere le pulsioni, le infermità, e tutto ciò che la condizione umana comporta. E gli uomini religiosi conoscono questa sofferenza più di qualsiasi altro. Non è mia…

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