A.A.A. Cappellano ospedaliero cercasi, pregasi astenersi: inabili al lavoro, disoccupati in cerca d’impiego e problematici di varia fatta

— pastorale sanitaria —

A.A.A. CAPPELLANO OSPEDALIERO CERCASI, PREGASI ASTENERSI: INABILI AL LAVORO, DISOCCUPATI IN CERCA D’IMPEGO E PROBLEMATICI DI VARIA FATTA

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e così scegliemmo di andare in giro per l’ospedale mantenendo il nostro abito religioso per poter essere subito riconosciuti, tra tanti camici bianchi, come Frati Minori Cappuccini. E, debbo dire: la cosa funzionò. Dopo qualche tempo, nell’ospedale, si accorsero che i due tizi vestiti di marrone, con cingolo attorno ai fianchi, sandali ai piedi e barba, erano i nuovi cappellani.

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Autore
Ivano Liguori, Ofm. Capp.

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Cagliari, Chiesa di Santa Lucia: Santa Caterina di Labouré che distribuisce la medaglia miracolosa [opera di Aurelio Galleppini]

Vorrei cercare di far chiarezza sull’identità del cappellano ospedaliero, perché per strano che possa sembrare, in effetti mi sono accorto che alla prova dei fatti, tra le diverse figure pastorali all’interno della Chiesa, è un essere quasi mitologico.

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Anzitutto è necessario chiarire l’aspetto canonico e pastorale: il cappellano è un sacerdote scelto dal vescovo per la cura pastorale di quella porzione di Popolo di Dio che si trova a vivere il tempo della malattia presso una struttura sanitaria, per esempio un ospedale, una clinica, o presso una residenza sanitaria assistita geriatrica.

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Già questa prima definizione permette di fare alcune considerazioni particolari: il luogo d’azione del cappellano non è la chiesa parrocchiale o conventuale, bensì un luogo di cura dove lui svolge una funzione di operatore specializzato insieme ad altre figure. Capire questo è fondamentale perché, all’interno della struttura sanitaria, il cappellano non è il padrone, neppure il rappresentante giuridico, come avviene invece nel caso del parroco. Nei concreti fatti, è quindi uno dei tanti. Comprendere questo aspetto, è cosa fondamentale.

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Spesso, lo spirito di vanità di noi appartenenti al clero, non digerisce questa sfumatura che mal si adatta al sacerdote, né ciò aiuta certo a creare occasioni in cui Dio si possa rivelare in un ministero tanto delicato come quello ospedaliero, perché è indubbio che il sacerdote sia un uomo, senza però mai dimenticare che egli è — ed è chiamato ad essere — un uomo consegnato a Dio, che nel cappellano ed attraverso il cappellano agisce per mezzo di una dinamica di ordinarietà e nascondimento che a me piace accostare biblicamente al periodo della giovinezza di Gesù a Nazareth.

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Cagliari: Chiesa di Santa Lucia: Le martiri di Arras uccise in odium fidei durante la rivoluzione francese [opera di Aurelio Galeppini]

Il luogo in cui il cappellano opera è l’ospedale, la clinica, l’hospice, la residenza sanitaria assistita. Tutti luoghi non consacrati dal profumato olio del Crisma che il vescovo usa per consacrare a Dio un luogo adibito al culto. Per questo motivo oggi, il cappellano, opera all’interno di un luogo di cura che assume connotazioni fortemente laiche. Possiamo pertanto anche dimenticare le vecchie pellicole in bianco e nero degli anni Cinquanta del Novecento, nelle quale si vedevano le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli con i loro cappelloni bianchi inamidati, intente a suonare la campanella nei reparti per annunziare l’arrivo del sacerdote recante il Santissimo Sacramento. Nulla di questo avviene oggi in queste strutture, all’interno delle quali il cappellano è presenza silenziosa, spesso confusa tra le diverse figure professionali del mondo della salute.

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Detto questo apro adesso una piccola divagazione: al mio arrivo all’Ospedale Brotzu di Cagliari, nel 2013, sbrigate le pratiche dell’assunzione ci fu proposto l’utilizzo del camice bianco: quello comune a tutti gli operatori sanitari. Dopo qualche istante di riflessione, io ed il mio confratello, decidemmo di rifiutare la proposta, semplicemente per non aumentare il divario di anonimato ed uniformità che il camice bianco conferisce. Così, scegliemmo di andare in giro per l’ospedale mantenendo il nostro abito religioso, soprattutto per poter essere subito riconosciuti tra tanti camici bianchi come Frati Minori Cappuccini. E, debbo dire: la cosa funzionò. Dopo qualche tempo, nell’ospedale si accorsero che i due tizi vestiti di marrone, con cingolo attorno ai fianchi, sandali ai piedi e barba, erano i nuovi cappellani.

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Adesso desidero condividere coi Lettori de L’Isola di Patmos qualche altra interessante considerazione: nelle strutture sanitarie, il cappellano, giorno dopo giorno ha il compito di guadagnarsi un diritto di cittadinanza. O per meglio chiarire: se il ruolo del cappellano — fino ad oggi — è ancora riconosciuto dalla Legge, la persona che ricopre tale ruolo ha necessità di farsi conoscere, quindi deve necessariamente attuare una socialità nella comunità sanitaria in cui opera.

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Le Figlie della Carità ieri l’altro –  immagine della Beata Giuseppina Nicoli [1863-1924]

Non è mia intenzione fare prediche, tuttavia debbo dire che l’identità del cappellano è insita nel suo essere sacerdote. Solo il sacerdote può essere cappellano [cf. can. 564 del Codice di Diritto Canonico]. A ragion veduta, al cappellano è per ciò richiesto uno stile confacente alla sua identità, una socialità che manifesti la sua donazione a Dio. E questo debbo precisarlo a chiare lettere, perché spesso accade che il cappellano sia invece identificato come una sorta di assistente sociale, come uno psicologo o come un amico confidente di tutti. E se da un certo punto di vista ciò è la conseguenza di una tipologia di laicismo sempre più dilagante che tende a rimodellare quello che gli è estraneo, d’altro canto è necessario vigilare affinché il sacerdote non eserciti la sua identità snaturandola, sino ad assumere altre identità più accattivanti che risultino ben accette alla modernità per un verso, allo spirito di laicismo per altro verso.

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Nei luoghi di cura, il sacerdote cappellano è profeta che parla a nome di Dio perché capace di ascoltarlo. È l’angelo del Getsemani che consola il morente e lo riconcilia con Dio [cf. Lc 22, 43]. È custode della misericordia e della giustizia affinché il Regno di Dio si realizzi tra le corsie di tanti malati e deboli, e padre e maestro per guidare e istruire gli uomini al Vangelo che è buona notizia per tutti.

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le Figlie della Carità ieri –  immagine di Madre Suzanne Guillemin, Superiora Generale dal 1962 al 1968

Davanti a questa identità sacerdotale si inserisce la variegata opera di Dio che, nel creare ogni uomo, elargisce a ciascuno doni personali caratteristici, arricchendo così il sacerdozio ministeriale con carismi propri a servizio del popolo di Dio e della Chiesa.

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Desidero infine mettere in risalto una nota critica che riguarda la figura del cappellano ospedaliero e di un certo stile di fare Pastorale Sanitaria. Da quel poco che ho scritto sulla figura del sacerdote chiamato a ricoprire l’incarico di cappellano in una struttura sanitaria, si evince come questi debba essere un elemento di buona qualità o, perlomeno, non problematico. Purtroppo, il dato oggettivo che deriva dai fatti come dalle esperienze, non sempre è invece questo. Infatti, in un momento storico nel quale la Chiesa soffre di una sempre più crescente penuria di sacerdoti a fronte di molto lavoro da compiere, l’area pastorale della sanità è spesso discriminata. I nostri pastori preferiscono impiegare i loro migliori sacerdoti nelle parrocchie, nella pastorale familiare, nella formazione catechetica dei giovani, nella accoglienza degli emarginati e via dicendo. Si tratta di una scelta che si può anche capire, non però condividere.

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Cristo non ha mai fatto una hit parade nel proprio ministero, ma tutti gli uomini che venivano a Lui erano degni della Sua attenzione e tutti ricevevano aiuto e salvezza.

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le Figlie della Carità oggi – incontro di formazione per religiose

Alcuni esempi di cattiva pastorale sanitaria che implica la figura del cappellano. Partiamo dal primo caso: nominare cappellano un sacerdote anziano e malato poiché non più in grado di reggere il ritmo parrocchiale che richiede di per sé dinamicità, equivale a pensare che l’ospedale possa fornirgli una pronta assistenza per i suoi malanni. Per seguire col secondo caso: nominare cappellano un sacerdote che in assenza di una consona collocazione parrocchiale è costretto per obbedienza dal suo vescovo a stare in ospedale, ma ciò col rischio che questo soggetto finisca presto per rivelarsi insofferente alla malattia e alla morte, sino a non sopportare l’odore del disinfettante o la vista del sangue, diventando ben presto un latitante difficilmente raggiungibile, eccezione fatta per il giorno 27 del mese, quando ritira lo stipendio dall’Ente Ospedaliero. Il terzo caso, forse il più triste, è quello dell’ospedale visto da alcuni vescovi come luogo d’esilio, una sorta di nuova Isola di Sant’Elena per i sacerdoti disobbedienti e turbolenti che finiscono per questo collocati tra i malati, come una sorta di punizione.

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In questi tre diversi casi, come sarà possibile vivere e praticare nella pastorale sanitaria il ministero sacerdotale attraverso la concretezza dell’amorevole invito rivolto da Cristo Signore che ci esorta: «Ero malato e mi avete visitato» [cf. Mt 25, 36], nella piena consapevolezza che «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» ? [cf. Mt 25, 40].

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Cagliari, 8 dicembre 2018

Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

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